di
Ignazio Delogu
È trascorso poco più di un mese dai dieci
anni della morte/resurrezione di Rafael Alberti: 31 Dicembre 1999, 97 anni
dalla nascita: 16 Dicembre 1902.
Coincidenze e consonanze hanno una qualche
importanza nella vita di tutti gli uomini. Ne hanno una particolare nella vita
degli artisti, degli scrittori, dei poeti. Tesi, come essi sono, all’ascolto di
quante consonanze e discordanze segnano la loro vita, affollano la loro vista,
invadono il loro udito.
Ci sono anche i sordi, naturalmente. E tanti!
Ma non è certo il caso di Alberti. Il quale, per tutta la sua lunga esistenza,
non ha fatto che ascoltare le voci che salivano dai campi (quelle dei contadini
vittime della crisi che colpì duramente l’Andalusia agricola e vinicola,
proprio nell’anno della sua nascita); quelle che si levavano dalle strade e dai
marciapiedi delle città invasi dalla folla di braccianti e di contadini espulsi
dalle campagne durante e dopo la prima guerra mondiale, e persino dai
sotterranei della metropoli, abitati da angeli spesso minacciosi e vendicativi,
o da hombres deshabitados, espulsi,
eruttati, viene voglia di dire, dalle viscere tenebrose della città attraverso
un tombino di alcantarillas, di
fognature.
Ad esse si sommarono le voci di protesta
degli operai, degli studenti, degli intellettuali negli anni precedenti la Repubblica del 1931,
che videro Alberti fra i dimostranti, autore di quell’Elegia Civica “Con los zapatos puestos tengo que morir”, che è uno
degli atti “testimoniali” più violenti e sinceri dell’Alberti rivoluzionario ante litteram.
Vennero dopo le voci dei bambini affamati
dell’Estremadura (vedi la poesia corrispondente e l’atto d’accusa che contiene,
in Poeta en la calle, O.C., cit. p.
53), dei minatori delle Asturie vittime di una sanguinosa repressione (1934),
dei miliziani nelle trincee della guerra civile e, dopo la sconfitta, dei torturati e dei reclusi repubblicani
nelle carceri franchiste.
Verranno nei tragici anni successivi, le voci
soffocate dai lager nazisti, dalle carceri fasciste, dai gulag sovietici, da
quelle dell’Anatolia, dov’era sepolto il poeta Nazim Hikmet; dalla Grecia dei
colonnelli e dai disperati e umiliati dei continenti della fame, l’Africa e
l’Asia. Mentre non cessano le voci dei condannati, dei torturati, dei garrotati
per volontà del dittatore Franco e per la mano dei suoi sgherri.
Verranno, poi, il grido di dolore e di
rabbia, prima della vittoria, dei guerriglieri vietnamiti e, infine, le voci
dei tanti argentini e cileni massacrati dai militari golpisti. E il silenzio
della voce spenta del “querido confraire” Pablo Neruda.
In virtù della sua valenza memorialista e
testimoniale, Alberti costruisce la sua poesia tra riscatto e anticipazione,
tra un passato testimoniato dalla sua
esperienza esistenziale e un futuro
annunciato dalla sua sensibilità.
Fra i poeti della Generazione Alberti è il solo che abbia una concreta e chiara
percezione della realtà politica e sociale del suo paese. E più avanti, negli
anni dell’esilio, della più generale realtà politica e sociale del mondo in via
di globalizzazione.
Aldilà delle sue varie denominazioni, la
natura del fascismo gli è chiara. Come pure quella del capitalismo. Che Alberti
sia sempre stato dalla parte dei lavoratori, da non confondere tout court con i più deboli, e con gli
umili, è cosa nota. Eletto alle Cortes dopo il suo ritorno in Spagna, qualche
mese dopo si dimette a favore di un operaio
secondo eletto nel distretto di Cadice!
La sua percezione “classista” è sorprendente
e immediata. Senza fanatismi, Alberti è dalla parte dei lavoratori, contro i
padroni sfruttatori, avidi e cinici. È sufficiente leggere le poesie scritte
immediatamente prima e dopo l’avvento della Repubblica, quando gli
intellettuali e gli artisti in generale, messi di fronte a nuove e più
impegnative scelte e responsabilità, cominciano a tentennare e a dividersi.
La divisione passa anche all’interno della Generazione. Neanche l’assassinio di
Federico García Lorca riuscirà a
ricompattarla. Gerardo Diego e J. M.
Peman e altri si schiereranno dalla parte dei faziosi e della dittatura. E
neanche quando Miguel Hernández
morirà in carcere, a guerra finita, nessuna voce si leverà da quei poeti
schieratisi a fianco dei vincitori.
Con loro Alberti non firmerà mai nessun
armistizio. La sua intransigenza, il suo”comunismo” gli costeranno il Nobel.
C’è da giurarlo. Nessun Comitato per il Nobel ad Alberti, si è mai costituito
né in Spagna – cosa comprensibile – né in altri paesi d’Europa, né in Argentina
e in America Latina.
Eppure Rafael guardava al cosiddetto mondo
socialista con un non dissimulato disincanto. Mitigato, certo, dalla sua
condizione di esule, di senza patria. Sempre pronto, però, a sostenere rivendicazioni
di libertà e di giustizia provenienti dall’USS e dalle “Democrazie popolari”.
Ricordo una visita di Ilya Ehremburg a Roma.
L’autore del “Disgelo” incontrò Alberti nella Casa della Cultura, in Via
Arenula, in occasione di una mia conferenza. Ero appena tornato dalla Spagna e
feci un appassionato resoconto dei vari modi nei quali si manifestava nel Paese
la resistenza al franchismo.
