LETTURE
ANDREA GENOVESE
      

Mezzaluna con falcone e martello

 

Marina di Patti, Pungitopo Editrice, 2009,
pp. 117, € 15,00

    

      


di Simona Cigliana

 

 

Immaginate se la secessione auspicata dalla Lega Nord si facesse davvero – ma promossa e sostenuta, armi alla mano, dalle “plebi” del Sud. Provate a pensare cosa accadrebbe se il sogno democratico e radicale che aveva animato le correnti minoritarie del nostro Risorgimento, pure così generose nel versare il loro tributo di sangue, tornasse a prendere il sopravvento sullo sfondo di una Italia Parlamentare e corrotta, marcia di burocrazia e di clientelismo; se il realismo federalista tornasse di attualità, emergendo oggi, gonfio di rabbia e di frustrazione popolare, dai bassi napoletani, delle periferie di Bari, dalle borgate di Palermo, dai sassi lucani. Se le pacifiche popolazioni meridionali facessero esplodere le santabarbare della loro collera antica e «conficcassero le loro unghie nelle natiche dello Stato» (6), ribellandosi contro emiliani e longobardi, franco-piemontesi e austro-trentini, persino contro quei «friulani sperticati […] eterna e mormorante carne da macello di ogni italica tragedia» (7). Se, rendendosi conto di essere i discendenti di un popolo miceneo, i sudisti insorgessero contro quelle regioni «che sono soltanto un inconsapevole cantone svizzero», contro quei compatrioti con i quali non hanno in comune «né storia né cultura»: se, insomma, spirasse dal Sud  un vento di insubordinazione contro i padroni del Nord, e questo vento montasse nell’uragano di una guerra civile, le regioni del Centro a fare da ago della bilancia, Roma reclamata da ambo le parti, una Maremma dove  si attesta il solco di una resistenza che assomiglia ad una Linea Gotica; un Parco Nazionale d’Abruzzo «conteso polmone ecologico dello sbrindellato stivale»; gli Stati del Nordafrica che sostengono e foraggiano la rivolta del Meridione; l’America che appoggia i Bossi, i meneghini e gli euroemiliani.  Non una sollevazione di Pulcinella ma un vero conflitto: con allarmi e bombardamenti, con la lotta clandestina, la borsa nera  e la fame.

 

In tale scenario apocalittico, che sembra pertinente contraltare alla retorica celebrativa che comincia ad aleggiare a casa nostra in occasione dei 150 anni dell’Unità nonché adeguato contrappasso agli errori e alle malefatte collezionati in un secolo e mezzo di storia unitaria – si muove un giornalista, inviato di non si sa bene quale testata (la «Gazzetta del Mezzogiorno»?), che, per il suo reportage di guerra, viaggia con mezzi di fortuna dalle alture di Vinchiaturo fino alle piane del Matese, per approdare infine a Palermo, dove, in corso Calatafimi, si chiuderà, simbolicamente e – sembra di capire – tragicamente, la sua peripezia. Vanni, così si chiama il giornalista, «scrittore, corrispondente, fauno sotto mentite spoglie» (34), è una specie di nordista fedifrago, un intellettuale con il senso di colpa (gli altri combattono e lui scrive e strologa di Poesia), un militante che combatte a suo modo, con la penna, per la futura e auspicata Repubblica Popolare d’Italia; ma ce l’ha con i politici, anche con quelli che rappresentano il suo partito, e non può fare a meno di interrogarsi, insistentemente, sui Moventi e sui Principi, sulle Donne e sulla Storia, in qualsiasi situazione si trovi, al tempo stesso percependo l’incongruità di questo suo essere, e l’inadeguatezza della propria Coscienza Divisa di fronte alla lezione di concretezza che dovrebbe venirgli dagli eventi. Tuttavia si guarda attorno con interesse, parteggia per la Causa, intervista i capi – già leggendari – di questa guerra servile, osserva postazioni e rappresaglie, scrive, pensa, filosofeggia e, soprattutto, fotte.

 

Si potrebbe dire che è incalzato da Astratti Furori, se non fosse che la foia che maggiormente lo preme  è molto concreta e carnale e trova ricco pascolo tra le guerrigliere del Sud, provocanti nelle loro divise sommarie e un po’ discinte, come tutte le guerrigliere di assai liberi costumi, irresistibili quando si lasciano togliere il mitra e sbattere sull’erba. Non troppo femministe, però, visto che gradiscono le sveltine e si prestano ad essere comunque chiavate dall’«invidiabile cazzo di minotauro» (55), orgoglio e martirio del nostro protagonista. Povero Vanni: «Quale bagaglio mistico si portava dietro? Il suo spazio ideologico restava in pratica concluso nella caverna preistorica, per questo era così impacciato e insicuro nella lotta. Mara al suo fianco palpitava, minuscolo buco nero percorribile da una parte e dall’altra, all’infinito. Tuttavia non gli riusciva egualmente di inquadrarla attraverso il suo telescopio immaginario» (p.69).

