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di Domenico
Donatone
***
«Insomma,
ci si dice che la responsabilità dei rischi corsi da Saviano è degli
indifferenti, cioè in ultima analisi di chi non si unisce al coro. Dovremo
allora batterci il petto perché non siamo entusiasti di Gomorra e di altre cose che scrive Saviano? […]
Ha
mai svolto Saviano indagini su tante cose di cui parla, a parte la camorra? È
improbabile, e allora perché gli si crede o comunque non si discute quello che
dice? Perché è un martire, ecco perché. Noi siamo tutti colpevoli di non essere
martiri e quindi gli crediamo a prescindere, come avrebbe detto un suo illustre
concittadino.»
(A.
Dal
Lago, da Eroi di carta, ed. Manifestolibri,
Roma, 2010, pp. 14-16, € 18,00)
*
«Ora
invece arriva la risposta eloquente, la reazione quasi esplosiva, della
camorra: il sapere è potere, e la scrittura, oltre che un’attività, è
un’azione. Uccidete insomma l’infame Saviano: Gomorra, è devastante come una battaglia perduta. Nessuna politica
aveva mai danneggiato tanto la camorra. La narrativa antimafia di Camilleri? Le
bombe delle mafie sono intelligenti: non si ammazza la letteratura se non ha
effetti collaterali. […]
La
camorra, che forse non sa distinguere la grande letteratura che è fuori dallo
spazio e dal tempo della letteratura militante, ha capito meglio dei critici
letterari che il libro di Saviano è anzitutto il più poderoso gesto politico
compiuto oggi in Italia da un uomo solo. E ora è più temuto che mai anche il
clan della letteratura.»
(W.
Pedullà, da Il vecchio che avanza, ed.
Ponte Sisto, Roma, 2009, p. 215, € 18,00)
*
Era
nell’aria già da tempo, e i più attenti l’avevano intuito, che la moda di
questa estate – moda cacoculturale e pedagogica, molto educativa ed efficace, –
di questo Paese, interna ai suoi discorsi socio-politici e di cultura, sarebbe stata
muovere critiche a Roberto Saviano, senza tralasciare quello sgrammaticato di Antonio
Di Pietro e quel poco di buono di Beppe Grillo. Coloro, si sa, che mandano alla
rovina l’Italia! Per fortuna che qualcuno si è offerto nel migliore-peggiore
dei modi ad analizzare uno dei tre: Roberto Saviano! Stiamo parlando di
Alessandro Dal Lago, professore di Sociologia dei processi culturali all’Università
di Genova, uscito in libreria a giugno con il suo ultimo testo dal titolo Eroi di carta (il caso Gomorra e altre
epopee), edito per i tipi Manifestolibri (Roma, 2010, pp. 158, € 18.00): il
libro moda-scandalo dell’estate 2010. Il problema vero non è tanto il libro di
Dal Lago (Saviano non gli piace, anche se all’inizio gli piaceva, poi ha
cambiato idea e, sinceramente, di tutto questo chi se ne frega!), ma il fatto
che attraverso questo libro, scritto per ribadire che “siamo tutti uguali” e
che non ci sono eroi e che, anzi, parafrasando Brecht, maledetto è quel Paese
che ne ha bisogno!, non solo parte della critica letteraria italiana (dei Muzzioli
e dei Ferroni) ha una base concreta d’appoggio per continuare a specificare che
la docu/fiction novel e, ancor di più, tutto ciò che viene investito da un’aura
letteraria documentaristica, vera più che veritiera, e giornalistica, insieme all’intera
classe sociale borghesizzata, a colpi di televisione e di spot e di finti
libri, che si accoda a tali giudizi, ha la possibilità di dire che si può
criticare Saviano, dileggiare Saviano, sbugiardare Saviano. Un “uomo uno e trino”, secondo il nostro Dal
Lago, capace di snocciolare, nel suo romanzo best seller Gomorra, tre tipologie diverse di Io narrante. Per bacco! Come
possiamo fare a ridurre queste tre tipologie di Io ad una, anzi a nessuna?
