di
Ignazio Delogu
In una conferenza pronunciata alla Sorbonne
di Parigi, lo scrittore francese Boris Vian s’impegna nella ricerca di una
definizione di ciò che è una letteratura erotica. Lo fa partendo da un titolo
esplicitamente provocatorio, che allude a un genere, o a una declinazione
meglio, di quella letteratura, e cioè la pornografia.
Dopo aver premesso che “non è possibile dire a priori perché una certa opera
letteraria sia erotica e un’altra no”, afferma: “Tanto per cominciare, dovrò
sforzarmi di definire la letteratura erotica, precisando quali siano i limiti
di applicazione di questa denominazione generica e ciò che (quella
denominazione) indica”.
Al fine di procedere nella massima chiarezza,
credo sia opportuno precisare il significato di alcuni termini che
necessariamente ricorreranno in questo articolo. Il primo è eros, etimologicamente amore, vita.
Eros non è solo l’opposto speculare di Thanatos. Eros è vita, laddove Thanatos
è morte. Ciò significa che Eros è il
contrario radicale di Thanatos. Tra i
due termini nessuna sintesi è
possibile, perché l’uno non è la tesi,
in opposizione all’altro, che è l’antitesi.
La sintesi
si dà all’interno di Eros, del quale
conosciamo la natura binaria, resa esplicita nell’opposizione Apollo-Dioniso. Fra la forma raggiunta
e la forma cercata. Ad Apollo per Dioniso. Dioniso è ricerca. Caos da ricomporre. Apollo è la ricomposizione. Tra Eros e Thanatos, tertium non datur.
Al di
fuori di queste coordinate, la deriva in direzione della pornografia è
inevitabile. Al porno, si arriva per
sottrazione, per deprivazione dell’eros.
Porno, infatti, è degrado. Quanto eros
è aperto, accogliente, tanto il porno
è chiuso, respingente. Non accoglie, coinvolge. Trattiene nelle sue maglie
sempre più prive di vita, sempre più spente.
Il porno
non ha storia. È effimero spazio e tempo. Negati entrambi nel consumo. Il porno
non si vive, si consuma nella praxi. Contrariamente all’eros che è fatto per essere vissuto. Un vissuto che non ha bisogno
di sublimazione. Anche se sublimarlo, non vorrebbe dire negarlo. Valga
l’esperienza dei mistici Delle donne mistiche, soprattutto. Santa Rosa da Lima,
simbolo della sublimazione che vive nella carne, della carne.
La verità è che Boris Vian osserva l’erotismo
e la letteratura che ne consegue, da un punto di vista esclusivamente maschile,
maschilista. Gli sfugge la sua declinazione al femminile. Ho il sospetto che
non abbia mai letto La Celestina di
De Rojas, o anche solo La Picara justina
o La Lozana Andaluza di Francisco
Delicado. Ma, certamente gli
splendidi Diari delle tante Madames de Sévigné, de Stael, de Guizot
e così via, maestre del genere, e i Ritratti
di donne che Sainte-Beuve ne ha tracciato con rara perspicacia e fedeltà.
Né gli sarebbe dovuto sfuggire quel Du roman intime ou Mademoiselle de Liròn (anticipo
della balzachiana Eugenie Grandet?), autentico capolavoro del genere, nel
quale Sainte-Beuve distingue intenzionalmente il roman dalla storia o biografia della protagonista, Mademoiselle de
Liròn.
Separare le due componenti non vuol dire
opporle, metterle a contrasto. Piuttosto, sottolineare l’autonomia del roman dal suo complemento o pretesto
biografico. Sainte-Beuve rivendica come condizione irrinunciabile per i suoi Portraites l’aderenza, il rispetto
della realtà, della storia. Ma conosce e ama la diversità che è nel roman. Quel qualcosa di diverso, un di
più, quanto basta per trasformare in ideale
ciò che altrimenti resterebbe soltanto perfetto.
Dal punto di vista femminile, ovviamente. E questo, nonostante l’Autore sia
maschio.
Nel Roman
tutto è accennato, l’erotismo suggerito dall’ambiente, dall’ora, da un particolare,
un orologio alla parete, che in quel luogo rimarrà sino al prossimo incontro.
