di Antonino Contiliano
La com/dis-posizione del soggetto
Il noi del soggetto collettivo, come autore
poetico o soggettività plurale (inter-infra-soggettività orientata da un giudizio
di “gusto” comune e attuabile nell’azione del comune linguaggio po(i)etico), è
piuttosto allora un com-posto quanto la stessa significanza della poesia; un
processo di territorializzazione e deterritorializzazione continuo quanto la
testualità poetica stessa. Li contraddistingue una stessa densità iconizzante e
semantica processuale e storica. Ipersegno e scrittura che transitano
osmoticamente da un livello a un altro. Contesti e codici, espliciti e
impliciti, ne fanno dei palinsesti a più logiche. La loro lingua è una lingua
incarnata, un linguaggio situazionato e relazionato in contesti concreti e
semantizzati in interazione con realtà, inter-infra-soggettività e mondo. Già
“Io è un altro” di Rimbaud, – richiamato da Mario Lunetta nella versione del
sosia, – focalizzando lo “sregolamento” dell’io del poeta e dei suoi sensi,
crediamo, avesse posto il problema oltre i confini della pura e semplice aisthesis governata dal principio della
somiglianza. Evento molteplice e plurale, che si riconfigura come “io è un
altro” in quanto soggettività/soggettivazione altra e non simile. Il campo di
una identità plurale stratificata, dove convivono, smarginandosi,
soggetti/soggettivazioni sociali diversi come identità-tra/con.
In una famosissima lettera a Georges Izambard (13 maggio
1871), Rimbaud scrive:
“Voglio essere poeta, e lavoro a rendermi Veggente. Lei non capirà, e io quasi non saprei
spiegarle. Si tratta di arrivare all’ignoto mediante la sregolatezza di tutti
i sensi. Sono sofferenze immense, ma bisogna esser forte, e io mi sono
riconosciuto poeta. Non è affatto colpa mia. È falso dire: Io penso: si
dovrebbe dire io sono pensato. – Scusi il giuoco di parole. IO è un altro.
Tanto peggio per il pezzo di legno che si ritrova violino, e Sprezzo agli incoscienti,
che cavillano su
ciò che ignorano completamente”. Ciò che è completamente ignorato dal mondo moderno è
precisamente l’ignoto che ci abita mentre noi non ne abbiamo alcun
sospetto. L’ignoto
è
quell’orizzonte ontologico di cui i filosofi parlano come se fosse una cosa (Dio, la scienza,
l’essere, il nulla, poco importa), mentre cosa non è, perché è ciò che rende
possibili le cose che sono. La sregolatezza dei sensi è una via di accesso alla distruzione del soggetto, che esiste in quanto i sensi sono “regolati”, cioè
orientati a stabilire un ordine e un’identità. Solo questa distruzione smaschera
l’impostura del soggetto portandoci all’esperienza dell’incommensurabilità di
quell’orizzonte, della sua ineffabilità. E
per questo che le vocali possiedono un colore: esse non sono segni “inventati” dal
soggetto e interscambiabili, ma
partecipano di quelle “corrispondenze” che Baudelaire aveva
intravisto e che percorrono
sotterraneamente tutto l’orizzonte
chiamato “natura”, ivi compreso il linguaggio.
Quei colori costituiscono il senso cui perviene il poeta una volta che abbia sottoposto il “verbo” ad un’alchimia:
un senso balenante a
tratti nella melodia sopravvivente al dissolversi dei significati e istituente il poeta come puro “evento”.
Dall’io scisso individuale di Rimbaud,
parafrasando la lingua Wintu, allora, all’“io noi” (Giovanni noi) come
specificazione del noi o collettivo sociale. Un io noi che, nella cultura filosofica contemporanea, si può dire, ha
un precedente similare in Husserl (Crisi
delle scienze europee), il filosofico che strutturerà l’intersoggettività
come relazione trascendentale o “rinvenimento, nell’io, della relazionalità con
l’altro” (non mero stare accanto
– giustapposizione – all’altro). Jean-Luc Nancy, filosofo a noi contemporaneo,
porrà invece la relazione come “ego sum
expositus” nella comunità dell’essere molteplice.
Il soggetto è tale in quanto non è un “prodotto
dell’operosità della mano o dell’intelligenza. L’essere stesso accade nella
dimensione dell’in-comune […] una identità plurale e della natura
‘singolare-plurale’ dell’essere […] per ripensare la comunità […] definita
‘inoperosa’, e per tracciare un ‘ontologia della sorpresa’ nella radicale
assenza di presupposti necessari, sull’esempio caratterizzante dell’arte e
della poesia ”.
Perché essere nella storia, per il soggetto, che
è una configurazione continua e discreta di pensiero e corpo socializzati in
movimento storico, significa enunciare giudizi, prendere decisioni, fare scelte
nell’accadere degli eventi creando ogni volta un mondo soggettivo e oggettivo
al tempo stesso, come suggerisce il gusto individuale e il “sensus communis”
dell’estetica riflettente e allegorica kantiana; un’estetica politica che è
capacità, dunque, di discernimento orientata a condividere nella prassi
finalità e percezioni di significanza quanto elaborazione teorica e
attribuzioni di senso fra il campo della contraddizione fondamentale e quelle
particolari della comunità degli uomini, e che, per contingenza storica, anima
pure quello di una stessa comunità più ristretta e autonoma, ma non
indipendente dall’insieme più largo delle relazioni storiche che attraversano
tutto e tutti.
L’aisthesis,
quale dominio della sensibilità, del sensibile, della sensazione e
dell’intersezione con percetti, affetti
e logos, valori e pensiero, per esempio, così, fa “blocco” con altre componenti
quali possono essere le dimensioni pulsionali ed emotive – il non verbale – del
corpo e dell’io, e oggi chiamate però logiche del corpo e dell’emozione, e
incrocianti così altre logiche.
Su ciò Matte Blanco, nell’opera L’inconscio come insiemi infiniti,
ha argomentato con proprietà ed efficacia. Nella logica delle emozioni, comune
ai poeti e ai folli, dice lo studioso, non funzionano i meccanismi asimmetrici
e gerarchici della logica classico-euclidea, ma quelli della logica degli
insiemi infiniti simmetrici o della corrispondenza biunivoca, per cui il numero
delle parti è equivalente al tutto in quanto equipotente, o perché inseparabili
in quanto una stessa qualità vitale li tiene uniti indissolubilmente. Sicché il
poeta, come lo schizoide, sconoscendo il rispetto e la coerenza dei rapporti
metominici (contiguità nel tempo e nello spazio) e sineddochici (differenze tra
parti e tutto: la parte dovrebbe essere sempre minore del tutto), distribuisce,
osmoticamente e indifferentemente, una qualità o una connotazione da un piano
all’altro ampliando la polifonia e la polisemia semantica del testo, orale o
scritto che sia. Quasi i margini sfrangiati di un confine fluido.