Iniziando a dire che in Gomorra molte
cose che sono scritte e dette non sono vere, e che molti brani del libro si
confondono, sono il resoconto di alcune fandonie a cui Saviano-Gomorra (oramai
è questa l’etichetta completa) dà ampio e incredibile spazio: come la storia
dei cinesi stipati in un container che accidentalmente apertosi nel porto di
Napoli vomita al suolo dei cadaveri, svelando al mondo la storia dei “cinesi
che non muoiono mai”. Il tutto riferito a Saviano da un gruista che gli
racconta con l’orrore negli occhi, ponendosi le mani dinanzi al volto,
l’incredibile “fattaccio giallo”. Mani che creano una grata attraverso cui il
gruista guarda Saviano e gli dice il tutto non raccapricciandosi dell’accaduto,
ma per nascondersi il volto, evitando di sorridergli in faccia, dinanzi a
quella bufala che il nostro Saviano-Gomorra si sarebbe così ingenuamente bevuta.
Diciamo subito che scrivere un libro per confutare il senso documentaristico e
veritiero dell’opera Gomorra, inquinata
da episodi romanzeschi (quindi non veri? Non reali?) di un testo che è, invece,
molto documentato (è sufficiente citare il processo Spartacus a cui Saviano fa
riferimento, anche se non mette mai una nota a piè di pagina per dire di quale
documento si tratta, e questo non è un metodo attendibile di narrazione docu-fictionale secondo Dal Lago), oggi,
è inutile più che vano. Anzi, sovverte l’ordine delle cose a cui un Paese
civile dovrebbe attenersi. Confermare la stima, che si avvalora di fatti che
vedono messa in discussione costantemente la volontà, forse anche sognatrice, utopica,
di un uomo che denuncia quello che non gli piace, mettendo in prima linea il “potere
della parola” (altra fandonia, questa del potentato verbale, della forza
dirompente del lessico che secondo Dal Lago lo scrittore utilizza per
galvanizzare i suoi lettori e renderli degni orfani, quando sarà, del loro eroe)
è del tutto forviante, grave, rispetto alla realtà sociopolitica italiana malata
d’indifferenza a tali tematiche. Dal Lago usa l’escamotage della critica non all’uomo ma alla sua opera,
dimenticando che l’uomo è l’opera: Dante è La
divina Commedia, Saviano è Gomorra.
Se critico Gomorra, critico l’uomo
che l’ha scritta. Saviano, se scrive un libro, è libero di romanzare quello che
vuole, e non è detto che non sia vero ciò che racconta perché la narrazione
assume un carattere romanzesco; è detto, piuttosto, che è una storia e a quella
storia il critico (Dal Lago o chicchessia) si deve attenere. Mica per leggere
Primo Levi abbiamo bisogno di affiancare al libro le carte del processo di
Norimberga? Il processo di Norimberga è noto alla storia, così come il processo
Spartacus, o meglio, lo sarebbe stato se solo i media ne avessero dato notizia.
Un motivo in più per sostenere l’impianto narrativo e documentario di Gomorra. Levi è stato in mezzo ai campi
di concentramento, la sua è una verità testimoniale; dicasi altrettanto di
Saviano, cresciuto a Casal di Principe e venuto su respirando quell’aria
malsana che la camorra sparge infittendo le trame nei suoi territori. E come
scrittore-indagatore, che conserva il piglio del giornalista, dell’analisi
viscerale, Saviano traduce quello che ha visto o sentito come desidera (e lo
fa, anzi lo può fare, anche quando narra dell’omicidio di Annalisa Durante,
assassinata a Forcella il 24 marzo del 2004 a soli quattordici anni). Una
operazione non documentata, qualcosa che muove all’indignazione e
all’ignominia, secondo il giudizio di Dal Lago, il quale scrive: «Questo passo
mi ha insospettito. A parte la consueta ipallage (un “vestitino… suadente”) e
l’inverosimiglianza di un’abbronzatura conquistata in una “stagione terribilmente
piovosa”, coma fa a sapere Saviano quale vestitino indossasse la ragazza? La
risposta viene da una giornalista (Matilde Adinolfo ndr) che deve conoscere bene il caso perché ha curato il diario
della ragazza uccisa: Saviano non lo sa e non poteva saperlo[i]». In
tutto questo un lettore attento, pieno di senso critico, vede istaurarsi il
tentativo non di mettere in evidenza a livello letterario quello che non piace
a Dal Lago, bensì l’ostinazione a negare che da Saviano possa uscire qualcosa
di buono: un’attitudine davvero provinciale! Siccome Gomorra si arroga di essere un libro docufiction[ii],
in cui la parte della ricostruzione degli eventi fa riferimento a documenti
veri, reali, posseduti dagli inquirenti, amalgamati dal modo stesso di
raccontarli dello scrittore, Saviano non può permettersi di tradire questo
patto stipulato con il lettore e scritto a caratteri cubitali nel risvolto di
copertina, scrivendo come vuole quello che è accaduto.
