SPAZIO LIBERO
PLACE VENDÔME (13)
Poeta, posa l’osso (non di seppia)!


      
Ancora una piazza ‘atrocemente’ sfiziosa, tra fedeli gattone accucciate sul letto, non richiesti ‘coccodrilli’ all’“Alba” che si spera allunghino la vita, sapide variazioni intorno a chi sa di ars poetica e chi no, nonché dialettiche considerazioni su un anziano autore fiorentino, che assicura di aver scritto nelle ultime due decadi ben 127 raccolte di versi, e su un ‘interminabile poema’ di Gio Ferri. Per tornare poi alle dilette, peritissime disquisizioni sull’arte dei tenori. Non i celebrati-famigerati ‘tre’: Pavarotti, Domingo e Carreras, ma piuttosto i Caruso, i Gigli, i Di Stefano, i Del Monaco e Franco Corelli, l’Henry Miller dei cantanti d’opera.
      



      

di Marzio Pieri

 

 

La piazza è quella delle notti atroci; non fosse il continuo abbaiare dei cani dalle quinte en abîme di altri cunicoli e piazze a perdita d’ascolto, si potrebbe ascoltare il crepitìo delle stelle sulla graticola di accesi carboncelli. Non riesco molto a pensare. In cerca di requie inattesi conoscenti escono dalla nebbia acquitrinosa, si fermano, con breve cenno di saluto, a rimestare i fogli che si versano da una mia cartelluccia semiaperta. Roba in parte già edita, già data in pasto a pochi e non famelici amici o moderati curiosi, che magari mi piace andarmi di nuovo centellinando, un occhio aperto e l’altro chiuso. Le zanzare bengaline mitragliano come gli aerei giapponesi le navi alla fonda nella baia di Pearl Harbour. Sembra il nome di una caramella.

 

Mia moglie mi chiama a vedere: sul letto della camera da letto, eh, la gattina Schizzo, feroce e insocievole come la Natura, è rannicchiata sul guanciale di sinistra, dove di solito la mia testa posa. Alla base di destra, o monumento!, posa la Gatta Suprema, detta anche la Tigre, la Gattona, quella che, fuori, ferma la gente e la induce a implorarmi che non mi opponga a lasciarla fotografare (intanto Lei è già in posa come una esperta e cupida modella di Playboy). Mia moglie se ne va, mi punge vaghezza di stendermi anch’io sul morbido, fra due felini, il mio incanto. Aziono la ventola, la feroce gattina se ne va con un guizzo, disturbata e timorosa; meglio avere paura che toccarne. La tenera Gattona, accorgendosi del mio piede ignudo che nel distendersi della gamba le si è accostato, se lo prende fra le zampe cicciose, erbose, eppure avrebbero delle mezzelune di unghie, delle trincee di grinfie. La tua donna troverebbe presto che il tuo piede, dai calli mal curati, la vessa e le impedisce di dormire; il più amorevole bambino già si avvicina all’età delle meraviglie quando si pensa al sorgere innocente, necessario, di una gens senza croste né calli, che tratta alla pari con dio. Solo la Gatta Magna mi accoglie, per sempre fedele come la terra.

 

Mi è poi toccato leggere il primo in età dei miei Coccodrilli. Entrai in rapporto, per via della mia fedeltà ai tempi meravigliosi del tenore Di Stefano (nato, e ovviamente mai ritornato, a Motta Sant’Anastasia di Catania), con una rivistina, internauta e anche cartacea, che vi si pubblica, per le cure affettuose di un professore di lì, Pino Pesce, e con la partecipazione variamente pacifica di Pasquale Licciardello, di Pippo Ragonesi, e del più antico e riottoso polemista Carmelo Viola. Tutti più o meno allievo del grande e boicottato verghiano Gino Raya. Gran colore locale, largo spazio pubblicitario ad assessori o nozze d’argento, ma anche un piuttosto sano anarchismo e mangiapretismo, diversamente inastato o sfumato dai singoli scrittori. Insomma, erano anche riusciti a strapparmi l’impegno di una sorta di francobollo mensile, una letterina, un aneddoto, solo che alla mia età le forze calano non a gocciole ma a catinelle, e ho chiesto con venia licenza. La risposta è avermi messo ad asciugare in prima pagina con un adieu au roi luguberrimo: Qui con noi, Marzio, resta. Io mi sono commosso alle intenzioni – all’università, dove ho insegnato per 40 anni, nemmeno questo mi toccherà – e divertito alle pernacchie catartiche ed eautontimorumeniche intonate da una truppa di amici per scaramanzia. E risposto così, sul mio Blog dell’Archivio barocco.

 

Oggi, mattina afosa e col cielo coperto, leggo, intonata, una affettuosa, inopportunamente elogiativa (ma quando l’affetto non strafà?) ‘presa d’atto’ del mio amico Pino Pesce, fondatore e amoroso gestore dell’Alba, cara rivista non solo cartacea che lui fabbrica, in unione di spiriti con Pippo Ragonesi e Pasquale Licciardello, a Motta Sant’Anastasia (Catania), terra natale del grande tenore Giuseppe Di Stefano. Qui con noi, Marzio, resta: è il titolo; e l’attacco (“Sì, noi dell’Alba restiamo, e sarai sempre con noi...”) ha imposto che io corressi a mettere sul mangiadischi l’Adagio di Barber. Nella stessa mattina, il mio amico, poeta e jazzman laureato, Eugenio Lucrezi, mi scrive in versi, in una disturna se sia meglio la SF o il Western (lui sta per le astronavi, io pe’ i cavalli), quella che resta, per me. una citazione indecifrata (forse ispirata al finale di Odissea nello spazio) e che potete leggere in esergo dei cari versi che ho mandato, in risposta, a Pesce. Il quale aveva messo in campo (per me!) il solito Machiavelli che lascia l’osteria e passa la notte a leggere i grandi libri, in vestaglia romana. O Vestaglia romànaaa ... accompagnaci tu.

 

 

 

                                                            

Il coccodrillo

 

 

 

I hope
To be back home one day!

(Eugenio Lucrezi)

           

            Porca mattina! mi leggo il mio necrologio

                su l’Alba estiva degusto il coccodrillo

                come toccò ad Hernesto, scrittore e cacciatore,

                dato per morto in Affrica... dovette

                restarci male, a sentirsi rimosso

                dai futuri orizzonti di lettura

                cacciato dal safari così male

                che poi ci riprovò, da sé, col suo fucile

               

                ora tutti lo davano per morto.

