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di Marco Codebò
Pungente esemplare di narrativa della crudeltà, Le larve
è l’autobiografia in prima persona di un eroe della
sgradevolezza. Egocentrico e spietato, il narratore protagonista del
romanzo di Morandini è una specie di mostro, indifferente ad
ogni sentimento che non sia la gioia per la sofferenza dei suoi
simili. Riceve tale tratto per via genetica dall’uomo che fino
ai quattordici anni considera suo nonno e che si rivela poi il suo
vero padre, un avo terribile per forza di carattere e
spregiudicatezza morale. Dal nonno/padre l’eroe del romanzo
riceve in eredità un’immensa ricchezza e un groviglio di
pulsioni animalesche che lo trasformano in una sorta di lupo mannaro
nelle notti di luna e ne fanno un feroce partner per gli sventurati
che a lui si collegano per amore o amicizia: tant’è vero
che uccide, impunito, sia il suo unico amico sia la sua prima amante.
La gioiosa amoralità dell’eroe riposa su una concezione
nietzschiana
del mondo, che vede nella convivenza fra gli
esseri umani un incessante scontro di volontà destinato a
concludersi col trionfo dei più forti, mentre i deboli sono
lasciati a consolarsi con le panacee zuccherose della pietà e
dell’amore. Il nonno del protagonista è a tutti gli
effetti un eroe nietzschiano, una belva che una volta arricchitosi
misteriosamente uccide i genitori, schiaccia sotto il peso del suo
dispotismo il figlio, terrorizza i dipendenti e abusa di cuoche e
fantesche. Sulle orme del nonno/padre si muove il narratore in quello
che, in ultima analisi, appare come un romanzo di formazione alla
ferocia. Unico freno che impedisce al nipote/figlio di raggiungere
l’efficiente amoralità dell’avo è una sorta
di intellettualismo di fondo che lo spinge a trovare la soluzione più
elegante dei problemi piuttosto che la più spiccia.
Soprattutto, a differenza del nonno che non ha mai incontrato
ostacoli alla sviluppo del suo sconfinato ego, l’eroe di Le
larve trova un limite all’espansione della propria
personalità in un altro essere umano, il figlio, un bambino
assorto e inafferrabile privo della feroce animalità degli
antenati e tuttavia in grado di sfuggire per pura destrezza
all’invadenza paterna.
Da quanto sopra esposto è chiaro come il contesto principe del
romanzo sia la famiglia, un’istituzione che esce dilaniata
dalla lotta per la supremazia che impegna ogni energia dei propri
membri. Anche se qui l’ovvio riferimento parrebbe Freud,
preferirei invece proporre un legame letterario con un autore,
Federigo Tozzi, la cui presenza si fa più volte sentire
all’interno del romanzo di Morandini. La famiglia che è
rappresentata in Le larve è quella stessa che lo
scrittore senese ha raccontato in testi come Con gli occhi chiusi,
Il podere, Mia madre e Un giovane, solo per citarne
alcuni. È una famiglia dove i padri schiacciano i figli per
riceverne in cambio un’ostilità muta e testarda che
nemmeno la morte riesce ad estinguere e da cui l’amore sparisce
lasciando il campo a grovigli di sentimenti oscuri: invidia, gelosia,
sospetto, odio. Come in Tozzi così anche in Morandini la
famiglia non è altro che il campione privilegiato di un mondo,
inteso sia come società degli uomini sia come regno della
natura, dominato dalla figura di Caino. Una cieca coazione ad
offendere regola le azioni degli umani e degli animali in Le
larve, tanto che una linea di demarcazione fra le due realtà
appare fin da subito priva di senso. Emblema dell’animalità
umana è il protagonista, uomo privo di moralità nei
rapporti coi suoi simili e nello stesso tempo visceralmente attratto
da bisce, rospi, topi e larve. Di quest’ultime arriva
addirittura a nutrirsi, addentrandosi sottoterra alla maniera di una
di quelle creature notturne che tanto lo affascinano.
Larve e terra sono presenze ricorrenti nel romanzo di Morandini. Le
prime, che per tre anni crescono nel sottosuolo fino a mutarsi in
sciami di coleotteri che devastano campi e coltivazioni, forniscono
al romanzo la chiave per capire la valenza autodistruttiva della
ferocia che ne percorre il narrato. La terra infine, l’humus
originario dal quale tutto parte e tutto torna, diventa una sorta di
magnete che attira verso le sue profondità quei personaggi che
sono più degli altri pervasi da una carica di vitalità
animalesca: il protagonista, il nonno e l’amico/nemico Saverio.
Prodotto e metafora di tale rapporto con la terra è il palazzo
costruito dal nonno dell’eroe, che si duplica in una rete di
misteriosi bassifondi e cantine dove dominano i topi, si nascondono i
cadaveri ed affiorano i morti.
L’elemento che separa Le larve dal resto della
produzione neogotica sono i due tratti che definiscono il linguaggio
di Morandini, da una parte la varietà dei suoi registri, che
arricchisce l’esperienza del romanzo e ne movimenta la
narrazione, e dall’altra la sua assoluta precisione. La parola
di Morandini non scade mai nel generico perché, secondo la
lezione di Pascoli e, di nuovo, Tozzi, è sempre quell’unica
e sola che può, in un determinato contesto, descrivere un
oggetto, uno stato d’animo o una situazione. È tale
ricchezza lessicale e sintattica che permette a Le larve di
utilizzare le risorse del genere senza mai scadere nella maniera e ne
fa un testo narrativo prezioso e godibile la cui lettura è
consigliabile ai lettori raffinati piuttosto che agli stomaci forti.
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