Non vi è esercizio di eccitazione, ma
passione che arde e si consuma nella consapevolezza di un fuoco che non può
bruciare in eterno. Non vi è consumo, ma misura, pur nell’esaltazione.
Ne consegue un’inaspettata catarsi. L’esatto
contrario di quanto accade nella letteratura
– ma sappiamo che la definizione è impertinente – erotica di consumo, che prevede e anela alla ripetizione. In ciò
consiste l’essenza della pornografia. Che non è letteratura, perché non vi è scrittura,
se non al servizio del consumo e della sua reiterazione, come lo stesso Vian
ammette senza incertezza.
Quanto alla letteratura erotica propriamente
detta, essa ha vari gradi e varie declinazioni. Più che dall’autore dipende dal
fruitore. Se il fruitore prevale sull’autore, la deriva e il degrado nel porno,
sono inevitabili. Ma l’autore consapevole e responsabile – lo scrittore – non cede al fruitore, al mercato. Non ne asseconda
le pulsioni, non ne accetta le regole.
Lo hanno fatto Casanova e Sade, l’imbonitore
e il “divino marchese”. Non il Tasso, con tutti i suoi pudori. Non l’Ariosto. E
prima di entrambi, Joanot Martorell, l’autore del primo, grande romanzo di
cavalleria, in lingua catalana, il Tirant
lo blanch, nel quale l’erotismo gioca un ruolo decisivo, in quanto
costituisce la ragione vera del romanzo, e ne condiziona lo svolgimento.
Neanche quando l’autore gioca la carta del voiajerisme, non a scopo di eccitazione,
ma di denuncia dell’altrui malafede che cerca di far scadere nel porno ciò che è autentico amore, eros. E meno ancora l’Arciprete di Hita,
nel suo Libro de Buen Amor, che pure
usa tutte le arti del prossenetismo, ancorché ai fini di un improbabile
richiamo a evitare le tentazioni.
Non Shakespeare dei Sonetti della Generazione, di Romeo
e Giulietta, e della maggior parte delle Commedie italiane e delle Tragedie
in cui l’eros, ancorché viziato e
corrotto, alimentato o al servizio di oscure trame di potere, non rinuncia ad
essere in qualche modo passione, ardore, dedizione. Vita, in una parola. E
nemmeno John Donne, nelle sue Poesie
amorose così dichiaratamente e limpidamente erotiche.
E prima, molto prima non l’hanno fatto i
poeti arabi della tradizione preislamica, di quella islamica e di quella
mozarabe e nemmeno i poeti giudaici dell’Andalusia sefardita.
Cervantes, nella sua umanissima misura
ironica, ha proposto modelli su cui riflettere. Non senza qualche ambiguità, se
si vuole, come nel Casamento por engaño o nella commedia troppo frettolosamente
dichiarata fallita.
Ne El
juez de los divorcios propone un eros
fallito, questo sì, volgare, nel
significato etimologico del termine, ma non pornografico. Al contrario, vietato
al consumo.
Mutuando un termine usato in altro contesto e
per altro referente, quella pornografica non è letteratura ma letteradura,
adatta a palati di facile accontentatura. Neppure può servire come mezzo, come
tramite per arrivare a una letteratura dell’eros.
L’Apollineo
non le appartiene più del Dionisiaco.
Che è dissacrazione, certo, ma insieme ricerca. Il porno, si accontenta. Vive saprofiticamente – s’approfitta! – sazio di sé. Vian sembra non accorgersene o
sottovalutare questo aspetto. Anche se il titolo va inteso, come ho già detto,
come una provocazione.
E però la sua definizione della letteratura
erotica non è solo provvisoria, come pur potrebbe legittimamente essere, ma
insufficiente. Tentata in qualche misura dal
porno? Cioè dall’acquiescenza e dal consumo. A poco prezzo.
Non c’è letteratura erotica se non a costo
della sofferenza. Del dolore che rima
con amore. Non a caso essa nasce in
seguito a una delusione, a un affetto stroncato, a un evento tragico. E si
affida spesso al ricordo, alla rievocazione a volte consolatoria, a volte
struggente e lacerante. Raramente si fa letteratura d’intrattenimento, anche
quando è sorretta dalla leggerezza dello spirito e della scrittura.