Rafael era entusiasta, commosso. Alla fine si
rivolse a Ehremburg e gli chiese: “Quando succederà qualcosa di simile anche da
voi?”. Ehremburg rispose: “Così mai. In altro modo, forse...”.
Nonostante le sue frequentazioni e le sue
permanenze nell’URSS e nei paesi “socialisti”, Alberti guardava con scetticismo
quelle costruzioni politiche. Il socialismo continuava a essere per lui un non luogo, l’Utopia.
Contrariamente a Neruda, Alberti non ha mai
avuto la pretesa di essere il Vate. Il potere, anche quello poetico, non lo
tentava. La sua poesia nasceva dalla strada, dai marciapiedi. Voleva essere,
era, poesia civile, non immediatamente politica. Voleva parlare con la voce del
popolo, essere con lui nella lotta, raccontarlo, aiutarlo, sostenerlo.
Del resto, la predilezione di Alberti per la
strada non si evince da tutta la sua poesia? Le strade di Madrid, le strade di
Roma, coi sampietrini, le “piedras puntiagudas” che rendevano difficili le sue passeggiate
in Trastevere. Non è un caso che uno dei suoi libri più belli si chiami “Roma pericolo per i viandanti”.
Un’altra volta, ancora di ritorno dalla
Spagna, gli riferii del mio incontro a Madrid col marito di Dolores Ibarruri,
“Pasionaria”. Gli avevo chiesto dei lunghi anni trascorsi nell’URSS. Mi aveva
risposto” “Sono grato all’URSS, mi ha accolto, mi ha dasto un lavoro e ho
lavorato tutta la vita. Ma quanto a socialismo, nì pizca!”. Neanche un pizzico. Rafael applaudì: “Neanche io ne ho
visto mai neanche un po’”.
Le vicende personali hanno spesso collocato
Alberti nei luoghi nei quali la storia si rende più visibile. Gli accadde nei
giorni del soggiorno a Ibiza con Maria Teresa, proprio durante l’alzamiento. García Lorca che aveva promesso di raggiungerli
preferì tornare a casa, a Granada, sfuggendo la morte che stava per aggredirlo
proprio lì, come Neruda aveva intuito da un sogno premonitore
Gli accadde nella Berlino degli anni
dell’affermazione del nazismo. E ancora Buenos Aires, la città che dovette
lasciare presentendo l’ondata di illibertà e di violenza che vi si sarebbe
abbattuta.
La sua lunga vita gli consentì di essere
testimone della guerra del Vietnam, della dittatura dei colonnelli in Grecia, dei
crimini dei golpisti Cileni e della morte di Pablo Neruda, l’indimenticabile
“confraire”.
La vita, e la poesia, di Rafael Alberti sono
piene delle voci degli umiliati e offesi, alle quali si sommano le immagini
delle tragedie conosciute e vissute.
Le “Canciones
del Alto Valle del Aniene” non ne sono esenti. Al contrario. Nella quiete,
nella lontananza, spesso avvertite con un senso di colpa, risuonano le voci
gridate dalle radio, stampate sulle pagine dei giornali, degli umiliati e
offesi di ogni parte del mondo.
Di quelle voci il Poeta si fa eco. Le
rilancia, le amplifica, le diffonde per vincere il silenzio, la pace che lo
circondano nel suo “buen retiro”. Di esse Alberti si fa garante e testimone.
Alberti “memorialista”, dunque. Nella
“Arboleda”. Ma non solo. Pressoché tutta l’opera di Alberti in prosa e in
poesia, indipendentemente dalla varietà degli strumenti usati, ha valore
memorialistico e, io aggiungerei, testimoniale. Ben oltre l’inevitabile, ma non
limitante – come giustamente osserva Grilli – carattere autobiografico e, in
certa misura, gratificante, della “Arboleda”.
A quel genere vanno ascritti pienamente gli
articoli e le conferenze raccolte nel volume “Prosas encontradas”, edito nel 1970 dalla madrilena Editorial
Ayuso, a cura di Robert Marrast e frutto delle sue ricerche, rimaste ignorate
per tanto tempo a causa della perdita della biblioteca personale del poeta,
conseguente al suo abbandono della Spagna dopo la fine della guerra civile.
Esse sono state pubblicate in
Italia sotto il titolo “Il quartiere dei
profeti. Saggi e racconti 1929-1960” (De Donato, Bari
1974). Caratteristico di queste prose è
il loro alto quoziente di riflessione e di ripensamento, anche se esso non appartiene
soltanto alla prosa, ma è presente anche nella poesia. Come dimostrano
ampiamente, per non fare che due esempi, le riflessioni in prosa che
accompagnano i “Poemas de Punta del Este”
(1945-1956) e le “Canciones del Alto
Valle del Aniene”, a distanza di alcuni decenni!
Alberti memorialista e
testimone del XX secolo spagnolo, europeo, latinoamericano e, poco ci manca,
planetario. Lo attestano i suoi viaggi in Cina (1957), in Corea, nell’URSS (in
realtà dei ritorni, dopo il primo viaggio nel 1931, al quale aveva fatto
seguito, nel 1932, un lungo viaggio per i paesi scandinavi: Danimarca e
Norvegia e poi anche in Belgio e in Olanda, dove assiste al Primo Congresso
Mondiale contro la guerra, presieduto da Henri Barbusse), nei paesi dell’Est
europeo (fra il 1951 e il 1955), in Polonia, Romania, Cecoslovacchia, Germania
Orientale) e in America latina (1960-1961): Venezuela, Cuba, Colombia, Cile,
Messico, Perù e negli Stati uniti, a New York.