Il corpo nel suo insieme non è refrattario a
niente che lo attraversi storicamente. Verbale e non verbale, cultura e natura,
infatti, funzionano non come penuria di senso ma come ricchezza semantica che
nasce dall’intersecarsi delle differenze. E se Shakespeare e Rousseau ebbero a
sentire “Sono come tutti. Non somiglio a nessuno”, molteplicità e eterogeneità
sono propri non solo della semantizzazione polisistematica della poesia, come
evento contestualmente organico o organizzazione tra tutte le evenienze intra-inter-extra-testuali,
ma dello stesso soggetto che ne è autore.
Il poeta, come aveva notato Baudelaire, se con
l’affacciarsi tumultuoso della società borghese e metropolitana aveva perso il
suo posto al sole e la sua aura, non per questo rimaneva chiuso in un limbo
amorfo. Si fa invece soggetto flâneur fra le gallerie delle soggettività di massa che la
storia gli ha lasciato in eredità. Così se oggi, e dietro l’urto della
trasformazione dei tempi, ha perso la sua identità statica e semplice di
soggetto individuale, e chiuso nel proprio solipsismo autobiografico e
esistenziale, non per questo è impossibile riconoscersi come identità plurale e
molteplice nel suo essere relazione socializzata.
Le analisi filosofiche senso-materialistiche più
avvertite, le puntualizzazioni scientifiche della critica marxiana
dell’economia politica, dell’antropologia culturale, della psicoanalisi (etc.)
ne sono più che un’evidenza: una
argomentazione e un attestato inoppugnabili.
Il soggetto che nasce dalla modernità ha, cioè,
un’eredità tutt’altro che legata alla categoria dell’Uno piuttosto che alla
molteplicità. Ha una configurazione e costellazione di dimensioni che
coinvolgono pluralità di contesti e molteplicità di codici. La razionalità del
soggetto fa “blocco” con l’aisthesis,
quanto con il pathos (che, in quanto
azione, non è solo passività), le credenze, i valori, i sogni, le differenze e
il simbolico variamente specializzato, quanto con il tempo e la storia del
sociale differenziato e conflittuale. E ciò sia rispetto alla relazione propria
di interno/esterno, passato/presente/futuro quanto alla relazione con l’Altro,
la sua ambiguità e ambivalenza di vicino lontano e lontano vicino, com’è il
mondo teleconnesso dell’oggi.
Il suo statuto sostanziale – soggetto come sostanza
o identità di io semplice e immutabile –
è stato più un’astrazione reificata che una verità oggettiva. L’oggettività
dell’identità del soggetto e della consapevolezza è piuttosto la storia,
sincronica e diacronica, di una relazione ramificata che ne mostra il farsi; un
processo plurale e dinamico, senza per questo metterne in discussione il sé e
la sua capacità di decidere, che, così, si qualifica come multiplo e collettivo
organizzato quanto dinamico. Esso, infatti, in quanto intreccio di comuni e
differenziate variabili storiche, naturali e artificiali/tecniche, ha un
movimento mai rigido e lineare, se non per un’assunzione presuppositiva
semplicistica usum delphini. Le
rivoluzioni dell’età della globalizzazione planetaria, che hanno ‘tagliato’ i
punti del vicino e del lontano, hanno ulteriormente rimesso a fuoco il problema
dell’identità dei soggetti singoli e collettivi, e ne hanno sottolineato la
valenza di struttura multidimensionale intrecciata nello stesso crocevia
spazio-temporale che, storicamente determinato, attraversa tutti ibridandoci.
La natura
singolare di questa Doppelbewegung (doppia circolazione)
“consiste nel fatto che alla dissoluzione dello statuto
sostanzialistico del Soggetto fa riscontro la riscoperta della doppia natura
relazionale dell’identità: ogni identità si costituisce tramite una relazione
interna fra l’io presente e l’io passato, fra la percezione e la memoria, e
tramite una relazione esterna fra l’io e l’altro. Entrambi questi poli, la
faccia interna come quella esterna della
relazione, si presentano – una volta che si sia congedata ogni tradizionale veduta essenzialistica – come
momenti costitutivi della "persona": dell’io
individuale non meno che dell’io comune”.
Analogamente, per ciò che riguarda la natura una
o molteplice del soggetto, G. Deleuze, alla luce delle molteplicità continue e/o molteplicità discrete di Riemann, ripercorrendo la relazione soggetto/oggetto o
soggettività/oggettività bergsoniana, anziché interpretare l’identità del
soggetto come opposizione tra uno e molteplice, anche lui, approfondendo la
dicotomia tradizionale, ci ricorda che il soggetto è molteplicità e relazione.
G. Deleuze infatti assume il punto di vista
della categoria della molteplicità e ne differenzia, bergsoniamente, il significato
da quello di “Molteplice”. Il molteplice, infatti, era un concetto astratto e
ipostatizzato come sostanziale che si rapportava per contrasto a quello – altrettanto astratto e ideologicamente
sostanzializzato metafisicamente –
dell’“Uno”. Ora la molteplicità è tale, invece, in quanto insieme di dimensioni
e variabili concrete che nulla hanno di riducibile al concetto generico, generale e sostanziale della vecchia dicotomia
incommensurabile di uno e molteplice: “Il termine ‘molteplicità’ non viene qui usato come un vago sostantivo
corrispondente alla nota nozione filosofica di Molteplice in generale. Per Bergson non si tratta affatto di opporre il Molteplice all’Uno, ma al contrario
di distinguere due tipi di molteplicità”.
|
|
Silvana Baroni, Rettifiche stagionali, cm.120x30 tecnica mista su tela
|
Un’analisi
che ci richiama alla mente “Scritture della catastrofe” di Francesco
Muzzioli, e non nel senso nichilistico di collasso irrimediabile, ma, ci
sembra, piuttosto nel senso kuniano di una nuova possibilità che esce alla fine
del processo delle ‘biforcazioni’ dove, secondo la stessa teoria matematica
delle catastrofi o dei nuovi paradigmi, si determina un nuovo stato
di cose. Nell’opera di Francesco Muzzioli , dietro l’umorismo nero che
attraversa l’opera, infatti, gioca una compresenza paradossale come nodo di
sbocchi possibili e altre costruzioni di senso. Del resto, nello stesso
universo logico e matematico, i paradossi non sono la stasi del pensiero e
dell’azione, o la negatività, bensì un terreno di esplorazione e una sfida per
cercare nuove vie e soluzioni che rompano con le solite simmetrie d’ordine di
un universo Uno e predeterminato.
Ormai è chiaro, dice Mario Lunetta – che recensisce l’opera “Scritture della catastrofe” di
Francesco Muzzioli – anche ai ciechi
(visibile) che l’uomo, nel cosmo (sottolineandone anche l’aggressività
crudele), è l’“inquilino più invadente e stolidamente distruttivo” dell’umanesimo
sostanzialista.
