di Mario Lunetta
Pier Luigi Ferro è uno studioso
che non ha mai rinunciato a leggere a contrappelo nelle vicende della
letteratura certe dinamiche profonde della nostra società. A lui va, tra
l’altro, il merito del secondo disseppellimento editoriale di un poeta della
forza di Gian Pietro Lucini (già vivacemente riproposto alla pigra attenzione
degli specialisti e del pubblico da Poesia
del Novecento, la polemica
antologia einaudiana di Sanguineti, 1969), a partire dalla cura esemplare con
cui nel 2008 ha
riportato alla luce un testo chiave della critica letteraria moderna come il
luciniano Verso libero (Interlinea,
Novara), mai più ripubblicato integralmente dopo la storica apparizione del
1908 nelle marinettiane Edizioni di “Poesia”.
Ora Ferro torna sullo
straordinario poeta di Revolverate
con un saggio puntualissimo e stringente, Messe
nere sulla Riviera. Gian Pietro Lucini e lo scandalo Besson (UTET, Torino 2010,
pp. 272, € 21,00). Esaminando con acuminata attenzione analitica attraverso i
documenti uno scandalo sessuale di proporzioni clamorose quale quello che
sconvolse la cittadina di Varazze nel 1907 con epicentro il Collegio salesiano,
teatro di riti intrisi di magia nera, lo studioso fa parlare i fatti con un
montaggio di grande efficacia. Il centro nevralgico di una vicenda decisamente
livida è il cosiddetto Diario Besson,
redatto da un ragazzo quattordicenne, Alessandro Besson, studente nel Collegio.
Stomacato e sconvolto dalle turpitudini che vede, che sente raccontare e alle
quali si sottrae con difficoltà, il ragazzo non vuole più restare in convitto,
ma, su suggerimento della madre adottiva, si fa forza e mette in carta, con
l’evidenza di un’intelligenza assolutamente precoce, e forse un’esaltazione che
è difficile escludere del tutto, un seguito di situazioni aberranti, che vanno
dalla pedofilia a pratiche di sesso promiscuo che coinvolgono preti, monache e
adolescenti ambosessi. Le voci corrono. Un articolo giornalistico fa esplodere
il caso, e la penisola è attraversata da una polemica infuocata tra clericali e
laici, bigotti e massoni, destra e sinistra. Vi prendono parte giornalisti, medici,
politici, giuristi, psichiatri, antropologi (e naturalmente un personaggio come
Lombroso non sarà assente, al pari di
uno scrittore versato in prurigini commerciali come Umberto Notari). È una
tempesta morale, ideologica e sociale che assume proporzioni ancora più vaste
di lotta politica e di scontro “filosofico” tra Progresso e Reazione quando i
contenuti del Diario Besson vengono
sommariamente raccontati sui giornali.
Gian Pietro Lucini, che per
sostenere la malferma salute vive a Varazze, climaticamente favorevole rispetto
alle temperature invernali di Breglia sul lago di Como, entra nella contesa
progettando la pubblicazione dei 13 fogli del diario del ragazzo Besson con
un’ampia introduzione e un corollario di glosse. Non se ne farà nulla. Il Diario è rimasto inedito per cent’anni e
ha riposato (si suppone non cessando di fibrillare) nell’archivio Lucini presso
la Biblioteca Comunale
di Como, da dove Ferro l’ha portato per la
prima volta alla luce, riproducendolo integralmente nel suo saggio. Il
poeta avrà le sue noie: è il prezzo minimo che, in un’Italia per tre quarti
analfabeta e segnata duramente da una separatezza di classe tra le più
insormontabili dell’Europa, per di più largamente pervasa da spiriti bizzochi e
a vario titolo oscurantisti, non può non pagare un intellettuale della razza di
Lucini, indefettibilmente avverso a tutti i poteri coevi della penisola (dalla
monarchia alla casta militare, dalla Chiesa – umiliata ma non doma – alla
borghesia terrateniente e finanziaria, non esclusa la cultura ufficiale e i
gazzettieri a libro paga).
Diciamo a Pier Luigi Ferro:
1)
Certo nessuno meglio del compianto Edoardo Sanguineti
avrebbe potuto produrre per Messe nere
sulla Riviera una prefazione come quella che tu hai giustamente intitolato Questionario (preliminare) a Edoardo
Sanguineti. Le ragioni sono perfino ovvie, ma ripeterne qualcuna non è
inutile.