Alberti divide con Pablo Neruda questa
funzione testimoniale ma, senza nulla
togliere al grande cileno, la sua testimonianza è meno gridata, più intima e
interiorizzata, oltre che non meno vasta la sorte ha voluto – ma la sorte
bisogna anche a andare a cercarsela – che Alberti si sia trovato molto spesso
nel posto giusto al momento giusto. Vale a dire, nei crocevia della storia
dell’umanità nel XX secolo: il “suo” secolo, quello da lui abitato e vissuto
per tutta la sua durata!
Rafael Alberti è il solo poeta della
Generazione del ’27 che ha abbracciato l’intero secolo (1902-1999), del quale è
stato testimone con la sua esistenza, la sua poesia, il suo impegno civile.
Egli non é stato solo consapevole del valore testimoniale della sua opera, ma
ne ha rivendicato apertamente e
orgogliosamente la responsabilità. È il caso di ricordare quel verso “Yo nací, respetadme con el cine!” di...
Gli è che Alberti ha vissuto, certificato e
testimoniato momenti cruciali della storia del XX secolo, e della sua stessa
esperienza. A cominciare da determinati eventi, come la fillossera, che si
abbatté come un flagello sull’agricoltura dei paesi del Mediterraneo, colpendo
duramente la viticoltura andalusa, provocando l’impoverimento della classe
proprietaria della quale gli Alberti erano parte niente affatto secondaria.
La famiglia Alberti conobbe non solo una
drammatica decadenza economica, ma anche una ancor più dolorosa perdita del suo
ruolo sociale, testimoniata ampiamente nelle pagine forse più dolorose del I
vol. della “Arboleda perdida”.
Alla crisi della viticoltura e, più in
generale, dell’intera economia andalusa, fece seguito una certa colonizzazione
da parte di imprenditori inglesi, della quale i Therry furono gli esponenti più
significativi.
Conseguenza di quella crisi fu anche il
trasferimento (1912, Rafael ha dieci anni) degli Alberti dal Puerto de Santa
Maria a Madrid, da inscrivere, peraltro, nel più vasto fenomeno
dell’urbanizzazione e, più prosaicamente, della fuga dalle campagne di decine
di migliaia di braccianti e di contadini, causata da un’ulteriore e più
generale crisi dell’intera economia spagnola, conseguenza del crollo delle
esportazioni verso i paesi belligeranti della I guerra mondiale, già nel corso
del conflitto, accentuatasi dopo la sua conclusione.
Il degrado della famiglia, il suo profondo
disagio psicologico e morale, è drammaticamente rappresentato dalla riduzione
del padre del Poeta, da produttore e commerciante di vini, a “corredor”, cioè a
commesso viaggiatore per conto dei nuovi produttori, fra i quali i Therry,
appunto.
Era la fine della “infanzia vinicola y
pesquera”, già amareggiata, peraltro, dalla consapevolezza di essere “gli
esterni, / i collegiali delle famiglie già in declino” (Colegio S.J., in “De un momento a otro - Poesia e Historia - 1934-39“, O.C., cit., p. 369).
Accenno qui alle conseguenze più immediate di
quella nuova condizione paterna: il viaggio di Rafael, in compagnia del padre e
del fratello Vicente, entrambi in qualità di “corredores”, per la Castiglia e il Leon, che
doveva ispirare uno dei suoi libri più sensibili e godibili, “La amante”
(1925), primo tassello della sterminata “geografia” albertiana, nel quale la
nostalgia del mare gaditano e la rivendicazione del primato dell’Andalusia
sulla Castiglia (“!Castellanos de Castilla, / nunca habéis visto la mar!” e,
ancora, “Castilla tiene castillos, / pero no tiene una mar”), si fondono col
piacere della scoperta di un’altra Spagna non meno amabile e ormai amata.
Di quel trasferimento a Madrid, vissuto come
un esilio, nella grigia e ostile Calle de
Atocha, restano ampie testimonianze nel già citato vol. I della “Arboleda
perdida” e in “Marinero en Tierra”, 1923-1924. (“Mi corazόn, repartido / entre la ciudad y el campo”, e
“el mar. La mar./ El mar. !sόlo la mar! // ¿Por qué me trajíste, padre, / a la
ciudad? // ¿Por qué me desenterraste / del mar? // En sueños, la marejada / me tira del corazόn. / Se lo quisiera llevar. // Padre, ¿por qué me trajiste / acá?”, e ancora: “Si yo nací campesino, / si yo nací marinero, / por qué me
tenéis aqui, / si este aqui yo no lo
quiero? // El mejor dia, ciudad, / a quien jamás he querido, / el mejor dia –
silencio! – habré desdaparecido.”).
La riconciliazione del poeta con Madrid
avverrà con la mediazione della pittura e con l’insorgere della vocazione
poetica (1921) che lo condurrà alla Residencia
de Estudiantes, dove diventerà amico di García Lorca, di Salvador Dali, di Luis Buñuel e di Moreno Villa.
Sino alla definitiva consacrazione poetica
con l’assegnazione del Premio Nacional de
Literatura (1925) da parte di una giuria della quale facevano parte i due
maggiori poeti del tempo, Antonio Machado e Juan Ramon Jiménez.
Tra il Museo del Prado, dove Rafael copia i croquis delle statue dell’antichità
classica, e l’Accademia di Pittura di San Fernando, nella centralissima Calle Alcalá, si colloca la città che Alberti esplorerà
per prima, in una quasi assoluta solitudine, che farà di lui un adolescente
inquieto, difficile, scontroso.
Ed è in quell’adolescente che matura una
sorta di rancore sociale, frutto della accennata frustrazione famigliare, che
lo conduce a una ribellione o a un ribellismo, meglio, che prima di essere
politico é estetico, come dimostra la sua adesione al cubismo e, in maniera
ancor più inequivocabile, quel “Friso ritmico de un solo verso: Para la frente
de tu caballo blanco”, da me riprodotto nella quarta di copertina dell’Oscar
Mondadori, Per conoscere Rafael Alberti,
Milano 1992.