La migliore letteratura distopica, però, ne
allegorizza la sconfitta e denuncia il carattere di schizoide malsana
dell’unitarismo umanistico, allorquando l’umanesimo sostanzialistico si pone e
impone come realizzazione unica e pacificata del “medesimo” in atto e
permanente; allorquando rinuncia a coltivare l’armonica ricomposizione tra uomo
e natura, produttività e bisogni, politico e sociale, unità e molteplicità
anche come un possibile progetto utopico, e mistifica l’unità dispotica del
comando, conquistato in atto, azzerando l’eterogenea molteplicità del
particolare sociale, come se all’improvviso il corpo “mistico” dell’unità fosse
l’opera di una figura carismatica che la provvidenza ha inviato al mondo per
sopperire ai limiti dati dalla molteplicità irriducibile. E la distopia – dice
Francesco Muzzioli – “che si incentra sulla tematica del totalitarismo”, le
dittature totalizzanti che hanno colpito, in nome della sostanzialità
umanistica e del suo soggetto creatore assoluto, la civiltà del XX secolo, sono
l’esempio più chiaro della discrasia tra utopico e dispotico.
Questo tipo di distopia, che denuncia il
conflitto tra totalitarimo “umanistico” e la molteplicità sociale, si evidenzia
così con l’insediarsi della dittatura.
Questo
tipo si afferma in coincidenza dell’instaurarsi di ‘regimi’ dittatoriali e
polizieschi e, in generale, con lo sviluppo del dell’autoritarismo in senso alla società di massa. La distopia porta
all’eccesso questa tendenza ‘reale’: prima ancora che sfoci in tragedia al
cuore del secolo con la seconda guerra mondiale, il totalitarismo è preso in
parola. Per essere tale, ha appunto da essere ‘totale’. Così il distopico si
incontra con il dispotico […] la presenza onnipervadente del leader carismatico
(figura diabolica, l’opposto del legislatore utopico; lo Stato di polizia e il
controllo completo (fin dentro i pensieri); l’omogeneizzazione della massa e
l’induzione del consenso con pratiche di ‘trance’ collettiva; la repressione
capillare, individuo per individuo, non esulando dall’uso della tortura.
La molteplicità in quanto
misto/miscela di variabili eterogenee è allora un intreccio che si distingue
per i suoi tratti qualitativi e quantitativi, e, al tempo stesso, non si
sottrae alla dinamica della modellizzazione infra-articolata. Per cui si ha una
molteplicità qualitativa che Deleuze,
con Bergson, riconosce come propria del soggetto, e una molteplicità quantitativa, che invece è propria dell’oggetto.
La molteplicità
qualitativa, o misto eterogeneo di variabili psicologiche, culturali,
ideologiche e, generalmente, naturali e storiche del soggetto/soggettività, ha
un’identità-durata-permanenza che, sebbene soggetta alla mutazione
temporale-storica, conserva una sua continuità virtuale, e via via
attualizzabile. E ciò vale sia per un soggetto singolo quanto per un
soggetto/gruppo collettivo. Il gruppo dove trova ragione la stessa voce
individuale, ma individuale in quanto singolare identità plurale che
interagisce con altre singolarità.
La molteplicità
quantitativa, o misto eterogeneo di variabili spaziali e locali,
dell’oggetto/oggettività ha invece una identità-permanenza che, nel suo
intreccio spazio-temporale, pur dividendosi in parti discrete e simultanee
conserva tuttavia un’omogeneità con differenze di grado e una sua frammentata
multidimensionaltà storico-geografica ambientale e constestuale.
La molteplicità,
in altre parole, ci sembra accorci e medi problematicamente la tradizionale
distanza tra soggetto e oggetto facendoli gravitare attorno a un’unica
relazione sincronico-dinamica di “equilibrio debito”, kairòs. Il tempus, il
mescolamento che egualmente governa una stessa miscela in successione (tempo
mescolato) e divisione (spazio parcellizzato) come in una logica temporale floue, e lì dove invece una volta c’era
anche uno spartiacque netto tra scienze dure (fisica, geometria, matematica) e
scienze umane (psicologia, sociologia, filosofia, letteratura, arte, poesia
etc.).
Bergson, secondo Deleuze, separando ancora
“spazio puro” e “ tempo puro”, sembrava tuttavia bloccato, nonostante il covare
della complessità in nuce, in una
dicotomia che richiamava ancora il vecchio spartiacque. Così:
La cosa importante è che la scomposizione del misto ci
rivela due tipi di “molteplicità”. Una è rappresentata dallo spazio (o meglio,
tenendo conto di tutte le sfumature, dalla mescolanza impura del tempo
omogeneo): è una molteplicità di esteriorità, simultaneità, giustapposizione,
ordine, di differenziazioni quantitative, di differenze di grado, una molteplicità
numerica, discontinua e attuale. L’altra si presenta nella durata pura; è una molteplicità
interna, di successione, fusione, organizzazione, di eterogeneità, di discriminazioni
qualitative o di differenze di natura, una molteplicità virtuale e continua,
irriducibile
al numero.
È come dire, tuttavia, che
anche il soggetto in quanto molteplicità e pluralità, alla stregua del testo
che produce, è a sua volta, metaforicamente, un altro testo. Un altro textum perché nell’immanente della
con-tingenza vi opera un intreccio di co-elementi, ove si organizzano,
relazionandosi aseicamente gli-uni-con-gli-altri,
nel tempo “misto” e collettivo stabile-instabile del kairòs. Il tempo delle con-dizioni e delle decisioni. Condizioni
d’insieme, che fanno sia del soggetto collettivo sia del testo poetico, insieme
ed egualmente, un textum come
l’essere-con della singolarizzazione rispettiva. Infatti, nel testo poetico
dell’“essere-con”, si determina come aseità semantica o contestualità plurale
organica, e nel soggetto collettivo, che gli ha dato vita, come “ipseità”
singolare plurale o una con-testualità che unitamente è molteplicità di istanze
individuali e sociali. “ Il singolare è un ego
che non è un ‘soggetto’ nel senso di un rapporto tra sé e ‘sé’. È una ‘ipseità’
che non è un rapporto tra un ‘io’ e un ‘sé’. Non è ‘me’ né ‘te’, è solo il
distinto della distinzione, il discreto della discrezione. È l’essere-a-parte
dell’essere stesso e nell’essere stesso: è l’essere che di volta in volta
attesta il fatto che l’essere ha luogo di volta in volta” ; è
l’essere che è sempre essere-con, textum
e, in quanto tale, collettivo o col-legato simultaneamente, come un istante o
nel tempo e nello spazio come “singoli” sociali.
