LETTURE
NANCY CITRO
      

Un gioco proibito


Edizioni Creativa, Napoli 2009, pp. 173, € 13,00

    

      


di Luca Brunelli

 

 

Amori, violenze e perversioni nella vita di Sandy

 

 

Aveva pensato di prendersi un giorno di permesso al lavoro per metabolizzare meglio, sia in caso di risposta positiva che negativa, la decisione del medico da cui sarebbe derivato, finalmente, il totale e definitivo cambiamento, fisico e morale, che le avrebbe permesso per sempre di diventare Sandy e abbandonare Marco. Marco l’aveva accompagnata per tutta la vita, ancora adesso era parte di lei. Marco rappresentava tutto ciò che lei non era e che per lungo tempo aveva dovuto fingere di essere.

 

Marco e Sandy: un’anima ed un corpo in evoluzione, il viaggio esistenziale di un individuo alla ricerca della propria identità psico-sessuale. Noncurante dello scotto di una sindrome patognomonica da pagare alla scienza e delle esposizioni al dileggio e al disprezzo dei meschini e alla tolleranza nauseante dei normali, la giovane scrittrice Nancy Citro porta la transessualità al centro dell’attenzione attraverso il suo romanzo d’esordio dal titolo Un gioco proibito. Il tema, divenuto di stretta attualità tramite i fatti di cronaca che hanno riguardato l’ex Presidente della Regione Lazio, Piero Marrazzo, e, ancor prima, mediante la partecipazione di Vladimir Luxuria all’attività politica del nostro Paese, viene tuttavia privato di tutti quegli elementi che, al contrario, finirebbero per costituirlo come un argomento di costume, intriso di valenze politiche, sociali e culturali. Sandy non è rappresentata come parte di una minoranza che condivide le proprie stigmate, generosamente offerte da una società, sedicentemente aperta, ma sostanzialmente indifferente, ipocrita, violenta, selettiva e denigratoria del diverso. Sandy, il “trans”, non è altro che una donna, semplicemente questo (per quanto l’aggettivo “semplice” possa a fatica associarsi alla delicata e composita sfera femminile). Una donna vera, travolta dal sentimento dell’amore, una donna che vive onestamente la propria condizione ed affronta le proprie emozioni con vigore, coraggio, senza timore di ogni sorta.

 

Aveva scoperto molto presto la propria vera natura. Aveva da sempre avuto una grande sensibilità che le aveva permesso di guardarsi dentro in maniera chiara e diretta. Per lei era difficile mentire, agli altri e a sé stessa. Quando non si è capaci di mentire le cose si complicano e la gestione dei desideri diventa una montagna da scalare, a mani nude e senza protezioni. Ricordava la sensazione di liberazione provata nel momento in cui era riuscita a tirare fuori il suo vero io, quella sensazione di benessere totale quando aveva capito chi realmente fosse e volesse essere.

 

Elemento catalizzatore del romanzo, nonché della vita stessa di tutti i soggetti che prendono parte alla narrazione, e non solo di Sandy, è il sesso. Il sesso è il vero protagonista sotteso della storia, ogni personaggio non potrebbe infatti muoversi tra le pagine del libro se non rapportandosi costantemente ad esso. Il sesso è qui inteso e vissuto in maniera eterogenea: esso diventa espressione d’identità, unico appiglio alla vita o viaggio irreversibile verso la morte, ma per ciascuno dei personaggi assume la valenza comune di un timone in grado, da un momento all’altro, di deviare la rotta del destino umano. L’autrice compie dunque un’attenta panoramica sul sesso, scovandone alcune sfaccettature possibili. La più articolata è senza dubbio quella relativa al personaggio principale, Sandy. In lei è evidente un continuo scontro interiore. La pratica sessuale è da lei intesa come una libera espressione d’amore e, parallelamente, come uno strumento di perdizione tramite cui esorcizzare gli abusi subiti per mano di un padre ormai sul punto di morte.

           

Sandy non era propriamente dell’umore giusto, non aveva voglia di sorridere, né tanto meno di dare l’impressione di essere felice quando dentro moriva, non era mai stata falsa nella sua vita. L’autenticità l’aveva sempre contraddistinta, era quello il motivo per il quale non aveva accettato di andare da suo padre morente. Tanti anni prima lui aveva ucciso lei, ora lui stava morendo e Sandy non aspettava altro per tutta la sua vita. Sono questi i sentimenti che non vanno detti, sarebbero troppo forti per persone che non capiscono cosa significa morire respirando in una stanza buia, a 4 anni, con un corpo sopra di te che non riconosci e che sta rubando la tua innocenza, il tuo sorriso, il tuo domani. Deturpata, umiliata, ferita, sporcata dal più alto dei sentimenti, l’amore!! Nessuno le avrebbe ridato la sua infanzia, la sua delicatezza, i suoi occhi da bambina. Nessuno.

 

Orrori giornalieri, infiniti, senza tempo. Angeli costretti all’inferno, vittime della feccia diabolica che riempie il mondo. Ancora una volta il sopruso può essere letto come l’espressione di un impulso malato, che inevitabilmente influenza l’espressione sessuale stessa di chi lo subisce. Sandy affronta la dura sfida di chi vorrebbe considerare il sesso come la più intima ed elevata espressione d’amore. E lo fa cercando di sopprimere quell’istinto perverso, indotto dal trauma dell’abuso, che la spinge a cercare un’espiazione immotivata nella viziosità dell’atto sessuale stesso, attraverso cui autoinfliggersi un’equa punizione per una responsabilità che invece non le appartiene.

 

Il suo macchiarsi alla tenera età di quattro anni della debolezza di non essersi opposta alle attenzioni di chi avrebbe dovuto proteggerla, non lo aveva mai perdonato a se stessa. Aveva sempre pensato di essere una persona terribile per aver permesso a suo padre di farle quello che le aveva fatto. Pensava che in fondo era stata lei a provocarlo, o che tutto sommato lo aveva voluto anche lei, altrimenti si sarebbe ribellata. Nessuno mai le aveva spiegato che i suoi occhi di bambina non potevano vedere la mostruosità di quei gesti adulti; i suoi occhi ingenui e fiduciosi non potevano vedere con lucido sdegno quell’uomo che diceva di volere bene; i suoi occhi avevano solo visto un amore naturale, il più vero degli amori, che si trasformava in una perversione disumana e non poteva saperlo, non poteva capirne il confine, la differenza. Lui era suo padre e lei la sua piccola.

La storia di Sandy si racconta, quasi da sola. L’autrice, nel bene e nel male, ne diviene un tramite, una penna che si agita con frenesia, talvolta impietosamente, da una vicenda all’altra, perdendo tuttavia l’opportunità di far detonare quell’apparente forza intrinseca che sembrerebbe invece caratterizzare alcuni dei personaggi da lei creati, primo su tutti la protagonista stessa. La verità non viene urlata, rimane chiacchierata. La descrizione, pagina dopo pagina, prosegue in bilico tra una denuncia mai troppo aspra ed immagini che rimandano ad una letteratura rosa già consumata nei due decenni scorsi. Un gioco proibito concede tuttavia al lettore uno stimolo alla riflessione e ad una seria presa di coscienza di situazioni che si ripetono con puntuale ricorrenza tra i fatti di cronaca di tutto il mondo. Leggendo, si trova la forza di guardare in faccia una realtà che il più delle volte sentimenti come la paura, l’orgoglio, l’insicurezza o l’indifferenza tentano di nascondere dietro un omertoso sipario famigliare.




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