Il
punto centrale non è l’invenzione, l’aspetto romanzesco, bensì l’evento che è
accaduto: non che Saviano non è libero di fare la sua ricostruzione che
desidera. Se dessimo un tema agli studenti d’Abruzzo, ai cittadini dell’Aquila,
“Dite cos’è stato il terremoto per voi”, otterremmo dei racconti-resoconti
della tragedia diversi ma non dissimili nella sostanza. Sarebbe la costatazione
immediata che ognuno ricorda quello che sente a sé più vicino, certamente non
negando l’accaduto, il sisma, la tragedia. Non è che siccome una persona
ricorda un evento in maniera diversa da come un'altra persona può raccontarlo,
vuol dire che il sisma in Abruzzo non c’è stato! C’è stato, ma ognuno lo legge
e lo traduce, lo racconta, come meglio crede. Questo fa Saviano in Gomorra: prende degli atti di cronaca,
atti processuali e li legge, li traduce, li racconta: leggendoli, li riassume e
li trasmette al lettore secondo la sua sensibilità e secondo la sua forza,
usando immagini violente, un lessico che tiene il lettore coinvolto, e
descrivendo anche cose che ci sembrano impossibili. Magari impossibili non
sono, semmai incredibili, e ciò non significa che a prescindere non sono da
credere come eventi accaduti, nei quali l’iperbole non nasconde nulla, bensì
trasmette quell’immediatezza del dolore, dello schifo, del sangue a terra dei
morti ammazzati che non giunge e non raggiunge nessuno se i media continuano a
girarsi dall’altra parte. Questo è il significato delle parole contro la
camorra: uno stile, una forza espressiva, che devono lasciare interdetti e non
riprodurre una verità comune, quel sentito dire di turno. Come è stata uccisa
Annalisa Durante, infatti, lo sa la cronaca, quindi lo sappiamo anche noi o lo
sapremmo, se solo leggessimo anche la cronaca locale! Chiunque venga
assassinato è vittima di un evento terribile e non di un complotto
dell’informazione. Dire le cose come non stanno vuol dire mentire, e questo è
l’errore di un cronista, di un giornalista di nera; ma Saviano nel libro ha
bisogno di altro, ha bisogno di superare la mera notizia, che sarebbe sterile e
invertebrata, e darle spessore, anzi, come fece Fabrizio De André con
Marinella, la ragazza che rimane fanciulla, prostituta per necessità, uccisa da
un violentatore (fatto di cronaca accaduto nel nord Italia), Saviano ha bisogno,
partendo da quel fatto di nera, di reinventare l’evento per addolcire la morte
di Annalisa, lungamente maltrattata dalla terra in cui ha avuto sfortuna di
nascere. Ecco il vestitino suadente! Non è una presa in giro, è una carezza
fatta ad un corpo violentato dalla criminalità dei clan e da una mentalità che
si attacca alla cronaca come mero successo del racconto. Se si comprende questo
imperativo della narrazione si comprende anche la vita, la storia, l’affetto,
la ricostruzione e la cronaca, che c’è e che Saviano rispetta (perché Annalisa
non c’è più), ma si comprende soprattutto un libro a cui migliaia e migliaia di
lettori si sono avvicinati non pensando che quello che c’è scritto non sia vero
o sia troppo romanzato, ma perché piace proprio per come è scritto. Per cui
quando Dal Lago commenta, da censore-sarcastico, «va bene che la letteratura è
finzione, ma il lutto andrebbe rispettato, soprattutto quando è reale», dà per
scontato che tutta la letteratura debba essere finzione e, in secondo luogo, egli
si pone come il difensore di una moralità che non aspetta il professor Dal Lago
per essere riconosciuta. Egli spera di svegliare i giovani dal mito-Saviano,
mentre se li inimica. Avrebbe potuto dire loro non credo che Gomorra abbia il potere di cambiare la
società, di custodire in moralità quello che è il suo presupposto etico, perché
neanche Manzoni scrivendo I Promessi sposi
è riuscito a tutelare la sacralità del matrimonio (basta vedere i dati sui
divorzi in Italia, veri o presunti) per capire che i libri servono per far
scorrere l’olio laddove la politica si dimentica di metterlo, nelle porte che
sono importanti e che non andrebbero mai chiuse. Questo avrebbe fatto del libro