Accanto al pittore di quadretti di genere,
dipinti all’aria aperta – qualcuno ne ho ritrovato anch’io, a Madrid, in casa
della nipote di Rafael, figlia di Vicente, proveniente dalla casa della Calle Lagasca e dalla mitica heladera, dove pare fossero finiti,
assieme alle prime poesie che mi furono consegnate dalla medesima Teresita, e
poi da me tradotte e pubblicate (cfr. “Obiettivi”, Trimestrale letterario.
Nuova serie - Anno II - n. 4 ott.-dicembre 1972, Rafael Alberti. Poesie giovanili. 1920 - 1923, pagg. 35-51): ben
25, rispetto alle sei recuperate dal Poeta nelle riviste Horizόn e Alfar
e pubblicate nella edizione delle O.C.,
a cura di Aitana Alberti ( Madrid, Aguilar 1967), per altro incompleta a causa
delle assenze imposte dalla censura franchista.
Alberti “memorialista” testimonierà anche
delle trasformazioni della capitale. Non solo l’apertura del primo
cinematografo nella Carrera de San
Jeronimo, prossima alle Cortes Españolas e alla fontana del Nettuno, nell’omonima piazza, ma anche il sorprendente
mutamento dell’arredo urbano, l’introduzione del tram elettrico, l’ampliamento
della Metropolitana, l’apertura della Telefonica in Fuencarrál, la comparsa dell’automobile che
rivoluzionerà il traffico urbano.
Cal
y Canto (1926-1927) è il
frutto di quel lungo apprendistato urbano e di una non meno lunga e tormentata
incubazione, testimoniata da componimenti come “Guia estival del paraiso”,
“Estaciόn del Sur”, “Madrigal del billete de tranvía”, “Venus en ascensor”, dove compaiono
treni, ventilatori, automobili, bar e cantine, un campo d’aviazione,
biciclette, funicolare, semafori in una enumerazione niente affatto caotica, ma
che risente indubbiamente della lezione “creacionista” del cileno Vicente
Huidobro e dei suoi cinque libri di poesia (El
espejo de agua, Ecuatorial, Poemas árticos, Halalí,
Tour Eiffel) pubblicati in
Spagna nel 1918, anno della sua seconda permanenza madrilena, già metabolizzati
dall’avanguardia “ultraista” di Rafael
Cansinos Asséns e da Gerardo Diego.
Se Giménez Caballero produrrà il suo
“romanzo” (Inspector de alcantarillas),
in qualche misura condizionato dall’influenza del futurismo italiano, quanto
meno nel suo approccio “macchinista”, Alberti farà emergere dalle stesse
“alcantarillas” l’inquietante figura di “El hombre deshabitado” il quale, non a
caso, anche se all’apparenza parrebbe di si, veste la tuta blu, “el mono azul”
dell’operaio. (Si badi alla coincidenza fra quel primo “mono azul” e l’omonimo
titolo della rivista della Asociaciόn de escritores Antifacistas, che sostituirà “Octubre”. Revista de
artistas revolucionarios (1934), subito dopo l’inizio della guerra civile
(1936), e renderà possibile il leggendario “Romancero general de la Guerra Civil española”.
Della coincidenza di poesia e pittura
nell’immaginario albertiano testimoniano i primi, in assoluto, versi da lui
scritti la notte stessa della morte del padre: (marzo 1920): “... il tuo corpo
/ lungo e solido / come le statue del Rinascimento / e certi fiori avvizziti /
di un morbido biancore”.
Gli anni madrileni, sin quasi al 1924, sono
quelli dell’esplorazione della città (interrotta dalla “deriva marinara”
rappresentata dalla composizione di “Marinero en Tierra” (1923-1924) in
solitario, ma anche con gli amici ormai acquisiti nell’ospitale Residencia de estudiantes della Calle del Pinar. La cui collocazione
sospinge Alberti, non più ubicato nella Calle
Atocha ma nella più centrale Calle
Lagazca, a estendere la conoscenza della geografia cittadina ben oltre il
perimetro tracciato dall’incrocio del Paseo
de la Castellana
(Recoletos) e il suo prolungamento
nel Paseo del Prado, con Calle Alcala e Gran Via, all’incrocio con la fontana de las Cibeles, dominata dal palazzo de Correos, sino alla Plaza
del Callao e alla Plaza de Oriente.
Ma Alberti esplora contemporaneamente anche el casco historico, cioè il ventre di
Madrid con le sue plazuelas, le sue glorietas i suoi mercati, le sue
trattorie, i suoi caffè con le loro tertualias.
Anche di questa geografia urbana il “memorialista” Alberti ci offrirà
testimonianza nelle poesie citate di Cal y Canto.
All’esplorazione in superficie della città,
seguirà quella della città sotterranea, della quale testimonia il testo forse
più consapevolmente “surrealista”, “Sobre
los ángeles” (1927-1928). L’origine di quel libro (sono parole di Alberti, O.C.., Aguilar 1967, p. XII) sta
nell’esplosione di sentimenti così linneanamente elencati: “Amor. Ira. Cόlera. Rabia. Fracaso. Desconcierto”. Il poeta
tocca il fondo della sua crisi esistenziale.