Sono infatti enigmatiche queste femmine: donne di un oggi indefinito ma contemporaneo, emancipate abbastanza da non dover rendere conto a nessuno  sulla gestione della propria sessualità («decise a godere con ghiotta avidità il maschio» 32), ma sufficientemente troglodite da non usare né cellulari né computer per le trasmissioni di servizio (il romanzo non lo dice, ma lascia pensare che ancora si usi il telefono da campo); capaci di sprigionare un fascino oscuro e caparbio, come sbiadite fotocopie della Lupa verghiana, ma anche di attingere al loro atavico retroterra di fattucchiere, con armamentario di calderoni e vapori, artifici di metamorfosi zoomorfe e incubi da sabba, con spreco di saggezza contadina e paremiologica; inclini anche, forse per effetto di immemorabile sorellanza, a sdilinquimenti erotici con mammane e befane lascive. Diverse pagine grandguignolesche e tenebrose si intervallano e fanno da pendant, in questo romanzo, alle numerose altre in cui si imbastiscono ipotesi di fantapolitica e si ragiona di logistica e di strategie sovversive, e ad altre ancora in cui il protagonista, talvolta con la superficialità apodittica che lo contraddistingue, riflette su questioni socio economiche, non poi tanto gratuite o pindariche, considerando il regionalismo riaffiorante adesso in Italia, a dispetto di tanto vuota magniloquenza oratoria di principio: davvero, vien da pensare,  celebrare i martiri del Risorgimento in un Paese dove la solidarietà nazionale è andata a farsi benedire ha oggi qualcosa di macabro e di sleale, suona come l’ennesimo raggiro perpetrato ai danni  dei poveri diavoli e a ludibrio della memoria.

 

Il nostro Vanni, cui non cale granché del Risorgimento ma che si indigna che l’uomo sia tuttora «incapace di controllare la storia» (84), contempla accorato l’«italietta europapalina approdata a questa merdevole tragedia […], con tutte le sue ingiustizie e le sue prevaricazioni  classiste»; lamenta la scomparsa dei militanti più onesti» e la sparizione «dei capi, opportunisti che invece di fare la rivoluzione avevano perduto il loro tempo a scrivere libri sulla rivoluzione, assicurandosi prebende e diritti d’autore, mentre tutta la cultura italiana sprofondava nel servilismo più becero, nel secentismo engagé» (ibid). Nel caos della prima guerra di secessione italiota che è conseguita a tutto questo, si avvicendano ora stragi ed esecuzioni frettolose, «scene di morte e desolazione che i giornalisti stranieri, provenienti «da terre di raggiunto equilibrio, ultime tuli [sic] della felicità», osservano con compassato distacco.

Ma in Sicilia la quête del protagonista sembra giunta a un punto morto: «la lunga bava sanguinosa della Storia, che cosa aveva mutato in ottocento anni, a parte il paesaggio con le puzzolenti raffinerie di petrolio? E la Sicilia, o la stessa umanità, erano forse andate più in là per quel che riguardava la libertà degli istinti sessuali, la libertà della poesia, la libertà dell’anarchia, la libertà della libertà, il rifiuto delle strutture sociali?» (102).

 

Sarà una visione, un miracolo, ad insinuare l’idea – non troppo originale, in verità – dell’interminabile ciclo che sempre torna al suo inizio e ad indicare al nostro eroe la via del ricominciamento, che si consuma, guarda caso, nel grembo della donna, «porto aromatico e fecondo […], frutto in espansione da cui la Storia muove alla riconquista di se stessa» (105). Fantasmi e lamie, spettri e apparizioni giungono in corteggio nelle pagine finali ad impartire la loro lezione di saggezza, a far levitare gli amanti (che pure hanno consumato un amplesso sacrilego sui sepolcri principeschi), tra musiche e creature alate, nello smaterializzarsi di tutte le coordinate terrestri. Nel mezzo di una realtà di sangue e odio, il Mistero torna a parlare all’uomo: ed ecco le mura delle chiese possono aprirsi come gusci e far penetrare la luce del Creato, i re possono levarsi dalle loro tombe e Federico II  di Svevia può tornare per qualche istante a incedere «avvolto nella sua stola fiammeggiante», mentre attorno i luoghi trasfigurano, la Cattedrale di Palermo si confonde irrimediabilmente con il  Duomo di Monreale, e il Pantocrator «sceso dal suo rifugio absidale», come «Cristo-Allah», benedice Vanni e la sua ennesima provvisoria compagna, Zeudj la libica, nuovi «Adamo ed Eva che ritornano alla gioia dell’Eden, rappacificati con la collera divina» (103).

 

Chiuso il libro, si direbbe che il romanzo sia stato scritto da un brillante ingegno che, a partire da un’idea intrigante e provocatoria, da alcune certezze e da un vissuto recente e tumultuoso abbia voluto far dire al suo protagonista troppe cose, creando un personaggio la cui maschera spesso si assottiglia pericolosamente facendo intravedere l’autore, i suoi convincimenti e le sue idiosincrasie. Anche la torsione espressionistica del linguaggio, che rappresenta una psicologia contesa tra ideologia, idealità e erotomania, lascia talvolta sconcertati: che cosa vuol dire  «datalizzare» (p.32)? siamo sicuri che un «fallo anguilloso» (p. 40) risulti più inquietante che comico? ed è solo la decontestualizzazione della frase che fa sembrare poco comprensibile il concetto secondo cui « la trasposizione cosmica definisce meglio l’uomo» (p.100)? Un volume dal titolo accattivante, dunque, partito da promettenti premesse di ideazione e capace di fornire interessanti spunti di lettura e di meditazione politica, che avrebbe avuto bisogno, forse, di essere ancora  passato al labor limae e rivisto allo specchio. 

           

 




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