TEATRICA
LETIZIA BERNAZZA

Ricognizione presso le “Frontiere
di teatro civile”


      
È uscito da Editoria & Spettacolo un volume critico che prende in esame alcune delle più significative esperienze nostrane di ‘teatro politico e di satira performativa’. In particolar modo vengono analizzati i variegati percorsi artistici di Daniele Biacchessi, Roberta Biagiarelli, Elena Guerrini, Alessandro Langiu e Ulderico Pesce. Oggi la scena che si occupa di tematiche sociali e di impegno civico si staglia in un panorama di disgregazione democratica e culturale del paese, in un vuoto totale di valori condivisi di cui è principale responsabile la classe politica.
      




      

di Alfio Petrini

 

Tanti teatri. La quantità dei teatri si trasforma in qualità di democrazia. Culture, lingue, linguaggi e modalità produttive diverse costituiscono una ricchezza grande per un sistema teatrale realmente  pluralista. Un patrimonio molto conosciuto, poco studiato, e ancor meno utilizzato dal potere politico nella  prospettiva fattuale della polis. Il teatro politico, il teatro civile e la satira performativa, tanto di moda, hanno la propria ragione d’essere nella critica e nello sberleffo alle variegate forme di  potere. Scopo: recuperare alla memoria collettiva fatti o eventi scivolati nel dimenticatoio della cronaca, suscitare coscienza critica, tenere vivo lo spirito insopprimibile della libertà di pensiero, che – come l’aria –, non potrà mai essere messo in gabbia da alcun potere. Quindi, tra i teatri esistenti e resistenti, il teatro di “frontiera” – quale è quello civile che sta al centro degli interessi di Letizia Bernazza (Frontiere di teatro civile, Editoria & Spettacolo, Riano 2010, pp. 240, € 18,00) –, occupa oggettivamente una posizione di rilevante interesse sociale e ha – come tutti gli altri teatri – un  pubblico di appassionati che lo segue attentamente. Ma non è questo il punto.

Il fatto che nella società contemporanea, dove conta soltanto la cultura materiale del consumo e il  prodotto interno lordo, ci sia  un pubblico referente per ogni tipo di teatro la dice lunga sullo stato della polis che è fatto evidentemente della materia di cui sono fatti i sogni. A questo proposito si può ipotizzare una equivalenza paradossale tra teatro e politica. Nel campo dello spettacolo dal vivo ci sono tanti teatri (per tanti fans-spettatori), così come nella politica ci sono tanti partiti (per tanti fans-elettori) sempre  in lotta tra di loro. Il desiderio di ciascuno è vincere sull’altro, non fare il bene comune. I motivi appaiono evidenti: la precarietà della facoltà di ascolto, la sottovalutazione del principio di unità nella diversità e la mancanza di un progetto comune di valori condivisi. La forbice abissale delle parti – l’una contro l’altra armate –, ha determinato un vuoto totale. Tragicomico. La politica – in caduta verticale per corruzione diffusa, per disattenzione verso gli strati sociali più deboli e per mancanza di credibilità operativa – si presenta come la maggiore responsabile dello svuotamento di valori, ovvero della disgregazione sociale e culturale del Bel Paese.






Come dicevo, vanno bene tutti i teatri possibili, a condizione che abbiano la forza di essere affascinanti, emozionanti e credibili. Ho qualche dubbio che possa parlare al cuore e alla mente degli spettatori il teatro ipotetico di Roberto Saviano, il quale, in epigrafe, sostiene che il teatro “muta in voce ciò che è parola…, copre con un mantello di carne le parole”. Non “muta” e non “copre”. Semmai muta in voce ciò che è corpo. Perché il teatro è corpo, e anche la parola è corpo. È corpo/mente. E se l’anima è movimento di pensiero generato dal desiderio e ha un luogo, questo luogo è ancora il corpo umano. Ne consegue che il teatro è fatto da uomini per uomini totali. La loro interezza è costituita da due parti indivisibili: materiale e immateriale, razionale e sensibile. E poi, il teatro – per essere credibile e coinvolgente – dovrebbe essere un’esperienza. Solo l’esperienza cambia gli uomini e li rende partecipi di un determinato fatto o evento, non il fatto di essere per natura o per cultura “soggetti attivi”, come sostiene l’autrice del libro. Il buon teatro, ci ricorda Giorgio Taffon, implica sempre due reazioni: una di testa (il pensiero che si fa sangue) e una di cuore (il sangue che si fa pensiero).

Taffon nella presentazione lucida e intelligente del libro di Letizia Bernazza sostiene che l’opera è necessaria, autentica e consapevole. Necessaria, perché prende in considerazione alcuni artisti delle nuove generazioni. Autentica, perché è suffragata dalla passione dell’autrice per la Storia e la Memoria. Consapevole, perché il tema trattato è accompagnato da riferimenti bibliografici, artistici e culturali di assoluta concretezza teorica. Nel condividere l’opinione di Taffon, aggiungo che il libro è anche efficace. Primo, perché si legge volentieri. Secondo, perché stimola la riflessione. Terzo, perché utilizza un linguaggio semplice ma non banale, comprensibile ma non superficiale: un linguaggio concreto che scaturisce dalle idee, dalla passione, dalla abilità di scrittura.   

Passione e necessità culturale, competenza e controllo della scrittura, ecco le coppie vincenti del libro e, aggiungerei, di ogni creazione artistica. Solo se l’energia della materia invadente è controllata dalla mente, si può ipotizzare una manovra rispondente agli obiettivi di necessità, autenticità, consapevolezza, efficacia. Per fortuna del lettore tutto questo c’è nel libro, bene impostato, della Bernazza, Dopo l’introduzione, in cui si enucleano le motivazioni e le finalità del teatro civile, risultano apprezzabili i capitoli sulle esperienze di alcuni maestri del Novecento e  sul valore della Storia e della Memoria. Seguono tre capitoli sul lavoro svolto degli artisti che hanno consentito la scrittura del libro: Daniele Biacchessi, Roberta Biagiarelli, Elena Guerrini, Alessandro Langiu, Ulderico Pesce. Testi di riferimento, immagini, biografie, teatrografie, videografie, una buona bibliografia e una nota biografica dell’autrice completano la struttura dell’opera. Buon viaggio in libreria.   






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