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di Marzio Pieri
La
piazza è quella
delle notti atroci; non fosse il continuo abbaiare dei cani dalle quinte
en abîme di altri cunicoli e piazze a
perdita d’ascolto, si potrebbe ascoltare il crepitìo delle stelle sulla
graticola di accesi carboncelli. Non riesco molto a pensare. In cerca di requie
inattesi conoscenti escono dalla nebbia acquitrinosa, si fermano, con breve
cenno di saluto, a rimestare i fogli che si versano da una mia cartelluccia
semiaperta. Roba in parte già edita, già data in pasto a pochi e non famelici
amici o moderati curiosi, che magari mi piace andarmi di nuovo centellinando,
un occhio aperto e l’altro chiuso. Le zanzare bengaline mitragliano come gli
aerei giapponesi le navi alla fonda nella baia di Pearl Harbour. Sembra il nome
di una caramella.
Mia
moglie mi chiama a vedere:
sul letto della camera da letto, eh, la gattina Schizzo, feroce e insocievole
come la Natura,
è rannicchiata sul guanciale di sinistra, dove di solito la mia testa posa.
Alla base di destra, o monumento!, posa la Gatta Suprema, detta anche la Tigre, la Gattona, quella che,
fuori, ferma la gente e la induce a implorarmi che non mi opponga a lasciarla
fotografare (intanto Lei è già in posa come una esperta e cupida modella di
Playboy). Mia moglie se ne va, mi punge vaghezza di stendermi anch’io sul morbido,
fra due felini, il mio incanto. Aziono la ventola, la feroce gattina se ne va
con un guizzo, disturbata e timorosa; meglio avere paura che toccarne. La
tenera Gattona, accorgendosi del mio piede ignudo che nel distendersi della
gamba le si è accostato, se lo prende fra le zampe cicciose, erbose, eppure
avrebbero delle mezzelune di unghie, delle trincee di grinfie. La tua donna
troverebbe presto che il tuo piede, dai calli mal curati, la vessa e le
impedisce di dormire; il più amorevole bambino già si avvicina all’età delle
meraviglie quando si pensa al sorgere innocente, necessario, di una gens senza
croste né calli, che tratta alla pari con dio. Solo la Gatta Magna mi accoglie, per
sempre fedele come la terra.
Mi
è poi toccato leggere il primo in
età dei miei Coccodrilli. Entrai in rapporto, per via della mia fedeltà
ai tempi meravigliosi del tenore Di Stefano (nato, e ovviamente mai ritornato,
a Motta Sant’Anastasia di Catania), con una rivistina, internauta e anche
cartacea, che vi si pubblica, per le cure affettuose di un professore di lì,
Pino Pesce, e con la partecipazione variamente pacifica di Pasquale
Licciardello, di Pippo Ragonesi, e del più antico e riottoso polemista Carmelo
Viola. Tutti più o meno allievo del
grande e boicottato verghiano Gino Raya. Gran colore locale, largo spazio
pubblicitario ad assessori o nozze d’argento, ma anche un piuttosto sano
anarchismo e mangiapretismo, diversamente inastato o sfumato dai singoli
scrittori. Insomma, erano anche riusciti a strapparmi l’impegno di una sorta di
francobollo mensile, una letterina, un aneddoto, solo che alla mia età le forze
calano non a gocciole ma a catinelle, e ho chiesto con venia licenza. La
risposta è avermi messo ad asciugare in prima pagina con un adieu au roi luguberrimo: Qui con noi, Marzio, resta. Io mi sono
commosso alle intenzioni – all’università, dove ho insegnato per 40 anni,
nemmeno questo mi toccherà – e divertito alle pernacchie catartiche ed
eautontimorumeniche intonate da una truppa di amici per scaramanzia. E risposto
così, sul mio Blog dell’Archivio barocco.
Oggi, mattina afosa e col cielo coperto,
leggo, intonata, una affettuosa, inopportunamente elogiativa (ma quando
l’affetto non strafà?) ‘presa d’atto’ del mio amico Pino Pesce, fondatore e
amoroso gestore dell’Alba, cara
rivista non solo cartacea che lui fabbrica, in unione di spiriti con Pippo
Ragonesi e Pasquale Licciardello, a Motta Sant’Anastasia (Catania), terra
natale del grande tenore Giuseppe Di Stefano. Qui
con noi, Marzio, resta: è il titolo; e l’attacco (“Sì, noi dell’Alba
restiamo, e sarai sempre con noi...”) ha imposto che io corressi a mettere sul
mangiadischi l’Adagio di Barber. Nella stessa mattina, il mio
amico, poeta e jazzman laureato, Eugenio Lucrezi, mi scrive in versi, in una
disturna se sia meglio la SF
o il Western (lui sta per le astronavi, io pe’ i cavalli), quella che resta,
per me. una citazione indecifrata (forse ispirata al finale di Odissea
nello spazio) e che potete leggere in
esergo dei cari versi che ho mandato, in risposta, a Pesce. Il quale aveva
messo in campo (per me!) il solito Machiavelli che lascia l’osteria e passa la
notte a leggere i grandi libri, in vestaglia romana. O Vestaglia romànaaa
... accompagnaci tu.
Il coccodrillo
I hope
To be back home one day!
(Eugenio Lucrezi)
Porca mattina! mi leggo il mio
necrologio
su l’Alba estiva
degusto il coccodrillo
come toccò ad
Hernesto, scrittore e cacciatore,
dato per morto in
Affrica... dovette
restarci male, a
sentirsi rimosso
dai futuri orizzonti
di lettura
cacciato dal safari
così male
che poi ci riprovò, da
sé, col suo fucile
ora tutti lo davano
per morto.
Vero, i denti dell’animale d’acqua e di
terra
nemico giurato del
capitano Uncino
sembra che mi
volessero risparmiare,
ma la giostra mi
sfiata, come nell’ultima kermesse
che chiude un’operina
('opera-ballo')
sfuggita all’eroe di
Motta Sant’Anastasia
l’irregolare che cantò
Turiddu
come fosse un Arturo
puritano
e
fu primo a insegnare che non il do di petto
per quanto riesca
fulmicotonante
deciderà le sorti del
Trovatore
non coccodrilli,
lesse, in vita,
ma libelli invettive
bocciature strazii rinfacci
dissero malcantante
chi ci aveva insegnato di nuovo a cantare...
