PRIMO PIANO
EDITORIA ITALIANA – 2
Visto dalla Fiera di Torino il mercato librario sembra
in fase euforica


      
All’ultimo Salone del Libro i dati parlano di un incremento dei visitatori del 30% e di un aumento di titoli venduti tra il 20 e il 30%, numeri che in epoca di crisi globale fanno obiettivamente impressione. Inoltre, i maggiori gruppi editoriali annunciano in autunno, con le piattaforme Edigita e Mondadori, il definitivo lancio dell’ebook anche in Italia. Dietro i resoconti economici, c’è però la realtà di un panorama retto da poche holding, che concentrano molti marchi ed egemonizzano un marketing, che alla fine produce ogni anno profitti relativi a non più di una trentina di libri. Sarà, allora, la Rete che ci salverà? Che consentirà una vera ‘bibliodiversità’?
      



      

 

 

di Rocco Cesareo

            

        

Sarà stato anche il destino favorevole che grazie alla dispettosa nube islandese, impedendo a molti operatori stranieri di raggiungere la fiera di Londra, li ha invece dirottati più numerosi del solito a Torino, ma quest’anno la rassegna italiana ha battuto ogni record di presenze rispetto alle precedenti edizioni, sia in termini di presenze, sia in termini di accordi editoriali. Parliamo quindi non solo di biglietti venduti che rendevano in certi momenti l’afflusso tale da rendere quasi impossibile districarsi nello spazio, quanto per il numero di transazioni portate a buon fine. Per fare solo qualche esempio, si parla di importanti opzioni straniere per Le cose fondamentali di Tiziano Scarpa, L’uomo verticale di Davide Longo, Rosso Floyd di Michele Mari, The Father, il Padrino dei Padrini di Vito Bruschini, edito da Newton  Compton, e per molti altri libri ancora.

È  un dato di fatto quindi che il Salone del Libro, capitolo 2010, abbia chiuso i battenti nel segno dei record. Fa impressione soprattutto il numero dei visitatori , oltre 320.000 biglietti staccati che non solo significano, in tempo di crisi, un incremento di circa il 30% dei visitatori rispetto all’edizione precedente, ma rappresentano anche un notevole aumento nelle vendite. E sono proprio gli editori, a cominciare ovviamente dai più potenti, ad essere i più soddisfatti: si parla infatti, anche in questo caso, di una crescita percentuale del venduto da un più 20% sino ad un incredibile più 30 %  rispetto gli anni precedenti. Felicissimi poi, come si diceva all’inizio, grazie a questa manna caduta dal cielo, i promotori dell’International  Book Forum, dove si scambiano diritti editoriali ed audiovisivi: oltre 3000 contatti quotidiani e 7.500 incontri. Numeri da far girare la testa e che fanno guardare al futuro, nonostante il temuto cambio di guardia alla Regione, con un certo ottimismo e fanno dire al patron della manifestazione, Rolando Picchioni, sempre più in sella nonostante le critiche che non mancano mai (quest’anno, pur essendo trascorsi trent’anni, è tornata a galla pure la sua iscrizione alla Loggia P2 di Gelli…) che Torino è l’unica manifestazione del genere in controtendenza, gli altri in Europa, a cominciare da Parigi, patiscono la crisi. Ed in effetti la nuova giunta guidata da Roberto Cota si è mostrata sinora benevola con l’operato di Picchioni. Questa fusione, come l’ha definita lo stesso Presidente leghista di “internalizzazione ma anche di radicamento in modo capillare nel territorio” pare essere la giusta ricetta del futuro. Insomma federalismo ed unità d’Italia sono il binomio vincente, con il giusto tocco di “verde” in salsa leghista che si vedeva ovunque a cominciare dei volontari del Salone  vestiti rigorosamente di verde.