Il resto è letteratura d’intrattenimento,
utile forse per affrontare un lungo viaggio in treno o una traversata oceanica,
per approdare nei paradisi del consumo dove anche l’eros, come impropriamente è
chiamato, è consumo.
Per sottrarsene, occorre tornare alle Mille e una notte, ai Novellieri del Medio Evo italiano e non
solo, al Boccaccio del Decameron, non
senza un passaggio neppure troppo frettoloso, per il misogeno Fiammetta.
O frequentare le grandi icone amanti della Divina Commedia del Canzoniere petrarchesco o del suo Secretum. Scoprire il significato dell’eros rifiutato per
l’obbligato amore dinastico di Costanza d’Altavilla. E quello tragico e
sconfinato di Francesca da Rimini,
tributario di quell’altro romanzo galeotto di Lancillotto e come amor lo vinse, al quale difficilmente potrebbe
attribuirsi l’etichetta di porno o di eccitante.
Anche se lo è, non per scopo dichiarato ma
per intrinseca potenzialità. Eros al femminile. Incontenibile fiammata che
brucia in se stessa la sua ragione galeotta e per il quale si arde nel fuoco
eterno. Non c’è eros autentico senza fiammata d’amore purificatrice.
Nella letteratura erotica, quale che sia il
suo segno, compreso quello omossessuale, non c’è gioia né allegria. Non c’è,
non può esserci appagamento. in quanto la sua ragion d’essere è lo streben, il tendere, l’aspirare. La
ricerca ostinata, inesausta di amore. Esiste un percorso possibile per realizzarla.
Ma è una meta che si allontana. Un orizzonte sempre mobile, visionario.
Irraggiungibile, inattingibile. L’amante non ha pace. Vive la tragica,
inapagata vita dell’eros. Si confonde con esso. Dire il contrario è pura
ipocrisia. Meglio guardare in faccia la realtà
E per tornare a Madamoiselle de Liròn. Il roman intime non coincide con la sua
biografia. Lo attesta in maniera inconfutabile quell’ou disgiuntivo che separa fin dal titolo il primo sintagma dal
secondo.
Intime, intimo, segreto. Sconosciuto, vietato ai
più. La dolce, candida ma razionale ereditiera conosce il cugino Ernesto, dal
quale é amata e che lei stessa non può non amare. Tante ragioni, però, la
spingono a rifiutare di sposarlo e a dissuaderlo dalla sua pretesa.
Troppo giovane. E bisognoso di entrare nella
vita per la porta giusta, senza impegni né obblighi che potrebbero
condizionarlo. Mademoiselle accetterà
di sposare l’anziano signore propostole da suo padre.
Accade però che l’Eros che è in lei, è vivo,
appassionato, ancorché simulato (ricordate la simulazione onesta?), misurato, ma non per questo disposto alla
rinuncia totale. Accade una notte, quando Mademoiselle
raggiunge l’Ernesto respinto nella sua camera, gli si concede – per lui è la
prima esperienza – e lo possiede.
Scopriamo che Mademoiselle è esperta d’amore. Sta scritto nella sua biografia. Ha
già conosciuto Eros. Sconfitto da Thanatos e per questo voltato in tragedia.
Raramente Eros produce gioia che non si muti in dolore. Non lo fa neanche in
questo caso. Trionfa nel segreto di una stanza. Incondivisibile e condiviso
insieme. Rinnova il suo trionfo, effimero, a un anno data. E produce ancora
dolore. Mademoiselle annuncia a suo
padre di non voler più sposare lo sposo promesso e già in attesa.
Ma non sposerà neanche Ernesto. E a questo
punto la tragedia si rinnova. Non è Thanatos
a sconfiggere Eros. Ma la vita, intesa,
forse male intesa, nelle sue necessità pratiche, nei suoi bisogni
quotidiani.
Mademoiselle rimarrà sola e, col tempo, malata, sfiorirà
sino alla morte. Ma l’Eros, il
bisogno di amare, di vivere rifiuta l’accomodamento, lo spento tram tram
quotidiano. A prezzo della vita.