Vorrei che su l’Alba d’autunno qualcuno
opponesse
che io, piuttosto
pigro lettore del Malclavello,
ne fui forse stornato,
ab origine,
proprio dai pedagoghi
che insistevano, matti!,
su quel suo viver
doppio, double life,
coi
santi
in biblioteca, avvolti in un kimono,
quando la notte ha
stretto le povere case in un bugno di bisbigli,
protezione di ladri e
di amorosi
girotondi,
ma prima, nella lunghissima giornata,
con le dita nel naso e
lo spetazzo facile
con le carte untuose e
i dadi truccati
in taverna coi
bricconi, che sono se ben guardi
semplicemente i non
vestiti a festa
la gentuccia feriale i
non eletti
sicché mi vien da
chiedermi, un poco da sempre,
quale interesse
potesse l’honesto Jago averci,
del Prence di Toscana,
a sfrondarne davvero
gli allori...
O minor Pino, io preferivo l’Alba
ai professori ma devi
anche capire che, per me,
nella ‘mia’ Raya non
ci si mette in ghingheri
non si ha fretta di
scindere l’alto dal basso
(dal ‘cotto’ il ‘crudo’)
e se, nel dirmi addio, mezzo vivo
e mezzo morto come ora
mi sento
credi a un addio alle
armi da disertore o grand seigneur
ai piani ‘alti’ dell’essere
ti sei sbagliato di chiostro
nel volermi far grazia
mi confondi
dici: fosti gentile ma è ora di posare l’osso
non di seppia! di quella ho preferito
sempre l’inchiostro
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Paul Hogan in Mr. Crocodile Dundee (1986), regia di Peter Faiman
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Volentieri
fa versi chi sa di non esser poeta. Ma qui entra in campo l’Umano Troppo Umano che deve servirci da
faro e da contrappeso. Pigliamo l’ultimo numero de L’Alba, a pagina 13 vi si loda la ‘poesia diversa’ (Slam Poentry, corrige Poetry? non liquet!) di una Signora
Poensia che volentieri si congeda con versi così:
Sul collo / ti bacio / e ti attendo / in fondo agli
occhi / dove / mi potrai sentire.
Scusatemi, non sono all’altezza.
Non sparate sul Pianista che ha preso il cappelluccio e se ne torna alla sua
soffittuccia.
Qui
mi ritrovo in essa con genti che
son vicine di più alle mie debolezze. Ad esempio, che la parola poetica
si nutre felicemente di una sua ambiguità costituzionale. Se usa la rima, lo fa
nella speranza (nella certezza) che poi uno se la batta in orbita rimeggiando
per la tangente. Controeco en abîme.
Se sta, linguisticamente, rasoterra, sfrutta il grado zero dell’invenzione,
certo lo fa ad indurre il bisogno via via men raffrenabile di tentare il colore,
prima di nascosto, magari, e con pastelli spuntati e scalcinati, via via
indulgendo a macchie fuori ordinanza, a nutriture cromatiche inappellabili, a
ori e lapislazzuli, in ultimo, costosissimi. Vice versa? Come no. E noi
lasciamola Versare. “Nella reificazione del segno si illumina per conoscenza
materica-analitica / Inglobare e reinventare la lingua-merce è la sola plausibile missione poetica”
(sono i versi conclusivi dell’ultima plaquette di Marco Palladini, Il Mondo Percepito, editore Le impronte
degli uccelli, a chiudere, insieme, un acrostico per Elio Pagliarani). Compito:
mettetevi in una camera chiusa, in un camerino dopo che hanno spento le luci in
teatro, e volgendo le spalle allo specchio recitate questi due versi in tutti i
toni (e con tutte le intenzioni) che riuscite a strappare alla vostra memoria o
immaginazione. Magari registratevi, dall’inizio, e poi, interrotta la
registrazione, fate andare il nastrino sullo sfondo, continuando a recitare,
voi, al buio, in contrattempo. Certo la poesia, così, diventa storia in atto, e
in atto ricancellazione, e riscrittura, en
abîme (!), e tre!, della materia linguistica riversata in poesia. La poesia
è fattura, messa in crisi d’ogni trasmutazione lirica. Non è cosa di
sentimento. è politica del linguaggio, salutevole in re.
Finché
ce lo lasciano fare. ‘Diceva di essere un po-poeta... ma non ne aveva i
segni cacaratteristici... cocosì... ho chiamato la po-po-polizia...’
Palladini,
questa la sua
caratteristica che mi colpisce, diverso toto coelo nella crosta delle sue
fatture verbali (fatte per costringerti a pensare, in un’epoca in cui, da noi,
si chiamano filosofi i portabandieri dell’Ovvio, e dello Scalcagnato, stampati lussuriosamente
dai Supereditori gangsters), sembra ancora vicino (paradosso?) al Montale de
‘la poesia non esiste’ e al Saba del ‘che cosa resta da fare ai poeti’. Del
resto, lo si potrebbe dire anche del ‘suo’ Pagliarani. E si potrebbe metterla,
anche, in questo modo: le loro vite ci dicono che senza poesia non sarebbero
state mai quelle; ma per loro poesia è un poco un assurdo e un poco un riparo
in angolo. Come diceva il Grande Triestino? Come le bolle di sapone: a volte
salgono a volte no.
O uomini, la poesia, ammesso e non concesso che ci sia
sotto il nome
beffardo una cosa qualsiasi poesia
è come
battere un calcio d’angolo: per mille volte che sbucci la palla
una volta
fai gol. Trasumanare allora si potria
e non per
verba solo: non è una balla, non è una balìa.
Giovanni
Stefano Savino non è, credo, nome dei più noti, nelle pagine gialle
delle mengaldeidi o delle cucchiarate. Scrive, con una costanza che in altri
potrebbe parere sospetta, una sua collezione degli Anni solari, giunta ora alla sesta cantica. Le pubblica dal
principio il Gazebo di Mariella Bettarini e Gabriella Maleti. Savino, come
Saba, è un nome d’arte, ma che conta la burocrazia anagrafica? Ha venti anni
più di me, che ormai son per le oche. Nacque otto anni dopo mio padre ora morto
da trent’anni e due prima della marcia su Roma che si rese defunta nel pieno
della sua Giovinezza Canterina.
