di Antonino Pirillo
Chi
sono le persone che stanno in scena? Si possono chiamare ancora attori? O
performer o attanti? O figure?
In
realtà il mio è un lavoro tradizionale. Mi sono accorto di essere legato ai
canoni del teatro orientale. L’attore
è dunque una figura che si colloca sempre in un canone determinato.
Si tratta di una tipizzazione?
Una
tipizzazione? In realtà sono figure del dolore umano. Mi viene in mente il
teatro giapponese. Porta sempre delle figure: una giovane, un vecchio, un uomo,
un ragazzo delicato, una geisha. Sono figure per me radicate in un sogno, sono
figure della paura, del sonno, della discordia interna, della veglia. La paura
non si vede ma si fa sentire. E il repertorio delle paure agisce
sull’immaginazione. Il sogno ci dona una conoscenza non razionale.
Vedendo
i vari video, non solo quelli relativi ai suoi spettacoli, ma anche quelli
degli altri gruppi (Compagnia Pippo Delbono e Socìetas Raffaello Sanzio) non
riuscivo a parlare di attori bensì di figure.
Io
lavoro con attori che hanno una scuola di teatro forte, nel senso che
apprendono una appartenenza all’arte e danno energia all’opera. Non costruirei
mai uno spettacolo a priori senza avere emozioni direttamente dalle prove con
gli attori. Il lavoro dell’attore è sempre in bilico. È come se una persona
abitasse il baratro. Sempre con un piede sospeso, come un equilibrista, un po’
di qua e un po’ di là, ma il filo è chiaro. Un attore deve aver lavorato molto, deve aver trovato con cura i suoi punti di
abbandono. Gli attori di Paesaggio con
fratello rotto hanno fatto una scuola di due anni, dodici mesi in tutto:
ragazzi debuttanti, ma hanno appreso i canoni del teatro: lo spazio, le luci,
il corpo, la relazione con gli altri, lo sguardo, il movimento, il gioco, la
rapida capacità metamorfica, la trasformazione più veloce della tecnologia. Da
ultima la parola. Nel mio caso epica.
Nei
suoi spettacoli c’è sempre una scissione tra azione e discorso, movimento e
voce. Si può parlare di scissione dei vari codici?
Scissione è una parola forte. C’è spesso un
aspetto coreutico e non si capisce mai chi stia parlando e chi stia agendo. Io
amo la presenza del coro in scena. Nell’ultimo lavoro Lo spazio della quiete, in realtà, la voce esce per tutta la prima
parte da un altoparlante e le attrici “labiano” e solo dopo esce viva da un
attore. Si hanno molte possibilità. A me interessa sempre che non sia troppo
chiaro il punto da cui si parla. È una dimensione assolutamente astratta ma non
è un coro staccato. È un coro vivo, dinamico, atletico. Tutti gli attori sanno
tutti i testi e tutti li labiano. A volte palesemente, a volte sottilmente ma
tutti stanno come in preghiera, in un mantra, dentro una melodia comune. Questo
è il risultato quando funziona. A volte non è così, a volte non funziona bene.
In Paesaggio ci siamo riusciti perché
c’è stato un lavoro di affiatamento di anni. Purtroppo adesso i tempi di prova
sono contratti e si è in condizioni ristrette.
Comporre in scena è come stare dentro una
partitura musicale. Ci sono un contralto, un soprano, un baritono, un tenore,
tutti parlano una lingua diversa (come inglese, francese, etc.) ma tutti stanno
nella partitura uno accanto all’altro. Una composizione musicale e visiva con
più livelli di lavoro. Molto organizzata anche nel lessico. A volte qualche
cosa sfugge, a volte c’è qualche incertezza dovuta alla forte casualità delle
improvvisazioni.
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Teatro Valdoca: Lo spazio della quiete (2009), ripresa dopo 26 anni del primo spettacolo della compagnia di Cesena
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È una scelta?
Io penso che l’umanità sia un corpo unico.
Immagino un formicaio in cui ognuno sia parte di una entità. C’è poca
differenza tra una persona e un’altra. La differenza tra gli esseri umani è
minima.
Questa
è la sua poetica?