Così l’Eros
al femminile. Non subito. Sofferto. Siamo sideralmente lontani dal consumo.
Anche nel Portrait che ne rappresenta
lo specchio double face. Mademoiselle che credevamo illibata,
tale resta. Non nel roman, in virtù
di quell’intim che ci rivela un amore
precedentemente sconfitto da Thanatos
e da esso risolto in tragedia.
Per queste ragioni Du roman intime ou Mademoiselle de Liròn è ascrivibile alla
letteratura erotica. Come gran parte dei Portraites,
d’altronde, nella giusta misura.
C’è poi – o prima – Madame Bovary, di Gustave Flaubert, unico roman nel quale paradossalmente si raggiunge il pieno equilibrio
fra roman e biografia Per la ragione semplicissima che di Emma non vi è
biografia. Autonoma, intendo, che non coincida perfettamente col roman, vale a dire con l’Eros, del quale è il prodotto. Nel roman intime di Emma, il conflitto fra Eros e Thanatos si conclude con l’apparente vittoria di quest’ultimo. In
realtà il vincitore è Eros. Con buona
pace di chi nega l’esistenza di una letteratura erotica.
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Valeria Floris, Jovi, 2009
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Che fra senso e intelletto ci sia, oltreché
una consecutio temporale, un’inscindibile
interdipendenza, non è scoperta mia e neppure di Vian. E niente affatto
recente: Nihil est in intellectu quod
prius non fuerit in sensu.
Il quesito non è se si possano o meno
nominare le cose. Nomina sunt consecutio
rerum. Ma dell’abuso che si fa di quei nomina.
Nudi prestiti gergali, strappati all’oralità, inchiostrati e trasposti sulla
pagina senza un minimo di mediazione scrittoria. Neppure suggestioni, o
provocazioni, ma strizzate d’occhio, urto di gomiti, toccatine più o meno
nascoste al solo scopo di eccitazione sensoriale.
Boris Vian è un maestro del rinvio, della
suspence, del lanciare il sasso e ritirare la mano. Gioca a nascondino col tema
della letteratura erotica, annuncia (minaccia) di aver trovato la definizione,
ma in realtà minaccia con una pistola scarica. Così sembra, almeno. In attesa di
approntarsi o di trovarsi una via di fuga. Naturalmente, niente di più
eccitante (ritmo compreso e percussioni nte...
nte... nte...) e, dunque, il tema e la definizione ancora manca-nte, si propongono). Siamo sempre e
ancora alla (lamentata) letteratura eccitante.
Sta di fatto che ciò che è lamentevole e
lamentabile non è la fisicità dell’emozione, ma l’overdose che l’autore usa e
propina, inoculandola nel lettore su sua precisa richiesta. Altro che
“catturare il lettore!”. È lo scrittore ad essere catturato dal lettore. Con il
che si ritorna alla letteratura di distrazione o d’intrattenimento, nel
migliore dei casi. Nel peggiore, alla (non) letteratura pornografica.
Andiamo avanti, dopo l’ennesimo rinvio,
preludio della fuga, ancora una digressione-diversione. In chiave politica,
questa volta. Perché essendo l’amore “ostacolato e impedito dallo Stato”, il
movimento rivoluzionario” assume oggi la forma della letteratura erotica”.
Perché dovremmo stupircene? Risposta: perché vietare o ostacolare il consumo dell’amore
è l’analogo contrario del favorirne l’abuso consumistico e, mi si permetta, non
dissacrante di diffuse ipocrisie, ma giustificante di ogni bigottismo e di ogni
moralismo.
Boris Vian divaga. Paradossalmente, com’è suo
costume. E lo fa polemizzando col comunismo e con quanto, dopo di lui, c’è di
peggio – guerra, droga, alcolismo – della descrizione “con qualche dettaglio...
della curva dei lombi dell’amata o (rivelarvi) qualche particolare interessante
e attraente della sua impulsiva anatomia”!