Fu impiegato e insegnante, vive a Firenze ma è inutile mi spieghino dove; io
Firenze non me la ritrovo più. Sarei capace di andare in via della Vigna a
chiedere una spremuta di vinello agretto, con le bucce ancora scialbate dal
ramato. La poesia fu per Savino una scoperta (dicono le poche informazioni
forniteci) tardiva, senile, se la data di inizio dichiarato è il 1993. A quel punto GSS era
già più avanti di me di due anni, se ci arrivo a settantatré. Io nacqui
convinto che sarei stato poeta. Certe prove premature non maltrattate come
meritavano me ne avevano quasi convinto. A tempo, dai venti anni, mi salvai. Un
avvocato amico di mio suocero, due persone carissime, rimase basito a sentirmi
dire che avevo in animo di mantenere la fidanzata, prima o poi moglie,
scrivendo versi. Quando sentii il riso gorgogliargli in pancia (ebbe poi lui
una vicenda di chiara fama come storico del movimento operaio ribellista), mi
salvai in corner (giusto sopra); no, avrei scritto roba da terza pagina. Non
credo ci siamo più parlati. Savino, invece, scoperta la sua seconda vita,
solare non solo in epigrafe, in meno di venti anni dice di avere scritto 127
raccolte di poesia (sarà vero? 7 e 2 nove e uno 10). Qui ci vorrebbe un Savinio,
una i in più, a disegnare un Savino,
una i in meno, che in una sua
cameretta vede uscire da tutti i cassetti di cassettoni, armarii o cofanetti o
bauli, lingue di carta, strisce serpentine “di note dolci, senza uguali, e
forti”. Ed è poesia come, se fosse pittore, sarebbero innumerevoli quadri,
dipinti, schizzi, disegnotti, ‘presi dal vero’, ‘sul posto’. E in forme così
ormai disusate da renderle rare, offensive, sbalorditoie. L’endecasillabo, onde
dietro onde; sonetti, a volte, con una naturalità che nulla da spartire ha con
certa raffinata e musodurica ripresa del sonetto (Fortini, Zanzotto,
Sanguineti, imitatori innumeri, ch’era gioco facile, per maestri come
quelli...), a correggere passate eresie o sbandamenti, per un ventennio o un
venticinquennio passato. Sembravano tanti Lubrani e, come Lubrano, era più
spolvero che sostanza.
Il bravo padre faceva i suoi
ananassi caramellati, le sue dolciurie conventuali, col suo miele di morte.
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Massimo Mori, 'ENTROPICA', la distruzione dei codici, 2008, poema in due volumi esposto alla inaugurazione del nuovo museo Carale/Accattino ad Ivrea.
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Alle
centotrenta pagine di versi, Anni
solari VI ne fa seguire quasi una quarantina di testimonianze di rispetto o
di ammirazione, le meno, pubbliche; le più, private. E ci son tutti, ci siamo
tutti, come saremo a Giosafat. Da Luigi Baldacci, che non poteva distrarsi a un
fiorentino, e si dichiara leopardiano con
lui, a Gian Ruggero Manzoni, così immite eppur capace d’affettuoso intelligente
ascolto, e del resto or non è un anno si sbilanciava (“Una delle voci più
significative presenti oggi in Italia...”), da Alessandro Carrera (sulla
newyorkese Gradiva, primavera-estate
2007, un profilo discorsivo e ricco di penetranti spunti) a Greta Noel de
Montelaj (su Savino musicofilo), da Carifi a Bárberi Squarotti a Lanuzza a
Vegliante a Ramat. Serto di quasi sempre olezzanti fiori, che si sottrae, in
complesso, a un giudizio meglio mirato buttandolo sull’eccezione e sul
miràcchio. In una lettera che avevo dimenticato, mi ritrovo concorde col me
stesso di oggi:
“Sto andando a scuola e stamani
leggerò dei suoi versi – con Auden, Testori e un passo della Passione di
Matteo”.
Oggi, che so di un Savino che ama
quanto me la musica, aggiungerei solo: “della passione di Matteo, di Bach”.
Senza escludere l’Originale. Come sempre, parrà paradosso e non è, il Barocco e
il terragno si salutano e riconoscono.
Quanto alle origini terrigene di
questa poesia, come non fare i nomi, lì a Firenze, del maestro di tutti,
Betocchi, e del più limpido Parronchi? E più in generale di Rosai.
Io non credo al sapere ma al mestiere:
suggerii a me stesso di
contare,
di ascoltare la musica
del verso
e
di lasciare perdere i quadrati
dei contenuti, i
triangoli ed i cerchi;
parti dall’uomo (...) e non
perderlo di vista (...)
tutto il resto non vale una carota (...)
(...) a me basta
la vela della luna
sulla conca.
Era, in
fondo, quello che rendeva incantevole De Robertis: il mestiere. Cosa più
fiorentina non v’è.
Non v’era.
******
Ma le notti
d’estate sono
tante quante le stelle. Non facile distinguere una dalle altre insonnie, grandi
fabricatore di fantasime. Così aggiungo qualche altra riflessione delle sparse
sotto l’Implacabile Cagna Lunare.
Dei versi, per esempio, mi circuiscono la
mente come una melodiuccia tenace, affliggente per il suo non richiamata
(inesplicata) ripresentarsi, obsidere.
S’ERGONO
CANTI GL’INCENDI
................................................
è il verso due della seconda
stanza del quarto episodio editoriale (quarta cantica? si va dal XXVI al XXXV)
del “poema interminabile” (definizione d’autore) di Gio Ferri, L’assassinio del poeta, questo col
sottotitolo La barbarie des signes. I precedenti sottotitoli erano
stati, nell’ordine, Chanson de Geste
Exécrable; La Femme Égorgée; Le Papillon cruel, e il fischio di partenza del trenino
(adoro i trenini quanto detesto i treni, fino ad essermi ridotto come un bronco
inamovibile, e, sia beninteso, non i trenini elettrici, complicati, costosi, ma
quelli dei giardinetti, dei piccoli luna-park dove ci si siede, magari col
nipotino, da giovani con la bella e la gonna svolazza, il nipotino placido
sgranocchia piramidi di zucchero filato) fu dal 2003, per le belle, bellissime
(politissime) edizioni di poesia della Anterem veronese di Flavio Ermini, una
di quelle imprese che ragionan così: Se questo è un popolo di santi, di marinai
e di poeti, lasciamo che dei santi se ne occupi il prete, dei marinai la
guardia costiera e dei poeti occupiamocene noi. Dei poeti e delle poetesse, che
fioriscono sul desolato e pulcinellesco popolo dello stivale come sull’identico
suolo fioriscono le truffe e le tasse sui poveri. Ermini, poeta e critico egli
stesso di non improvvisata valentìa (di fresca uscita un suo nuovo libro di
versi pensosi, come di solito i suoi, Il
compito terreno dei mortali, Ermini escogita sempre dei titoli suggestivi)
si fa il Barnum di questo circo in spirito di zelo e di servizio, più che di
commercio, e sa da sempre (non reggo, direbbero a Firenze, nemmeno il semolino;
o, delicato di stomaco, non mi piace ingombrarlo di equinozii e
parallelepipedi) che io non condivido questa linea; terrei l’asticciuola un
tantino più alta, più reservata, ad evitar coree e slovakkie. La Nazionale (mi dicono) la
s’è slovakkiata un piede o sviato un mallèolo (quando scrivo mallèolo mi sento
sùbito dannunzio, se pur mi resti qualche rado capello). Ma debbo dirla tutta:
se chiedo questo all’editore e selettore troppo generoso (è un mio parere) di
versicolalìa peninsulare, non chiederei lo stesso allo studioso della poesia.