 

                Vero, i denti dell’animale d’acqua e di terra

                nemico giurato del capitano Uncino

                sembra che mi volessero risparmiare,

                ma la giostra mi sfiata, come nell’ultima kermesse

                che chiude un’operina ('opera-ballo')

                sfuggita all’eroe di Motta Sant’Anastasia

               

                l’irregolare che cantò Turiddu

                come fosse un Arturo puritano

                e fu primo a insegnare che non il do di petto

                per quanto riesca fulmicotonante

                deciderà le sorti del Trovatore

                non coccodrilli, lesse, in vita,

                ma libelli invettive bocciature strazii rinfacci

 

                dissero malcantante chi ci aveva insegnato di nuovo a cantare...

 

                Vorrei che su l’Alba d’autunno qualcuno opponesse

                che io, piuttosto pigro lettore del Malclavello,

                ne fui forse stornato, ab origine,

                proprio dai pedagoghi che insistevano, matti!,

                su quel suo viver doppio, double life,

                coi santi

 

               in biblioteca, avvolti in un kimono,

                quando la notte ha stretto le povere case in un bugno di bisbigli,

                protezione di ladri e di amorosi

                girotondi,

               

                ma prima, nella lunghissima giornata,

 

                con le dita nel naso e lo spetazzo facile

                con le carte untuose e i dadi truccati

                in taverna coi bricconi, che sono se ben guardi

                semplicemente i non vestiti a festa

                la gentuccia feriale i non eletti

                sicché mi vien da chiedermi, un poco da sempre,

                quale interesse potesse l’honesto Jago averci,

                del Prence di Toscana, a sfrondarne davvero

 

                gli allori...

 

                O minor Pino, io preferivo l’Alba

 

                ai professori ma devi anche capire che, per me,

                nella ‘mia’ Raya non ci si mette in ghingheri

                non si ha fretta di scindere l’alto dal basso

                (dal ‘cotto’ il ‘crudo’)           

                e se, nel dirmi addio, mezzo vivo

                e mezzo morto come ora mi sento

                credi a un addio alle armi da disertore o grand seigneur

 

                ai piani ‘alti’ dell’essere ti sei sbagliato di chiostro

                nel volermi far grazia mi confondi

                dici: fosti gentile ma è ora di posare l’osso

 

                non di seppia! di quella ho preferito sempre l’inchiostro




Paul Hogan in Mr. Crocodile Dundee (1986), regia di Peter Faiman


Volentieri fa versi chi sa di non esser poeta. Ma qui entra in campo l’Umano Troppo Umano che deve servirci da faro e da contrappeso. Pigliamo l’ultimo numero de L’Alba, a pagina 13 vi si loda la ‘poesia diversa’ (Slam Poentry, corrige Poetry? non liquet!) di una Signora Poensia che volentieri si congeda con versi così:

 

Sul collo / ti bacio / e ti attendo / in fondo agli occhi / dove / mi potrai sentire.

 

Scusatemi, non sono all’altezza. Non sparate sul Pianista che ha preso il cappelluccio e se ne torna alla sua soffittuccia.

 

Qui mi ritrovo in essa con genti che son vicine di più alle mie debolezze. Ad esempio, che la parola poetica si nutre felicemente di una sua ambiguità costituzionale. Se usa la rima, lo fa nella speranza (nella certezza) che poi uno se la batta in orbita rimeggiando per la tangente. Controeco en abîme. Se sta, linguisticamente, rasoterra, sfrutta il grado zero dell’invenzione, certo lo fa ad indurre il bisogno via via men raffrenabile di tentare il colore, prima di nascosto, magari, e con pastelli spuntati e scalcinati, via via indulgendo a macchie fuori ordinanza, a nutriture cromatiche inappellabili, a ori e lapislazzuli, in ultimo, costosissimi. Vice versa? Come no. E noi lasciamola Versare. “Nella reificazione del segno si illumina per conoscenza materica-analitica / Inglobare e reinventare la lingua-merce è la sola plausibile missione poetica” (sono i versi conclusivi dell’ultima plaquette di Marco Palladini, Il Mondo Percepito, editore Le impronte degli uccelli, a chiudere, insieme, un acrostico per Elio Pagliarani). Compito: mettetevi in una camera chiusa, in un camerino dopo che hanno spento le luci in teatro, e volgendo le spalle allo specchio recitate questi due versi in tutti i toni (e con tutte le intenzioni) che riuscite a strappare alla vostra memoria o immaginazione. Magari registratevi, dall’inizio, e poi, interrotta la registrazione, fate andare il nastrino sullo sfondo, continuando a recitare, voi, al buio, in contrattempo. Certo la poesia, così, diventa storia in atto, e in atto ricancellazione, e riscrittura, en abîme (!), e tre!, della materia linguistica riversata in poesia. La poesia è fattura, messa in crisi d’ogni trasmutazione lirica. Non è cosa di sentimento. è politica del linguaggio, salutevole in re.

 

Finché ce lo lasciano fare. ‘Diceva di essere un po-poeta... ma non ne aveva i segni cacaratteristici... cocosì... ho chiamato la po-po-polizia...’

 

Palladini, questa la sua caratteristica che mi colpisce, diverso toto coelo nella crosta delle sue fatture verbali (fatte per costringerti a pensare, in un’epoca in cui, da noi, si chiamano filosofi i portabandieri dell’Ovvio, e dello Scalcagnato, stampati lussuriosamente dai Supereditori gangsters), sembra ancora vicino (paradosso?) al Montale de ‘la poesia non esiste’ e al Saba del ‘che cosa resta da fare ai poeti’. Del resto, lo si potrebbe dire anche del ‘suo’ Pagliarani. E si potrebbe metterla, anche, in questo modo: le loro vite ci dicono che senza poesia non sarebbero state mai quelle; ma per loro poesia è un poco un assurdo e un poco un riparo in angolo. Come diceva il Grande Triestino? Come le bolle di sapone: a volte salgono a volte no.

 

 

                                     O uomini, la poesia, ammesso e non concesso che ci sia

                                     sotto il nome beffardo una cosa qualsiasi poesia

                                     è come battere un calcio d’angolo: per mille volte che sbucci la palla

                                     una volta fai gol. Trasumanare allora si potria

                                     e non per verba solo: non è una balla, non è una balìa.