Il fatto che qui ci preme, in ogni modo, mettere in rilievo è che il ricorso alla metafora del textum – misto e molteplicità di livelli e differenze – e alla sua struttura di eterogeneo
quanto-qualitativo, cui non sono estranei né le intuizioni, né l’intuizione ai
vari e diversi livelli dei contesti semiotici, consente effettivamente di
assumere un punto di vista alternativo, rispetto a quello del vecchio
individualismo naturalistico o dell’ego
cogito razionalistico, e che riguarda l’intrigo soggetto/oggetto,
soggettività/oggettività. È il punto di vista del soggetto collettivo (e di
rete) che, in questi tempi globalizzanti acefali, sia da destra che da
sinistra, viene attaccato come pratica ostile alla modernizzazione capitalistica,
e criminalizzato. Occorre, invece, rinforzarlo sul fronte dell’aggregazione
nell’azione dell’essere-insieme, dove la socialità diffusa fa gruppo intorno ai
beni comuni, alla stessa intelligenza collettiva come forza viva (e non
espropriabile), alla democrazia dal basso e alle sperimentazioni delle varie
forme di autogoverno.
Il collettivo – pluralità
e molteplicità di componenti comuni (operazioni di conoscenza e prassi) e
transculturali, oltre che linguistiche – che
si struttura con il suo modo di essere soggetto e produttore non più individuale (incentrata interiorità
sostanziale), ma relazione permanente di plurale processualità esterna-interna,
come è il campo ondulatorio-corpuscolare o continuo-discreto, e
geometrico-matematico (torna ancora il collegamento tra mondo poetico e
scientifico), secondo la teoria standard della microfisica contemporanea. E ciò
per il fatto che, rispetto alla tradizionale
e pregiudiziale
visione di compattezza unitaria del substrato o del soggetto
individuale, è possibile una articolazione diversa del problema, una modalità
cioè d’esser-ci-molteplicità, dove “ci” è insieme spazio-temporalità
relazionale e sociale singolarizzazione determinata.
Il concetto di “collettivo”,
infatti, non vuole fare riferimento solo alla sua dimensione di comune e
condivisa coscienza “ideologica” complessiva, e ‘riflettente’ per giudizio di
“gusto” comune; vuole riferirsi anche alla poesia come progetto “al
congiuntivo” e diritto all’“oscurità” (rifiuto della rappresentavità
riduzionista) di cui parla Éduard Glissant. Il soggetto collettivo, infatti,
non può ignorare che ogni ipotesi progettuale marcia pure con gli eventi,
l’incondizionato, l’imprevedibile, l’eterogeneo e la differenza, tutte
variabili affatto riducibili. Metaforicamente: ogni corpo cammina con le sue
ombre.
Ogni soggetto, crediamo,
qualunque sia il contesto storico-ambientale determinato di esistenza, abbia
più livelli di formazione processuale che lo intrecciano come un testo di
natura e di storia, e non più solo locale, ma non per questo è impossibile
agire insieme come una processualità di essere-con in corso. Un processo e una
configurazione – che
fa una soggettivazione collettiva (rispetto alla patetica e vantata unità
sostanziale semplice tradizionale) – si
sviluppa e agisce, infatti, tenendo la bussola dell’orientamento costituita dal
patrimonio ecosistemico e semiosferico comune. Una semiosfera del comune che
può prendere, anche nel mondo della poesia, il nome marxiano di general intellect circolante tanto nel lavoro vivo del
linguaggio di tutti i giorni, quanto in quello della stessa poesia, e non più
solo incarnato nell’hightech e nel biotech.
In primo luogo il
soggetto, quale sé fisico-antropo-socio-logico singolo, è un molteplice ed
eterogeneo. È un mix
di corpo-mente e ambiente e, nell’accezione più comprensiva,
tale che agendo e interagendo non è più bloccato nella
spazialità di un insieme chiuso o restio agli equilibri instabili.
Il soggetto, perciò, può
essere ipotizzato come effettivamente molteplice in quanto
intreccio di variabili eterogenee, temporalmente cangianti, la cui unificazione
cosciente è l’effetto principale di un’identificazione che si realizza, volta
per volta, attingendo al continuo della sua
durata
virtuale. Un intervallo, storicamente determinato, e una configurazione
schematica delle sue relazioni variabili e costanti che cooperano
collettivamente per strutturarlo sul piano dell’esistenza concreta e con-tingente
di singolo discreto.
In secondo luogo sia il soggetto
che l’oggetto si fronteggiano e si rapportano come due testualità molteplici
connesse; e senza questa relazione di disgiunzione-unione non potrebbero dirsi
né l’uno né l’altro. E, come sottolineato, deleuzeniamente, “lungi dal suggerire l’equiparazione
impossibile di due unità fra loro incommensurabili”,
sono tuttavia pensabili e conoscibili sotto la novità di una medesima
categoria: permanenza delle differenze che si confrontano nella
molteplicità.
Il
mondo delle singolarità e della moltitudine che si fanno –
direbbe Antonio Negri – collettivo di resistenza e conflitto antagonista in
quanto soggettività strutturate di molteplicità sociali, politiche e
multilinguistiche che rifiutano l’estraniazione e la reificazione merceologica
capitalistica. Il che significa e conferma che
la loro incommensurabilità non deriva tanto
dall’impossibilità assoluta di confrontarli in quanto definibili come due
entità metafisicamente opposte, quanto dalla possibilità di assumerli come due
molteplicità essenzialmente differenti.
La molteplicità, pertanto, si presenta come una categoria che consente una
più adeguata descrizione dei concetti di soggetto e di oggetto e che, nel
contempo, rappresenta uno dei presupposti per una loro più specifica
conoscibilità.
Non diversamente e
analogamente, questa assunzione filosofica è supporto del punto di vista
dell’essere-divenire soggetto collettivo che, a sua volta, può costruire e
produrre un testo poetico, idem,
collettivo. Nella soggettività del noi c’è infatti una specificazione
intra-inter-soggettività che si qualifica “io” ma è identità plurale in quanto
sociale; un io sociale attuale e perciò esternalizzabile, che, in funzione del
comune linguaggio poetico dell’intelligenza
collettiva, può strutturare un testo poetico collettivo. Un testo, cioè,
dove il comune della comunicazione ha sia il momento della con-divisione
semantizzante quanto il differenziarsi di ogni soggettività legati alla
polisemia del textum, e al general intellect po(i)etico
(politicamente orientato) che lo mette in moto.
L’autorialità di un’opera poetica può anche essere plurale. Plurale sia nel senso che può essere costruita e scritta
a più mani, sia nel senso che l’identità dei soggetti coinvolti, ognuno nella
propria identità, risponde sempre alla categoria della molteplicità e non della
sostanzialità semplice e statica. La testualità espressiva e stilistica,
propria a ciascuno, n’è conferma pratica.