Il suo superamento avverrà nel biennio
successivo, quando conosce la scrittrice
Maria Teresa Leόn, come testimonia
egli stesso con precisione quasi notarile, nella splendida poesia “Retornos del
amor recién aparecido” che apre la
II sezione dei “Retornos de lo vivo lejano” (1948-1956):
“Cuando tu apareciste, / penaba yo en la entrana mas profunda de una cueva sin
aire e sin salida.”, e nei successivi diciannove “Retornos”, spendida, appassionata,
reiterata dichiarazione d’amore, senza eguali nella poesia d’amore del
Novecento.
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Rafael Alberti e la moglie María Teresa León, ritratti in Salvador nel 1935
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Quasi in aperta contraddizione – ma si tratta
di un tratto costante della personalità di Alberti - le poesie dedicate ai
grandi “tontos” del cinema muto. Lo stesso Rafael si iscriverà fra quei
“tontos”, attribuendosi l’autodenominazione “tonto”: “Yo era un tonto y lo que he visto me ha hecho más tonto” (1929). A proposito di quei componimenti Alberti dirà: “Yo desde
aquella década (1920-1930) ya tan lejana, nunca he rechazado la broma, el
divertimiento poético, que de cuando en cuando se me presenta bajo diversas
formas y esigencias” (O.C., cit., p.
413).
Nasce in questa occasione quel “tonto de
Rafael” che accompagnerà il poeta per tutta la vita, scandita dai soliti,
cordiali bisticci con Maria Teresa, che lo interpellerà col suo “no seas tonto,
Rafael”, versione antifrastica della primitiva auto denominazione.
(Da notare anche in questo caso, la profonda
differenza fra Alberti e Neruda: mentre il cileno tende ad autodenominarsi
encomiasticamente – si pensi all’autodenominazione “Capitàn”, lo spagnolo
manifesta la tendenza contraria, a collocarsi un po’ al di sotto, o al
margine, della comune condizione).
Approfitto, qui, per accostare a quella
un’altra definizione che, non senza malizia, accompagnerà sempre Rafael, quella
di “empecinado” o testardo, riproposta sul quotidiano madrileno “ABC”, dal non
innocente J. M. Peman, prima sodale poi accerrimo avversario (il monarchico
Peman si schierò con i nazionalisti di Franco e con la Falange, beneficiando
ampiamente dei favori che la dittatura dispensava ai suoi sostenitori).
Ma, sia detto per inciso, José Bergamin lo
aveva chiamato “El alegre”, in tempi non sospetti (1925). In realtà,
contrariamente all’opinione espressa da Juan Ramon Giménez e Antonio Machado
nella motivazione del Premio Nazionale di Poesia del 1924, che Alberti
rappresentasse la Spagna
“azul y marinera” e García
Lorca quella “negra” lontana dai litorali, in Alberti sono presenti entrambe,
come due facce di una stessa medaglia.
Le poesie di “Yo soy un tonto...” inaugurano un genere nuovo, mai sperimentato
prima né in Spagna né altrove. Si tratta di poesie esilaranti che conservano e
enfatizzano il ritmo della gag, dettato anche dall’ancora imperfetta tecnica
della ripresa cinematografica, espressione liberrima che sorpassa le più avanguardiste
e disinibite degli altri poeti della Generazione.
Protagonisti
sono Charlot, Harold Lloyd, Buster
Keaton, Harry Langdon, Larry Lemon, Stan Laurel, Oliver Hardy, Ben Turpin,
Charles Bower: la “plana mayor” del cinema muto nordamericano.
Quel libro segnala anche la distanza ormai
definitiva dalle avanguardie parigine (fra le quali, a torto, veniva iscritto
anche il “Creacionismo“ huidobriano, a causa della sua supposta dipendenza da
Reverdi nata a seguito della collaborazione alla sua rivista “Nord-Sud”).
Nascerà una sorta di “surrealismo iberico”,
freddo, esente da automatismi (Rafael rifiuterà sempre la teoria bretoniana,
mettendola fortemente in dubbio anche nei poeti all’apparenza più “automatici”
del surrealismo (gli stessi Breton, Vaché, Rigaut), sottoposto a un forte
controllo della ragione che, invece di mortificarne la sincerità e
l’immediatezza, ne enfatizza e ne esalta la capacità di destabilizzazione e
di spiazzamento.
Più avanti, anche, rispetto al “surrealista”
Juan Larrea che pure in “Versiόn
celeste” (Einaudi, Introduzione e traduzione di V. Bodini) aveva dato del
cinema un’immagine inedita e affascinante.
Le poesie di “Yo era un tonto...”, sono la testimonianza più attendibile della
diffusione del cinema a Madrid e in Spagna e del crescente successo della
cinematografia americana e della sprovincializzazione culturale che ne seguì.
Grande interesse per il cinema manifestò lo
scrittore F. Ayala autore, nel 1929, anno di pubblicazione del suo“romanzo” El boxeador y un ángel, nel suo saggio “Indagaciόn del cine” (vedi Keith Ellis, El arte narrativo de F. Ayala, Madrid
1966).
Quel “Yo naci con el cine / respetadme”,
marca un taglio netto col passato romantico e naturalista e con la stessa
“rivoluzione” modernista provocata dal rubendariano “Azul”.
La poesia, la pittura, la scultura,
l’architettura e persino la musica acquistano un dinamismo nuovo, che neanche
la “rivoluzione” futurista, propagandata da Ramon Gόmez de la Serna col suo “Prometeo”, attraverso la
pubblicazione nell’autunno del 1909, del “Manifesto futurista” apparso sul
quotidiano parigino “Le Figarò” nel febbraio di quello stesso anno e, nel giugno 1910, del “Proclama futurista a los
españoles”, redatto da F. T. Marinetti che, oltre
alle sue valenze estetiche ne possiede altre squisitamente politiche (vedi I manifesti del Futurismo, edizioni di “Lacerba”, Firenze 1914 e nei
“meridiani”, a cura di Luciano De Maria, Mondadori, Milano 1983).