 

 

Giovanni Stefano Savino non è, credo, nome dei più noti, nelle pagine gialle delle mengaldeidi o delle cucchiarate. Scrive, con una costanza che in altri potrebbe parere sospetta, una sua collezione degli Anni solari, giunta ora alla sesta cantica. Le pubblica dal principio il Gazebo di Mariella Bettarini e Gabriella Maleti. Savino, come Saba, è un nome d’arte, ma che conta la burocrazia anagrafica? Ha venti anni più di me, che ormai son per le oche. Nacque otto anni dopo mio padre ora morto da trent’anni e due prima della marcia su Roma che si rese defunta nel pieno della sua Giovinezza Canterina. Fu impiegato e insegnante, vive a Firenze ma è inutile mi spieghino dove; io Firenze non me la ritrovo più. Sarei capace di andare in via della Vigna a chiedere una spremuta di vinello agretto, con le bucce ancora scialbate dal ramato. La poesia fu per Savino una scoperta (dicono le poche informazioni forniteci) tardiva, senile, se la data di inizio dichiarato è il 1993. A quel punto GSS era già più avanti di me di due anni, se ci arrivo a settantatré. Io nacqui convinto che sarei stato poeta. Certe prove premature non maltrattate come meritavano me ne avevano quasi convinto. A tempo, dai venti anni, mi salvai. Un avvocato amico di mio suocero, due persone carissime, rimase basito a sentirmi dire che avevo in animo di mantenere la fidanzata, prima o poi moglie, scrivendo versi. Quando sentii il riso gorgogliargli in pancia (ebbe poi lui una vicenda di chiara fama come storico del movimento operaio ribellista), mi salvai in corner (giusto sopra); no, avrei scritto roba da terza pagina. Non credo ci siamo più parlati. Savino, invece, scoperta la sua seconda vita, solare non solo in epigrafe, in meno di venti anni dice di avere scritto 127 raccolte di poesia (sarà vero? 7 e 2 nove e uno 10). Qui ci vorrebbe un Savinio, una i in più, a disegnare un Savino, una i in meno, che in una sua cameretta vede uscire da tutti i cassetti di cassettoni, armarii o cofanetti o bauli, lingue di carta, strisce serpentine “di note dolci, senza uguali, e forti”. Ed è poesia come, se fosse pittore, sarebbero innumerevoli quadri, dipinti, schizzi, disegnotti, ‘presi dal vero’, ‘sul posto’. E in forme così ormai disusate da renderle rare, offensive, sbalorditoie. L’endecasillabo, onde dietro onde; sonetti, a volte, con una naturalità che nulla da spartire ha con certa raffinata e musodurica ripresa del sonetto (Fortini, Zanzotto, Sanguineti, imitatori innumeri, ch’era gioco facile, per maestri come quelli...), a correggere passate eresie o sbandamenti, per un ventennio o un venticinquennio passato. Sembravano tanti Lubrani e, come Lubrano, era più spolvero che sostanza.

                                    

Il bravo padre faceva i suoi ananassi caramellati, le sue dolciurie conventuali, col suo miele di morte.




Massimo Mori, 'ENTROPICA', la distruzione dei codici, 2008, poema in due volumi esposto alla inaugurazione del nuovo museo Carale/Accattino ad Ivrea.


Alle centotrenta pagine di versi, Anni solari VI ne fa seguire quasi una quarantina di testimonianze di rispetto o di ammirazione, le meno, pubbliche; le più, private. E ci son tutti, ci siamo tutti, come saremo a Giosafat. Da Luigi Baldacci, che non poteva distrarsi a un fiorentino, e si dichiara leopardiano con lui, a Gian Ruggero Manzoni, così immite eppur capace d’affettuoso intelligente ascolto, e del resto or non è un anno si sbilanciava (“Una delle voci più significative presenti oggi in Italia...”), da Alessandro Carrera (sulla newyorkese Gradiva, primavera-estate 2007, un profilo discorsivo e ricco di penetranti spunti) a Greta Noel de Montelaj (su Savino musicofilo), da Carifi a Bárberi Squarotti a Lanuzza a Vegliante a Ramat. Serto di quasi sempre olezzanti fiori, che si sottrae, in complesso, a un giudizio meglio mirato buttandolo sull’eccezione e sul miràcchio. In una lettera che avevo dimenticato, mi ritrovo concorde col me stesso di oggi:

 

“Sto andando a scuola e stamani leggerò dei suoi versi – con Auden, Testori e un passo della Passione di Matteo”.

 

Oggi, che so di un Savino che ama quanto me la musica, aggiungerei solo: “della passione di Matteo, di Bach”. Senza escludere l’Originale. Come sempre, parrà paradosso e non è, il Barocco e il terragno si salutano e riconoscono.

 

Quanto alle origini terrigene di questa poesia, come non fare i nomi, lì a Firenze, del maestro di tutti, Betocchi, e del più limpido Parronchi? E più in generale di Rosai.

 

                         Io non credo al sapere ma al mestiere:

                         suggerii a me stesso di contare,

                         di ascoltare la musica del verso

                        e di lasciare perdere i quadrati

                         dei contenuti, i triangoli ed i cerchi;

                         parti dall’uomo (...) e non perderlo di vista (...)

                         tutto il resto non vale una carota (...)

                         (...) a me basta

                         la vela della luna sulla conca.

 

 

Era, in fondo, quello che rendeva incantevole De Robertis: il mestiere. Cosa più fiorentina non v’è.

 

Non v’era.

 

 

******

 

 

Ma le notti d’estate sono tante quante le stelle. Non facile distinguere una dalle altre insonnie, grandi fabricatore di fantasime. Così aggiungo qualche altra riflessione delle sparse sotto l’Implacabile Cagna Lunare.

 

Dei versi, per esempio, mi circuiscono la mente come una melodiuccia tenace, affliggente per il suo non richiamata (inesplicata) ripresentarsi, obsidere.

 

 

 

S’ERGONO CANTI GL’INCENDI

................................................