di Alessandro Dal Lago un libro meno italiota e più sincero, quantomeno vicino
alla realtà e al pensiero di molti. Disinnescare la forza di una delle migliori
opere scritte in Italia negli ultimi venti anni, significa stabilire che il
mondo non si può cambiare, e che anche le parole sono vane, inutili, sterili. Bisogna
smetterla! Non è un aggettivo fuori posto o una scarpa da ginnastica che
diventa stivale a invalidare la realtà-verità di quello che Saviano scrive. Il
fatto non è solo l’accaduto in sé, ma è anche ciò che esso innesca dentro di
noi, nella sensibilità di ognuno. Non mi pare che Saviano abbia offeso
qualcuno, e soprattutto Annalisa Durante, oltre ai cinesi, ovviamente, piuttosto
è la verità che sbattuta in faccia muove ad ogni forma di indignazione, e non
indignarsi per ciò che è accaduto mi pare molto più grave di quello che Saviano
ha scritto in quel passo di Gomorra. Non
significa con ciò giustificare tutto, accettare tutto (infatti Dal Lago non lo
accetta), piuttosto capire che in questo caso tutto ruota intorno a fatti che
sono insormontabili, e che i colori, i toni che si aggiungono, servono a
catturare l’attenzione, come Capote la cattura in A sangue freddo e Levi in Se
questo è un uomo. Saviano così risponde non ad accuse, ma dichiara qual è
il suo modo di denunciare la camorra (in senso più meta-politico potremmo
parlare anche di “lotta”, di “battaglia”, di “guerra mediatica”, di “assedio
verbale”): denunciare così i boss e le loro azioni criminose. Stessa cosa, se
vale per Saviano, dovrebbe valere per Nanni Balestrini che ha scritto Sandokan (storia di camorra)[iii],
incentrando il suo poema sulla figura del boss Francesco Schiavone. Cosa si
aspetta a criticare anche Balestrini? La verità letteraria è proprio quella che
non si desidera vedere, ciò che si condanna è il successo e la superiorità
morale, etica, per arrivare alla defezione della persona. Abbandonarla, lasciarla
sola, è questo l’obiettivo! A Dal Lago importa innanzitutto smontare la
presunzione, per altro mai palesata da Roberto Saviano, di dire in Gomorra la verità al cento per cento, smontare
la struttura narrativa, letteraria, per affermare che quello che si legge nel
libro non è esattamente quello che è accaduto. Il tema non è capire quante “panzane”
(secondo Dal Lago ndr) si celano nel
libro, quanta ricostruzione poco chiara, confusionale, romanzata, prenda piede
nelle pagine, bensì quanta verità non si vuol vedere. Leggere, per non capire
un fenomeno editoriale che non ha la colpa del successo, semmai il rammarico
per averlo raggiunto, è il vero delitto intellettuale. Quali fossero le
intenzioni di Roberto Saviano noi non possiamo saperlo, neanche ipotizzando
l’ascesa morale nel campo delle lettere come unico suo obiettivo e insieme atto
propositivo a livello sociale e di accusa ai boss, da cui sarebbe derivata la
reale attenzione dei clan verso lo scrittore. Certo, Saviano fa la sua lotta
alla camorra, la sua battaglia alle mafie, nel senso che la fa con un suo
metodo, magari non condivisibile, però la fa! Smuove le acque, cerca di
informare, di coinvolgere, di far capire i meccanismi, di mettere sotto assedio
mediatico le famiglie camorriste, magari riuscendoci in parte, motivando di più
i giovani che gli attempati critici. Però non si può dire che siccome quello
che Saviano scrive non cambia l’assetto, ormai conclamato, della forza delle
mafie dentro la società italiana, europea e internazionale, è sbagliato. È
sbagliato perché non cambia nulla o perché nulla si vuole che cambi? Se le
persone continuano a morire di tumore, male incurabile e proprio delle società
moderne, come spesso si sente dire, che facciamo? Interrompiamo la ricerca
perché le cure, le terapie non sono efficaci, oppure cerchiamo di trovarne
qualcuna più efficace? A giudizio di molti, è come se si dicesse che siccome la
gente muore lo stesso, si può interrompere benissimo la ricerca contro il
cancro: una mentalità retrograda pazzesca! Saviano, dal suo canto, tenta di
trovare una cura al male incurabile.
