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di Simona Cigliana
Immaginate se la secessione
auspicata dalla Lega Nord si facesse davvero – ma promossa e sostenuta, armi
alla mano, dalle “plebi” del Sud. Provate a pensare cosa accadrebbe se il sogno
democratico e radicale che aveva animato le correnti minoritarie del nostro
Risorgimento, pure così generose nel versare il loro tributo di sangue,
tornasse a prendere il sopravvento sullo sfondo di una Italia
Parlamentare e corrotta, marcia di burocrazia e di clientelismo; se il realismo
federalista tornasse di attualità, emergendo oggi, gonfio di rabbia e di
frustrazione popolare, dai bassi napoletani, delle periferie di Bari, dalle borgate
di Palermo, dai sassi lucani. Se le pacifiche popolazioni
meridionali facessero esplodere le santabarbare della loro collera antica e
«conficcassero le loro unghie nelle natiche dello Stato» (6), ribellandosi
contro emiliani e longobardi, franco-piemontesi e austro-trentini, persino
contro quei «friulani sperticati […] eterna e mormorante carne da macello di
ogni italica tragedia» (7). Se, rendendosi conto di essere i discendenti di un
popolo miceneo, i sudisti insorgessero contro quelle regioni «che sono soltanto
un inconsapevole cantone svizzero», contro quei compatrioti con i quali non
hanno in comune «né storia né cultura»: se, insomma, spirasse dal Sud un vento di
insubordinazione contro i padroni del Nord, e questo vento montasse
nell’uragano di una guerra civile, le regioni del Centro a fare da ago della
bilancia, Roma reclamata da ambo le parti, una Maremma dove si attesta il solco di una resistenza che
assomiglia ad una Linea Gotica; un Parco Nazionale d’Abruzzo «conteso polmone
ecologico dello sbrindellato stivale»; gli Stati del Nordafrica che sostengono
e foraggiano la rivolta del Meridione; l’America che appoggia i Bossi, i
meneghini e gli euroemiliani. Non una
sollevazione di Pulcinella ma un vero conflitto: con allarmi e bombardamenti,
con la lotta clandestina, la borsa nera e la fame.
In tale scenario apocalittico,
che sembra pertinente contraltare alla retorica celebrativa che comincia ad
aleggiare a casa nostra in occasione dei 150 anni dell’Unità nonché adeguato
contrappasso agli errori e alle malefatte collezionati in un secolo e mezzo di
storia unitaria – si muove un giornalista, inviato di non si sa bene quale
testata (la «Gazzetta
del Mezzogiorno»?), che, per il suo reportage di guerra, viaggia con mezzi di
fortuna dalle alture di Vinchiaturo fino alle piane del Matese, per approdare infine
a Palermo, dove, in corso Calatafimi, si chiuderà, simbolicamente
e – sembra di capire – tragicamente, la sua peripezia. Vanni, così si chiama il
giornalista, «scrittore, corrispondente, fauno sotto mentite spoglie» (34), è
una specie di nordista fedifrago, un intellettuale con il senso di colpa (gli
altri combattono e lui scrive e strologa di Poesia), un militante che combatte
a suo modo, con la penna, per la futura e auspicata Repubblica Popolare
d’Italia; ma ce l’ha con i politici, anche con quelli che rappresentano il suo
partito, e non può fare a meno di interrogarsi, insistentemente, sui Moventi e
sui Principi, sulle Donne e sulla Storia, in qualsiasi situazione si trovi, al
tempo stesso percependo l’incongruità di questo suo essere, e l’inadeguatezza
della propria Coscienza Divisa di fronte alla lezione di concretezza che dovrebbe
venirgli dagli eventi. Tuttavia si guarda attorno con interesse, parteggia per la Causa, intervista i capi – già
leggendari – di questa guerra servile, osserva postazioni e rappresaglie,
scrive, pensa, filosofeggia e, soprattutto, fotte.
Si potrebbe dire che è incalzato
da Astratti Furori, se non fosse che la foia che maggiormente lo preme è molto concreta e carnale
e trova ricco pascolo tra le guerrigliere del Sud, provocanti nelle loro divise
sommarie e un po’ discinte, come tutte le guerrigliere di assai liberi costumi,
irresistibili quando si lasciano togliere il mitra e sbattere sull’erba. Non
troppo femministe, però, visto che gradiscono le sveltine
e si prestano ad essere comunque chiavate dall’«invidiabile cazzo di minotauro»
(55), orgoglio e martirio del nostro protagonista. Povero Vanni: «Quale
bagaglio mistico si portava dietro? Il suo spazio ideologico restava in pratica
concluso nella caverna preistorica, per questo era così impacciato e insicuro
nella lotta. Mara al suo fianco palpitava, minuscolo buco nero percorribile da
una parte e dall’altra, all’infinito. Tuttavia non gli riusciva egualmente di
inquadrarla attraverso il suo telescopio immaginario» (p.69).