 

 

è il verso due della seconda stanza del quarto episodio editoriale (quarta cantica? si va dal XXVI al XXXV) del “poema interminabile” (definizione d’autore) di Gio Ferri, L’assassinio del poeta, questo col sottotitolo La barbarie des signes. I precedenti sottotitoli erano stati, nell’ordine, Chanson de Geste Exécrable; La Femme Égorgée; Le Papillon cruel, e il fischio di partenza del trenino (adoro i trenini quanto detesto i treni, fino ad essermi ridotto come un bronco inamovibile, e, sia beninteso, non i trenini elettrici, complicati, costosi, ma quelli dei giardinetti, dei piccoli luna-park dove ci si siede, magari col nipotino, da giovani con la bella e la gonna svolazza, il nipotino placido sgranocchia piramidi di zucchero filato) fu dal 2003, per le belle, bellissime (politissime) edizioni di poesia della Anterem veronese di Flavio Ermini, una di quelle imprese che ragionan così: Se questo è un popolo di santi, di marinai e di poeti, lasciamo che dei santi se ne occupi il prete, dei marinai la guardia costiera e dei poeti occupiamocene noi. Dei poeti e delle poetesse, che fioriscono sul desolato e pulcinellesco popolo dello stivale come sull’identico suolo fioriscono le truffe e le tasse sui poveri. Ermini, poeta e critico egli stesso di non improvvisata valentìa (di fresca uscita un suo nuovo libro di versi pensosi, come di solito i suoi, Il compito terreno dei mortali, Ermini escogita sempre dei titoli suggestivi) si fa il Barnum di questo circo in spirito di zelo e di servizio, più che di commercio, e sa da sempre (non reggo, direbbero a Firenze, nemmeno il semolino; o, delicato di stomaco, non mi piace ingombrarlo di equinozii e parallelepipedi) che io non condivido questa linea; terrei l’asticciuola un tantino più alta, più reservata, ad evitar coree e slovakkie. La Nazionale (mi dicono) la s’è slovakkiata un piede o sviato un mallèolo (quando scrivo mallèolo mi sento sùbito dannunzio, se pur mi resti qualche rado capello). Ma debbo dirla tutta: se chiedo questo all’editore e selettore troppo generoso (è un mio parere) di versicolalìa peninsulare, non chiederei lo stesso allo studioso della poesia. Mi sento, dunque, in debito e non in credito; e disperatamente fermo ai nastri di partenza, quando la gara è ormai tutta sulle piste del gran circuito. (Circùito, con l’accento sulla u, non circuìto, come dicono a Firenze, capitale molto presunta del bel parlare in crusca, la crusca in cui finì la farina del cavolo!, come dicono, enorme!, farmaceùtiho). Sappia l’Ermini che non uno dei suoi doni è andato non almeno percorso e poi cestinato; ho un mobiletto di pregiata fattura, non roba Ikea!, dove mia moglie tiene con gran diligenza ordinati per scala alfabetica tutti i poeti che mi hanno spedito sull’arco di un trentennio i loro lavori. Quanto al Compito terreno dei mortali, mi viene in mente Croce: ‘qual è il compito dei giovani? Crescere’; compito dei mortali credo sia il morire, ma tanto le pompe funebri non sono che una divisione secondaria della critica letteraria. Orazio: – mi son fatto fare una cassa (monumentum) più dura del bronzo. Marino: – dalla cuna alla tomba è un breve passo. Leopardi: –  (meglio toccarseli). E il vantone Carducci ebbe un bel proclamare incipitario: “No! non son morto”, quando stava – nella sua “seconda vita”, quella di vate ufficiale di una ufficialissima Italia – per rendersi morto e requiesca. Tanto che il d’Annunzio reagì col lodare la vita: – mi sveglio la mattina e mi lavo con l’acqua diaccia. Per forza! gli avevano sospeso, per morosità, l’erogazione di quella, scaldabile, del rubinetto. Era anche per dare sulle dita al Gide delle Nourritures (1897), donde pescava frattanto (come avrebbe poi fatto Montale, tirando al risparmio) a man salva frasi e modelli: “Je me lavais avec de l’eau tiède...”. Ma tornando ai montoni del verso di apertura, a me è mancato solo il terzo episodio della saga del poeta assassinato; e credo dipenda dal fatto che io, piuttosto solidale fino ad allora, con Ferri (anima terza della bella rivista Testuale, insieme con Giuliano Gramigna e Gilberto Finzi), non mi mostrai entusiasta dell’iniziato e sùbito fattomi conoscere, poema. Né troppo mi riscaldai, col poeta, ricevuta la seconda puntata. Che dire? C’era un delitto e c’era un commissario; la cosa sbandava voluttuosamente sull’allegorico. Non tutti tutto possiamo: a me son di quelle cose che fanno cadere, all’istante, le vele del potermi interessare. “L’assassinio del poeta è un poliziesco vero e proprio che si sviluppa in una sorta di poema interminabile”. Mi vidi balenare certe copertine azzurro-cupo della Sellerio, magari l’ombra, se non di Sciascia o Bufalino, del rosonomastico Umberto. E anche di Gadda (“la nottambula paura”). Non si può chiedere troppo, e tutt’insieme, e alla imprevista, ad un lettore che tiene ai suoi umori. L’estasi per Gadda era nutrita anche della scoperta che uno scrittore grandissimo poteva arricchire la propria bottega d’un comparto buffonerie.

 

E badate bene, l’unico a saperne fare tesoro, smacchiando dalla giacca ogni residuo ottocentesco (Cagna, Dossi, Faldella, Fogazzaro... Imbriani è diversa quistione), ossia il grande Arbasino, competentemente riedito da poco da un critico intelligente come Mànica si spera anticipato contraltare allo scivolone della medesima ufficialissima collana (‘I Meridiani’ Mondadori, ormai cospicuamente malfamati) nell’accogliere i panni del Bevilacqua. Vino, vino ci vuole! ma sangue non mente (O Segnor per cortesia | libera nos de Padanìa) –, Arbasino non ha mai smesso di arroccarsi sui ‘disegni milanesi’ dell’Adalgisa 194... sullo stupendo cartone dei Budènbrocchi di San Giorgio in casa Brocchi, che sta ai Buddenbrook come il Tristano del medesimo Mann al Tristano di Wagner. Sta il fatto che, sorprendentemente, il mirabile Gaddus si è lasciato senza troppo resistere scolarizzare donde, presto presto, sdimenticare. Accorto come sempre, un pedicello pedemontano dal nome al quadrato (docente a Parma, per mia antica colpa d’aver ceduto alle querele d’una moglie – e ai disegni di falsi amici – che minacciava di piantarlo se lui prendeva cattedra nel Sud dei Briganti) sta per sbarcare una sua monografiuccia destinata a sfidare le ère come una lisca di paleopistrice sottovetro.