È la
magia di far apparire tutto sospeso e strano. Un esser detti dalle cose, un
esser detti dal coro, un esser agiti dal coro. Forse è al fondo il “destino”,
che muove tutte le cose. Poi ci si consegna alla contingenza ed alla necessità.
Le chiavi del lavoro. L’atto contingente permette di rinnovare costantemente le
cose. La casualità in relazione alla contingenza crea una possibilità. La
necessità che è dentro ogni creatura fa parte del suo codice più stretto.
Quindi necessità, casualità e contingenza generano cambiamento. Abbiamo nella
mente una umanità fatta di grandi storie, ma invero l’umanità è fatta di micro
cambiamenti. La vita è fatta di continui piccolissimi spostamenti di millimetri
che in anni diventano chilometri.
Ritornando
all’argomento della scissione, c’è la perdita dell’io in scena?
Si
certo! C’è l’abbandono dell’io. La destituzione dell’io: questo è nodale. Si è
parlati dalle voci. Le voci esistevano prima della storia e della scrittura. Si
è parlati dalle caverne, dagli echi, dai riverberi, dai fulmini. E poi tutto
viene raggrumato nella scrittura. Tutto viene trasferito in una lingua.
Il
fatto che lei separa più volte la voce dal corpo è perché ci sia maggiore
presenza nell’attore?
Vorrei
che quella voce non fosse emessa da un essere umano ma fosse il suo pensiero.
L’attore labia una voce ma ovviamente si capisce che non esce dalla sua bocca,
che lui sta emettendo una forma di preghiera elaborata da un’altra parte. È una
cosa con molte sfumature, molti punti di vista. A volte tutto diventa coreutico.
Ad esempio nel finale di Paesaggio
dove tutti parlano al pubblico, ma uno solo dice davvero. C’è la voce di uno
(in quel caso di Silvia Calderoni) ma tutti sono lì e recitano muti. Creano una
compattezza e il destino di un’opera. Credo che questo fatto assalga molto lo
spettatore… Togliere
tutto il soggettivismo all’azione. Non più l’azione di uno ma di una stirpe,
forse di una specie.
L’unico
teatro “autoriale” possibile oggi è il teatro concettuale. A esempio nel suo Parsifal
mantiene solo la colonna vertebrale di alcuni personaggi. Insomma del testo di
Wagner rimane poco o nulla, anche perché la Gualtieri lo “riscrive”.
In che rapporto si pone rispetto alla riscrittura o ripresa dei classici?
Della vicenda del Parsifal ci sono diverse versioni; c’è un momento in cui Parsifal
si perde e non si sa dove sia. Noi abbiamo scritto tutta quella storia in quel
punto. Lo “sperdimento” di Parsifal: il buco nero. Così ci si libera della
narrazione. Quello che è avvenuto nel “buco nero” si afferra perché non è mai
stato scritto. Di Parsifal ci interessa il suo continuo combattere e farsi
domande, questa immensa voglia di vita e di saggezza, spessore, profondità,
purezza. Wagner musicalmente inserisce tutto questo dono nell’opera. C’è un
montaggio ardito, a volte non completamente riuscito, su un attore
straordinario come Danio Manfredini, che non è attore ma macchina attoriale,
qualcosa di così forte, in grado di generare commozione continua. Danio è
figura che impone un passo a qualunque opera, che trasforma con grande
autorevolezza ogni soggettività in oggettività. La sua poetica emerge sempre
con forza.
Rispetto
al concetto di personaggio tradizionale, Parsifal-Manfredini e Parsifal
wagneriano, cosa è rimasto di quello?
Il Parsifal
wagneriano è un’opera musicale, c’è un rapporto con la natura forzato, il suo
paesaggio è tipico di quella musica. Il nostro Parsifal è amorosissimo e ha
nell’amore la regola della vita. Tutto ciò che è fuori dall’amore per lui non
esiste.
Come
l’Amleto nei Sanzio a confronto con
l’Amleto shakesperiano...
Per i
Sanzio l’Amleto è stata una micidiale
riflessione teorica ed esistenziale.