Questa opzione, per inciso, non mette tuttavia a
rischio la pratica significante e la stessa enucleazione semantica dell’opera
quale aseità poetica e contestualità
semiotica organico-processuale. La testualità può solo mettere in campo,
invece, valenze di conflitto e antagonismo maggiorate e, nelle forme proprie
all’arte e alla poesia, per esempio, un incremento critico e un’ulteriore parodia
allegorica che mette in scacco (sovversione e sabotaggio) l’economia politica
del “senso” sottoposto al significato omogeneizzante del valore di scambio
comunicativo integrato.
L’operazione, infatti, non sfugge al comune
terreno della noosfera o della semiosfera po(i)etica tensionale e della
contestualità organica più complessiva (G. della Volpe, J. Lotman, A. Marchese,
Edgar Morin, P. Fabbri) che ne assicura l’efficacia artistica
anti-estraniazione e antagonista. Nel contesto, infatti, nessuno può fare a
meno del riferimento ai codici culturali elaborati dalla collettività, ai
sistemi particolari cui gerarchicamente hanno dato vita e alle modellazioni del
mondo proprie dei soggetti con funzione anti.
Così, cercando di non occultare le concrete differenze
nell’atto della generalizzazione, se una collettività può essere considerata
come un’individualità complessa, l’individualità
di ciascun soggetto a sua volta può essere una collettività come sintesi di
molte determinazioni. E una collettività, trattandosi di un testo letterario,
che può agire differentemente per mano di un solo soggetto-Io o di più
soggetti-Io, ossia un “io noi”, per dirla con la lingua Wintu, e con portato
non individualistico.
|
|
Foto sovietica degli anni Trenta
|
Del resto, la soggettività sociale non è
estranea alla cultura della nostra identità collettiva. Solo per inciso, e fra
gli altri, ricordiamo il concetto dell’“intersoggettività trascendentale” – seppure sul presupposto di un ego a priori – di Husserl
di Crisi delle scienze europee; fra i
più recenti è la figura di Jean-Luc Nancy con la sua visione della
co-originarietà della singolarità plurale che si gioca nell’agorà politica di
memoria arendtiana. E fra i filosofi di ascendenza marxiana, ricordiamo Lukács
dell’ultima opera: Ontologia dell’essere
sociale.
I soggetti lirico-empirici, o i narratori
poetici, allora saranno uno o più di uno o una sintesi contratta che si dilata,
ovvero un uno-molteplicità che, lungi dal paradigma rappresentativo astratto
dell’individuo singolo, si esprime piegando e articolando la sua collettività
di soggetto plurale verso un’altra collettività.
È come se le varie forme del soggetto collettivo
come emittente – autore reale e ideale, autore implicito e lirico-empirico – si
intersecassero per incontrare il destinatario, l’altro collettivo – lettore
reale e ideale, lettore implicito o lettore storico e contingente – quale identità migrante eterogenea.
Nell’elaborazione del testo letterario la soggettualità collettiva sceglie il modo di lavorare.
Nel corso della testualizzazione, per esempio, i testi composti, nuovi o misti,
riciclati, interi o frammentati, integrati sono ordinati per montaggio e regia
di un’unica o più mano.
Gli esempi non mancano. Sul piano filosofico
annotiamo, come esempio di un passato prossimo più recente, l’esperienza Anti-Edipo e Mille piani di G. Deluze-F. Guattari. Sul piano letterario della
narrativa e del romanzo abbiamo, solo per citare qualche esempio, ormai noto ai
più, l’esperienza di “Q” (il romanzo
storico-politico scritto a quattro mani) di Luther Blisset (sinonimo di autore
collettivo) o quella di “Morti Scomodi”
(il romanzo del genere giallo-politico) del Sub/Sup-comandante
Marcos (il regista del movimento zapatista) e dello scrittore Ignazio Taibo
II.
In questo caso non solo il testo risulta una
costruzione collettiva, in quanto prodotto di una cooperazione e collaborazione
che mixa e annoda quanto prodotto
individualmente, ma lo stesso autore perde la fisionomia classica di
soggetto “interiore” unico e indivisibile per acquisire quella di un’identità
multipla. Individuati topic
e forma letteraria, tutti gli elementi del discorso poetico, semioticamente,
non esclusi quelli di una pragmatica interna, possono così essere organizzati
sotto una regia unitaria. E il montaggio, condiviso l’orientamento
culturale-politico complessivamente critico, di volta in volta, può
privilegiare un orientamento estetico piuttosto che un altro, e una
progettazione del mondo.
Non ci
sembra, infatti, che l’aspetto estetico-letterario, pur nella sua proprietà di
scrittura estetico-modellizzante letteraria, possa essere scisso da
un’ideologia progettante, e dalle altre dimensioni storiche e dinamiche che
entrano nel gioco dell’opera. Qualunque sia il linguaggio preso in carico,
l’enunciazione o il suo essere ‘semiotico’, in versi o in prosa, in una forma o
genere piuttosto che altri, è un tessuto non neutro, né omologato: è il valore
d’uso di una utilità altra.
Mario Lunetta scrive:
La scrittura è un
lavoro. La letteratura è un lavoro. Scrivere una poesia vuol dire elaborare (da
labor) un oggetto linguistico, ecc. ecc. Sono tutto ciò, prima di
diventare, nei casi in cui lo diventino, anche merce. In conclusione di
una sua intelligente e appassionata ricognizione sul tema (Letteratura e
merci. Da Joyce a Cappuccetto Splatter, Feltrinelli, 1999),
Francesco Dragosei osserva: “(…) il fatto che l’origine della letteratura possa
essere vista nello scambio e nella merce, non vuol dire che essa è merce.
Al contrario. Far coincidere la letteratura con la merce equivale a mandarla a
morte, in quanto condannata a vivere in un’aria per essa letale. Infatti una
definizione possibile di ‘letteratura’ è che essa è tutta una serie di cose che
la merce non è. Essa è tensione utopica (l’altrove del dolore, del desiderio,
della santità, della follia, della memoria, del male) mentre viceversa la merce
è ‘il sempre qui’, il desiderio limitato, l’eterno presente. La letteratura è
difforme, problematica, anomala, unica, laddove la merce è uniforme,
pacificata, omologata, ripetitiva. La letteratura è disaggregazione
dell’(apparentemente) omogeneo, mentre il supermercato è (apparente)
omogeneizzazione dell’eterogeneo: come il supermercato mette sui suoi banconi
le famiglie felici dei mulini, così la letteratura snida con le sue pagine le
crepe segrete di tutte le famigliole felici (non però allestendo…uno stand
permanente ai mulini). Anche se sempre più oggi la letteratura tende a essere
decentrata e disseminata, il suo pensiero rimane un centro unico e
‘aristocratico’, dotato ancora di una sua aura creativa, miracolosamente
sottratto all’epoca della riproducibilità merceologica cui appartiene.
Non estranea a nessuna corrente del clima dove viaggia, la lingua e
l’enunciazione comune come quella letteraria sono cariche di pathos, tensione, utopia quanto di
spinte collettive. La lingua come il clima non conosce barriere di esclusione e
fili spinati di protezione contro le correnti che si muovono da un campo
all’altro dell’universo.