 

Nemmeno aveva giovato, all’accoglimento del poema per mia parte, l’ovvio riferimento ad Apollinaire, la cui grazia è fuori non vorrò dire dai mezzi, certo dagli interessi del poeta Gio Ferri. Così la quarta uscita mi arriva un poco a sorpresa, dato che in un momento di stanchezza e di malumore, diciamo pure vittima della coazione all’autodafè che non risparmia nemmeno un cattivo professore (diverso da: professore cattivo) pensionando, avevo chiesto in amicizia a Ermini di cassarmi via dalla lista dei lettori papabili delle sue orde di facitori di poemi. Non gli stavo più dietro. Addossatemi le colpe di imprevidenza che mi spettano, oso dire tuttavia che, fermo restando il progetto un poco intellettualistico dell’insieme (surrealismo e patafisica non si accordano mai troppo bene con la materia linguistica italiana, se non a prezzo di virtuosismi da Maestro Raro, e in fondo i nomi che mi verrebbero, De Chirico, J R Wilcock, e, perché no, Gramigna, mi paiono fuori, ripeto, non della portata, forse, certo della cura di Ferri), il lungo e non rimesso lavoro del poeta –resto della convinzione che il genio sia gioia del lavoro – è andato scavandosi camminamenti, all’aperto, e cunicoli, sottoterra, che implicano ai miei occhi un formidabile arricchimento dei mezzi e della ispirazione che li rinvigorisce e diaspra. Anche dal punto di vista dell’obbligo metrico autoimpostosi fin dalla prima uscita: “La struttura metrica, salvo erranze, si sviluppa per ottonari (multipli e sottomultipli). L’ottonario, come si sa, è sovente, nella nostra poesia, il verso del racconto poetico popolare”. In realtà Ferri intende credo l’ottava, la stanza narrativa per eccellenza da Boccaccio al Barocco, ma quello che preme è che, se all’esordio essa era senza molta varietà brulicante di scontri timbrici dissonanti (da far pensare a un Balilla Pratella e non a un Bartók, per capirci, il che significa la dissociazione della frattura acustica dalla tavolozza cromatica), ora essa ha una sgargianza che mi ha fatto pensare non al Giudici, mettiamo, della scommessa di Salutz, ma ai burleschi e barocchisti, a Manganelli, perfino alla lirica ferocia di un Agrippa d’Aubigné o alla genialissima rottura d’ogni nucleo linguistico di Chlébnikov o del Klossowski vergiliante.

 

                         non s’acquieta fiamma irosa                 alla rossa fonte della

                         Senna e fiammana s’insenna                 traversa di secoli ombre

                         scosse spavente le sponde                     ‘sì tremombrose e cadenti

                         pulve di libro ormai sta                         l’oscuro tempio silente

 

 

Naturalmente anche a Spatola. Mentre va in me inoltrandosi, per non dire imponendosi, il sospetto che Gio Ferri abbia, se non intravisto fino dalla partenza, certo messa ora a punto una sfida che chiede alla sua nuova poesia di contenere la sferza di tutto l’antico poetabile e poetato. Altri ‘poemi interminabili’ ho conosciuto, da L’Adone a La camera da letto, da Paterson alle sette giornate de L’Epica di Jean Robaey. Lasciamo Buffalo-Ezra alla sua incomparabilità. E, siccome si è sempre sicuri di non essere intesi, mettiamo anche le mani avanti: interminabilità è una vocazione, un lievito, non uno stato di fatto. Sappiamo bene che L’Adone finisce con la strage di altri Ugonotti perpetrata dal finanziatore del poema, Luigi xiii, mentre Marino è a Parigi. Ma è solo mettere una pietra a fermare provvisoriamente l’infinita caduta dei mondi.




Agostino Tulumello, Senza titolo, 2004


E d’altri che scrivono pagine di romanzi dovrei saper scrivere. Non ho pagato come avrei voluto il mio debito col romanzo – premiatissimo – di Gualberto Alvino, dal titolo che vale di suo una leggenda: Là comincia il Messico. Il titolo (a parte il riferimento, ovvio almeno per i cinéphiles, da Charlot a Peckinpah, e pei collezionisti di Tex/La repubblica, alla borderline segnata dal Rio Bravo fra gli USA, dalla democrazia restrittiva e accumulatrice, e il Mexico Lindo, dalla anarchia desperada e mortuaria) può valere Ravenna o Signorina Rosina, ma questo devoto alla causa di Pizzuto non è, per me, un pizzutiano per li rami. È altra cosa, impone diversa strategia di lettura, e questa per me è una lode senz’ombra. Ricevo poi, con regolarità fitta, le opere di Roberto Bertoldo, fondatore della rivista Hebenon, una delle meno inutili che ci raggiungano, con bollettino d’abbonamento incorporato. Se l’Orsa di Alvino, diqua o dilà dal Messico, è lo Stile, per Bertoldo è una ostinazione filosofica libertaria, e l’infittirsi dei suoi prodotti, deiquali l’ultima cosa a contare è il livello, (era facile accertarlo, pe’i critici d’un temo, proprio per questo magari li ammiriamo, ne serbiamo i libri ma non sappiamo che farcene), mi induce a spostare l’ago su certi scrittori di fine Ottocento, o dei primi decennii, ancora ottocentesco-scapigliati, in parte, del Novecento. Non so, i Valera, i Petruccelli della Gattina, anche Cagna, magari, soltanto in apparenza un pre-gaddiano. Il timbro è parlare di cose dell’oggi ma agganciandole a fatti, consimili, di ierilaltro (come in quell’abbarbagliante cartone bertoldiano del Lucifero di Wittenberg che ci dipinge la Guerra dei Contadini, quella tragedia all’ombra di Lutero, e ci parla della tragedia della Jugoslavia imbelvita, come solo ha saputo fare qualche film non privo di riscontri nel pure raro, ormai, pubblico delle sale cinematografiche); e di tenere irritata l’attenzione del lettore, mai facilitato più del giusto, con una prosa che serve da mascheramento, deviazione o cavallo di frisia. Come una pellicola mai messa perfettamente a fuoco. Mi vengono a mente piuttosto quei pittori, a destra o a sinistra, che dipingevano operai nerboruti ma scheggiandoli con reticoli aggettanti alla cubista, con dilombamenti e straniamenti incuranti d’ogni ottica che non fosse Trascendentale. Dovrei vedere meglio, ma mi pare quell’infiltrarsi non casuale di una lezione Zola, e anche meno, rispetto a quella flaubertiana (e poi russo-impariginita) che decide perfino dei desolatissimi Malavoglia. Questi Cartaginesi d’en bas... Non mi dispiacerebbe che qualche lettore in più si trovasse per i recenti Ladyboy (Mimesis ed., con doppia sede a Sesto San Giovanni e Gemona del Friùli), storia di un prete omo e di una sua Lolita transex, arida storia e cupa, come un rosario con bottoncini di sangue, e L’Infame (Storia segreta del caso Calas), – un affaire tenebroso di ‘prima della Rivoluzione’ – editore lavitafelice. A volte Bertoldo scrive quasi come me, il ‘me’ di questa piazza che non son’io: “Nella via scorreva un’aria dissestata che portava qualche punta di freddo e quell’odore che emanano le foglie prima di cadere”. Ma io non sono che un critico e difficilmente mi sarei trovato sotto la penna quel differenziatissimo “(aria) dissestata”. Se domani, ora che il Rettore (leccandosi i baffi) mi ha dato il calcinculo che si dà ai settantenni non ligi, fondassi una mia privatissima casina editrice, mi piacerebbe chiamarla: L’ariadissestata editrice. All’Insegna dell’Ammanco.

