di Rocco Cesareo
Sarà stato anche il destino
favorevole che grazie alla dispettosa nube islandese, impedendo a molti
operatori stranieri di raggiungere la fiera di Londra, li ha invece dirottati
più numerosi del solito a Torino, ma quest’anno la rassegna italiana ha battuto
ogni record di presenze rispetto alle precedenti edizioni, sia in termini di
presenze, sia in termini di accordi editoriali. Parliamo quindi non solo di
biglietti venduti che rendevano in certi momenti l’afflusso tale da rendere
quasi impossibile districarsi nello spazio, quanto per il numero di transazioni
portate a buon fine. Per fare solo qualche esempio, si parla di importanti
opzioni straniere per Le cose
fondamentali di Tiziano Scarpa, L’uomo
verticale di Davide Longo, Rosso
Floyd di Michele Mari, The Father, il
Padrino dei Padrini di Vito Bruschini, edito da Newton Compton, e per molti altri libri ancora.
È
un dato di fatto quindi che il Salone del Libro, capitolo 2010, abbia
chiuso i battenti nel segno dei record. Fa impressione soprattutto il numero
dei visitatori , oltre 320.000 biglietti staccati che non solo significano, in
tempo di crisi, un incremento di circa il 30% dei visitatori rispetto all’edizione
precedente, ma rappresentano anche un notevole aumento nelle vendite. E sono
proprio gli editori, a cominciare ovviamente dai più potenti, ad essere i più
soddisfatti: si parla infatti, anche in questo caso, di una crescita
percentuale del venduto da un più 20% sino ad un incredibile più 30 % rispetto gli anni precedenti. Felicissimi poi,
come si diceva all’inizio, grazie a questa manna caduta dal cielo, i promotori
dell’International Book Forum, dove si
scambiano diritti editoriali ed audiovisivi: oltre 3000 contatti quotidiani e
7.500 incontri. Numeri da far girare la testa e che fanno guardare al futuro,
nonostante il temuto cambio di guardia alla Regione, con un certo ottimismo e
fanno dire al patron della manifestazione, Rolando Picchioni, sempre più in
sella nonostante le critiche che non mancano mai (quest’anno, pur essendo
trascorsi trent’anni, è tornata a galla pure la sua iscrizione alla Loggia P2
di Gelli…) che Torino è l’unica manifestazione del genere in controtendenza, gli
altri in Europa, a cominciare da Parigi, patiscono la crisi. Ed in effetti la
nuova giunta guidata da Roberto Cota si è mostrata sinora benevola con
l’operato di Picchioni. Questa fusione, come l’ha definita lo stesso Presidente
leghista di “internalizzazione ma anche di radicamento in modo capillare nel
territorio” pare essere la giusta ricetta del futuro. Insomma federalismo ed
unità d’Italia sono il binomio vincente, con il giusto tocco di “verde” in
salsa leghista che si vedeva ovunque a cominciare dei volontari del Salone vestiti rigorosamente di verde.
Quest’anno il paese ospite è
stata l’India che si è presentata con una pattuglia numerosa di autori e
musicisti di alto valore culturale, compreso il giornalista Tarum Tejpal che
nel suo paese è considerato una sorta di Saviano indiano. Nonostante ciò, non
pare che l’iniziativa abbia riscosso particolare interesse, eppure l’India
rappresenta un potenziale mercato di enorme vastità. Ma per ora, a sentire lo
psicanalista e scrittore indiano Sudhir Kakar (pubblicato in Italia da Neri
Pozza ) “ciò che più avvicina i due paesi è l’anarchia”, sintesi estrema cui
però pare difficile dare torto…
Insomma, per un paese ospite che
forse meritava tempi di maturazione maggiori, di ospiti a caratura
internazionale se ne sono contati a centinaia. Dagli italiani Umberto Eco,
Francesco Guccini, Paolo Villaggio, Giuseppe Tornatore, il Presidente della Cei,
Angelo Bagnasco, il matematico Piergiorgio Odifreddi (pare che il Vaticano si
sia assicurato che i due neppure si incrociassero…), ai bestseller
internazionali Scott Thurow, l’israeliana Lizze Doron, Eric Fottorino,
direttore di Le Monde. E poi ancora Edoardo Boncinelli, Luciano Canfora,
Alberto Asor Rosa, il monaco scrittore Enzo Bianchi, Alessandro Baricco, Gianni
Vattimo e la star Roberto Saviano. Tutti a discutere intorno al tema unificante
di questa edizione, ossia la memoria, questa “sorta di gigantismo” come ha
avuto modo di definirla nella sua presentazione, il direttore stesso della
mostra Ernesto Ferrero.
Che cos’è la memoria, come la
concepiamo nel momento in cui le nuove tecnologie ci mettono a disposizione una
mole pressoché infinita di dati? Come fare, per evitare di essere sommersi da
queste sterminate banche dati, e come proteggerci a nostra volta dal pericolo
di una tecnologia invadente e tenacemente pervasiva? Già Platone nel suo Fedro
pareva volerci mettere in guardia dalla scrittura nei confronti della memoria.