Ferruccio Rossi-Landi – Semiotica e ideologia (1994;1972); Ideologia (2005) – e Terry Eagleton
– Ideologia.
Storia e critica di un’idea pericolosa (2007) – hanno già affrontato (solo
per ricordare alcuni nomi fra i più recenti) e argomentato la questione in
termini abbastanza chiari.
Il lavoro dell’enunciazione semiotico-artistica
semmai è legato alla modalità del suo filtraggio di genere letterario o
all’espressività tipica del far poesia. Perché già la stessa lingua
letterale-materiale del quotidiano, che è base di ogni comunicazione letteraria
e poetica, egualmente è attraversata dalla componente ideologica e da istanze
collettive, che possono, kantiano-materialisticamente, essere inquadrate come
il “gusto” communis del giudizio
riflettente allegorico. A ciò non sfugge neanche il linguaggio dei media
elettronici che sembrano dare più spazio alle singole individualità e agli
individualismi. Il linguaggio dei nuova media elettronici è infatti un mix di
elementi che esistono solo in quanto organismi collettivi, come collettivo e
cooperativo è il sapere/lavoro sociale
che mettono a profitto.
Paolo Fabbri affronta il nodo
nell’opera “La svolta semiotica”. E, nell’analisi dell’enunciazione come senso
di unità semiotica e culturale, storica e determinata, pone l’ipotesi nuova
degli “attanti collettivi”. Visti i risvolti della nuova tecnologia di rete,
insieme a Latour, infatti, considera le nuove protesi come “attanti collettivi”
piuttosto che
semplici
protesi di una soggettività che esisterebbe di per sé.
E attanti collettivi, già soggetto collettivo, che, nella
stessa testualità dell’ipertesto elettronico odierno (come testo poetico),
unitariamente, costruiscono una rete di nodi in unità di informazione
organizzata, e una
gerarchia ordinata di espressione-contenuto
in una rete in movimento.
Si
tratta invece – continua Fabbri
(corsivo nostro) –, con un’idea fortemente semiotica, della costituzione di unità complesse, di relazioni
inestricabili tra persone umane e cose-strumenti che producono attanti collettivi.
Situazioni come quelle che, per esempio, di un uomo che guida un’automobile
andrebbero studiate comunicativamente come attanti collettivi composti di parti
umane e parti artificiali, ma con un’unica istanza attoriale che dà luogo a
comportamenti sociali altrimenti incomprensibili.
Gli aspetti strettamente strutturali, tecnici,
contenutistici e formali del testo – da quelli legati alla pragmatica interna,
intratestuale e intertestuale, alla passione e all’azione dei soggetti e delle
intersoggettività – fanno un solo corpo eterogeneo ma unitario di elementi
molteplici e plurali. Aspetti che filtrano e sono presenti attraverso i segni
che – oltre la semplice e consueta arbitrarietà del segno stesso – si
iconizzano dando corpo semantizzante all’azione della ‘passione’,
spinozianamente intesa, e ai suoi correlati estetico-emotivi, nonché
stranianti.
Le categorie estetico-letterarie, in base alle
quali autori e lettori si possono muovere in un comune e critico orizzonte di
attese, hanno così, anche, una carica pragmatica plurale e molteplice che si
connota – sia esternamente che internamente al testo – lì dove la dimensione
dell’azione poietica trasporta unitamente gli aspetti formali e non formali,
detti e non detti, e li piega a un’applicazione autonoma e straniante
destrutturando la comunicazione standardizzata per una prassi conflittuale.
Guido Guglielmi scrive:
Un nuovo romanzo significa un nuovo uso del linguaggio. Il
romanzo non realistico può essere critico perché modificando le convenzioni
d’uso semantiche e sintattiche parallelamente alla disintegrazione psichica e
al dislocamento del personaggio, non propone una nuova koiné, né tantomeno
procedimenti piú ricchi di creazione, ma fa della soppressione del tessuto
logico-grammaticale del discorso, la tecnica della rivelazione di una
insufficienza comunicativa sociale, della destrutturazione della comunicazione.
[…] gli stessi tecnicismi usati in un contesto letterario informano infatti
piuttosto sulla qualità del segno che sul suo referente, giacché la funzione
poetica compone un senso, in ordine al problema della comunicazione con un riferimento
specifico al segno e un riferimento interdisciplinare al referente, che è
definito o contestato non solo attraverso il sistema logico‑scientifico
che lo istituisce normalmente, ma soprattutto attraverso i valori stessi dei
segni della lingua‑base. La
disgregazione delle strutture linguistiche, in sede letteraria, informa sulla
natura politica dei significati sociali standardizzati. […] Il problema dell’arte letteraria in
generale diviene così quello di razionalizzare un organismo così poco
razionale come la lingua: non s’intende costruendo una nuova lingua, come fa la
logica, ma riformulando in maniera
polisema e differenziata il messaggio comune: quello di passare dalla
genericità del messaggio comune al rilievo delle funzioni della lingua.
Non diversamente si opera nella costruzione di
un testo poetico collettivo; ne attesta l’autorialità plurale di Francesco
Muzzioli e Antonio Maria Pinto in BussoRibussi.
Un testo poetico in ottave che, in chiave ironico-politica, informa sulla
natura politica della guerra perpetua dei signori del pianeta, e lo fa
alterando i valori e il lessico della stessa lingua standard in circolazione.
Il focus del lavoro gira attorno a
certo lordume dell’“impero” neoliberista dei tempi bushiani e dei conniventi di
padania e berlusconia.
In terza di copertina, gli autori scrivono:
è
un lavoro che nasce da un progetto semplice, ma anche ambizioso, perché
esorbita dall’officina di un singolo autore (e si sa quanto, sempre più, il
poeta viva murato nel proprio innocuo ma incrollabile narcisismo). Si tratta,
qui, di un’opera in collaborazione tra due: uno scambio di testi fondato su un
meccanismo di domanda e risposta, che ricorda, per certi aspetti, taluni giochi
di carte, come indica il titolo complessivo, BussoRibussi, tratto proprio dalla modalità di richiesta previste
nel popolare tressette. Uno di noi interroga, l’altro risponde e poi interroga
a sua volta, dopo di che il primo chiude il giro, come si vedrà dai testi
seguenti, che sono precisamente i quattro del giro iniziale. L’esperimento ha
un suo carattere giocoso, quasi che avvenga a un tavolo d’osteria, e non a caso
vi indosseranno i nomignoli di Cesco e Tonio. È anche, però, serissimo: la
forma metrica che abbiamo scelto è l’ottava, per costringerci a un esercizio di
sintesi ancora più stretto di quello tradizionale del sonetto; quanto ai temi
di questo “circolo dialogico”, sono anch’essi assai stringenti, come il lettore
avrà modo di giudicare.