Niente di meno pericoloso, in effetti. Ma
bisognerà pur interrogarsi su quel bisogno di indugiare su questo o su
quell’altro “particolare”. E se stesse in quell’indugiare, in quell’afferrarsi
al particolare, al dettaglio, in quel compiacersi narcisistico e autoreferenziale,
ciò che fa della letteratura dell’eros, che è totalità e ad essa pretende,
letteratura di eccitazione o, più francamente, pornografica? O anche soltanto,
come lo stesso Vian la chiama, “la pseudo-letteratura erotica?”.
Vian vi inserisce Sade, le sue Centoventi giornate di Sodoma, buone per
eccitare giovani imberbi e pruriginosi, invischiati ancora nelle pratiche
dell’onanismo più meschino nel segreto delle lenzuola o, più spesso, della stanza da bagno. Valgano le une e
l’altra per adolescenti di ambo i sessi e per maturi semicastrati e semi
impotenti.
Segue un elenco incompleto ma sufficiente di
autori nemici della letteratura erotica. Fra i quali anche gli autori di
“romanzi cattolici”, esecrati giustamente da Montherlant (neanche io so più dove).
Tipo F. Mauriac.
Di gran lunga più interessante in questa
ampia digressione, e largamente condivisibile, ciò che Vian dice a proposito
dell’erotismo nei libri sacri, a cominciare dalla Bibbia, dai Vangeli e da
quanti libri sacri esistono delle diverse religioni, quelle orientali comprese,
per finire con le Litanie, le Giaculatorie e i tanti Inni sacri.
Ricordate l’anuncio dedicato agli sposi:
“Erunt duo in carne una”? O quel “Venter puellae baiulat” della Novena di Natale
che tante erezioni vocali – e non solo! – ha provocato nei giovani scout e di Azione cattolica, fanciulle
comprese?
Ma sarebbe forse più corretto parlare di
episodi, di capitoli, di a parte di
erotismo, inclusi e compresi in libri che sarebbe improprio e improponibile
definire di “letteratura erotica”. A meno di non voler considerare come il
colmo e il massimo di quella letteratura, quella ispirata a e dal l’amor di Dio,
che di tutte è la più alta e nobile e totale, ancorché inficiata, talvolta, da
indugi e compiacenze particolaristiche e voiageristiche e di dettaglio.
Sarebbe dunque questa l’unica letteratura
autenticamente e senza residui, erotica. Certo l’Eros è totalità. Dio anche. È streben e appagamento. È dare e avere.
Ricerca e ritrovamento. Dioniso e Apollo. Non mi pare ci sia bisogno di
ulteriori giustificazioni o chiarimenti.
Un’unica osservazione o constatazione,
meglio: dalla letteratura erotica occorrerebbe escludere tutta quella
“scrittura” di ispirazione laica, ancorché non senza una metafisica sottesa,
della quale Vian e tanti di noi abbiamo conoscenza. E che non è né di
intrattenimento né di eccitazione. Non di consumo e non di scambio. Ma solo e
semplicemente “letteratura”. Favola. Travestimento. Facies, dietro la quale non si nasconde ma, al contrario, si
manifesta, si rivela la tragedia nella quale consiste e si invera ogni umano
sentimento e ogni umana vivencia o
esperienza.
Vian propone un certo numero di queste opere,
appunto. Che hanno incontrato ostacoli da parte della censura. La Conferenza di Vian risale al 19…(?) I
tempi sono cambiati. Nessuna censura, almeno nelle democrazie occidentali
colpirebbe oggi opere come Le prodezze di
un giovane Don Giovanni o Le
Undicimila Vergini di Guillaume Apollinaire, Donne di Paul Verlaine o Il
ritratto di Dorian Gray.
Quanto a Per
chi suona la campana, di Ernest Hemingway, l’episodio del sacco a pelo è
certamente interessante. Ma si tratta di un eros cameratesco, buono da imitare
nei campeggi marini o negli alpeggi Süd Tiroler. Fra le mie letture adolescenziali, è quella che mi ha
turbato di meno. Nessuna censura lo ha colpito né lo colpirebbe. Come non ha
colpito né potrebbe mai colpire Il grano
in erba, di Colette, sicuramente, come scrive Vian, Uno dei più straordinari esempi di erotismo che si conosca.