Mi sento, dunque, in debito e non in credito; e disperatamente fermo ai nastri
di partenza, quando la gara è ormai tutta sulle piste del gran circuito.
(Circùito, con l’accento sulla u, non circuìto, come dicono a Firenze, capitale
molto presunta del bel parlare in crusca, la crusca in cui finì la farina del
cavolo!, come dicono, enorme!, farmaceùtiho). Sappia l’Ermini che non uno dei
suoi doni è andato non almeno percorso e poi cestinato; ho un mobiletto di
pregiata fattura, non roba Ikea!, dove mia moglie tiene con gran diligenza
ordinati per scala alfabetica tutti i poeti che mi hanno spedito sull’arco di
un trentennio i loro lavori. Quanto al Compito
terreno dei mortali, mi viene in mente Croce: ‘qual è il compito dei
giovani? Crescere’; compito dei mortali credo sia il morire, ma tanto le pompe
funebri non sono che una divisione secondaria della critica letteraria. Orazio:
– mi son fatto fare una cassa (monumentum)
più dura del bronzo. Marino: – dalla cuna alla tomba è un breve passo.
Leopardi: – (meglio toccarseli). E il
vantone Carducci ebbe un bel proclamare incipitario: “No! non son morto”,
quando stava – nella sua “seconda vita”, quella di vate ufficiale di una
ufficialissima Italia – per rendersi morto e requiesca. Tanto che il d’Annunzio
reagì col lodare la vita: – mi sveglio la mattina e mi lavo con l’acqua
diaccia. Per forza! gli avevano sospeso, per morosità, l’erogazione di quella,
scaldabile, del rubinetto. Era anche per dare sulle dita al Gide delle Nourritures (1897), donde pescava
frattanto (come avrebbe poi fatto Montale, tirando al risparmio) a man salva
frasi e modelli: “Je me lavais avec de l’eau tiède...”. Ma tornando ai montoni
del verso di apertura, a me è mancato solo il terzo episodio della saga del
poeta assassinato; e credo dipenda dal fatto che io, piuttosto solidale fino ad
allora, con Ferri (anima terza della bella rivista Testuale, insieme con Giuliano Gramigna e Gilberto Finzi),
non mi mostrai entusiasta dell’iniziato e sùbito fattomi conoscere, poema. Né
troppo mi riscaldai, col poeta, ricevuta la seconda puntata. Che dire? C’era un
delitto e c’era un commissario; la cosa sbandava voluttuosamente
sull’allegorico. Non tutti tutto possiamo: a me son di quelle cose che fanno
cadere, all’istante, le vele del potermi interessare. “L’assassinio del poeta è
un poliziesco vero e proprio che si sviluppa in una sorta di poema
interminabile”. Mi vidi balenare certe copertine azzurro-cupo della Sellerio,
magari l’ombra, se non di Sciascia o Bufalino, del rosonomastico Umberto. E
anche di Gadda (“la nottambula paura”). Non si può chiedere troppo, e
tutt’insieme, e alla imprevista, ad un lettore che tiene ai suoi umori.
L’estasi per Gadda era nutrita anche della scoperta che uno scrittore
grandissimo poteva arricchire la propria bottega d’un comparto buffonerie.
E
badate bene, l’unico a saperne fare tesoro, smacchiando dalla giacca
ogni residuo ottocentesco (Cagna, Dossi, Faldella, Fogazzaro... Imbriani è
diversa quistione), ossia il grande Arbasino, competentemente riedito da poco
da un critico intelligente come Mànica ―
si spera anticipato contraltare allo scivolone della medesima ufficialissima
collana (‘I Meridiani’ Mondadori, ormai cospicuamente malfamati)
nell’accogliere i panni del Bevilacqua. Vino, vino ci vuole! ma sangue non
mente (O Segnor per cortesia | libera nos
de Padanìa) –, Arbasino non ha mai smesso di arroccarsi sui ‘disegni
milanesi’ dell’Adalgisa 194... sullo
stupendo cartone dei Budènbrocchi di San
Giorgio in casa Brocchi, che sta ai Buddenbrook
come il Tristano del medesimo Mann al
Tristano di Wagner. Sta il fatto che,
sorprendentemente, il mirabile Gaddus si è lasciato senza troppo resistere
scolarizzare donde, presto presto, sdimenticare. Accorto come sempre, un
pedicello pedemontano dal nome al quadrato (docente a Parma, per mia antica
colpa d’aver ceduto alle querele d’una moglie – e ai disegni di falsi amici – che
minacciava di piantarlo se lui prendeva cattedra nel Sud dei Briganti) sta per
sbarcare una sua monografiuccia destinata a sfidare le ère come una lisca di
paleopistrice sottovetro.