Il titolo un po’ insolito della
prefazione nasce da un’idea che ha
divertito e convinto Edoardo Sanguineti quando gliel’ho proposta: all’interno del
saggio è riprodotta una serie di domande, con relative risposte, che Lucini
pose a Vincenzina, la madre, e Alessandro Besson, il ragazzo al centro di
quelle vicende, il 21 dicembre 1907, dopo aver deciso di comporre e pubblicare
le sue Glosse al Diario Besson, un
volumetto «di poche pagine e di pronta vendita alla Notari», con cui voleva
rialimentare lo scandalo che si stava cercando di insabbiare. Lucini chiama il
testo di quest’intervista, secondo l’uso, “questionario”. Ecco: mettendo
Sanguineti al posto di Alessandro, il suscitatore dello scandalo, è stato un
po’ un gioco e un po’ un modo di alludere alla funzione provocatoria di quella
prefazione.
Scegliere Sanguineti come prefatore era cosa
obbligata, per una serie di ragioni che provo a sintetizzare. Egli, insieme a
Glauco Viazzi, fu l’artefice, com’è noto, della riscoperta di Lucini negli anni
Sessanta, in particolare di quello che egli chiama il “Lucini ulteriore”, cioè
successivo alla stagione simbolista, insomma il Lucini più politico, satirico delle Revolverate. Uno snodo essenziale nella maturazione di
questa fase della poetica luciniana – dopo gli eventi milanesi del 1898,
naturalmente – è rappresentato proprio dal coinvolgimento nello scandalo
Besson, che porta Lucini addirittura a progettare un pamphlet, un libello di intervento politico, a
sconfinare insomma dalla letteratura nella pubblicistica. Quindi chi meglio di
lui interpellare per un viatico a questa mia fatica?
A ciò aggiungi che Sanguineti ha voluto
fortemente questo libro. Mi spiego meglio: il faldone del Diario Besson mi è capitato tra le mani facendo le ricerche
che stanno alla base del lavoro sul Verso
Libero, che tu hai ricordato. Lucini si
occupa dello scandalo mentre sta scrivendo il suo fondamentale saggio, anzi, ho
supposto, sulla base di dati concreti, che l’idea di dare ai torchi un pamphlet
sull’affaire del momento fosse anche
per Lucini un modo di rientrare dalle
spese che stava affrontando per quella pubblicazione. Le frequentazioni con
Notari di quei mesi sono fondamentali nella maturazione di questo progetto.
Bene: Sanguineti venne a Savona, fu la sua
prima uscita dopo un lungo periodo di malattia, nell’aprile del 2008, quando
presentammo al Teatro Chiabrera la ristampa del Verso Libero e lì cominciai ad accennargli qualcosa su ciò
che avevo trovato. Qualche tempo dopo mi arrivò una sua telefonata che mi
sollecitava a mettermi in contatto con la Utet per dare inizio al lavoro.
Del resto, come mi è già capitato di dire,
il mio primo avvicinamento a Lucini, come lettore, ai tempi dell’Università, è
stato “filtrato” dal lavoro critico di Sanguineti su quest’autore, così come
dalla grande ammirazione che ho sempre avuto per lui, come intellettuale e come
poeta. La sua scomparsa mi ha molto addolorato. Penso ogni tanto all’ultimo
incontro avuto con lui, in compagnia di Luca Terzolo. Nel corso di una
telefonata, scherzando su un episodio del momento, progettavamo di presentare Messe
nere nel duomo di Ratisbona, magari con
l’accompagnamento del Coro dei Passeri. Mi dispiace molto che non sia riuscito
a vedere l’uscita del mio libro.
2)
A te interessa mettere il più possibile in luce, con
dati documentali ineccepibili, lo stato in cui versava all’epoca dell’affaire l’Italia giolittiana, sia in
senso sociale che morale: la doppia morale cattolica, che non è stata ancora
abbandonata. Il tuo, quindi, anche al di là del ruolo di Lucini come paladino
di quelli che oggi si chiamano “diritti civili”, intende essere un saggio su un
fenomeno specifico e al tempo stesso un contributo di cultura politica.