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Un fotogramma del film Gomorra (2008) diretto da Matteo Garrone, dal best-seller di Roberto Saviano
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Egli
tenta di continuare una lotta contro una forza ritenuta insormontabile ma che
si può sconfiggere, come asserisce Nicola Gratteri[iv], con
l’azione incrociata dello Stato e della società civile, ma soprattutto delle
leggi. Le leggi cambiano il mondo, e se sono futili, creano una società futile,
se sono dure, creano una dura repressione. Non è in discussione quello che
ognuno di noi può realmente fare, bensì quello che lo Stato deve fare per conto
di ognuno di noi. Se ci convinciamo che un male è incurabile, moriamo prima
ancora di contrarlo. Secondo questa logica Saviano se l’è cercata! Se l’è
cercata? Ebbene, ha trovato un Paese che gli ha servito subito il conto! Se lo
scrittore è minacciato di morte dalla camorra, un motivo ci sarà! Cosa crede
Dal Lago che Saviano sia sotto scorta per via dei cinesi stipati nel container (bufala,
panzana, balla immensa, secondo il nostro fine analista socio-letterario) o per
via del racconto dei “visitors” (i ragazzi drogati su cui i clan saggiano il
taglio dell’eroina), dove si dice che il tizio mandato nella piazzola per far
provare la roba ai tossici è vestito bene, di tutto punto, con scarpe da
ginnastica, e poi si scopre, seguendo il racconto, che quello stesso soggetto
mentre scaccia da sé uno dei visitors lo fa pestandolo con uno stivale? È
questo il motivo per cui Saviano e sotto scorta?, lui, non io, non il professor
Dal Lago, non noi, che neanche ci pensiamo di ingaggiare la medesima denuncia di
Saviano; così, invece di avvicinarci a lui, di sostenerlo, perché non siamo
capaci di fare quello che lui sta facendo da diversi anni, di denunciare
attraverso la scrittura i clan (metodo, visto mai che funzioni, dopo che anche la
giornalista del Mattino di Napoli Rosaria Capacchione e il giudice Raffaello Cantone
sono stati messi sotto scorta per aver scritto e indagato sulla camorra),
preferiamo dire che Gomorra è un
romanzo senza luce (anzi la critica preferisce dirlo, una critica di sinistra
composta da uomini molto molto disillusi a cui, se non vuoi inimicarteli, non devi
confessare di avere stima per Roberto Saviano, perché qui siamo tutti uguali,
gli eroi sono dei folli che perseguono chissà quale loro disegno mediatico e,
trattandosi di uno scrittore, è la peggiore realtà che possa far breccia nella
società pensare di cambiare le cose, specie se a dirlo sono poeti sconosciuti,
ex-sessantottini, realisti ma avviliti, di cui alla fine uno si chiede perché
non siano conosciuti, visto che asseriscono di aver detto e denunciato cose
alla pari di Saviano) ma, ancora di più, che è evidente che «siamo davanti ad
una bolla comunicativa senza precedenti.[v]» Bolla,
attenzione!, non “balla”, (bugia, menzogna), anche se Dal Lago ci fa capire che
tanto vero non è questo romanzo documentale per definizione, Gomorra, e antesignano, in cuor suo, di
un filone letterario specifico, quasi di una moda da lanciare nel Bel Paese (ma
diciamo brutto) per cui si dubita, si dubita molto, della scrupolosa
documentazione del libro: «contrariamente a quanto promesso dal risvolto (“un
libro […] scrupolosamente documentato”), non sia presentata alcuna
documentazione. Sì, è riportato qualche brano di intercettazioni e di atti
processuali; ma non un riferimento alle fonti, a testi o autori, non un
ringraziamento a persone conosciute, come inquirenti o colleghi, giornalisti o
scrittori che siano[vi]».