 

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Alla memoria di Eugenio Montale

 

 

Un’altra notte pensavo ai Tenori. La cosa non vi riguarda? Sì e no; no, certo, se ci poniamo dal punto di mira del Degustarseli o Meno. Invece a fondo, e con strette implicazioni alla medesime nostre inchieste sui valori dell’arte, sulle fatiche dell’arte, e su una critica meno giudiziaria e, all’opposto, com-pathetica, se partiamo dall’impegno della Produzione, e del Significante, del Suono. Non dovete pensare ai Tre Tenori; quelli sono già una celebrazione post mortem. Peggio per chi ci si è illuso di ‘alquanto surgere’ nel suo destino di schiavo della tv. Perfino Umberto Eco, questo Pavarotti dei romanzieri, o Placidodomingo dei semiologi, una volta ci diede: – il mondo sarà diviso fra una eletta, minima, che legge, e gli schiavi del teleschermo. Se, come pare, il Pava fu, il Gransimpatico, col suo faccione campestre, e la simpatia da gioco delle bocce, a trascinare all’abisso gli altri due, il Placido Diomingo (e speriamo la faccia non di fuori) e il Magnifico Leucémico Barcillunisu, di gran Carreras, beh si è visto anche molto prima del prevedibile che il Compromesso Storico spettacolare funziona se induce il pubblico a nausearsi, meglio tardi che mai, delle sbobbe offertegli finora come uniche sue, e ad affollare poi i teatri e a costringere il Palimpsesto per Excellentia a spostare nelle ore di punta le trasmissioni di musica, spingendo le fazzazze politichesi e le troiate del Reality (due volti dell’istesso dado) al fondo delle notti più disertate. Il Mondo à la roversa... Il che non fu. Il Pava ci è morto (oggi non riescono a vendere più i suoi dischi nemmeno a prezzi stracciati, dico neanche i suoi dischi migliori, i Donizetti allegri i Verdi più cordiali i Puccini con Karajan... l’Idomeneo, che sarebbe stata la sua carta di riserva ‘nobile’ non si fosse, alle prime incertezze, tritenorato), Josè si è ritirato quando nemmeno a portare il diapason sotto il livello del mare gli fu possibile intonicchiare, col bel timbro sopravvissutogli, neanche ‘Lo sai che i papaveri’ o ‘Fatti mandare dalla Mamma’, e Domingo fazzadebronzo sta immobile sulla breccia, si trasforma da Otello in Simone Boccanegra – cioè da tenore o baritenore a baritono – e, state sicuri, ha in serbo il suo sbarco in Normandia: una incisione integrale dell’opera del Doge della Lanterna dove questo Pancho Villa dello show terrà la bacchetta direttoriale, canterà non solo la parte del protagonista, baritono, ma anche quella dell’antagonista, il basso, non rinuncerà alla parte minore ma importante del basso-baritono Paolo Albiani (oggi sarebbe un raro inquisito del PD), visto che porta applausi e scritture ai cantanti esordienti od a quelli tramontanti. E, non rinunciando al Tenore Primo (da lui già cantato anche in disco un mezzo secolo fa, con la Ricciarelli, Cappuccilli, e Gavazzeni) farà anche l’Araldo che al principio dell’atto quarto esorta la Genova boiacchimolla a tornarsene a dormire a casa, per questa notte. In sospeso la decisione circa la parte di Amelia, il soprano, cui rinunciare o meno dipenderà da certe manovre occulte volte a trasformare una voce ‘virile’, registrata, in tessitura e timbro femminili, ma scansando l’Effetto Paperino.

 