Né mi consta che ne corrano gli esempi non
esaltanti di pretesa-letteratura erotica nel Bel Paese. A proposito della quale
sarebbe forse opportuno produrre qualche esempio.
Il pensiero non può non correre a Gabriele
d’Annunzio, a un romanzo come Il Piacere,
a una tragedia come Paolo e Francesca,
due estremi forse di una traiettoria sui quali una riflessione sarebbe
necessaria oggi più di ieri. Bisognerebbe però, per quanto riguarda il romanzo,
ma non solo, districarsi in quel groviglio d’immagini, di pulsioni, di
sentimenti, di enunciazioni e verificare i limiti che coinvolgono e/o separano
autobiografia e roman. Accertare
quanto vi sia di pseudo-letteratura erotica in una narrativa che sembra
orientata più verso l’eccitazione sensoriale, e maniacale, e verso il consumo
del sesso, che verso l’approfondimento della conoscenza dell’eros, della sua
natura, dei suoi meccanismi non soltanto sensori.
Altro tema irrinunciabile, quello del
linguaggio narrativo, a partire dal lessico stesso della scrittura dannunziana.
Uno studio siffatto non potrebbe che essere a tutto tondo e tale da richiedere
spazi di gran lunga superiori a quelli di una recensione che, nonostante tutto,
vuol rimanere tale.
Meglio ripiegare su Cesare Pavese, per dire
che l’eros sembra appartenere più alla sua biografia che alla sua narrativa. Lo
si legge meglio nel suo volto glabro che nelle pagine dei suoi libri.
Quanto a Italo Calvino, il suo eros sotto traccia, o fra i rami
fronzuti del Barone rampante, va
indagato con circospezione. L’indagine potrebbe dare risultati inaspettati.
Più esplicito, a partire dal titolo, il
discorso su Vasco Pratolini: nelle Cronache
di poveri amanti c’é più gallismo che erotismo. E nelle Ragazze di San Frediano l’eros é così
cordiale e gentile da non suscitare alcuna inquetudine. Qualche prurito, al
massimo.
Semmai è da rivedere Pier Paolo Pasolini. In Ragazzi di vita l’eros è un tantino
becero e triviale e comunque consumato en
plein air. Bisogna cercarlo nel
davvero inquietante Amado mio, forse
proprio per questo così trascurato e taciuto. Ma si tratta dell’altro amore. Quello che F. Garcìa Lorca
chiamò “amore oscuro”.
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Arte e pornografia: Jeff Koons, Dirty - Jeff on top, 1991
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Non scriverò di altri. La pagella resta in bianco,
senza giudizio. Perché c’è un limite a tutto.
E dunque l’erotismo, perché sia praticabile,
ha bisogno secondo Vian, di “un’oscenità leggermente sublimata, se mi si passa
l’espressione “di un’oscurità poetica”. Niente da obiettare. Se non che questo
genere di oscurità serve ad assegnare alla letteratura erotica una finalità,
uno scopo. A renderla utile. In ciò consisterebbe la sua legittimazione.
Ma ciò vorrebbe dire assegnare a quella
letteratura una finalità educativa, pedagogica. Quella che per l’appunto lo
Stato, quello etico – e la tentazione è presente in ogni Stato – vuole imporre
a ogni letteratura. Sarebbe come affidare la letteratura al Dr. Goebbels.
Ancora una volta. Dopo tutto quel che é successo!
La letteratura sia libera, senza finalità che
non sia quella sua propria di impedire
alla realtà di essere quella che appare e non quella che è. Combatta ogni
ipocrisia, ogni mistificazione, non abbia paura della scorrettezza e della
volgarità stessa, sempre che sia necessaria e inevitabile. Fustighi bigottismi
e moralismi. Si rifiuti di nascondere il capo sotto la sabbia o di distrarsi, o
di rassegnarsi a intrattenere soltanto, o a divertire, nel significato più
autentico della parola.
E sia il lettore a decidere e a scegliere.
Quanto alla sua educazione, alla sua maturità il loro raggiungimento spetta ad
altre istituzioni non alla letteratura. E ancor meno a quella che si pretende
di definire erotica. Quasi che ce ne fosse un’altra degna di questo nome,
ovviamente.