La
verità è una: possiamo star qui a parlare all’infinito sul caso-Saviano-Gomorra-eroe-antimafia
ecc, ecc, che non si troverà mai un accordo. Dirò di più, permettendomi un po’
di sana rabbia, avendo scritto un pezzo in favore dello scrittore napoletano,
il pezzo più sperimentale che abbia mai scritto, idiosincratico come Gomorra, secondo il giudizio di Dal Lago,
qualora leggesse con attenzione davvero il romanzo senza intestardirsi a
cercare qualcosa che non va, i cavilli in uno specimen-letterario di docu/fiction
tra i migliori scritti in Italia, che non si può capire Saviano e quello che egli
scrive se non si entra in una logica totalmente generazionale, di reale
difficoltà a trovare un lavoro, un impiego, su problematiche pericolose e
scottanti in cui i critici hanno tanto fiato da sprecare se non comprendono
ragioni che sono quasi istintuali, animalesche,
(dice il nostro docente, ma non con medesimo approdo di giudizio), che fanno
capo ad una generazione che è stata maltrattata, tradita, presa in giro,
allevata da idee-mito dalle quali, in maniera paradossale, secondo un ampio e
vasto giudizio degli ex sessantottini ormai così illuminati, perché
profondamente disillusi, il mondo non si cambia e non lo cambia Roberto
Saviano. Non lo cambiano i giovani di adesso. Falcone lo ha cambiato?
Borsellino lo ha cambiato? Il problema non è quello che fa Saviano, quello che
hanno fatto Falcone e Borsellino, il problema è quello che non abbiamo fatto
noi e continuiamo a non fare. Il problema è quello che lo Stato non fa. Non si
tratta si sentirsi cittadino, si tratta di esserlo, e questa è la conquista del
futuro, tornare ad essere cittadini, ma in senso attivo, fosse anche
utopistico, ma sapere che qualcosa ci muove: lavorare in un call center e
parlare di politica con i tuoi colleghi mi pare un bene, accorgersi che non ci
si può parlare mi pare la fine della civiltà, di ogni forma di cittadinanza. E
se qualcuno prova a cambiare le cose, guai! Che facciamo, un domani giriamo
tutti sotto scorta? State sicuri, domani a girare sotto scorta saranno sempre
gli stessi, i politici che desiderano che questo nostro Paese non cambi, perché
le scorte vere costano e vanno eliminate. Una di queste è quella che tutela
Roberto Saviano. In tutta franchezza credo che nei confronti di questo ragazzo,
mio coetaneo, si stia facendo una vera e propria campagna di delegittimazione,
di denigrazione, di dileggio (il processo finanche all’aggettivo il professor
Dal Lago poteva effettivamente risparmiarselo se voleva rendere il suo libro
più credibile), una vera e propria azione di marketing al contrario (uno spot
che vuole far male) che è speculazione, non critica, non pubblicità, eco,
analisi, riflessione. Basta osservare per un minuto la copertina del mensile
Max[vii], con
un Saviano morto, disteso sul lettino, in obitorio, con attaccato all’alluce
finanche il cartellino nominativo, per capire cosa sta accadendo attorno a
questo ragazzo che pasolinianamente del successo sta pagando l’altro aspetto: la
persecuzione. Non è un male essere perseguitati (almeno per un cristiano, e
Saviano lo è, e non come intenderebbe il primo venuto dalla luna, totalmente
disinformato), male è non essere capiti, e questo, sinceramente, credo possa
bastare sopra ogni altro commento al libro di Alessandro Dal Lago, che è il
libro che “tutti” (ovvero i soliti che la pensano, diciamo, “diversamente”)
avrebbero voluto scrivere e che avevano in mente da tempo. Peccato, è stato già
scritto, avanti il prossimo!
[i] A. Dal Lago, Eroi di carta (il caso Gomorra e altre
epopee), p. 59, Manifestolibri, Roma, 2010, € 18,00
[ii] Cito op. a pag. 36: «la mia
ipotesi è che, fin dal contenitore esterno e dalle sue finestre aperte
sull’interno del testo (copertina e relative immagini, il risvolto ecc.), il
libro sia stato costruito non come mera fiction
(mimesi nella forma di un romanzo che ha certi protagonisti d’invenzione sullo
sfondo del crimine), e nemmeno docufiction
(una storia vera e “scrupolosamente documentata” ecc., anche se romanzata),
bensì come docu/fiction, ovvero
narrazione “a piega”, in cui finzione letteraria e funzione documentaria si
implicano, a ogni pagina, direi ad ogni riga.»
[iii] N. Balestrini, Sandokan (storia di camorra), Derive
Approdi, 2009, p. 130, € 14,00.
[iv] Vedi La malapianta (conversazione con A. Nicaso), di N. Gratteri,
Mondadori, 2010, € 17,50.
[v] A. Dal Lago, Eroi di carta (il caso Gomorra e altre
epopee), p. 10, Manifestolibri, Roma, 2010, € 18,00
[vii] Vedi Saviano martire per Max: la finta morte in copertina Lui: cinica
speculazione (Il Giornale, 23 giugno 2010)
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