Nemmeno
aveva giovato, all’accoglimento del poema per mia parte, l’ovvio
riferimento ad Apollinaire, la cui grazia è fuori non vorrò dire dai mezzi,
certo dagli interessi del poeta Gio Ferri. Così la quarta uscita mi arriva un
poco a sorpresa, dato che in un momento di stanchezza e di malumore, diciamo
pure vittima della coazione all’autodafè che non risparmia nemmeno un cattivo
professore (diverso da: professore cattivo) pensionando, avevo chiesto in
amicizia a Ermini di cassarmi via dalla lista dei lettori papabili delle sue
orde di facitori di poemi. Non gli stavo più dietro. Addossatemi le colpe di
imprevidenza che mi spettano, oso dire tuttavia che, fermo restando il progetto
un poco intellettualistico dell’insieme (surrealismo e patafisica non si
accordano mai troppo bene con la materia linguistica italiana, se non a prezzo
di virtuosismi da Maestro Raro, e in fondo i nomi che mi verrebbero, De
Chirico, J R Wilcock, e, perché no, Gramigna, mi paiono fuori, ripeto, non
della portata, forse, certo della cura di Ferri), il lungo e non rimesso lavoro
del poeta –resto della convinzione che il genio sia gioia del lavoro – è andato
scavandosi camminamenti, all’aperto, e cunicoli, sottoterra, che implicano ai
miei occhi un formidabile arricchimento dei mezzi e della ispirazione che li
rinvigorisce e diaspra. Anche dal punto di vista dell’obbligo metrico
autoimpostosi fin dalla prima uscita: “La struttura metrica, salvo erranze, si
sviluppa per ottonari (multipli e sottomultipli). L’ottonario, come si sa, è
sovente, nella nostra poesia, il verso del racconto poetico popolare”. In
realtà Ferri intende credo l’ottava, la stanza narrativa per eccellenza da
Boccaccio al Barocco, ma quello che preme è che, se all’esordio essa era senza
molta varietà brulicante di scontri timbrici dissonanti (da far pensare a un
Balilla Pratella e non a un Bartók, per capirci, il che significa la
dissociazione della frattura acustica dalla tavolozza cromatica), ora essa ha
una sgargianza che mi ha fatto pensare non al Giudici, mettiamo, della
scommessa di Salutz, ma ai burleschi
e barocchisti, a Manganelli, perfino alla lirica ferocia di un Agrippa
d’Aubigné o alla genialissima rottura d’ogni nucleo linguistico di Chlébnikov o
del Klossowski vergiliante.
non s’acquieta fiamma irosa alla rossa fonte della
Senna
e fiammana s’insenna traversa
di secoli ombre
scosse
spavente le sponde ‘sì
tremombrose e cadenti
pulve
di libro ormai sta l’oscuro
tempio silente
Naturalmente
anche a Spatola. Mentre va in me inoltrandosi, per non dire imponendosi,
il sospetto che Gio Ferri abbia, se non intravisto fino dalla partenza, certo
messa ora a punto una sfida che chiede alla sua nuova poesia di contenere la
sferza di tutto l’antico poetabile e poetato. Altri ‘poemi interminabili’ ho
conosciuto, da L’Adone a La camera da letto, da Paterson alle sette giornate de L’Epica di Jean Robaey. Lasciamo
Buffalo-Ezra alla sua incomparabilità. E, siccome si è sempre sicuri di non
essere intesi, mettiamo anche le mani avanti: interminabilità è una vocazione,
un lievito, non uno stato di fatto. Sappiamo bene che L’Adone finisce con la strage di altri Ugonotti perpetrata dal
finanziatore del poema, Luigi xiii,
mentre Marino è a Parigi. Ma è solo mettere una pietra a fermare
provvisoriamente l’infinita caduta dei mondi.
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Agostino Tulumello, Senza titolo, 2004
|
E
d’altri che scrivono pagine di romanzi dovrei saper scrivere. Non ho
pagato come avrei voluto il mio debito col romanzo – premiatissimo – di Gualberto Alvino, dal titolo che vale di suo una
leggenda: Là comincia il Messico.
Il titolo (a parte il riferimento, ovvio almeno per i cinéphiles, da Charlot a
Peckinpah, e pei collezionisti di Tex/La repubblica, alla borderline segnata dal Rio Bravo fra gli USA, dalla democrazia
restrittiva e accumulatrice, e il Mexico Lindo, dalla anarchia desperada e
mortuaria) può valere Ravenna o Signorina Rosina, ma questo devoto alla
causa di Pizzuto non è, per me, un pizzutiano per li rami. È altra cosa, impone
diversa strategia di lettura, e questa per me è una lode senz’ombra. Ricevo
poi, con regolarità fitta, le opere di Roberto Bertoldo, fondatore della rivista Hebenon, una delle meno inutili che ci raggiungano, con
bollettino d’abbonamento incorporato. Se l’Orsa di Alvino, diqua o dilà dal
Messico, è lo Stile, per Bertoldo è una ostinazione filosofica libertaria, e
l’infittirsi dei suoi prodotti, deiquali l’ultima cosa a contare è il livello, (era
facile accertarlo, pe’i critici d’un temo, proprio per questo magari li
ammiriamo, ne serbiamo i libri ma non sappiamo che farcene), mi induce a
spostare l’ago su certi scrittori di fine Ottocento, o dei primi decennii,
ancora ottocentesco-scapigliati, in parte, del Novecento. Non so, i Valera, i Petruccelli
della Gattina, anche Cagna, magari, soltanto in apparenza un pre-gaddiano. Il
timbro è parlare di cose dell’oggi ma agganciandole a fatti, consimili, di
ierilaltro (come in quell’abbarbagliante cartone bertoldiano del Lucifero di Wittenberg che ci dipinge la Guerra dei Contadini,
quella tragedia all’ombra di Lutero, e ci
parla della tragedia della Jugoslavia imbelvita, come solo ha saputo fare
qualche film non privo di riscontri nel pure raro, ormai, pubblico delle sale
cinematografiche); e di tenere irritata l’attenzione del lettore, mai
facilitato più del giusto, con una prosa che serve da mascheramento, deviazione
o cavallo di frisia. Come una pellicola mai messa perfettamente a fuoco. Mi
vengono a mente piuttosto quei pittori, a destra o a sinistra, che dipingevano
operai nerboruti ma scheggiandoli con reticoli aggettanti alla cubista, con
dilombamenti e straniamenti incuranti d’ogni ottica che non fosse
Trascendentale. Dovrei vedere meglio, ma mi pare quell’infiltrarsi non casuale
di una lezione Zola, e anche meno, rispetto a quella flaubertiana (e poi
russo-impariginita) che decide perfino dei desolatissimi Malavoglia. Questi
Cartaginesi d’en bas... Non mi
dispiacerebbe che qualche lettore in più si trovasse per i recenti Ladyboy (Mimesis ed., con doppia sede a
Sesto San Giovanni e Gemona del Friùli), storia di un prete omo e di una sua
Lolita transex, arida storia e cupa, come un rosario con bottoncini di sangue,
e L’Infame (Storia segreta del caso Calas), – un affaire tenebroso di ‘prima della Rivoluzione’ – editore
lavitafelice. A volte Bertoldo scrive quasi come me, il ‘me’ di questa piazza
che non son’io: “Nella via scorreva un’aria dissestata che portava qualche
punta di freddo e quell’odore che emanano le foglie prima di cadere”. Ma io non
sono che un critico e difficilmente mi sarei trovato sotto la penna quel
differenziatissimo “(aria) dissestata”. Se domani, ora che il Rettore (leccandosi
i baffi) mi ha dato il calcinculo che si dà ai settantenni non ligi, fondassi
una mia privatissima casina editrice, mi piacerebbe chiamarla: L’ariadissestata
editrice. All’Insegna dell’Ammanco.