I tenori sono una cosa che nulla ha che spartire coi Tre Tenori. Come la musica sinfonica, e in parte il romanzo, hanno una storia delimitata; il meglio sta tutto nell’Ottocento. Dal 1827 del Pirata – lo stesso anno dei Promessi sposi – al 1924 di ‘Vincerò’. L’anno del delitto Matteotti e della Rapsodia in Blu. Naturalmente, nulla da obiettare, se (idealmente) la mano passa dall’ultimo Mahler al Balletto di Igor Strawinsky; io come io, mi scaldo molto meno per una ennesima Nona di Beethoven, col suo coro tronfio finale, che non per una ripresa di Agon, così nichilisticamente imbevuta di spirti californiani. Ci sento perfino l’aroma delle prugne che fanno tanto bene alle panze riottose. Per i tenori-tenori, nel primo trentennio dell’Ottocento se ne osserva l’invenzione sperimentale, in epoca vivace per cui il laboratorio faceva le prove direttamente in teatro. Avrei voluto essere con Tommaseo a Lucca, quando questo ‘pensoso della forma’ non perdeva una sera del Guglielmo Tell di Rossini-Duprez. A volte non si cambiava nemmeno i calzini, che del resto indossava con lavaggi più o meno trimestrali. I santi hanno un loro odore inconfondibile, testimoniò un poeta ‘minore’ del secolo, andatolo a trovare nel suo bugigattolo (e vedi il Tommaseo di Giacomino Debenedetti in excelsis). Ma a Lucca perché? Sarebbe cosa da non doversi spiegare a lettori infarinati di storia dell’Opera. Rossini aveva messo casa a Parigi e dato alla Académie Royale, quella che oggi per noi scorciando è l’Opéra di Parigi, le più belle invenzioni e più ardite del suo tardo genio, certo non mai romantico, tuttavia absolument modern. Il Guillaume Tell, nei suoi cinque atti di cori pastorali, danze arcadico-dionisiache, battaglie, rappresaglie, giuramenti, alberi della cuccagna con freccia-nella-mela, tempeste e inni alla divina libertà, bell’e pronti per una celebre sigla televisiva, senza forse premeditazione, si trasformò per lui in una Caporetto, e l’onda dello Spirito del Trenta avrebbe trascinato a valle quel musicista post-napoleonico (il Barbiere di Siviglia è del 1816 e mi son chiesto spesso se Figaro non sia un avatar del vinto Imperatore, tornato a metter mano – lasciando a Sant’Elena un sosia – fra nobili azzimati e malvissuti, ricchi borghesi che si son trovati la pappa fatta e preti degni della loro fama scelleratissima, quasi dicessimo Francia e Inghilterra e Austria e Russia e Spagna) insieme con quel suo irrappresentabile Operone. Era il Finnegans Wake del teatro. La spedizione di Lucca valse, per il Guillaume Tell, ritrasformato nel Guglielmo Tell, – quello che poi si diffuse in Europa almeno per un secolo, fino alle riprese di Lauri-Volpi e di certi suoi epigoni valentissimi, il Filippeschi, lo Jaja, il Raimondi – valse come una Spedizione dei Mille. Fu qui che un tenore in ascesa, tal Gilberto Duprez, in una scena eroica e spadaccina fece squillare il primo do-di-petto, che oggi i musicologi (ma non ci sono dischi) tenderebbero a leggere come un do-di-testa rinforzato. Rossini, ci ripetono, aveva costruito la parte sulle grazie e le attitudini del tenore Nourrit (Adolfo minor, prima dell’Adolfo maior che andava in piazza camuffato da Charlot e si credeva l’Eroe Segaffreddo) costruite à la française sul registro di testa. Quello che sta vicino (ma guai a identificarcisi) al Falsetto e séguita a pensare al Sesso dei Castrati (un abominio in scatola) come al Miglior Sesso.

 

Al miglior sesso...

 

 

Temo che i miei lettori giovani non avranno ricordo di Tajoli o Claudio Villa, con le loro ugole da ‘posteggiatori’. Quando prevalse Toni Dallara, col suo vocione, il loro mondo s’inabissò come Atlantide. Più o meno in contemporanea. i ‘ragazzi dell’Opera’, con ingratitudine pelosa e rimorsa, ma senza esitazioni, bruciarono sulla riva le zattere intitolate a Beniamino Gigli (di Recanati come il Giacomino) o a Ferruccio Tagliavini, alto due piedi e seduttore da leggendario dei santi. Faceva anche il cinema (come, del resto, Beniamino Gigli, solo che la figura da nonno nobile gli preludeva le parti d’amoroso, al più gran tenore del secolo, dopo Caruso, certo al più popolare, non solo come vorrebbero nazional-popolare e fascista); i nuovi galeoni si intitolarono a Mario Del Monaco, a Pippo Di Stefano principe della Scala, e, con più lenta e inquieta ascesa, a un altro marchigiano come Gigli; Franco Corelli, detto dai detrattori Pecorelli, per l’emissione belante, e, dai Fratelli d’Italia in tumulto, Cosciadoro. Era un bellissimo uomo, alto come nessun tenore lo era mai stato (Delmonaco, macho e marione, andava in scena con delle zeppe così, invidiava alle femmine i tacchi a spillo), un Apollo mai visto. Erano, in realtà, un trittico di belli, nell’epoca dei Poveri ma Belli, loro un poco alla volta detentori di scudi come dice al Tacca-bodoni il Linguaggia nel Contra Phos-culum del Gadda, e non sarebbe stato mai possibile metterli insieme come i Tre Tenori della decadernza; a meno di non portarli dai camerini alla scena in catene e non tenerli a cantare in gabbie da leonessa. Del Monaco aveva un profilo da antico romano (le copertine dei suoi dischi, fatti in Inghilterra anche se incisi di solito in qualche teatro italiano, lo schizzavano col testone e il bazzone di un altro Italo Macho, rimasto nella memoria collettiva come un povero porco scannato, appeso per i piedi con l’amante a mutande ignude tutta coperta di sangue; e gli occhi mulinanti, anche quelli il Marione ce li aveva), Di Stefano era un sosia di Tyrone Power, sosia a sua volta (di meglio non poteva passare il mercato) di Rodolfo Valentino. Del Monaco era o si era fatto una sorta di baritenore, il che gli procurò, anche più presto del debito, delle grane in acuto. è una legge fisica che ognuno riesce a osservare: se un liquido viene compresso al centro, se ne strozza l’ascesa al collo di bottiglia, lo spruzzo sui soffitti della camera. Di Stefano ebbe l’intuizione che l’equilibrio ‘storico’ fra l’uomo e il cantante (e fra le parole e la musica) pendeva ora, squilibratissimo, dalla parte dell’uomo; e fece piangere legioni di ammiratrici e di ammiratori, quasi dimentichi di stare ascoltando una storia ideale, una favola in musica. Ebbe la più bella dizione che cantante d’opera avesse mai avuto. Ma trascurava i trucchi del mestiere, le vocali tubate o ‘coperte’, le consonanti viziate (‘le dolci calzoni del netto natìo...’), le sibilanti addomesticate fino alla caricatura (‘scioli or sciamo... fì fuggiam da quefte mura... affaffini...’), e quelle si vendicarono. Era, quella, gente onesta; la seconda serata che andava storta si ritiravano e lasciavano incredulo rimpianto.




Franco Corelli (1921-2003)


Adolphe Nourrit, surclassato dal do-di-petto, aveva dalla sua lo svantaggio di essere intelligente, anzi quello che noi diremmo un intellettuale. Andò da Donizetti, che (anche per Mazzini filosofo della musica) era il vero protagonista della nuova stagione romantica, e gli chiese di aiutarlo a ricostruirsi una voce erculea. è una storia che andrebbe bene per una plaquette del mio amico in melodramma Gianni Gori (a Trieste), per un Camilleri ‘storico’, senza commissario, per un romanzetto dell’altro mio amico (italiano in Germania) Cesare De Marchi. Nourrit si costruì una voce ‘realistica’ (hic Rhodus...) andando dal Donizetti come uno scrittore in crisi ‘si recherebbe’ (sic) dallo Strizzacerèbro. Donizetti, immenso sperimentatore, gli cucì addosso la parte inaccessibile di Poliuto, ma si trattava di un eroe cristiano, di un martire, e alla vigilia intervenne la Censura Borbonica; l’opera non andò in scena e il Nourrit si buttò dalla finestra.