Sono infatti
enigmatiche queste femmine: donne di un oggi indefinito ma contemporaneo,
emancipate abbastanza da non dover rendere conto a nessuno sulla gestione della propria sessualità («decise
a godere con ghiotta avidità il maschio» 32), ma sufficientemente troglodite da
non usare né cellulari né computer per le trasmissioni di servizio (il romanzo
non lo dice, ma lascia pensare che ancora si usi il telefono da campo); capaci
di sprigionare un fascino oscuro e caparbio, come sbiadite fotocopie della Lupa
verghiana, ma anche di attingere al loro atavico retroterra di fattucchiere,
con armamentario di calderoni e vapori, artifici di metamorfosi zoomorfe e
incubi da sabba, con spreco di saggezza contadina e paremiologica; inclini
anche, forse per effetto di immemorabile sorellanza, a sdilinquimenti erotici con
mammane e befane lascive. Diverse pagine grandguignolesche e tenebrose si
intervallano e fanno da pendant, in
questo romanzo, alle numerose altre in cui si imbastiscono ipotesi di
fantapolitica e si ragiona di logistica e di strategie sovversive, e ad altre
ancora in cui il protagonista, talvolta con la superficialità apodittica che lo
contraddistingue, riflette su questioni socio economiche, non poi tanto
gratuite o pindariche, considerando il regionalismo riaffiorante adesso in
Italia, a dispetto di tanto vuota magniloquenza oratoria di principio: davvero,
vien da pensare, celebrare
i martiri del Risorgimento in un Paese dove la solidarietà nazionale è andata a
farsi benedire ha oggi qualcosa di macabro e di sleale, suona come l’ennesimo
raggiro perpetrato ai danni dei poveri
diavoli e a ludibrio della memoria.
Il nostro Vanni, cui non cale
granché del Risorgimento ma che si indigna che l’uomo sia tuttora «incapace di
controllare la storia» (84),
contempla accorato l’«italietta europapalina approdata a questa merdevole
tragedia […], con tutte le sue ingiustizie e le sue prevaricazioni classiste»; lamenta
la scomparsa dei militanti più onesti» e la sparizione «dei capi, opportunisti
che invece di fare la rivoluzione avevano perduto il loro tempo a scrivere
libri sulla rivoluzione, assicurandosi prebende e diritti d’autore, mentre
tutta la cultura italiana sprofondava nel servilismo più becero, nel secentismo
engagé» (ibid). Nel caos della prima guerra di secessione italiota che è
conseguita a tutto questo, si avvicendano ora stragi ed esecuzioni frettolose,
«scene di morte e desolazione che i giornalisti stranieri, provenienti «da
terre di raggiunto equilibrio, ultime tuli [sic] della felicità», osservano con
compassato distacco.
Ma in Sicilia la quête del protagonista sembra giunta a
un punto morto: «la lunga bava sanguinosa della Storia, che cosa aveva mutato
in ottocento anni, a parte il paesaggio con le puzzolenti raffinerie di
petrolio? E la Sicilia, o la stessa umanità, erano forse andate più in là per
quel che riguardava la libertà degli istinti sessuali, la libertà della poesia,
la libertà dell’anarchia, la libertà della libertà, il rifiuto delle strutture
sociali?» (102).
Sarà una visione, un miracolo, ad
insinuare l’idea – non troppo originale, in verità – dell’interminabile ciclo
che sempre torna al suo inizio e ad indicare al nostro eroe la via del
ricominciamento, che si consuma, guarda caso, nel grembo della donna, «porto
aromatico e fecondo […], frutto in espansione da cui la Storia muove alla riconquista
di se stessa» (105). Fantasmi e lamie, spettri e apparizioni giungono in
corteggio nelle pagine finali ad impartire la loro lezione di saggezza, a far
levitare gli amanti (che pure hanno consumato un amplesso sacrilego sui
sepolcri principeschi), tra musiche e creature alate, nello smaterializzarsi di
tutte le coordinate terrestri. Nel mezzo di una realtà di sangue e odio, il
Mistero torna a parlare all’uomo: ed ecco le mura delle chiese possono aprirsi
come gusci e far penetrare la luce del Creato, i re possono levarsi dalle loro tombe
e Federico II di
Svevia può tornare per qualche istante a incedere «avvolto nella sua stola
fiammeggiante», mentre attorno i luoghi trasfigurano, la Cattedrale di Palermo si
confonde irrimediabilmente con il Duomo
di Monreale, e il Pantocrator «sceso dal suo rifugio absidale», come
«Cristo-Allah», benedice Vanni e la sua ennesima provvisoria compagna, Zeudj la
libica, nuovi «Adamo ed Eva che ritornano alla gioia dell’Eden, rappacificati
con la collera divina» (103).
Chiuso il libro, si direbbe che
il romanzo sia stato scritto da un brillante ingegno
che, a partire da un’idea intrigante e provocatoria, da alcune certezze e da un
vissuto recente e tumultuoso abbia voluto far dire al suo protagonista troppe
cose, creando un personaggio la cui maschera spesso si assottiglia
pericolosamente facendo intravedere l’autore, i suoi convincimenti e le sue
idiosincrasie. Anche la torsione espressionistica del linguaggio, che
rappresenta una psicologia contesa tra ideologia, idealità e erotomania, lascia
talvolta sconcertati: che cosa vuol dire «datalizzare» (p.32)? siamo sicuri che
un «fallo anguilloso» (p. 40) risulti più inquietante che comico? ed è solo la decontestualizzazione della frase che fa
sembrare poco comprensibile il concetto secondo cui « la trasposizione cosmica
definisce meglio l’uomo» (p.100)? Un volume dal titolo accattivante, dunque,
partito da promettenti premesse di ideazione e capace di fornire interessanti
spunti di lettura e di meditazione politica, che avrebbe avuto bisogno, forse,
di essere ancora passato al labor limae
e rivisto allo specchio.
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