Ecco, in uno stralcio, Cesco e Tonio all’opera:
I
Mio
caro Cesco, scocco l’ottavare
quando
l’Hussein Saddam il Bush dal bucio
birbo
ha strappato e appresso catturare
fatto
dai superfantafanti. Cucio
li
versi avversi ad ogni tirannare.
la
storia della storia in versi brucio.
Da
te, Cesco, ora vola il dimandare:
o
munno è il Gran Viavai da bucio a bucio?
Tonio
II
Tra
busci e Bush s’avvitò vita nostra:
non ha
scopo ma scoop e ratio sciocca
di truce
duce irsuto mostro mostra
fin di
raìs dentro dentuta bocca.
Se
astante fatto chocca masse in giostra,
ne senti
il puzzo - vedi s'è tarocca
l’arma
proibbita! - Ottava ti s’inchiostra
e da un
brucio a quell’antro, a lazzo scocca.
Cesco
Un’autorialità plurale, – molteplicità d’indicazioni cognitive, informazionali e di
‘affetti’, – questa poiesis di BussoRibussi. Un’autorialità che esorbita sì dall’azione del
singolo soggetto ma non dalla soggettività collettiva. La dimensione
collettiva, infatti, tra le molteplici
relazioni e condizioni con cui ci si confronta, è nel codice socio-culturale
conflittuale di ognuno e vi interagisce come “cervello sociale” in atto. La
semiosfera di J. Lotman, la noosfera di
E. Morin, l’intelligenza collettiva di
P. Levy, oppure, nella versione più classica di memoria marxiana, il general intellect di cui ognuno di noi è
ibridato come quando due ovuli si fecondano e nel nuovo individuo rimane,
mescolata/ibridata, parte del patrimonio genetico configurata in un nuovo
comune.
Nel caso di BussoRibussi,
i protagonisti che operano in sintonia sono due. Ma il soggetto collettivo in
funzione è il ‘noi’ sociale-culturale-politico che, infatti, oltre a
condividere il qui ed ora della partita, riflette e scrive quale soggetto
collettivo, poetico nel caso, che ha anche in comune la coscienza sociale del
patrimonio di conoscenze e saperi che la collettività ha maturato, e senza la
cui lingua non potrebbero dire. Il comune, in questo caso, oltre la stessa
tematica trattata e il ritmo scelto, si esprime così pure nel domandare e rispondere
poetico, simulandolo come se fosse un gioco a tressette fra due singolarità
sociali.
|
|
Agostino Tulumello, Senza titolo, 2008
|
Nel caso del recente ‘Elmotell blues’, la procedura collettiva ha avuto un altro
itineraio. Per un buon tratto, agente il comune e condiviso, generalmente,
patrimonio della scrittura poetica, la produzione è stata di una sola mano;
avviandosi alla chiusura, invece, la
scrittura e il montaggio dei pezzi messi a disposizione ha visto l’intrecciarsi
di due “operai del testo” (F. Muzzioli) come coautori, e in diretta corrispondenza elettronica.
Non ti guastare Rocinante, non è tempo
i mulini sono tecno-hi-fi, pannelli solari
e alare mi gusta un Pegaso-chip, alla bisogna
visione d’alture e orecchio spaziale a tiro
l’assalto al cielo non m’è palazzo d’inverno
questi son tutti cetrioli marini, vergogna
neanche un galeotto e un otto di Fellini
[…]
Rocinante
raziocinante tra mulini ammutoliti
Tra
mutanti in mutande in quello che chiamano ‘o sistema
Coppie
cotte e costole e cristo e la luna
L’ombrello
nato (nato male!) alla messa domenicale
Corruzione
e torrefazione occhieggiano dai vetri delle vetrine
Tra luci
di Brecht e finali di partita ah beh
Parla
sempre con la stessa voce dice sempre le stesse cose
Una
verità nascosta una felicità precotta ah beh
Blues
della solitudine e però della guerra duratura
Un tempo
fuori di sesto un fantasma senza spettro
Che
giunge violento allo scopo voluto ah beh
In
delirio
La
risposta è sempre buona è l’eterno riposo
Rocinante
raziocinante il tuo blues e i tuoi mulini
E
l’ombrello? Stessa voce stesse cose la corruzione
Dai
vetri delle vetrine felicità precotta tempo
Fuori di
sesto la stessa voce la risposta
Sempre
buona è – finali di tempo fantasmi di partita
Cristo e
la luna le luci Rocinante e i mulini ah beh
Raziocinanti
l’ombrello (nato male) e la guerra
Duratura
l’eterno riposo è lo scopo voluto
Lo
stesso spettro corruzione finale il blues ah beh
Occhieggia
dai vetri delle vetrine la stessa
Cosa
raziocinante l’ombrello fuori di tempo
La cosa
stessa
La
bufera il cuore di tenebra, che fare? blues
Seminar
la palabra addio alle armi beh hoy
Decimos
basta hasta la vista, la trascendenza
Il
paradiso della violenza Rat- avanza rugginante
Zinger
razza di ratti jetz “Achille” in
Afganistan
[…]
Anche questo è un testo poetico di elementi molteplici,
e ha un valore d’uso comunicativo non subordinato allo scambio dei significati
univoci. Nella sua accezione di senso e di pratica significante, la sua
comunicazione artistica è, infatti, polisegnica, dirompente polisemicamente, e
antagonismo che coniuga funzionalità estetico-poetica e motivazioni
etico-politiche, ideologiche ed espressive in genere. Il testo collettivo,
cioè, risponde (almeno nelle intenzioni) a un “utile” non mercificato e
individualistico, ma a un bisogno d’uso come ‘potenza’ d’essere collettivo che
rigetta l’ordine esistente.
C’è un modo più complesso e trasversale del
vivere il mondo in cui ognuno ha relazioni molteplici, non sempre riducibili e
misurabili, che si agganciano allo stile e alla qualità della vita come a un
progetto che intanto nega il presente inaccettabile in quanto progetta un
futuro diverso. È un mondo che si annuncia nella lingua, nel caso la lingua
poetica, seguendo una processualità storica non lineare, diagonale, di
“tele-operai” del sogno di un mondo senza guerra, dominio e colonizzazioni
delle menti.
La comunicazione umana, oltre ai significati
univoci della scienza o equivoci della lingua quotidiana (letterale-materiale)
che in ogni modo è base degli altri linguaggi, ha anche così nella poesia una
sua dimensione specifica autonoma, sebbene non indipendente dal contesto con-tingente e storico complessivo.
Un’orchestrazione in cui unitariamente si organizzano sia la materia
segnicamente densa quanto soggetti collettivi singolari plurali e identità, in
ogni modo, ibride in itinere.