 

Dalla finestra si buttava prima d’ogni andata in scena il nevrotico tenore Franco Corelli. Il frequentatore delle nostre dedàlee reti non credo sappia che prospera in Italia tutta una sub-editoria devota alle ‘grandi voci’, che ha un suo pubblico avido di particolari piccanti e di sterminate cronologie. Monografiucce illeggibili perché, insomma diciamolo, Chi Sa La Scrittura Non Entri Qui Dentro, e le eccezioni son poche e, in quel caso, davvero straordinarie, dal Del Monaco del ricordato amico Gianni Gori, al pionieristico Caruso. Storia di un emigrante (1947) del massimo conoscitore di voci della storia del melodramma, Eugenio Gara, a un magnifico libro di Franca Cella, una signora milanese biondissima allieva di Mario Apollonio e di Gianandrea Gavazzeni, sulla soprano (io scrivo così, quand’è donna) Leyla Gencer, venuta di Turchia a prolungare la lezione di Maria Callas azzoppata dall’A(r)matore Greco. Cosa tutta diversa sono due romanzetti sulla gioventù di Caruso ‘leggenda napoletana’ scritti dal russo-tedesco Frank Thiess, quello del glorioso libro su Tsushima a suo tempo edito da Einaudi, per aiutarsi a passare quest’altra guerra. Li utilizzò il cinema e, siccome a Caruso nel film prestava la voce Del Monaco, l’opera dell’esordio granghignolesco non fu più la bovariana Lucia di Lammermoor ma l’ Andrea Chénier, uso dispense Nerbini. Si aspetta ora il libro su Jussi Bjoerling, il Beniamino Gigli svedese, dell’ottimo scrittore italiano Stephen Hastings, direttore di Musica, finché lo lasciano fare. Lui pensa ai lettori di Gramophone e gli editori alla bestialità da calciòfili, sarà (incrocio le dita) che tenga la passerella.

 

È appena uscito un sontuoso libro su Corelli, morto da sette anni e non ancora dimenticato. Lo scrittore è un fiero intendente di segreti della vocalità, come ce ne sono, sul fronte calcistico, di espertissimi delle triccherìe e dei rimedii del dare alla palla. Peccato che fra lui e la penna (non intendendo ai vertici ma proprio nelle buchette e retrovie di grammatica, sintassi, fraseologia, uso della lingua non parlata, ec. ec. ec., insomma di Quella Cosa, che si chiama Scrivere) ci siano i rapporti che fra Pinocchio e l’Olio di Ricino. La casa editrice non ha lesinato sforzi per far del libro una galleria di ritratti fotografici del Tenore Bello che un tempo avrebbe reso felici le fan, oggi renderà estatiche le Checche. Dolga o piaccia dirlo, il Paese del Melodramma è ormai coperto di Checche al novantasette per cento. Li sentite? Breeeeevaaaaaa.... (dal loggione; sono loro). Orrrrrendooooohhh... (li sentite? in chamera... charitatis... Sono loro). Come diceva il gran Magalotti uscito dal convento? Non erano i sacrifici di quei bravi fraticelli che mi facevano pesare addosso l’abito; ma i loro divertimenti.

 

Se mi dessero un euro ogni refuso di questo libro mi farei la villa. Ma tutto questo lo sapevo senza bisogno di comprare il libro. Gli è che ad esso è allegato un CD, uscito dagli archivii di famiglia, con un’ora di prove al pianoforte di questo Achille del Sesto Grado dell’Ugola. E qui c’è da imparare e da commoversi. Intanto ci sono delle prove di quel Guglielmo Tell, alla Duprez-Tommaseo, che allo sbocco degli anni 60 tutti ci aspettavamo che il Corelli avrebbe trionfato (voce di gergo) sulle scene; ipercritico di se stesso, disperatissimamente suicidario, vi rinunciò da ultimo, come avrebbe rinunciato (per l’opposto) all’Otello. Nel senso che la voce di Arnoldo, il tenorissimo del Tell, deve andare aldilà delle nuvole e quella di Otello Moro sprofondarsi nelle cantine dell’eros mortuario. Il tenore Lauri Volpi, l’unico prima di Corelli a poter mettere in carniere tutti i ruoli della stratosfera, e che al Corelli diede consigli efficaci ma ci voleva il Failli (come si dice a Firenze a memoria di un leggendario direttore del manicomio locale, San Salvi), il Lauri Volpi, che ci aveva una laurea o quasi ce l’aveva, scrisse un gustoso e polemico pamphlet sul tenore che dovendo affrontare in scena la parte di Otello (e lui lo fece, mirabilmente, ma senza successo, nel 1941) vede, nel suo stesso corpo vocale, freneticamente cangiar di sembianze il personaggio, ora bianco, ora nero, ora vocato all’abisso, ora rapito ai cieli. Ganimede e Minosse in unica soluzione.

 

Allora, Scemo come un Tenore, memorabile adagio, è da ribilanciare con Scemo è chi scemo si fa, della mamma di quello di quel film sullo scemovedi. Corelli, nel suo studio, libero dalle paure maniacali, accorda il pianoforte un semitono più alto, e si fa l’alchimista, lo stregone della Voce. Non siamo, qui, coi cantanti, ma con chi provoca e sfida la materia, chiede a Dio se esiste o non esiste. A volte lo intravede e sùbito butta all’aria la scacchiera, per tentar la riprova, è una virtù dei santi. Rotta la tradizione metafisica, si è in pieno surrealismo. Per questo De Chirico vestì da palombari i Puritani della celebre (e contestatissima) rinascita dell’Opera al Maggio fiorentino, dove scagliava fulmini e stelle il Lauri-Volpi. Entrato nella leggenda fiorentina. Corelli è l’Aragon, l’Henry Miller dei Tenori. Tropico del Capricorno... per questo Pecorelli belava e gli Ignoranti ne lo deridevano.

 

Madamini, il Tenore l’è Questo. Sexus Plexus Nexus. A fare più buia la notte.

 

                                                                                     




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