           

Quest’anno il paese ospite è stata l’India che si è presentata con una pattuglia numerosa di autori e musicisti di alto valore culturale, compreso il giornalista Tarum Tejpal che nel suo paese è considerato una sorta di Saviano indiano. Nonostante ciò, non pare che l’iniziativa abbia riscosso particolare interesse, eppure l’India rappresenta un potenziale mercato di enorme vastità. Ma per ora, a sentire lo psicanalista e scrittore indiano Sudhir Kakar (pubblicato in Italia da Neri Pozza ) “ciò che più avvicina i due paesi è l’anarchia”, sintesi estrema cui però pare difficile dare torto…

Insomma, per un paese ospite che forse meritava tempi di maturazione maggiori, di ospiti a caratura internazionale se ne sono contati a centinaia. Dagli italiani Umberto Eco, Francesco Guccini, Paolo Villaggio, Giuseppe Tornatore, il Presidente della Cei, Angelo Bagnasco, il matematico Piergiorgio Odifreddi (pare che il Vaticano si sia assicurato che i due neppure si incrociassero…), ai bestseller internazionali Scott Thurow, l’israeliana Lizze Doron, Eric Fottorino, direttore di Le Monde. E poi ancora Edoardo Boncinelli, Luciano Canfora, Alberto Asor Rosa, il monaco scrittore Enzo Bianchi, Alessandro Baricco, Gianni Vattimo e la star Roberto Saviano. Tutti a discutere intorno al tema unificante di questa edizione, ossia la memoria, questa “sorta di gigantismo” come ha avuto modo di definirla nella sua presentazione, il direttore stesso della mostra Ernesto Ferrero.






Che cos’è la memoria, come la concepiamo nel momento in cui le nuove tecnologie ci mettono a disposizione una mole pressoché infinita di dati? Come fare, per evitare di essere sommersi da queste sterminate banche dati, e come proteggerci a nostra volta dal pericolo di una tecnologia invadente e tenacemente pervasiva? Già Platone nel suo Fedro pareva volerci mettere in guardia dalla scrittura nei confronti della memoria. Si è discusso di tutto ciò mentre veniva ufficialmente presentato l’I-pad, il lettore della Apple, per il mercato europeo, e contemporaneamente nasce Edigita, la prima piattaforma italiana dedicata esclusivamente alla distribuzione degli ebook. A promuoverla sono tre tra i maggiori gruppi editoriali di casa nostra, Feltrinelli, Messaggerie Italiane con Gems e Rcs Libri, che insieme raggruppano oltre quaranta sigle editoriali. Il progetto è semplice: offrire agli autori italiani, e quindi agli editori, la possibilità di mettere in commercio le proprie opere attraverso strumenti digitali presenti e soprattutto futuri, vista la straordinaria capacità del settore di rinnovamento. Entro il prossimo autunno Edigita offrirà circa duemila titoli, ed altrettanti ne proporrà Mondadori attraverso una sua piattaforma. Insomma pare che la grande avventura del libro elettronico stia per partire anche in Italia, trainati da quello che sta accadendo in America, che come sappiamo si è lanciata, dopo la lunga disputa editoriale, in questa sfida da qualche anno, e già si  parla per il 2015 di un fatturato per l’elettronica pari, se non addirittura superiore del 15% dell’intero mercato del libro. Come ha spiegato in un affollatissimo incontro Carlo Feltrinelli, “Il libro cartaceo continuerà ad essere la priorità, tutti gli editori hanno interesse a difenderlo, ma il progetto dell’ebook è il segnale di una grande maturazione, un progetto lungimirante aperto a tutti. Il processo è irreversibile”. Come dire: il lettore, se non vuol rimanere con la sola “lista della spesa” da leggere, si tenga pronto perché gli editori già da adesso fanno sul serio e lo faranno sempre di più.