Che la realtà del soggetto, nel sistema
letterario, come è stato notato e scritto, non è affatto coincidente né con una
sostanza immutabile e semplice né con l’interiorità dell’Io, è cosa che, poi, è
stata approfondita anche dagli studi psicoanalitici freudiani e dalle
successive metodologie diversificate. Il modello psicoanalitico, articolando il
soggetto in super-io, io, es, almeno sul
piano della messa a fuoco psicologica della molteplicità, è stato innovativo e
rivoluzionario. Nasceva però su quanto già Nietzsche, filosoficamente, aveva
già detto sul corpo come “potenza”, e su ciò che Marx aveva puntualizzato sulla
coscienza del soggetto quale prodotto sociale, condizionato dalle forze
produttive in campo e dai rapporti di produzione dominati della classe egemone.
Sostanzialmente, l’Io del soggetto lasciava la sua veste di identità una e
semplice; e fra i poeti e pensatori del taglio di Valéry, denegando l’unità
sostanziale dell’interiorità del cogito
cartesiano, si diceva: “tantôt je pense, tantôt je suis”.
Oggi, nell’epoca elettronica e della
riproducibilità digitale, si potrebbero aggiungere le pieghe delle
identità-avatar in cui ogni singolo può assumere identità molteplici e
soggettività dislocate. La cosa, come Marx aveva già previsto nei Grundrisse (“frammento delle macchine”),
era già partita dal momento in cui la tecnologia moderna aveva esternalizzato e
incorporato le proprietà della creatività umana e la sua potenza d’uso in
macchine in grado di svolgere mansioni lavorative indipendenti, e in più senza
la conflittualità dei diretti proprietari.
W. Benjamin, nell’epoca della riproducibilità
tecnica classica, ha segnato ciò con la nascita della fotografia. L’obiettivo
della macchina fotografica, che registra una scena, impressa e espressa
attraverso una lastra impressionata, e poi riprodotta in altro supporto,
segnava infatti la crisi del soggetto tradizionale quale autore unico. Apre,
per così dire, alla scrittura e alla lettura di una soggettività plurale e
collettiva a partire dalla tecnica. Quella tecnica che, incorporando il general intellect o la forza lavoro
manuale e intellettuale del sapere accumulato socialmente dagli uomini, oggi,
come “automa collettivo” anonimo, rischia il dominio totalizzante dei
capitalisti in funzione del solo profitto capitalistico e della sua potenza
colonizzatrice.
Ma c’è anche un general intellect poetico che, sul piano della scrittura poetica
può anche esprimersi contro, pro “letizia” (Spinoza): aumento della potenza
d’essere-collettivo e felicità comune. Un soggetto collettivo che si mette
all’opera con la forza del knowledge –
il sapere poetico sociale, accumulato
dalla pratica sociale dei poeti unitariamente e senza diritti di proprietà – o
con la forza viva produttiva del general
intellect poetico – principi,
metodi, regole, idee, trasformazioni… – che, vicine o lontane siano le regioni
culturali, alimenta la pratica poetica dei poeti e ne fa, appunto, un soggetto
collettivo.
C’è anche una dimensione sociale del sapere e
della comune pratica poetica che si presenta come “io noi” della poiesis o voce sociale e socializzante
che, singolarità sociale, si presenta sì come un singolo individuo, ma,
insieme, è un noi che si è solo individuato, e la cui azione, voce o scrittura,
pertanto può pure parlare-agire come esser-con o soggetto collettivo, una
singolarità sociale che comunica come “io noi”, plurale.
Un poeta, – come ha fatto Sir James Lighthill
che, “a nome collettivo o di tutti i teorici della meccanica newtoniana”, si
scusava perché fisici e teorici, a proposito del determinismo dei sistemi
newtoniani, avevano diffuso delle idee che, dopo il 1960, si erano rivelate
inesatte, – può così parlare e scrivere un testo poetico collettivo come
soggetto già agente collettivo. Un soggetto collettivo che, senza scusarsi
(allora), può parlare come “poeti noi” della stessa comunità plurale dei
dissidenti rispetto al diffuso lirismo individualistico, e lavorando un testo
poetico collettivo che, già, alle spalle ha una lingua collettivo-sociale dinamica.
La lingua della poesia, come la stessa letterale-materiale, è prodotto sociale
e storico open source, e idem, in fondo, la stessa soggettività
che costruisce i testi poetici individuali o collettivi.
Che la regia, operante il montaggio del testo, sia
di una sola o più mani non inficia il lavoro, semmai ne complessifica (come in
un ipertesto della moderna scrittura elettronica e di rete) solo l’intreccio e
la destinazione d’uso. Il suo valore di ‘potenza’ rimane sempre quello che
lacera il senso comune dell’omologazione dei comportamenti cognitivi e della praxis asserviti costruendo, si può
dire, un’avanguardia open source di
rete. Se nella rete della produttività cognitvo-immateriale c’è un “capitale”
collettivo che sfrutta privatamente, e subordina al mercato privato la forza
creativa dell’intelligenza collettiva, è inevitabile una forza avan-guardia e antagonista poetica di un
soggetto collettivo che produce testi non proprietari.
I materiali delle singolarità poetiche, senza
mettere a repentaglio lo stile dei testi che ciascun compagno di viaggio mette
a disposizione, subiscono solo una ristrutturazione e, in quanto composto nuovo
e ibrido, aprono altre significazioni poliseme nell’unicum semantico collettivo, anziché solo individuale. La ricontestualizzazione
ne ridetermina infatti l’uso e li apre, conservandone e potenziandone lo
spettro delle possibilità, a nuove e più ampie significazioni poetiche
autovalorizzantesi in quanto autoreferenzialità contestuale e insieme rapporto
inter-extra-testuale che, passando dal virtuale del senso, si concretizza nello
scarto/differenziarsi dell’attuale dei possibili significati storicamente
determinati.
Comporre e montare una poesia o pezzi di una
poesia, già formata, e di autori diversi, nella contestualità organica di un
costruendo nuovo testo poetico, è come se il campo semiotico della lingua
letterale-materiale offrisse la
possibilità di selezionare, scegliere e organizzare (relazionare e correlare)
un elemento in più sul piano paradigmatico e sintagmatico della lingua, del
ritmo-metro o ritmo-sintassi. Ci si trova ad operare cioè come se si avesse a
che fare con altre unità di senso continuum-discreto della lingua
che, insieme agli altri elementi dell’officina del poeta, concorrono
cooperativamente e collettivamente a formare, appunto, il testo collettivo
prodotto da un soggetto collettivo.
Crediamo che l’operazione sia possibile, e che
non sia solo un azzardo privo di ragioni. E se lo fosse anche la follia ha le
sue ragioni che la ragione, per di più quella strumentale, non ha! Le ragioni
di un prodotto poematico – come testo poetico collettivo – che, per la sua
miscela semiotica ulteriormente complessificata, grazie all’utilizzo del
linguaggio dei testi poetici altrui, hanno anche motivo d’essere di contrasto e
opposizione al dire e scrivere di tanta produzione odierna di consunto lirismo
individuale o di trasparente emozionalità.