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Alla memoria di Eugenio Montale
Un’altra
notte pensavo ai Tenori. La cosa non vi riguarda? Sì e no; no, certo, se ci poniamo dal punto di mira del
Degustarseli o Meno. Invece a fondo, e con strette implicazioni alla medesime
nostre inchieste sui valori dell’arte, sulle fatiche dell’arte, e su una
critica meno giudiziaria e, all’opposto, com-pathetica, se partiamo
dall’impegno della Produzione, e
del Significante, del Suono. Non dovete pensare ai Tre
Tenori; quelli sono già una celebrazione post mortem. Peggio per chi ci si è illuso di ‘alquanto surgere’
nel suo destino di schiavo della tv. Perfino Umberto Eco, questo Pavarotti dei
romanzieri, o Placidodomingo dei semiologi, una volta ci diede: – il mondo sarà
diviso fra una eletta, minima, che legge, e gli schiavi del teleschermo. Se,
come pare, il Pava fu, il Gransimpatico, col suo faccione campestre, e la simpatia
da gioco delle bocce, a trascinare all’abisso gli altri due, il Placido
Diomingo (e speriamo la faccia non di fuori) e il Magnifico Leucémico
Barcillunisu, di gran Carreras, beh si è visto anche molto prima del
prevedibile che il Compromesso Storico spettacolare funziona se induce il
pubblico a nausearsi, meglio tardi che mai, delle sbobbe offertegli finora come
uniche sue, e ad affollare poi i teatri e a costringere il Palimpsesto per
Excellentia a spostare nelle ore di punta le trasmissioni di musica, spingendo
le fazzazze politichesi e le troiate del Reality (due volti dell’istesso dado)
al fondo delle notti più disertate. Il Mondo à la roversa... Il che non fu. Il
Pava ci è morto (oggi non riescono a vendere più i suoi dischi nemmeno a prezzi
stracciati, dico neanche i suoi dischi migliori, i Donizetti allegri i Verdi più
cordiali i Puccini con Karajan... l’Idomeneo, che sarebbe stata la sua carta di
riserva ‘nobile’ non si fosse, alle prime incertezze, tritenorato), Josè si è
ritirato quando nemmeno a portare il diapason sotto il livello del mare gli fu
possibile intonicchiare, col bel timbro sopravvissutogli, neanche ‘Lo sai che i
papaveri’ o ‘Fatti mandare dalla Mamma’, e Domingo fazzadebronzo sta immobile
sulla breccia, si trasforma da Otello in Simone Boccanegra – cioè da tenore o
baritenore a baritono – e, state sicuri, ha in serbo il suo sbarco in
Normandia: una incisione integrale dell’opera del Doge della Lanterna dove
questo Pancho Villa dello show terrà la bacchetta direttoriale, canterà non
solo la parte del protagonista, baritono, ma anche quella dell’antagonista, il
basso, non rinuncerà alla parte minore ma importante del basso-baritono Paolo
Albiani (oggi sarebbe un raro inquisito del PD), visto che porta applausi e
scritture ai cantanti esordienti od a quelli tramontanti. E, non rinunciando al
Tenore Primo (da lui già cantato anche in disco un mezzo secolo fa, con la Ricciarelli,
Cappuccilli, e Gavazzeni) farà anche l’Araldo che al principio dell’atto quarto
esorta la Genova
boiacchimolla a tornarsene a dormire a casa, per questa notte. In sospeso la
decisione circa la parte di Amelia, il soprano, cui rinunciare o meno dipenderà
da certe manovre occulte volte a trasformare una voce ‘virile’, registrata, in
tessitura e timbro femminili, ma scansando l’Effetto Paperino.
I
tenori sono una cosa che nulla ha
che spartire coi Tre Tenori. Come la musica sinfonica, e in parte il
romanzo, hanno una storia delimitata; il meglio sta tutto nell’Ottocento. Dal
1827 del Pirata – lo stesso anno dei Promessi sposi – al 1924 di ‘Vincerò’.
L’anno del delitto Matteotti e della Rapsodia
in Blu. Naturalmente, nulla da obiettare, se (idealmente) la mano passa
dall’ultimo Mahler al Balletto di Igor Strawinsky; io come io, mi scaldo molto
meno per una ennesima Nona di Beethoven, col suo coro tronfio finale, che non
per una ripresa di Agon, così
nichilisticamente imbevuta di spirti californiani. Ci sento perfino l’aroma
delle prugne che fanno tanto bene alle panze riottose. Per i tenori-tenori, nel
primo trentennio dell’Ottocento se ne osserva l’invenzione sperimentale, in
epoca vivace per cui il laboratorio faceva le prove direttamente in teatro.