Quando l’ho visto non mi ha convinto, l’ho apprezzato di più nella memoria. Ci
sono delle opere che hanno un effetto postumo. Dopo lo si riprende. È uno
spettacolo talmente irrazionale che è difficile rammentarlo sulla carta, non so
come sia possibile rimetterlo in scena. Una fisiologia del movimento
assolutamente radicale. Pochissimo di teatrale nel senso stretto, fortemente
sperimentale. Noi partiamo invece dalla poesia. Nel nostro caso la parola è una
forza che si muove e trasforma i corpi.
Il Parsifal è l’unico classico che ho
affrontato: mi è apparso vedendo il Parsifal
di Rohmer. Quel film mi ha colpito perché realizzato in teatro, un interno con
luci e con cavalli vivi. Era bellissimo e folgorante. Adesso stiamo pensando ad
un Caino. C’è poco di scritto su Caino. Funziona come nome. Caino è un nome
bellissimo. Caino è alla base della contemporaneità. Lui non uccide suo
fratello, uccide la parte nomade e contemplativa di se stesso, Caino, ha la
contemporaneità nelle sue mani. Noi siamo Caino.
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Teatro Valdoca: Parsifal (1999), con Danio Manfredini (a destra)
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Lei
parla dell’attore come “risuonatore perfetto” che accoglie dentro di sé una
voce molto più antica di lui. Ma come avviene questo processo nella pratica?
Questo
processo avviene nell’attenzione massima e si chiama processo di attivazione
dell’attenzione. Gli scritti poetici o epici impongono uno sguardo dall’alto.
L’attore non può non agire, ma c’è una parte passiva che è in ascolto del non
finito, del non costruito, del non progettato. Quindi c’è una parte orizzontale
del lavoro dell’attore e una parte verticale, richiede nutrimento e
ispirazione.
Ci
sono degli esercizi particolari?
La
commozione è l’esercizio primario. Io chiedo sempre che l’attore abbia una
commozione molto forte nel lavoro e che induca commozione in chi è dall’altra
parte. Quindi c’è un tremore nell’agire e nel fare.
Quindi
l’attore si deve guardare?
Guardare
è una parola imprecisa. Molti attori si guardano, hanno il piacere di essere
guardati, una sorta di compiacimento devastante. Per me devono sentirsi sempre
un po’ ridicoli, inadatti al compito, in un inceppo del cuore. È un po’ come un
rapporto con la divinità: l’attore nomina una divinità e ci convive. Percepisce
qualcosa che lo guida e gli sta sempre addosso.
Ha
a che fare con la possessione?
No. A livello emotivo bisogna agire. Questo
agire mette in circolo energia. In Paesaggio
tutto tende a solarizzarsi. La scena è piena di centri diversi. In “Canto di
ferro”, dalla seconda parte in poi di Paesaggio,
i centri drammaturgici diventano tre o quattro, contemporaneamente non c’è mai
un’unica visione. Questo è un modo di lavorare che dà libertà all’attore e dinamizza la scena. Poi
magari forse qualcosa si perde in omogeneità, ma va bene così. La lingua unisce
tutto. Se noi non avessimo queste parole tutto ci scapperebbe di mano. Il
lavoro, diverrebbe assolutamente performativo. È il testo che incolla, che
inchioda l’azione all’attore, le parole alla mente.
Che
vuol dire “scrivere un corpo, tatuare un testo”?
Il testo è tatuato sull’attore. L’attore è
una lapide. E il corpo stesso diventa parola. Mariangela scrive, vedendo le
prove degli attori. Io faccio prove acrobatiche, dinamiche. A volte silenziose,
a volte rumorosissime. Qualcuno è sempre appoggiato a qualcun altro, succede sempre qualcosa, qualcuno viene
portato via, qualcuno viene trattenuto, qualcuno viene lasciato, qualcuno è
osservato. Queste cose danno cominciamento all’attenzione, poi Mariangela
scrive. Il corpo è materia per la scrittura del testo. Il testo diviene ciò che
è tatuato sul corpo. È come mettere a fuoco una cosa e poi stampare sopra di
essa il testo. Quando parto con le prove, ho solo “pretesti”, dei piccoli
frammenti poetici, poi entra il lavoro fisico. Ad esempio Caino è vestito di
piume di pavone? o è vestito di ossa? o è nudo? È da un’immagine che si scrive
qualcosa e si riporta nell’emozione della scrittura un sottile segreto
intravvisto nelle prove. Adesso… parla il sangue di Abele. Com’è fatto? È un
animale? È un oggetto? È un telo rosso sul viso? È una mano che parla. I due
piani: Caino e Abele, non sono separati, sono la stessa figura, i due lati di
una medaglia unica.