        

Ovviamente si è parlato ed anche molto dell’imminente premio Strega, con le solite critiche a futura memoria sia sulla composizione della cinquina finale sia su chi avrebbe al momento il maggior numero di voti a disposizione. Ad avere ragione è stato proprio un editore di lungo corso, ossia quel Vittorio Avanzini, fondatore oltre cinquant’anni fa della Newton Compton: “La cinquina è già decisa! E per noi sarebbe la seconda volta in tre anni che veniamo esclusi. Quando gli serviamo ci usano, l’anno dopo ci buttano”. Per gettare ancor di più, benzina sul fuoco, Avanzini  lancia  pure il proprio pronostico. “A vincere sarà o Antonio Pennacchi (Canale Mussolini, Mondadori) o Silvia Avallone (Acciaio, Rizzoli) con preferenza per il primo”. E Sorrentino, che tutti, sino a qualche tempo fa davano sicuro vincente? Avanzini, da vecchia volpe, anche in questo caso non batte ciglio: “Non piace alla Fondazione, che muove a piacimento parecchi voti. E se non hai il loro gradimento….”. (Come si sa, ha poi effettivamente vinto Pennacchi, Avanzini conosce bene i suoi polli).

                

Ma lasciamo perdere il lamento dei minori o presunti tali, e torniamo al Salone del Libro Edizione 2010 che nonostante  questa sorte di “gigantismo” che pare soffocare da un momento all’altro il Salone stesso, alla fine è stata comunque ben digerita dal suo pubblico, un pubblico comunque colto, curioso, forse il più selezionato d’Italia, e che in ogni caso pare approvare le scelte affrontando pazientemente code estenuanti pur di riuscire ad entrare.

Ma come sarà la prossima Edizione? Non è una domanda oziosa, tant’è che a rispondere è Gian Arturo Ferrari, l’intellettuale e manager, vera e propria eminenza grigia da almeno un paio di decenni dell’editoria italiana e fresco presidente del Centro per il Libro e la Lettura. E infatti, secondo le ultime indiscrezioni, sarà proprio lui a guidare l’evento clou del prossimo Salone: l’ideazione e l’allestimento del Padiglione Italia per il 150° Anniversario dell’Unità. È stato proprio in uno dei più affollati ed attesi eventi fra le centinaia di incontri organizzati in questa edizione, che il buon Ferrari, peraltro direttore della divisione libri della Mondadori dal 1997 al 2009, pur senza l’ufficializzazione della sua nomina a presidente del Centro per libro, è però parso pronto ad accettare la sfida. Dal gremito incontro è prematuro intuire quale idea di Nazione per così dire delle Lettere, scaturirà da Padiglione Italia, ma non vi è dubbio che un uomo della sua  abilità saprà mettere d’accordo i protagonisti dell’evento, la catena produttiva del libro: editori, librai, lettori. E gli autori? Ed è proprio su coloro che dovrebbero essere l’anello d’inizio di tutta la filiera, il discorso diventa estremamente complesso, le opinioni divergono, e non di poco. Prova di ciò, sta forse proprio nel fatto che nel già più volte citato Centro per il libro, di autori proprio non se ne parla: pura dimenticanza o accorta strategia? Certo l’autore in quanto tale è citato, e come potrebbe essere diversamente, ma solo come spettatore o al massimo semplice esecutore. Per adesso  non si hanno risposte, vedremo più avanti, quando la macchina del Centro, comincerà ad andare a regime.

     