Avrei voluto essere con Tommaseo a Lucca, quando questo ‘pensoso della forma’
non perdeva una sera del Guglielmo Tell
di Rossini-Duprez. A volte non si cambiava nemmeno i calzini, che del resto
indossava con lavaggi più o meno trimestrali. I santi hanno un loro odore
inconfondibile, testimoniò un poeta ‘minore’ del secolo, andatolo a trovare nel
suo bugigattolo (e vedi il Tommaseo di
Giacomino Debenedetti in excelsis). Ma a Lucca perché? Sarebbe cosa da non
doversi spiegare a lettori infarinati di storia dell’Opera. Rossini aveva messo
casa a Parigi e dato alla Académie Royale, quella che oggi per noi scorciando è
l’Opéra di Parigi, le più belle invenzioni e più ardite del suo tardo genio,
certo non mai romantico, tuttavia absolument
modern. Il Guillaume Tell, nei
suoi cinque atti di cori pastorali, danze arcadico-dionisiache, battaglie,
rappresaglie, giuramenti, alberi della cuccagna con freccia-nella-mela,
tempeste e inni alla divina libertà, bell’e pronti per una celebre sigla
televisiva, senza forse premeditazione, si trasformò per lui in una Caporetto,
e l’onda dello Spirito del Trenta avrebbe trascinato a valle quel musicista
post-napoleonico (il Barbiere di Siviglia
è del 1816 e mi son chiesto spesso se Figaro non sia un avatar del vinto Imperatore,
tornato a metter mano – lasciando a Sant’Elena un sosia – fra nobili azzimati e
malvissuti, ricchi borghesi che si son trovati la pappa fatta e preti degni
della loro fama scelleratissima, quasi dicessimo Francia e Inghilterra e
Austria e Russia e Spagna) insieme con quel suo irrappresentabile Operone. Era
il Finnegans Wake del teatro. La
spedizione di Lucca valse, per il Guillaume
Tell, ritrasformato nel Guglielmo
Tell, – quello che poi si diffuse in Europa almeno per un secolo, fino alle
riprese di Lauri-Volpi e di certi suoi epigoni valentissimi, il Filippeschi, lo
Jaja, il Raimondi – valse come una Spedizione dei Mille. Fu qui che un tenore
in ascesa, tal Gilberto Duprez, in una scena eroica e spadaccina fece squillare
il primo do-di-petto, che oggi i musicologi (ma non ci sono dischi)
tenderebbero a leggere come un do-di-testa rinforzato.
Rossini, ci ripetono, aveva costruito la parte sulle grazie e le attitudini del
tenore Nourrit (Adolfo minor, prima
dell’Adolfo maior che andava in piazza camuffato da Charlot e si credeva l’Eroe
Segaffreddo) costruite à la française
sul registro di testa. Quello che sta vicino (ma guai a identificarcisi) al
Falsetto e séguita a pensare al Sesso dei Castrati (un abominio in scatola)
come al Miglior Sesso.
Al miglior sesso...
Temo
che i miei lettori giovani non avranno ricordo di Tajoli o Claudio
Villa, con le loro ugole da ‘posteggiatori’. Quando prevalse Toni Dallara, col
suo vocione, il loro mondo s’inabissò come Atlantide. Più o meno in
contemporanea. i ‘ragazzi dell’Opera’, con ingratitudine pelosa e rimorsa, ma
senza esitazioni, bruciarono sulla riva le zattere intitolate a Beniamino Gigli
(di Recanati come il Giacomino) o a Ferruccio Tagliavini, alto due piedi e
seduttore da leggendario dei santi. Faceva anche il cinema (come, del resto,
Beniamino Gigli, solo che la figura da nonno nobile gli preludeva le parti
d’amoroso, al più gran tenore del secolo, dopo Caruso, certo al più popolare,
non solo ― come
vorrebbero ― nazional-popolare
e fascista); i nuovi galeoni si intitolarono a Mario Del Monaco, a Pippo Di
Stefano principe della Scala, e, con più lenta e inquieta ascesa, a un altro
marchigiano come Gigli; Franco Corelli, detto dai detrattori Pecorelli, per
l’emissione belante, e, dai Fratelli d’Italia in tumulto, Cosciadoro. Era un bellissimo uomo,
alto come nessun tenore lo era mai stato (Delmonaco, macho e marione, andava in
scena con delle zeppe così, invidiava alle femmine i tacchi a spillo), un
Apollo mai visto. Erano, in realtà, un trittico di belli, nell’epoca dei Poveri
ma Belli, loro un poco alla volta detentori
di scudi come dice al Tacca-bodoni il Linguaggia nel Contra Phos-culum del Gadda, e non sarebbe stato mai possibile
metterli insieme come i Tre Tenori della decadernza; a meno di non portarli dai
camerini alla scena in catene e non tenerli a cantare in gabbie da leonessa.
Del Monaco aveva un profilo da antico romano (le copertine dei suoi dischi,
fatti in Inghilterra anche se incisi di solito in qualche teatro italiano, lo
schizzavano col testone e il bazzone di un altro Italo Macho, rimasto nella
memoria collettiva come un povero porco scannato, appeso per i piedi con
l’amante a mutande ignude tutta coperta di sangue; e gli occhi mulinanti, anche
quelli il Marione ce li aveva), Di Stefano era un sosia di Tyrone Power, sosia
a sua volta (di meglio non poteva passare il mercato) di Rodolfo Valentino. Del
Monaco era o si era fatto una sorta di baritenore, il che gli procurò, anche
più presto del debito, delle grane in acuto. è una legge fisica che ognuno
riesce a osservare: se un liquido viene compresso al centro, se ne strozza
l’ascesa al collo di bottiglia, lo spruzzo sui soffitti della camera. Di
Stefano ebbe l’intuizione che l’equilibrio ‘storico’ fra l’uomo e il cantante
(e fra le parole e la musica) pendeva ora, squilibratissimo, dalla parte
dell’uomo; e fece piangere legioni di ammiratrici e di ammiratori, quasi
dimentichi di stare ascoltando una storia ideale, una favola in musica. Ebbe la
più bella dizione che cantante d’opera avesse mai avuto. Ma trascurava i
trucchi del mestiere, le vocali tubate o ‘coperte’, le consonanti viziate (‘le
dolci calzoni del netto natìo...’), le sibilanti addomesticate fino alla
caricatura (‘scioli or sciamo... fì fuggiam da quefte mura... affaffini...’), e
quelle si vendicarono. Era, quella, gente onesta; la seconda serata che andava
storta si ritiravano e lasciavano incredulo rimpianto.
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Franco Corelli (1921-2003)
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Adolphe
Nourrit, surclassato dal do-di-petto, aveva dalla sua lo svantaggio di
essere intelligente, anzi quello che noi diremmo un intellettuale. Andò da
Donizetti, che (anche per Mazzini filosofo della musica) era il vero
protagonista della nuova stagione romantica, e gli chiese di aiutarlo a
ricostruirsi una voce erculea. è una storia che andrebbe bene per una plaquette
del mio amico in melodramma Gianni Gori (a Trieste), per un Camilleri
‘storico’, senza commissario, per un romanzetto dell’altro mio amico (italiano
in Germania) Cesare De Marchi. Nourrit si costruì una voce ‘realistica’ (hic
Rhodus...) andando dal Donizetti come uno scrittore in crisi ‘si recherebbe’
(sic) dallo Strizzacerèbro. Donizetti, immenso sperimentatore, gli cucì addosso
la parte inaccessibile di Poliuto, ma si trattava di un eroe cristiano, di un
martire, e alla vigilia intervenne la Censura Borbonica;
l’opera non andò in scena e il Nourrit si buttò dalla finestra.