Voglio premettere un’osservazione: in questi mesi la questione della
pedofilia clericale ha occupato molto spazio sui mezzi di comunicazione di
massa, soprattutto come effetto di quanto è venuto alla luce dapprima negli Stati Uniti e in Irlanda, a dar conto
di un fenomeno di portata impressionante. Ciò ha condotto il Papa a prendere
una posizione molto netta, in singolare contrasto con le politiche da sempre
mantenute – e il mio studio ne dà conto – dalla Chiesa cattolica al riguardo,
anche se ho ricevuto l’impressione che non tutto l’episcopato italiano, ad
esempio, stia manifestando un’analoga fermezza. Si può obiettare, non senza
ragioni, che quella di Ratzinger sia stata una scelta obbligata, anche a causa
dei danni economici subiti, ma ciò non toglie che sia stata fatta e che sia in
sé apprezzabile. Occorre su simili questioni mantenere la massima onestà
intellettuale. Ora che questo mio saggio veda la luce in un simile momento è
una, a mio parere felice, coincidenza.
Non si tratta insomma di un instant book. Chiunque vorrà leggere il libro si renderà conto che si basa su un
lungo lavoro di ricerca, durato in effetti circa un anno e mezzo, negli
archivi. Non solo quello luciniano di Como, ma anche gli Archivi di Stato, dove
ho trovato le sentenze processuali collegate agli eventi di cui tratto, e altri
archivi periferici. A questo va aggiunto tutto il materiale che ho reperito
sulla stampa dell’epoca, schedando almeno quattrocento articoli apparsi su
periodici locali e nazionali.
Detto questo, e che il mio primo obiettivo è stato quello di una ricostruzione
il più possibile obiettiva di fatti assai intricati, complessi, non c’è dubbio
che quelle questioni di fondo di cui tu parli si pongano. Dipanando la matassa
di quei fatti ne è venuta fuori una storia per molti aspetti esemplare, che
parla moltissimo anche del presente e rende molte ragioni di tante ambiguità e
nodi irrisolti nella società italiana contemporanea.
È impossibile dar conto di tutto ciò in poche righe, preferisco
rimandare alle pagine del libro; ma se proprio dovessi enucleare due temi tra i
tanti che in questo senso si possono proporre, indicherei quello della
mistificazione, ossia del processo di travestimento della realtà attuato
tramite i quotidiani e i mezzi di comunicazione, per indirizzare ai fini della
politica o assopire la coscienza collettiva. In più punti del libro do conto
dei mezzucci, degli artifici utilizzati per raggiungere quei fini. Mi pare che
tali fenomeni, sempre presenti, va detto, nelle diverse epoche e in diversi
contesti, trovino però nell’Italia di oggi una specie di età dell’oro.
Il secondo tema che vorrei sottolineare è quello del clericalismo,
fenomeno deteriore e deprecabile che consiste, in poche parole, nel concedere
al clero privilegi e vantaggi non dovuti e nell’indebolire la laicità dello
stato. L’attualità e la storia, leggendo il mio libro se ne possono ricavare
esempi significativi, ci danno conto che spesso ad indulgere in tale condotta
sono stati politici molto lontani, come convinzioni e come condotta etica,
dalla fede religiosa. Tali privilegi hanno ricevuto sempre una qualche forma di
compenso, è da credere. Qualche tempo fa le reti Mediaset ci hanno mostrato
Berlusconi, divorziato e divorziante, che tirava fuori la lingua per ricevere
la comunione durante i funerali di Raimondo Vianello. A quanto mi risulta la Chiesa in vari documenti
ufficiali – nell’Esortazione Apostolica Familiaris consortio del 1981, nel Catechismo del 1992, nella lettera della Congregazione
per la Dottrina
della Fede Annus internationalis Familiae – ha più volte esplicitamente negato la comunione ai divorziati
risposati. È questo dunque un episodio
abbastanza indicativo, anche se tutto sommato goffamente disarmante, di quel
che tu chiami la “doppia morale”, ce ne sarebbero di ben più gravi da citare, davvero:
penso alla maniera sciagurata in cui è stata gestita, non certo nell’interesse
dell’erario pubblico, ma nemmeno in quello, a ben vedere, della catechesi, la
questione dell’insegnamento religioso nelle scuole. Ma son discorsi che ci
porterebbero molto lontano.
Le radici del clericalismo contemporaneo in Italia, a mio parere, si
trovano appunto nell’epoca giolittiana, ossia negli interessi e negli
atteggiamenti della borghesia liberale di allora, disposta a svendere gli
ideali risorgimentali pur di ottenere il
voto cattolico allo scopo di contenere l’avanzata socialista. Radici che han
poi dato i loro frutti nel Concordato fascista del 1929 e nel dopoguerra. In
questo percorso lo scandalo Besson e le vicende collegate che racconto offrono
uno squarcio veramente emblematico, estremamente significativo.