Tradotto dal de la Serna e preceduto da un
testo scritto dal medesimo, firmato “Tristan”, il “Proclama” si compone di due
parti redatte col solito stile belligerante ed aggressivo che non poteva non
dispiacere agli spagnoli, solitamente poco inclini ad accettare lezioni
invasive sulla propria storia e a seguire indicazioni sui comportamenti futuri.
“Rivoluzione” peraltro quasi ignorata, meno
che in Catalogna dove diede origine a una polemica sulla priorità dell’uso
della parola “Futurismo”, rivendicata dal catalano Gabriel Alomar, che però
l’aveva usata in tutt’altro contesto e, probabilmente, senza che Marinetti ne
avesse avuto notizia (Dossier Marinetti,
Universitat de Barcelona, 1994 e “Due articoli di G. Alomar”, in Trent’anni... cit., p. 301 e segg. ).
Ciò non vuol dire che tracce di Futurismo,
per quanto labili e forse improprie, non siano rintracciabili in qualche poeta
(vedi fra tutti, i catalani Joan Salvat Papasseit e Vicent Foix e le due
recensioni di G. Grilli richiamate in nota al saggio cit., e forse, e anche più
e meglio negli artisti plastici castigliani e, soprattutto, catalani.
Ma esse riguardano in particolare il
dinamismo che agita e sommuove la miglior parte della poesia e dell’arte
spagnole degli anni venti e trenta e in nessun modo l’ideologia marinettiana e
dei suoi adepti.
Quella poesia e quell’arte rimangono
“umanissime”, nonostante la denuncia dell’umano, troppo umano dell’Ortega y
Gasset de “La deshumanizaciόn
del arte” e di “Ideas sobre la novela”, pur riconosciuto e accettato come
maestro, anche in virtù della funzione promotrice dei poeti e dei narratori
della Generazione, sulla “Revista de Occidente” e sulle sue “Edizioni”.
Fu proprio la rivista fondata e diretta da
Ortega y Gasset a far conoscere il più brillante e il più originale fra i
narratori della “Generazione” (ancorché non accolti in essa, gelosamente
rimasta appannaggio dei soli poeti), Francisco Ayala, autore di “El boxeador y un ángel” (“Cuadernos literarios”, Madrid 1929; vedi anche Il pugilatore e un angelo, Saggio critico e traduzione di Ignazio
Delogu, Ibiskos editrice, Empoli 1991).
E qui vale la pena di ribadire una verità e
un’evidenza che non senza elitismo e snobismo, la “Generacion” pretese di
ignorare, quando escluse dal suo perimetro i narratori d’avanguardia (che non
sono soltanto Ayala, ma anche A. Espina (Pajaro
pinto, 1927), B. Jarnés (Paula y
Paulita, 1929), Rosa Chacel (Estaciόn
ida y vuelta, 1930),
Wenceslao Fernandez Flores (El ladrόn de glandulas, 1929), per non citarne che alcuni, la cui
produzione si concentra negli anni ruggenti 1926 -1932.
Quelli dei quali, comprendendovi anche i
poeti, Damaso Alonso ebbe a scrivere, con indubbia generosità: “Una generaciόn poetica (1920-1936)... Los recuerdo a
todos en blocque, formando conjunto, como un sistema que el amor presidia...” (“Poetas
españoles contemporaneos”), intenzionalmente citato da Rosa Chacel
nella 1ª edizione del suo “Acropolis” (1984).
E a proposito delle “raccolte” avanguardiste
degli autori su citati, immotivato e inaccettabile risulta il giudizio di E. De
Nora (La novela española contemporanea, Madrid 1962.
Nonostante la pressione delle avanguardie
(futurismo, ultraismo, creacionismo, dadaismo, cubismo, surrealismo,
postismo...), la poesia e la narrativa spagnole del ’900, liquidati
romanticismo, simbolismo e modernismo, col conseguente affrancamento dalla
soggezione alla Francia, rimane sostanzialmente gongorina, juanramoniana e
machadiana, con tracce becqueriane, per quanto riguarda il nostro Autore.
Come più e meglio di ogni altro testimonia il
“memorialista” Alberti nella lunga escursione temporale che va dalle prime
poesie posteriori al 1921 a
Marinero en Tierra (1924) a Canciones del Alto Valle del Aniene
(1969-72) e alle ultime raccolte, oltre settant’anni, un’intera vita poetica!
Ma Alberti non si limita a testimoniare
luoghi, sentimenti, situazioni. Non gli basta la sua pur smisurata geografia.
Il suo “memorialismo totale” gli suggerisce un lungo elenco di nomi, una sorta
di eulogio di santi famigliari o di lari domestici: pittori, scrittori,
musicisti, poeti, attori e attrici, toreri, editori, militanti politici, ma
anche semplici amici che egli sottrae all’anonimato facendoli entrare in quella
vastissima costellazione che presiede, fausta, alla vita del poeta.
Sono centinaia i nomi che compaiono nelle O.C. e nei libri successivi all’ultima
edizione (Aguilar, Madrid 1967,
a cura di Aitana Alberti, dalla quale sono esclusi, a
causa della censura franchista, interi libri di poesia come Consignas, Capital de la gloria, 13 bandas y 48 estrellas e altri). Un
inventario completo nel quale compaiono i nomi dei protagonisti della cultura
europea del XX secolo.
Ai quali bisogna aggiungere quelli registrati
nelle prose (non solo nei tre volumi de La
arboleda perdida, ma negli articoli su giornali di più continenti) e nei
libri di poesia successivi al 1967, anno di pubblicazione delle O.C. Nelle sole “Canciones...” e nella “Lettera a
Orazio”, superano la ventina!