Dalla
finestra si buttava prima d’ogni andata in scena il nevrotico tenore
Franco Corelli. Il frequentatore delle nostre dedàlee reti non credo sappia che
prospera in Italia tutta una sub-editoria devota alle ‘grandi voci’, che ha un
suo pubblico avido di particolari piccanti e di sterminate cronologie.
Monografiucce illeggibili perché, insomma diciamolo, Chi Sa La Scrittura Non
Entri Qui Dentro, e le eccezioni son poche e, in quel caso, davvero
straordinarie, dal Del Monaco del ricordato amico Gianni Gori, al pionieristico
Caruso. Storia di un emigrante (1947)
del massimo conoscitore di voci della storia del melodramma, Eugenio Gara, a un
magnifico libro di Franca Cella, una signora milanese biondissima allieva di
Mario Apollonio e di Gianandrea Gavazzeni, sulla soprano (io scrivo così,
quand’è donna) Leyla Gencer, venuta di Turchia a prolungare la lezione di Maria
Callas azzoppata dall’A(r)matore Greco. Cosa tutta diversa sono due romanzetti
sulla gioventù di Caruso ‘leggenda napoletana’ scritti dal russo-tedesco Frank
Thiess, quello del glorioso libro su Tsushima
a suo tempo edito da Einaudi, per aiutarsi a passare quest’altra guerra. Li
utilizzò il cinema e, siccome a Caruso nel film prestava la voce Del Monaco,
l’opera dell’esordio granghignolesco non fu più la bovariana Lucia di Lammermoor ma l’ Andrea Chénier, uso dispense Nerbini. Si
aspetta ora il libro su Jussi Bjoerling, il Beniamino Gigli svedese,
dell’ottimo scrittore italiano Stephen Hastings, direttore di Musica, finché lo lasciano fare. Lui
pensa ai lettori di Gramophone e gli
editori alla bestialità da calciòfili, sarà (incrocio le dita) che tenga la
passerella.
È
appena uscito un sontuoso libro su Corelli, morto da sette anni e non
ancora dimenticato. Lo scrittore è un fiero intendente di segreti della
vocalità, come ce ne sono, sul fronte calcistico, di espertissimi delle
triccherìe e dei rimedii del dare alla palla. Peccato che fra lui e la penna
(non intendendo ai vertici ma proprio nelle buchette e retrovie di grammatica,
sintassi, fraseologia, uso della lingua non parlata, ec. ec. ec., insomma di
Quella Cosa, che si chiama Scrivere) ci siano i rapporti che fra Pinocchio e
l’Olio di Ricino. La casa editrice non ha lesinato sforzi per far del libro una
galleria di ritratti fotografici del Tenore Bello che un tempo avrebbe reso
felici le fan, oggi renderà estatiche le Checche. Dolga o piaccia dirlo, il
Paese del Melodramma è ormai coperto di Checche al novantasette per cento. Li
sentite? Breeeeevaaaaaa.... (dal loggione; sono loro). Orrrrrendooooohhh... (li
sentite? in chamera... charitatis... Sono
loro). Come diceva il gran Magalotti uscito dal convento? Non erano i sacrifici
di quei bravi fraticelli che mi facevano pesare addosso l’abito; ma i loro
divertimenti.
Se
mi dessero un euro ogni refuso di questo libro mi farei la villa. Ma
tutto questo lo sapevo senza bisogno di comprare il libro. Gli è che ad esso è
allegato un CD, uscito dagli archivii di famiglia, con un’ora di prove al
pianoforte di questo Achille del Sesto Grado dell’Ugola. E qui c’è da imparare
e da commoversi. Intanto ci sono delle prove di quel Guglielmo Tell, alla Duprez-Tommaseo, che allo sbocco degli anni 60
tutti ci aspettavamo che il Corelli avrebbe trionfato (voce di gergo) sulle
scene; ipercritico di se stesso, disperatissimamente suicidario, vi rinunciò da
ultimo, come avrebbe rinunciato (per l’opposto) all’Otello. Nel senso che la voce di Arnoldo, il tenorissimo del Tell, deve andare aldilà delle nuvole e
quella di Otello Moro sprofondarsi nelle cantine dell’eros mortuario. Il tenore
Lauri Volpi, l’unico prima di Corelli a poter mettere in carniere tutti i ruoli
della stratosfera, e che al Corelli diede consigli efficaci ma ci voleva il
Failli (come si dice a Firenze a memoria di un leggendario direttore del
manicomio locale, San Salvi), il Lauri Volpi, che ci aveva una laurea o quasi
ce l’aveva, scrisse un gustoso e polemico pamphlet sul tenore che dovendo
affrontare in scena la parte di Otello (e lui lo fece, mirabilmente, ma senza
successo, nel 1941) vede, nel suo stesso corpo vocale, freneticamente cangiar
di sembianze il personaggio, ora bianco, ora nero, ora vocato all’abisso, ora
rapito ai cieli. Ganimede e Minosse in unica soluzione.
Allora, Scemo come un Tenore, memorabile adagio, è da ribilanciare
con Scemo è chi scemo si fa,
della mamma di quello di quel film sullo scemovedi. Corelli, nel suo studio,
libero dalle paure maniacali, accorda il pianoforte un semitono più alto, e si
fa l’alchimista, lo stregone della Voce. Non siamo, qui, coi cantanti, ma con
chi provoca e sfida la materia, chiede a Dio se esiste o non esiste. A volte lo
intravede e sùbito butta all’aria la scacchiera, per tentar la riprova, è una
virtù dei santi. Rotta la tradizione metafisica, si è in pieno surrealismo. Per
questo De Chirico vestì da palombari i Puritani della celebre (e
contestatissima) rinascita dell’Opera al Maggio fiorentino, dove scagliava
fulmini e stelle il Lauri-Volpi. Entrato nella leggenda fiorentina. Corelli è
l’Aragon, l’Henry Miller dei Tenori. Tropico
del Capricorno... per questo Pecorelli belava e gli Ignoranti ne lo
deridevano.
Madamini, il Tenore l’è Questo. Sexus Plexus
Nexus. A fare più buia la notte.
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