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di Luca
Brunelli
Amori, violenze e perversioni nella vita di Sandy
Aveva pensato di prendersi un
giorno di permesso al lavoro per metabolizzare meglio, sia in caso di risposta
positiva che negativa, la decisione del medico da cui sarebbe derivato,
finalmente, il totale e definitivo cambiamento, fisico e morale, che le avrebbe
permesso per sempre di diventare Sandy e abbandonare Marco. Marco l’aveva
accompagnata per tutta la vita, ancora adesso era parte di lei. Marco
rappresentava tutto ciò che lei non era e che per lungo tempo aveva dovuto
fingere di essere.
Marco e Sandy: un’anima ed un corpo in evoluzione, il viaggio esistenziale
di un individuo alla ricerca della propria identità psico-sessuale. Noncurante dello scotto di una
sindrome patognomonica da pagare alla scienza e delle esposizioni al dileggio e
al disprezzo dei meschini e alla tolleranza nauseante dei normali, la giovane
scrittrice Nancy Citro porta la transessualità al centro dell’attenzione
attraverso il suo romanzo d’esordio dal titolo Un gioco proibito. Il tema, divenuto di stretta attualità tramite i
fatti di cronaca che hanno riguardato l’ex Presidente della Regione Lazio,
Piero Marrazzo, e, ancor prima, mediante la partecipazione di Vladimir Luxuria all’attività
politica del nostro Paese, viene tuttavia privato di tutti quegli elementi che,
al contrario, finirebbero per costituirlo come un argomento di costume, intriso
di valenze politiche, sociali e culturali. Sandy non è rappresentata come parte
di una minoranza che condivide le proprie stigmate, generosamente offerte da
una società, sedicentemente aperta, ma sostanzialmente indifferente, ipocrita,
violenta, selettiva e denigratoria del diverso. Sandy, il “trans”, non è altro
che una donna, semplicemente questo (per quanto l’aggettivo “semplice” possa a
fatica associarsi alla delicata e composita sfera femminile). Una donna vera,
travolta dal sentimento dell’amore, una donna che vive onestamente la propria
condizione ed affronta le proprie emozioni con vigore, coraggio, senza timore
di ogni sorta.
Aveva scoperto molto presto la
propria vera natura. Aveva da sempre avuto una grande sensibilità che le aveva
permesso di guardarsi dentro in maniera chiara e diretta. Per lei era difficile
mentire, agli altri e a sé stessa. Quando non si è capaci di mentire le cose si
complicano e la gestione dei desideri diventa una montagna da scalare, a mani
nude e senza protezioni. Ricordava la sensazione di liberazione provata nel
momento in cui era riuscita a tirare fuori il suo vero io, quella sensazione di
benessere totale quando aveva capito chi realmente fosse e volesse essere.
Elemento catalizzatore del romanzo, nonché della vita stessa di tutti i
soggetti che prendono parte alla narrazione, e non solo di Sandy, è il sesso.
Il sesso è il vero protagonista sotteso della storia, ogni personaggio non
potrebbe infatti muoversi tra le pagine del libro se
non rapportandosi costantemente ad esso. Il sesso è qui inteso e vissuto in
maniera eterogenea: esso diventa espressione d’identità,
unico appiglio alla vita o viaggio irreversibile verso la morte, ma per ciascuno dei personaggi assume la valenza comune di un timone in
grado, da un momento all’altro, di deviare la rotta del destino umano. L’autrice
compie dunque un’attenta panoramica sul sesso, scovandone alcune sfaccettature
possibili. La più articolata è senza dubbio quella relativa al personaggio
principale, Sandy. In lei è evidente un continuo scontro interiore. La pratica
sessuale è da lei intesa come una libera espressione d’amore e, parallelamente,
come uno strumento di perdizione tramite cui esorcizzare gli abusi subiti per
mano di un padre ormai sul punto di morte.
Sandy non era propriamente
dell’umore giusto, non aveva voglia di sorridere, né tanto meno di dare
l’impressione di essere felice quando dentro moriva, non era mai stata falsa
nella sua vita. L’autenticità l’aveva sempre contraddistinta, era quello il
motivo per il quale non aveva accettato di andare da suo padre morente. Tanti
anni prima lui aveva ucciso lei, ora lui stava morendo e Sandy non aspettava
altro per tutta la sua vita. Sono questi i sentimenti che non vanno detti,
sarebbero troppo forti per persone che non capiscono cosa significa morire
respirando in una stanza buia, a 4 anni, con un corpo sopra di te che non
riconosci e che sta rubando la tua innocenza, il tuo sorriso, il tuo domani.
Deturpata, umiliata, ferita, sporcata dal più alto dei sentimenti, l’amore!! Nessuno le avrebbe ridato la sua infanzia, la sua
delicatezza, i suoi occhi da bambina. Nessuno.
Orrori giornalieri, infiniti, senza tempo. Angeli costretti all’inferno, vittime
della feccia diabolica che riempie il mondo. Ancora una volta il sopruso può essere letto come l’espressione
di un impulso malato, che inevitabilmente influenza l’espressione sessuale
stessa di chi lo subisce. Sandy affronta la dura sfida di chi vorrebbe
considerare il sesso come la più intima ed elevata espressione d’amore. E lo fa
cercando di sopprimere quell’istinto perverso, indotto dal trauma dell’abuso,
che la spinge a cercare un’espiazione immotivata nella viziosità dell’atto
sessuale stesso, attraverso cui autoinfliggersi un’equa punizione per una
responsabilità che invece non le appartiene.
Il suo macchiarsi
alla tenera età di quattro anni della debolezza di non essersi opposta alle
attenzioni di chi avrebbe dovuto proteggerla, non lo aveva mai perdonato a se
stessa. Aveva sempre pensato di essere una persona terribile per aver permesso
a suo padre di farle quello che le aveva fatto. Pensava che in fondo era stata
lei a provocarlo, o che tutto sommato lo aveva voluto anche lei, altrimenti si
sarebbe ribellata. Nessuno mai le aveva spiegato che i suoi occhi di bambina
non potevano vedere la mostruosità di quei gesti adulti; i suoi occhi ingenui e
fiduciosi non potevano vedere con lucido sdegno quell’uomo che diceva di volere
bene; i suoi occhi avevano solo visto un amore naturale, il più vero degli
amori, che si trasformava in una perversione disumana e non poteva saperlo, non
poteva capirne il confine, la differenza. Lui era suo padre e lei la sua
piccola.
La
storia di Sandy si racconta, quasi da sola. L’autrice, nel bene e nel male, ne
diviene un tramite, una penna che si agita con frenesia, talvolta
impietosamente, da una vicenda all’altra, perdendo tuttavia l’opportunità di
far detonare quell’apparente forza intrinseca che sembrerebbe invece caratterizzare
alcuni dei personaggi da lei creati, primo su tutti la protagonista stessa. La
verità non viene urlata, rimane chiacchierata. La descrizione, pagina dopo
pagina, prosegue in bilico tra una denuncia mai troppo aspra ed immagini che
rimandano ad una letteratura rosa già consumata nei due decenni scorsi. Un gioco proibito concede tuttavia al
lettore uno stimolo alla riflessione e ad una seria
presa di coscienza di situazioni che si ripetono con puntuale ricorrenza tra i
fatti di cronaca di tutto il mondo. Leggendo, si trova la forza di guardare in
faccia una realtà che il più delle volte sentimenti come la paura, l’orgoglio, l’insicurezza
o l’indifferenza tentano di nascondere dietro un omertoso sipario famigliare.
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