Si è discusso di tutto ciò mentre veniva ufficialmente presentato l’I-pad, il
lettore della Apple, per il mercato europeo, e contemporaneamente nasce
Edigita, la prima piattaforma italiana dedicata esclusivamente alla
distribuzione degli ebook. A promuoverla sono tre tra i maggiori gruppi
editoriali di casa nostra, Feltrinelli, Messaggerie Italiane con Gems e Rcs
Libri, che insieme raggruppano oltre quaranta sigle editoriali. Il progetto è
semplice: offrire agli autori italiani, e quindi agli editori, la possibilità
di mettere in commercio le proprie opere attraverso strumenti digitali presenti
e soprattutto futuri, vista la straordinaria capacità del settore di
rinnovamento. Entro il prossimo autunno Edigita offrirà circa duemila titoli,
ed altrettanti ne proporrà Mondadori attraverso una sua piattaforma. Insomma
pare che la grande avventura del libro elettronico stia per partire anche in
Italia, trainati da quello che sta accadendo in America, che come sappiamo si è
lanciata, dopo la lunga disputa editoriale, in questa sfida da qualche anno, e
già si parla per il 2015 di un fatturato
per l’elettronica pari, se non addirittura superiore del 15% dell’intero
mercato del libro. Come ha spiegato in un affollatissimo incontro Carlo
Feltrinelli, “Il libro cartaceo continuerà ad essere la priorità, tutti gli
editori hanno interesse a difenderlo, ma il progetto dell’ebook è il segnale di
una grande maturazione, un progetto lungimirante aperto a tutti. Il processo è
irreversibile”. Come dire: il lettore, se non vuol rimanere con la sola “lista
della spesa” da leggere, si tenga pronto perché gli editori già da adesso fanno
sul serio e lo faranno sempre di più.
Ovviamente si è parlato ed anche
molto dell’imminente premio Strega, con le solite critiche a futura memoria sia
sulla composizione della cinquina finale sia su chi avrebbe al momento il
maggior numero di voti a disposizione. Ad avere ragione è stato proprio un
editore di lungo corso, ossia quel Vittorio Avanzini, fondatore oltre cinquant’anni
fa della Newton Compton: “La cinquina è già decisa! E per noi sarebbe la
seconda volta in tre anni che veniamo esclusi. Quando gli serviamo ci usano,
l’anno dopo ci buttano”. Per gettare ancor di più, benzina sul fuoco,
Avanzini lancia pure il proprio pronostico. “A vincere sarà o
Antonio Pennacchi (Canale Mussolini,
Mondadori) o Silvia Avallone (Acciaio,
Rizzoli) con preferenza per il primo”. E Sorrentino, che tutti, sino a qualche tempo
fa davano sicuro vincente? Avanzini, da vecchia volpe, anche in questo caso non
batte ciglio: “Non piace alla Fondazione, che muove a piacimento parecchi voti.
E se non hai il loro gradimento….”. (Come si sa, ha poi effettivamente vinto
Pennacchi, Avanzini conosce bene i suoi polli).
Ma lasciamo perdere il lamento
dei minori o presunti tali, e torniamo al Salone del Libro Edizione 2010 che
nonostante questa sorte di “gigantismo”
che pare soffocare da un momento all’altro il Salone stesso, alla fine è stata
comunque ben digerita dal suo pubblico, un pubblico comunque colto, curioso,
forse il più selezionato d’Italia, e che in ogni caso pare approvare le scelte
affrontando pazientemente code estenuanti pur di riuscire ad entrare.
Ma come sarà la prossima
Edizione? Non è una domanda oziosa, tant’è che a rispondere è Gian Arturo
Ferrari, l’intellettuale e manager, vera e propria eminenza grigia da almeno un
paio di decenni dell’editoria italiana e fresco presidente del Centro per il
Libro e la Lettura. E infatti, secondo le ultime indiscrezioni, sarà proprio
lui a guidare l’evento clou del prossimo Salone: l’ideazione e l’allestimento del
Padiglione Italia per il 150° Anniversario dell’Unità. È stato proprio in uno
dei più affollati ed attesi eventi fra le centinaia di incontri organizzati in
questa edizione, che il buon Ferrari, peraltro direttore della divisione libri
della Mondadori dal 1997 al 2009, pur senza l’ufficializzazione della sua
nomina a presidente del Centro per libro, è però parso pronto ad accettare la
sfida. Dal gremito incontro è prematuro intuire quale idea di Nazione per così
dire delle Lettere, scaturirà da Padiglione Italia, ma non vi è dubbio che un
uomo della sua abilità saprà mettere
d’accordo i protagonisti dell’evento, la catena produttiva del libro: editori,
librai, lettori. E gli autori? Ed è proprio su coloro che dovrebbero essere
l’anello d’inizio di tutta la filiera, il discorso diventa estremamente
complesso, le opinioni divergono, e non di poco. Prova di ciò, sta forse
proprio nel fatto che nel già più volte citato Centro per il libro, di autori
proprio non se ne parla: pura dimenticanza o accorta strategia? Certo l’autore
in quanto tale è citato, e come potrebbe essere diversamente, ma solo come
spettatore o al massimo semplice esecutore. Per adesso non si hanno risposte, vedremo più avanti,
quando la macchina del Centro, comincerà ad andare a regime.