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La spiaggia di Varazze e i cantieri navali all'inizio del XX secolo
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3)
Il tuo libro procede con un andamento a rete, o (meglio
detto) a patchwork che si arricchisce di elementi ulteriori man mano che la
tessitura procede. Il lettore ha l’impressione complessiva di avanzare in un
campo la cui confusione si chiarisce sempre più, fino a che appare un disegno
definito, pur nel torbido e nell’ambiguità che giocano a rendere implausibile (da
parte di diversi responsabili) qualsiasi avvicinamento alla verità dei fatti.
Mi si è posto subito, dal momento in cui avevo concluso la schedatura
di tutto il materiale raccolto sul tema,
il problema di come condurre l’esposizione dei fatti attinenti alla vicenda del
Diario Besson, mantenendo però
evidenti tutti gli equivoci che essa presentava. Si badi bene: si tratta di una
storia per molti aspetti rimasta oscura anche allora. La scelta di offrire una
struttura narrativa non semplicemente lineare ma, come la definisci tu, e non
ho motivo di rifiutare ciò, a rete o a patchwork, mi ha consentito appunto, di
mettere in scena un processo di disvelamento progressivo, di indagine e
scoperta che facesse parlare i documenti e insieme desse conto anche di tutti i
margini di ambiguità che in essa si erano mantenuti. Così facendo ho quasi
messo il lettore nelle condizioni degli italiani che in quei giorni leggevano
di questi fattacci sui periodici, cercando di costruirsi una chiara visione dei
fatti. O se preferisci, nella mia stessa condizione, mentre attraverso la
ricerca documentaria stavo mettendo insieme i frammenti di una storia che non
era mai stata compiutamente raccontata. Alla fine, insomma, insieme alla storia
viene fuori anche ciò che l’ha occultata per tanto tempo. La materia dell’enigma
Besson, come fu definito allora.
Potrei aggiungere anche che ormai ci stiamo abituando sempre più a
forme reticolari, non lineari di narrazione: ricordo un saggio interessante di
Espen Aarshet sull’influenza in tal senso dei giochi di ruolo e dei videogames
sul romanzo. Oppure, per rimanere entro i confini nazionali, si potrebbero
ricordare certi popolarissimi romanzi di Camilleri costruiti utilizzando solo
documenti e dialoghi. Sono contento che nel lettore essa produca l’effetto che
tu hai descritto, perché è quanto cercavo.
4)
Quella che tu esplori con eccezionale precisione e
acribia è pur sempre l’Italia che – come rileva Sanguineti – premia Bava
Beccaris dopo i fatti milanesi del 1898. In questo senso trovo illuminanti sia la
tua analisi del salesianesimo e della figura di don Bosco (schierato su
posizioni nettamente classiste e reazionarie rispetto al lavoro) che quanto fai
emergere da certe prese di posizione ufficiali della nostra psichiatria
positivistica più rappresentativa, senza rimedio arretrata rispetto alle
ricerche che stavano prendendo piede nel resto d’Europa (basta pensare che L’interpretazione dei sogni di Freud
appare nel 1899!).
In realtà lo scopo della mia indagine non era quello di fornire una
lettura storica dell’opera salesiana né tanto meno di emettere un giudizio.
Penso che essa presenti luci ed ombre, come tutte le istituzioni umane. Fare la
tara di esse non è il compito che mi sono prefisso. Non è sbagliato quel che tu
dici e che Sanguineti stesso sottolinea nella prefazione circa il rapporto tra
salesianesimo e nascente industrialismo, e non è neppur errato riconoscere come
reazionarie certe posizioni, oggi. Penso che, però, collocate nel contesto in
cui sono state espresse assumano una dimensione più corretta. In fondo anche un
progressista come Lucini allora si augurava provocatoriamente che il popolo
rimanesse analfabeta, perché continuasse a mantenere la sua nativa sensibilità
e non si trasformasse in una massa di tecnici, operai e contabili. L’approccio
alla modernità si è svolto davvero in maniera molto contraddittoria ovunque, ma
particolarmente in Italia, come sottolinea Sanguineti, dove si è configurato
quasi come un flagello.