Infine Vian segnala due tipi di letteratura
non-erotica o di non-letteratura erotica: quella medica e quella culinaria,
attribuendo all’una e all’altra una qualche, limitata, valenza erotica.
Conclusione. Dopo aver ribadito che “la
letteratura erotica deve svolgere innanzitutto un ruolo educativo e
stimolante”, l’affermazione in apparente contraddizione con tutta la ricerca
condotta nel corso della Conversazione:
“Il fatto è che non c’è una letteratura erotica se non nell’animo
dell’erotomane.”
Che non impedisce di affermare, con
altrettanta sicurezza, l’esatto contrario. Con buona pace di quanti si ostinano
nella ricerca di una “definizione” criticamente dimostrata e accettabile.
P.S.
Accertato che Scritti pornografici non è più che una provocazione, aggiungo che
“provocatori” sono anche gli scritti cui il titolo allude. Il loro interesse
non va oltre l’inventario, la classificazione, i suggerimenti che ne derivano
per eventuali fruitori. Ma dubito che lo stesso Vian attribuisca loro questa
finalità e questa capacità di suggestione.
Vi si nota piuttosto l’intenzione di épater les bourgeois. Ruolo non certo
esaltante per un anarchico DOC! Con qualche caduta di stile. Come quando
arruola la Pasionaria, insieme a
“varie disgraziate”, fra le quali
Giovanna d’Arco, Santa Teresa e la duchessa di Windsor, fra le “nate con
una sorca suddivisa / In un’infinità di piccoli piccoli fori!”.
Che c’entra la Pasionaria della guerra civile spagnola 1936-39 – una delle più
sanguinose tragedia della storia dell’Europa moderna – con la letteratura
erotica? Ho conosciuto bene Dolores Ibarruri. Figlia di un minatore delle
Asturie, operaia bambina anche lei. Poi sposa di un minatore, dal quale ebbe
tre figli. La più piccola, Amaya; morta di stenti durante la detenzione di sua
madre.
Eletta deputato alle Cortes spagnole nel 1931, fu lei a gridare al suo popolo,
nell’Arena di Valencia: Meglio morire in
piedi, che vivere in ginocchio! Visse il suo lungo esilio – non cessò mai
di chiamarlo con questo nome – nell’URSS di Stalin, con estrema dignità e
fierezza. Quando seppe del tragico destino che aveva colpito tanti bambini
evacuati dalla Spagna repubblicana nell’URSS, ebbe il coraggio di andare a
piedi, lei, ospite dell’Internazionale Comunista, in una Mosca gelata da
un terribile inverno, a bussare a mani
nude al portone del C.C. del PC(b)US per gridare la sua indignazione ed esigere
spiegazioni. Non c’era niente della icona, in lei. Per suo esplicito rifiuto.
Visse il suo eros discreto e appassionato, senza ipocriti moralismi.
È utile, comunque, acquisirli, quegli Scritti. Come insospettabile
testimonianza di chi considera ineluttabile la deriva dell’eros verso una
sessualità fisica e pornografica, alla metà di un secolo così
contraddittoriamente liberale e autoritario quale è stato il XX secolo e
promette di esserlo il XXI. Per fortuna c’è dell’altro.
Anche se ciò che siamo in grado di conoscere
non lascia aperti molti spazi alla speranza. La separatezza fra eros e sesso è diventata totale. Chiedete a una ragazza o a un ragazzo e
vi risponderà che una cosa è fare sesso,
un’altra è fare l’amore.
Quell’unità
binaria che avevamo riconosciuto nell’eros,
è svanita, affondata nell’opaco consumo del sesso. Non sarà facile che
riaffiori alla consapevolezza diffusa. Nell’era di un consumismo globalizzato
nella quale neanche una crisi di insolita virulenza e profondità riesce a
scalfire, non dico travolgere, sensibilità, sordità, costumi profondamente
radicati.
C’è inoltre chi, negando la profonda
strutturalità della crisi, si impegna perché nulla cambi. E tutto resti
manipolabile a livello psicologico attraverso un uso a dir poco disinvolto dei
mass media e della stessa politica.
Dio ce la mandi buona! A noi e alla
letteratura erotica.
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