C’è un conflitto tra testo ed attore. Il
conflitto tra testo e lavoro fisico deve rimanere alto: un combattimento ad
altissimo livello senza risparmiare colpi. Più l’attore è grande più alto deve
essere quel conflitto. Alla fine rimangono l’immensità dei testi e l’immensità
dei corpi.
Lei
ha parlato spesso di unicità dell’attore e, grazie a questo, della sua invincibilità.
Come si coniuga questo per esempio alla “negazione del viso” e allo “sfregiare
i corpi” con trucchi violenti?
Sull’unicità dell’attore, mi sembra che non
ci siano dubbi. Il fatto di essere unici porta una sorta di ricchezza comune
legata all’unicità del dono che si porge. Nessun’altra creatura può consegnare
in quel modo quel segreto. Lo sfregio
non è lo sfregio dei corpi, è un riportare i corpi al muscolo teso, alla
scarnificazione. Io tengo molto a scarnificare i corpi, devono sembrare dei
muscoli insanguinati. Il viso si trasforma con dei piccoli segni orientali, dei
puntini che ricordano l’India. A me piace che l’attore sia una divinità, adoro
il trucco orientale. É anche un modo meraviglioso di entrare nello spettacolo.
L’attore si prepara a un atto in bilico tra umano e divino, e deve diventare
simile ad un dio, deve incarnare qualcosa di alto. É importante che quel corpo
sia santificato da quel trucco.
Lei
chiede all’attore di adottare delle tecniche per arrivare a una maschera. Di
che tecniche si tratta?
Innanzitutto
la capacità di accogliere il trucco come un dono rituale forte, un rito, una
forza comune che cura. Poi questa maschera cambia. Non faccio sempre lo stesso
trucco. Varia anche nello spettacolo stesso, di replica in replica: a volte
sono tutte facce maschili a volte tutte femminili, a volte faccio baffi alle
figure femminili. C’è sempre una libertà pittorica. È come un affresco che
tutte le sere si deve fare e non si può
più correggere. Così è con lo spettacolo, si deve accettare un ruolo del
destino. A volte lascio scivolare una goccia che diventa un tratto...
L’essere
detto dell’attore in scena è raffigurato dalla coppia, il muto e il parlante
che gli sta dietro e lo doppia, gli dà voce. Ci vuole forse comunicare che l’attore
da solo non è autosufficiente?
Sinceramente dipende da che attore è in
scena. Ogni attore ha una sua tecnica nel rapporto col teatro. Non si deve
definire solo cosa fa l’attore, ma cosa fanno gli attori e cosa di diverso
fanno tra loro. Il training di lavoro che ho fatto per esempio con Manfredini è
diverso da quello che ho fatto con altri attori, perché sono figure che hanno
caratteristiche tecniche diverse. La vera capacità è capire con quali parole e
con quali mezzi arrivare a scoprire il cuore del lavoro. Con Manfredini si
arriva subito al centro “animale” della scena, a quel punto di commozione sopra
le cose che allenta la percezione, e stordisce. Con altri attori devo passare
per un percorso più duro; devo sfiancare il loro io. Danio è una persona
umilissima nella vita e nell’arte e se non va bene in scena, proviamo giorni.
Con un giovane attore invece non avviene così perché cerca delle risposte più
razionali e consolatorie. Sono momenti e modi diversi di rapportarsi al
mistero. Parliamo tutti dello stesso mistero, ma lo sguardo è diverso per
ognuno. Il mistero di un attore giovane ha lo stesso tremore di quello di un
attore dopo anni di lavoro durissimo. Quando si è davvero dentro un lavoro non
si ricordano cose che riguardino l’argomento e la durata dell’opera stessa. Si
vive in un presente purissimo.