Un record che ubbidisce a una ragione
profonda: il bisogno sempre avvertito da Alberti, di un contatto non casuale e
non effimero con la gente, con gli “altri”, siano essi amici, colleghi d’arte o
persone comuni.
C’è nel poeta un rifiuto dell’anonimia,
dell’indifferenziato, della non presenza che risponde al bisogno di confermare
anche per questa via la dignità dell’uomo, che solo l’essere persona, può
garantire.
In Rafael la memoria è una necessità.
Ricordare vuol dire vivere e convivere: con luoghi, persone, animali persino. E
con le piante e i fiori che raramente avvizziscono nelle poesie e nelle prose
di questo umanissimo poeta della naturaleza.
Accanto all’Alberti poeta e prosatore, c’è
anche il critico e il saggista. Un poeta incline a quella deriva saggistica
frequente, peraltro, nei poeti della Generazione, non a caso chiamati “poeti
professori”: Pedro Salinas, Jorge Guillén, Damaso Alonso, Luìs Cernuda per non
citare che i più noti.
È un altro modo di assolvere a quella
funzione memorialistica e testimoniale alla quale il poeta sembra tenere in
maniera particolare. Non credo che si tratti di una rivalsa, di un tentativo di
allontanare da sé l’accusa di non aver fatto studi superiori, di non
essere anche lui un poeta professore.
Alberti si è autodenominato “poeta en la calle”, autodenominazione alla quale
teneva più che ad ogni altra, al punto da ricordarla e riaffermarla
continuamente.
Alberti è un autodidatta di grande livello,
di ostinata applicazione e di eccezionale ricettività e sensibilità. E di una
memoria a dir poco straordinaria. Conosceva a memoria centinaia di versi e di
poesie, dal Cantar de mio Cid, al Libro de Buen Amor dell’arciprete di
Hita, a Jorge Manrique, all’amato Garcilaso (del quale scrisse: Si Garcilaso volviera / yo sería su escudero / que buen caballero era), a Gongora a Quevedo, a Bequer, a Juan
Ramon e a Antonio Machado.
Conosceva a memoria l’intero Cancionero musical de los siglos XV y XVI
di Barbieri e centinaia di coplas,
refranes e romances della
tradizione popolare, in particolare andalusa.
Quando di ritorno da Santiago de Chile, gli
recitai i versi che avevo scoperto in una vecchia pergamena della Sala Toribio
Medina della Biblioteca Nacional, databili ai primi decenni del XVI secolo,
volle riascoltarli con profonda emozione: A
la sombra de un limόn
verde / donde el agua ya corría /
entregué mi corazόn /
a quién non lo merecía, commentò: “Esto se debe a un andaluz que
andaba por ahi”. Li mandò a memoria e non li dimenticò più.
Il suo approccio ai testi che leggeva,
fossero di autori noti o fossero poesia popolare anonima o di autori
ispano-ebraici, somigliava spesso più a quello del filologo che del lettore. La
lezione di D. Ramon Menéndez Pidal, non era stata invano.
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Rafael Alberti 'marinaio'
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Le “Prosas
encontradas” (trad. italiana di I. Delogu, Il quartiere dei profeti. Saggi e racconti 1929-1960, De Donato,
Bari 1974) ne sono la testimonianza più convincente. In quelle conferenze,
articoli e racconti Alberti rivela la sua doppia personalità, di poeta attento
al passato e però anche proteso al futuro. Nelle “Prosas...” Alberti conferma
la sua volontà iconoclasta, il suo bisogno di novità, la sua inclinazione
surrealista, della quale aveva già dato prova in numerosi componimenti degli
anni venti.
E quanto agli articoli, se si bada alla loro
collocazione temporale, assumono uno straordinario valore testimoniale.
Certificano l’avvenuto distacco, sia pure progressivo e non senza il
manifestarsi di “riflessi” legati a motivazioni di altra natura, dalla classe e
dalla cultura di origine.
Sono, in definitiva, documenti di un processo
evolutivo che, dall’età tumultuosa di “Sermones y Moradas” e dalla crisi ancor
più individualista e persino solipsista di “Sobre los ángeles”, approda, in una continua
decantazione ideologica, alla scelta di campo definitiva, civile e politica, e
conseguentemente rivoluzionaria.
Ben aldilà, quindi, di una semplice o anche
complessa – ma meglio sarebbe dire contorta – rottura “psicologica”, destinata
a concludersi in immancabili suture, raccordi e ritorni.
C’è un testo di Alberti (Il poeta nella Spagna del 1931, in
Il quartiere dei profeti, cit.) in
cui la testimonianza del poeta sulla situazione della poesia spagnola a partire
dalla nascita della 2^ Repubblica, si fa più che critica, aspramente polemica.
Egli osserva o denuncia, se si preferisce, come a un cancionero popular anonimo nato spontaneamente e pieno di
sentimento repubblicano, non corrisponda una poesia “non anonima” di
ispirazione civile.
“In Spagna non bisogna andare alla ricerca di
grandi poeti civili. Le muse liberali di un Quintana o di un Espronceda perdono
la loro voce sino allo spietato e tagliente Romancero
del destierro di Unamuno”.
L’aspirazione profonda di Alberti è quella di
essere un poeta civile repubblicano. Se non alla maniera dell’amato Walt
Withman, non a caso citato, almeno nella sua luce. Per questa ragione non è
improprio leggere tanta parte della poesia degli anni successivi al 1931 e, a
maggior ragione, dopo il 1939, come un Cancionero
del destierro. Esilio anche in patria, beninteso.
Nella prosa di Alberti va incluso anche il
teatro, pur tenendo conto che il suo teatro è spesso compreso in una zona non
perfettamente definita, fra prosa e poesia.