Comunque sia nel mercato sempre più schiacciato sulle concentrazioni editoriali, e nella spasmodica ricerca di quel bestseller che permetterà di pareggiare costi editoriali ormai incontrollabili, a quegli editori indipendenti che tenteranno di resistere al ferreo meccanismo della distribuzione, non resterà altro che Internet e qualche fiera specializzata. Sono le dure leggi del capitalismo, se è vero che il business del libro vale circa in totale 2,7 miliardi di euro, di cui circa il 18% dal settore scolastico. Ma la cosa che merita maggiore attenzione sono, come al solito in Italia, le concentrazioni editoriali. Infatti, quasi il 60%  della torta è appannaggio di cinque grandi gruppi editoriali: Mondadori che da solo fattura circa il 40% del totale e fa quindi partita a sé, e poi Rcs,  Mauri-Spagnol, Giunti e Feltrinelli. A loro volta, ciascuno di questi grandi gruppi riunisce marchi diversi. A parte il caso Einaudi, il più evidente e noto, al marchio di Segrate fanno inoltre riferimento altri importanti marchi, quali Electa, Piemme, Sperling § Kupfer, Bruno Mondadori etc… In tal senso, fra i più attivi negli ultimi tempi è il caso del Gruppo Mauri-Spagnol, balzato al centro dell’attenzione nelle scorse settimane per aver acquisito lo storico marchio Bollati Boringhieri. La Gems (ossia Mauri-Spagnol) si connota, inoltre, per detenere marchi storici quali Longanesi, Garzanti, Guanda, Salani, Corbaccio ed altri. La Gems è a sua volta controllata al 73% da Messaggerie Italiane, la più importante società di distribuzione del Paese. In tale scenario non è, quindi, notizia di poco conto che Mauri-Spagnol siano entrati al 49%  dentro la neo casa editrice Chiarelettere, la quale, bontà sua, oltre ad aver trovato subito confortanti spazi di marcato, è per giunta l’editore del nuovo quotidiano di Antonio Padellaro “Il Fatto”.




Sergio Zuccaro, Sottaciuti, 2008 (ph. Maria Andreozzi)


Insomma, intrecci di vario genere e che sanno più di grande industria, e  comunque impensabili sino a pochi anni orsono. Tutto ciò ovviamente oltre a rischiare una sorta di bulimia da stampa, al contempo, proprio per il sempre più marcato restringimento degli spazi reali di diffusione delle opere, condizionerà sempre di più il mercato, con forti limitazioni non solo per la pluralità editoriale, ma più in generale per il libero pensiero e la libertà d’espressione.  Ciò paradossalmente, nonostante l’Italia vanti il record mondiale, a parità d’abitanti, per numero di editori, con oltre 9600 case editrici ed un saldo positivo per la Camera di Commercio fra imprese nate e quelle che chiudono di circa 800 unità all’anno. Dove finirà questo numero esorbitante di editori o presunti tali? E, soprattutto, che fine faranno le decine di migliaia di libri pubblicati ogni anno? La risposta, ormai da decenni, è sempre la solita, la stragrande maggioranza dei titoli non troverà neppure uno straccio di libreria pronta a dargli un minimo di visibilità. E la critica? Quella poi, a parte per i già citati gruppi e per alcune manifestazioni, è ormai quasi un tabù.

       

“Siamo di fronte ad un caso di totale radicalizzazione del mercato” spiega Giuliano Vigini, docente di Sociologia dell’editoria all’università Cattolica e direttore della Editrice Bibliografica (fonte Secolo XIX), “che avviene sia sul fronte delle aziende, impegnate in una cruenta guerra all’arma bianca per la conquista di quelle posizioni di privilegio nella produzione e commercializzazione dell’opera, ma anche per quel che riguarda la clientela”. I consumi infatti tendono a loro volta a concentrarsi su un numero molto limitato di titoli, grosso modo quelli in classifica nelle segnalazioni dei grandi giornali, e che grosso  modo non superano i trenta titoli al massimo. Tutti gli altri imboccano il viale del macero o al massimo dei remainders, un mercato che vale comunque 74 milioni di euro. Insomma, il pubblico sostanzialmente compra come si trattasse a tutti gli effetti di semplice merce, quella di cui sente più parlare o che più vedi presenti nelle grandi catene librarie. Nessuna speranza quindi? Ed ecco che ancora una volta ritorna fuori Internet, come vera e propria nuova logica non solo imprenditoriale ma anche culturale, ed il tentativo, anche in questo settore come in molti altri della vita odierna, di far nascere una sorta di biodiversità, dove a far preferire un libro è proprio la sua “diversità”, e non la televisione o l’imbonitore di turno,  pagato e senza alcuna affidabilità.                                         




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