Tornando
al Parsifal.
Si tratta di un’opera corale con un corifeo di tutto rispetto, Danio
Manfredini, che però resta una figura a sé stante e si amalgama nel gruppo solo
quando ci sono scene di movimento e danza. Stessa cosa vale, ma al contrario,
per le altre figure, ovvero Anfortas, la Madre,
l’Eremita,
l’irsuta Kundri
che si staccano dal “branco” solo quando devono “dire”.
Sicuramente è una situazione ibrida di coro,
è un coro che va in due direzioni. Nel caso di Parsifal, la presenza di Danio Manfredini imponeva una regola di
relazione speciale. Parsifal è sempre al centro della scena. In Paesaggio, è diversissimo, non c’è
l’unità tra figura e paesaggio, ci sono molte centralità.
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Teatro Valdoca: Paesaggio con fratello rotto (2005)
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Nel
momento in cui gli attori devono parlare c’è quasi una preparazione fisica di
allontanamento, quasi di solitudine nella parola. Non c’è mai un dialogo.
In Fuoco
centrale ogni tanto usciva qualcuno dal coro, avanzava e cominciava a
parlare. Gli altri restavano sul fondo. Questa è una situazione che ho usato
diverse volte perché il gruppo così allargato riempie la scena in modo
violento, la scena si satura. È necessario creare solitudine attorno a una
figura, al suo calvario. Questa cosa riesce disarticolando i piani, molto
lontano il gruppo e molto vicino l’attore su cui si focalizza
l’attenzione.
Secondo
Valentina Valentini non si parla più di monologo ma di a solo. Il monologo presuppone una sorta di relazione con il gruppo
o con i partner della scena.
La differenza
è solo musicale e mi sembra minima.
In
un’intervista lei ha dichiarato: “I burattini mi fanno paura: hanno una
profondità e un’introspezione che un attore non ha.” L’idea del doppiare è
legato alle sue origini come lei stesso ricorda, cioè al teatro dei burattini?
La voce per me è un argomento inevitabile per
l’attore, al contrario di quello che pensano molti miei colleghi, che sono più
interessati all’aspetto visivo, cromatico. La voce è la parte più antica del
corpo. Sono affascinato sia dai burattini che dalle maschere, soprattutto
quelle orientali. Ma non ne ho mai fatto in scena un uso lessicale. Ho pensato
che la maschera fosse un’idea. È davvero interessante l’aspetto metamorfico
della scena. I grandi eroi erano molto belli perché indossavano armature e maschere.
Ma
la maschera serve pure come “protezione”?
La maschera è un filtro, un gioco, uno dei
giochi del teatro. Senza la voce la maschera non esiste completamente. É la
voce che dá forza alla maschera. La maschera muta rimane
sospesa nello spazio. La maschera che parla è violentissima.
Nei
leoni e nei lupi e in Parsifal,
ritornano scene di sesso di gruppo e di lotta. Restano le uniche possibilità di
comunicazione e di interazione in scena?
I luoghi della mia poetica sono tre o quattro:
l’orgia come modo illimitato, le lotte tra animali ed infine una leggerezza ed
una tenerezza che scattano all’improvviso.
Pensando
al suo teatro ho scritto “da caverna a caverna”, lei parla delle orge come
primordialità, come promiscuità della voce che viene da un primitivo.
Osceno significa fuori scena. È ciò che non
si può rappresentare. Mettere in scena l’osceno è attraente.
Lei
parteggia per uno spettatore affetto da “apnea critica” (V. Valentini), come
per l’attore? Uno spettatore deve essere “punto” solo “emozionalmente”?
Le idee portano ideologie, la commozione
porta conoscenza. La commozione è il passaggio necessario alla conoscenza.
Se
non è più possibile il transfert psicologico tra spettatore e attore, che tipo
di fruizione immagina?
Non si può pensare a quello che succede allo
spettatore. Con il teatro si vanno a toccare cose segrete, così forti!! Io
lascio al caso. Preferisco che il pubblico sia eterogeneo, che eserciti il
diritto di distanza o di vicinanza.
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