È sicuramente prosa tutto ciò che attiene
alla sfera meno immediatamente lirica, nella quale poco o nessun peso hanno la
metafora, l’immagine e così via. E cioè tutto ciò che ha a che vedere con
motivazioni etiche, politiche e meno autonomamente estetiche.
Gli articoli testimoniano inoltre di un
legame con la tradizione che rinvia a Larra: l’articolo su Bruges richiama in
qualche modo “Il giorno dei morti”, anche se il taglio giornalistico vi é più
accentuato, senza però essere del tutto condizionante.
Quanto alle conferenze, anch’esse ascrivibili
alla prosa, configurano un particolare genere “retorico”, del tutto congeniale
all’autore. Il limite fra retorica e poesia si fa ovviamente più marcato, a
favore della prima, anche se la seconda si ripropone nell’abbondanza di metafore e di immagini.
Ma prima ancora di essere testimone della
storia – grande e piccola – Alberti lo è stato della strada, dei campi, delle
fabbriche, delle miniere. Sotto il titolo “Poeta
en la calle” inizia infatti la sua testimonianza: la più appassionata e la
più sincera, e anche la più iconoclasta, del secolo poetico che ha avuto il
privilegio di averlo a testimone.
Un anno prima aveva dichiarato il suo impegno
scrivendo (il 1° gennaio 1930) la “Elegia
civica. Con los zapatos puestos tengo que morir”, poema (quasi) in prosa
scritto come sui muri della città, con versi lunghi in media non meno di
quaranta battute!
“Elegia civica” segna la saldatura fra sperimentalismo ultraista-creazionista,
automatismo di ispirazione surrealista e poesia civile, rivoluzionaria che non
intende rinunciare alle conquiste formali per privilegiare i contenuti. Essa
abolisce, di fatto, ogni barriera fra sperimentalismo estetico e impegno
politico-sociale. E fra poesia e prosa nella redazione del testo.
Posso testimoniare, perché Alberti ebbe a
dirmelo più volte, che era stata sua intenzione superare con quella scrittura
le diffidenze e le incomprensioni degli uomini della strada nei confronti della
poesia, intesa come attività privilegiata, appannaggio di una minoranza
maggioritariamente estranea alla gente.
Se si tiene conto del fatto che “Elegia” segue di pochi mesi la
composizione di “Yo era un tonto...”
(il titolo è tratto da Calderon de la
Barca, a testimoniare della mai tradita fedeltà di Alberti
alla migliore tradizione poetica), è possibile misurare l’ampiezza della
conversione a 360° della poetica albertiana, dall’avanguardismo ludico
all’impegno civile.
Scritte fra il 1931 (all’indomani della
nascita della seconda Repubblica) e il 1935 (appena un anno prima dell’alzamiento dei militari guidati da
Francisco Franco e sostenuti dai nazionalisti
della Falange Española Tradicionalista e dalla
Junta de Obreros Nacionalsindalistas – FET y de JONS – e della Conferederaciòn
de Derechas Aunidas – CDA di Gil Robles, e dalla Chiesa spagnola e non
solo), “El poeta en la calle”
comprende sedici componimenti, divisi in tre sezioni
La prima si compone di tre sole poesie. I
titoli non potrebbero essere più eloquenti: Los
niños de Extremadura, Juego,
Romance de los campesinos de Zorita. Il loro contenuto non potrebbe essere più polemico, aggressivo e
dichiaratamente classista.
La seconda intitolata “Homenaje popular a
Lope de Vega”(il rapporto con la tradizione viene riproposto ancora una volta),
consta di cinque componimenti: “Dialoguillo de la revoluciόn y el poeta”, Si Lope resucitara”, “El
alerta del minero”, “Libertaria Lafuente” (queste ultime ispirate dall’Ottobre
asturiano del 1934), “El Gil Gil” . In tutte le citazioni da Lope sono
frequenti e estremamente significative nella loro intenzionalità, a confermare
che oltreché gongorina la musa di Alberti é anche lopiana.
La terza conta otto componimenti, tutti della
stessa intenzione rivoluzionaria, ispirati a situazioni diverse che riflettono
le esperienze di viaggio del poeta in Unione Sovietica e in America latina.
Con “Elegia”
si consuma anche la rottura con l’ambiente famigliare, denunciata
esplicitamente nel “Poema Dramatico, La Famiglia” (1934), con
la quale il “testimone” Alberti certifica l’esistenza di una crisi
generazionale che avrà la sua manifestazione più clamorosa nella guerra civile
e proseguirà per tutti gli anni della dittatura franchista, sino alla
“riconciliazione”, non condivisa dalle ali estreme, della quale Alberti sarà
testimone di eccezione.
È quella, in realtà, la sua ultima testimonianza.
Resa nel discorso di accettazione, dalle mani di re Juan Carlos e della regina
Sofia, del Premio Cervantes.
Coerente con la linea perseguita per tutta la
vita, Alberti non rinuncia alla rivendicazione del suo passato e di quello dei
tanti combattenti che hanno pagato con il carcere, la tortura, la fucilazione,
il “garrote vil” e con la vita, primi fra tutti F. García Lorca e Miguel Hernández, la loro fedeltà agli ideali di Libertà,
Uguaglianza, Solidarietà.
Quella testimonianza precede di un ventennio
la scomparsa del poeta nel quale coerenza e impegno poetico, civile, sociale
non vennero mai meno. Nemmeno negli anni del ritiro imposto dall’età nella finca donatagli dal Consiglio comunale
della sua Città, Puerto de Santa Maria, della quale era “hijo predilecto” e
nella quale morì a 97 anni, nella notte del 31 Dicembre 1999.