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di
Alfio Petrini
Tanti teatri. La
quantità dei teatri si trasforma in qualità di democrazia. Culture, lingue, linguaggi
e modalità produttive diverse costituiscono una ricchezza grande per un sistema
teatrale realmente pluralista. Un patrimonio
molto conosciuto, poco studiato, e ancor meno utilizzato dal potere politico nella prospettiva fattuale della polis. Il teatro politico, il teatro
civile e la satira performativa, tanto
di moda, hanno la propria ragione
d’essere nella critica e nello sberleffo alle variegate forme di potere. Scopo: recuperare alla memoria
collettiva fatti o eventi scivolati nel dimenticatoio della cronaca, suscitare
coscienza critica, tenere vivo lo spirito insopprimibile della libertà di
pensiero, che – come l’aria –, non potrà mai essere messo in gabbia da alcun
potere. Quindi, tra i teatri esistenti e resistenti, il teatro di “frontiera” –
quale è quello civile che sta al
centro degli interessi di Letizia Bernazza (Frontiere
di teatro civile, Editoria & Spettacolo, Riano 2010, pp. 240, € 18,00)
–, occupa oggettivamente una posizione di rilevante interesse sociale e ha –
come tutti gli altri teatri – un
pubblico di appassionati che lo segue attentamente. Ma non è questo il
punto.
Il fatto che
nella società contemporanea, dove conta soltanto la cultura materiale del consumo
e il prodotto interno lordo, ci sia un pubblico referente per ogni tipo di teatro
la dice lunga sullo stato della polis
che è fatto evidentemente della materia di cui sono fatti i sogni. A questo
proposito si può ipotizzare una equivalenza paradossale tra teatro e politica.
Nel campo dello spettacolo dal vivo ci sono tanti teatri (per tanti fans-spettatori),
così come nella politica ci sono tanti partiti (per tanti fans-elettori)
sempre in lotta tra di loro. Il
desiderio di ciascuno è vincere sull’altro, non fare il bene comune. I motivi appaiono
evidenti: la precarietà della facoltà di ascolto, la sottovalutazione del
principio di unità nella diversità e la mancanza di un progetto comune di
valori condivisi. La forbice abissale delle parti – l’una contro l’altra armate
–, ha determinato un vuoto totale. Tragicomico. La politica – in caduta
verticale per corruzione diffusa, per disattenzione verso gli strati sociali
più deboli e per mancanza di credibilità operativa – si presenta come la
maggiore responsabile dello svuotamento di valori, ovvero della disgregazione
sociale e culturale del Bel Paese.
Come dicevo,
vanno bene tutti i teatri possibili, a condizione che abbiano la forza di
essere affascinanti, emozionanti e credibili. Ho qualche dubbio che possa
parlare al cuore e alla mente degli spettatori il teatro ipotetico di Roberto
Saviano, il quale, in epigrafe, sostiene che il teatro “muta in voce ciò che è
parola…, copre con un mantello di carne le parole”. Non “muta” e non “copre”. Semmai
muta in voce ciò che è corpo. Perché il teatro è corpo, e anche la parola è
corpo. È corpo/mente. E se l’anima è movimento di pensiero generato dal
desiderio e ha un luogo, questo luogo è ancora il corpo umano. Ne consegue che
il teatro è fatto da uomini per uomini totali. La loro interezza è costituita
da due parti indivisibili: materiale e immateriale, razionale e sensibile. E
poi, il teatro – per essere credibile e coinvolgente – dovrebbe essere un’esperienza.
Solo l’esperienza cambia gli uomini e li rende partecipi di un determinato
fatto o evento, non il fatto di essere per natura o per cultura “soggetti
attivi”, come sostiene l’autrice del libro. Il buon teatro, ci ricorda Giorgio
Taffon, implica sempre due reazioni: una di testa (il pensiero che si fa sangue)
e una di cuore (il sangue che si fa pensiero).
Taffon nella
presentazione lucida e intelligente del libro di Letizia Bernazza sostiene che
l’opera è necessaria, autentica e consapevole. Necessaria, perché prende in considerazione alcuni artisti delle nuove
generazioni. Autentica, perché è suffragata
dalla passione dell’autrice per la Storia e la Memoria. Consapevole, perché il tema trattato è accompagnato da riferimenti
bibliografici, artistici e culturali di assoluta concretezza teorica. Nel condividere
l’opinione di Taffon, aggiungo che il libro è anche efficace. Primo, perché si legge volentieri. Secondo, perché
stimola la riflessione. Terzo, perché utilizza un linguaggio semplice ma non
banale, comprensibile ma non superficiale: un linguaggio concreto che scaturisce
dalle idee, dalla passione, dalla abilità di scrittura.
Passione e
necessità culturale, competenza e controllo della scrittura, ecco le coppie vincenti
del libro e, aggiungerei, di ogni creazione artistica. Solo se l’energia della materia
invadente è controllata dalla mente, si può ipotizzare una manovra rispondente
agli obiettivi di necessità, autenticità,
consapevolezza, efficacia. Per fortuna del lettore tutto questo c’è nel
libro, bene impostato, della Bernazza, Dopo l’introduzione, in cui si enucleano
le motivazioni e le finalità del teatro
civile, risultano apprezzabili i capitoli sulle esperienze di alcuni
maestri del Novecento e sul valore della
Storia e della Memoria. Seguono tre capitoli sul lavoro svolto degli artisti
che hanno consentito la scrittura del libro: Daniele Biacchessi, Roberta
Biagiarelli, Elena Guerrini, Alessandro Langiu, Ulderico Pesce. Testi di
riferimento, immagini, biografie, teatrografie, videografie, una buona bibliografia
e una nota biografica dell’autrice completano la struttura dell’opera. Buon
viaggio in libreria.
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