Comunque sia nel mercato
sempre più schiacciato sulle concentrazioni editoriali, e nella spasmodica
ricerca di quel bestseller che permetterà di pareggiare costi editoriali ormai
incontrollabili, a quegli editori indipendenti che tenteranno di resistere al
ferreo meccanismo della distribuzione, non resterà altro che Internet e qualche
fiera specializzata. Sono le dure leggi del capitalismo, se è vero che il
business del libro vale circa in totale 2,7 miliardi di euro, di cui circa il
18% dal settore scolastico. Ma la cosa che merita maggiore attenzione sono,
come al solito in Italia, le concentrazioni editoriali. Infatti, quasi il
60% della torta è appannaggio di cinque
grandi gruppi editoriali: Mondadori che da solo fattura circa il 40% del totale
e fa quindi partita a sé, e poi Rcs,
Mauri-Spagnol, Giunti e Feltrinelli. A loro volta, ciascuno di questi
grandi gruppi riunisce marchi diversi. A parte il caso Einaudi, il più evidente
e noto, al marchio di Segrate fanno inoltre riferimento altri importanti
marchi, quali Electa, Piemme, Sperling § Kupfer, Bruno Mondadori etc… In tal
senso, fra i più attivi negli ultimi tempi è il caso del Gruppo Mauri-Spagnol,
balzato al centro dell’attenzione nelle scorse settimane per aver acquisito lo
storico marchio Bollati Boringhieri. La Gems (ossia Mauri-Spagnol) si connota,
inoltre, per detenere marchi storici quali Longanesi, Garzanti, Guanda, Salani,
Corbaccio ed altri. La Gems è a sua volta controllata al 73% da Messaggerie
Italiane, la più importante società di distribuzione del Paese. In tale
scenario non è, quindi, notizia di poco conto che Mauri-Spagnol siano entrati
al 49% dentro la neo casa editrice
Chiarelettere, la quale, bontà sua, oltre ad aver trovato subito confortanti
spazi di marcato, è per giunta l’editore del nuovo quotidiano di Antonio
Padellaro “Il Fatto”.
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Sergio Zuccaro, Sottaciuti, 2008 (ph. Maria Andreozzi)
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Insomma, intrecci di vario
genere e che sanno più di grande industria, e
comunque impensabili sino a pochi anni orsono. Tutto ciò ovviamente
oltre a rischiare una sorta di bulimia da stampa, al contempo, proprio per il
sempre più marcato restringimento degli spazi reali di diffusione delle opere,
condizionerà sempre di più il mercato, con forti limitazioni non solo per la
pluralità editoriale, ma più in generale per il libero pensiero e la libertà
d’espressione. Ciò paradossalmente,
nonostante l’Italia vanti il record mondiale, a parità d’abitanti, per numero
di editori, con oltre 9600 case editrici ed un saldo positivo per la Camera di
Commercio fra imprese nate e quelle che chiudono di circa 800 unità all’anno.
Dove finirà questo numero esorbitante di editori o presunti tali? E,
soprattutto, che fine faranno le decine di migliaia di libri pubblicati ogni
anno? La risposta, ormai da decenni, è sempre la solita, la stragrande maggioranza
dei titoli non troverà neppure uno straccio di libreria pronta a dargli un minimo
di visibilità. E la critica? Quella poi, a parte per i già citati gruppi e per
alcune manifestazioni, è ormai quasi un tabù.
“Siamo di fronte ad un caso di
totale radicalizzazione del mercato” spiega Giuliano Vigini, docente di
Sociologia dell’editoria all’università Cattolica e direttore della Editrice
Bibliografica (fonte Secolo XIX), “che avviene sia sul fronte delle aziende,
impegnate in una cruenta guerra all’arma bianca per la conquista di quelle
posizioni di privilegio nella produzione e commercializzazione dell’opera, ma
anche per quel che riguarda la clientela”. I consumi infatti tendono a loro
volta a concentrarsi su un numero molto limitato di titoli, grosso modo quelli
in classifica nelle segnalazioni dei grandi giornali, e che grosso modo non superano i trenta titoli al massimo.
Tutti gli altri imboccano il viale del macero o al massimo dei remainders, un
mercato che vale comunque 74 milioni di euro. Insomma, il pubblico
sostanzialmente compra come si trattasse a tutti gli effetti di semplice merce,
quella di cui sente più parlare o che più vedi presenti nelle grandi catene librarie.
Nessuna speranza quindi? Ed ecco che ancora una volta ritorna fuori Internet,
come vera e propria nuova logica non solo imprenditoriale ma anche culturale,
ed il tentativo, anche in questo settore come in molti altri della vita
odierna, di far nascere una sorta di biodiversità, dove a far preferire un
libro è proprio la sua “diversità”, e non la televisione o l’imbonitore di
turno, pagato e senza alcuna
affidabilità.