Quanto alla questione della psichiatria positivista italiana non sarei
così severo. Mi sembra che gli scienziati coinvolti, Lombroso ma soprattutto
Morselli, ne escano non benissimo anche in ragione del contesto in cui esercitano
le loro funzioni, dei condizionamenti che ne ricevono, non in quanto titolari,
diciamo così, del metodo positivo. Certo le conoscenze di allora erano più limitate, ma io personalmente non sono così
sicuro che l’analisi freudiana avesse un profilo epistemologico più solido. È vero
però che in Italia ci si confronta molto tardi con la psicanalisi e con le
questioni che propone, ne spiegava bene le ragioni Michel David qualche
decennio fa, per le ostilità culturali che essa suscitò nella cultura
tardo-positivista – penso al celebre saggio di Morselli, appunto, che fece
infuriare Freud – così come in quella cattolica e fascista poi.
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Lo psichiatra-criminologo positivista Cesare Lombroso, che si occupò dello scandalo di Varazze
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5)
Anche Lucini era digiuno di psicanalisi. Gli sarebbe
certamente servita nel suo lavoro su madre e figlio Besson. Ma la sua onestà
intellettuale e il suo intùito, nonché le sue posizioni duramente laiche e
anticlericali, presero un impulso in avanti dopo i fattacci di Varazze e la
lettura del Diario. Verso quale
orizzonte?
Lucini affronta, da quello che si comprende dalle note, il testo del
Diario con strumenti suoi, secondo una prospettiva di antropologia culturale,
sulla base di letture diverse, che vanno dalla letteratura demonologica
romantico-decadente (Michelet, Bois, Huysmans ecc.) a quella eresiologica.
Certo lo strumento psicanalitico avrebbe ben contribuito a chiarire
maggiormente alcuni elementi fantastici presenti nel racconto del ragazzo. In
ogni modo la sua intenzione polemica lo porta su una posizione molto netta e
sicura, rispetto a un quadro degli eventi tanto oscuro e ambiguo.
L’orizzonte verso cui il coinvolgimento nell’affaire proietta Lucini è quello di una
significativa accentuazione dei contenuti politici, in special modo
anticlericali, presenti nella sua opera. Ho dimostrato come il poeta
retroagisca su testi precedentemente pubblicati in rivista accentuandone gli
spunti polemici in tal senso, spunti che peraltro non manca di inserire anche
in volumi di critica successivi, o in un’opera come Le Nottole ed i Vasi, normalmente rubricata sotto l’etichetta dell’alessandrinismo
erudito e apparentemente così
distante da tali fini Insomma l’orizzonte è quello delle Revolverate, del Lucini poeticamente più attuale.
6)
Un ultimo punto. La tua scrittura saggistica è, anche
in Messe nere, equilibrata sì ma
piena di efficacissime pulsioni. La si direbbe in forte misura “luciniana”. Ma
ancora: puoi dire qualcosa a proposito del tuo metodo di montaggio, che ho
definito “a rete”, o più precisamente, “a patchwork”?
È proprio l’utilizzo “a patchwork” dei documenti, molti dei quali
provenienti dalla pubblicistica dell’epoca, estremamente faziosa, che mi ha
consentito di mettere in evidenza tali
spunti, quasi assumendoli e facendo da sponda, in questo senso, al lettore.
Trovare, ad esempio, su un giornale cattolico la giustificazione che le tracce
di abusi riscontrate dai periti in un’area, diciamo così, molto intima dei
ragazzi coinvolti potessero dipendere da un’indigestione di pere acerbe, oppure
che un sacerdote milanese, coinvolto in un analogo, contemporaneo scandalo e
risultato infetto da una malattia venerea, si sia giustificato davanti ai
magistrati sostenendo, così almeno racconta un cronista, di averla contratta
trattenendo troppo a lungo l’orina in confessionale, mi ha consentito di dar
forma ad alcune di quelle pulsioni cui tu alludi. Non fosse per la materia
trattata, per certi aspetti tutto ciò mi ha anche divertito, come spero diverta
il lettore. Anche la stampa anticlericale non era da meno, tuttavia. C’era
allora un quotidiano che manteneva una rubrica fissa sulle malefatte del clero,
intitolata Frate porco. Insomma, per
quanto l’intento sia stato quello di esporre il più obiettivamente possibile
gli eventi, il lievito di quelle polemiche vivacizza indubbiamente il saggio e
lo rende, almeno così spero, più godibile.