PRIMO PIANO
“MESSE NERE
SULLA RIVIERA”
Indagine su
un intrigo sessuale
di un secolo fa
in un Collegio salesiano


      
Una conversazione con lo studioso Pier Luigi Ferro, autore di un brillante e informatisssimo saggio che reca come sottotitolo “Gian Pietro Lucini e lo scandalo Besson”. Fa riferimento ad una scabrosa vicenda di pedofilia e pratiche sataniche avvenuta nel 1907 a Varazze in un convitto religioso. Il poeta delle “Revolverate” se ne occupò esaminando e commentando il diario redatto dal ragazzo 14enne che fece scoppiare il clamoroso caso, che alimentò infuocate polemiche nell’Italietta di allora. Non troppo diversa da quella odierna che coltiva la ‘doppia morale’ e con papa Ratzinger che cerca di salvare la Chiesa dalle crescenti denunce sui preti pedofili.
      



      

 

 

di Mario Lunetta

    

 

Pier Luigi Ferro è uno studioso che non ha mai rinunciato a leggere a contrappelo nelle vicende della letteratura certe dinamiche profonde della nostra società. A lui va, tra l’altro, il merito del secondo disseppellimento editoriale di un poeta della forza di Gian Pietro Lucini (già vivacemente riproposto alla pigra attenzione degli specialisti e del pubblico da Poesia del Novecento, la polemica antologia einaudiana di Sanguineti, 1969), a partire dalla cura esemplare con cui nel 2008 ha riportato alla luce un testo chiave della critica letteraria moderna come il luciniano Verso libero (Interlinea, Novara), mai più ripubblicato integralmente dopo la storica apparizione del 1908 nelle marinettiane Edizioni di “Poesia”.

Ora Ferro torna sullo straordinario poeta di Revolverate con un saggio puntualissimo e stringente, Messe nere sulla Riviera. Gian Pietro Lucini e lo scandalo Besson (UTET, Torino 2010, pp. 272, € 21,00). Esaminando con acuminata attenzione analitica attraverso i documenti uno scandalo sessuale di proporzioni clamorose quale quello che sconvolse la cittadina di Varazze nel 1907 con epicentro il Collegio salesiano, teatro di riti intrisi di magia nera, lo studioso fa parlare i fatti con un montaggio di grande efficacia. Il centro nevralgico di una vicenda decisamente livida è il cosiddetto Diario Besson, redatto da un ragazzo quattordicenne, Alessandro Besson, studente nel Collegio. Stomacato e sconvolto dalle turpitudini che vede, che sente raccontare e alle quali si sottrae con difficoltà, il ragazzo non vuole più restare in convitto, ma, su suggerimento della madre adottiva, si fa forza e mette in carta, con l’evidenza di un’intelligenza assolutamente precoce, e forse un’esaltazione che è difficile escludere del tutto, un seguito di situazioni aberranti, che vanno dalla pedofilia a pratiche di sesso promiscuo che coinvolgono preti, monache e adolescenti ambosessi. Le voci corrono. Un articolo giornalistico fa esplodere il caso, e la penisola è attraversata da una polemica infuocata tra clericali e laici, bigotti e massoni, destra e sinistra. Vi prendono parte giornalisti, medici, politici, giuristi, psichiatri, antropologi (e naturalmente un personaggio come Lombroso non sarà  assente, al pari di uno scrittore versato in prurigini commerciali come Umberto Notari). È una tempesta morale, ideologica e sociale che assume proporzioni ancora più vaste di lotta politica e di scontro “filosofico” tra Progresso e Reazione quando i contenuti del Diario Besson vengono sommariamente raccontati sui giornali.

    

Gian Pietro Lucini, che per sostenere la malferma salute vive a Varazze, climaticamente favorevole rispetto alle temperature invernali di Breglia sul lago di Como, entra nella contesa progettando la pubblicazione dei 13 fogli del diario del ragazzo Besson con un’ampia introduzione e un corollario di glosse. Non se ne farà nulla. Il Diario è rimasto inedito per cent’anni e ha riposato (si suppone non cessando di fibrillare) nell’archivio Lucini presso la Biblioteca Comunale di Como, da dove Ferro l’ha portato per la  prima volta alla luce, riproducendolo integralmente nel suo saggio. Il poeta avrà le sue noie: è il prezzo minimo che, in un’Italia per tre quarti analfabeta e segnata duramente da una separatezza di classe tra le più insormontabili dell’Europa, per di più largamente pervasa da spiriti bizzochi e a vario titolo oscurantisti, non può non pagare un intellettuale della razza di Lucini, indefettibilmente avverso a tutti i poteri coevi della penisola (dalla monarchia alla casta militare, dalla Chiesa – umiliata ma non doma – alla borghesia terrateniente e finanziaria, non esclusa la cultura ufficiale e i gazzettieri a libro paga).






Diciamo a Pier Luigi Ferro:

 

1)    Certo nessuno meglio del compianto Edoardo Sanguineti avrebbe potuto produrre per Messe nere sulla Riviera una prefazione come quella che tu hai giustamente intitolato Questionario (preliminare) a Edoardo Sanguineti. Le ragioni sono perfino ovvie, ma ripeterne qualcuna non è inutile.

 

Il titolo un po’ insolito della prefazione  nasce da un’idea che ha divertito e convinto Edoardo Sanguineti quando gliel’ho proposta: all’interno del saggio è riprodotta una serie di domande, con relative risposte, che Lucini pose a Vincenzina, la madre, e Alessandro Besson, il ragazzo al centro di quelle vicende, il 21 dicembre 1907, dopo aver deciso di comporre e pubblicare le sue Glosse al Diario Besson, un volumetto «di poche pagine e di pronta vendita alla Notari», con cui voleva rialimentare lo scandalo che si stava cercando di insabbiare. Lucini chiama il testo di quest’intervista, secondo l’uso, “questionario”. Ecco: mettendo Sanguineti al posto di Alessandro, il suscitatore dello scandalo, è stato un po’ un gioco e un po’ un modo di alludere alla funzione provocatoria di quella prefazione.

Scegliere Sanguineti come prefatore era cosa obbligata, per una serie di ragioni che provo a sintetizzare. Egli, insieme a Glauco Viazzi, fu l’artefice, com’è noto, della riscoperta di Lucini negli anni Sessanta, in particolare di quello che egli chiama il “Lucini ulteriore”, cioè successivo alla stagione simbolista, insomma il Lucini  più politico, satirico delle Revolverate. Uno snodo essenziale nella maturazione di questa fase della poetica luciniana – dopo gli eventi milanesi del 1898, naturalmente – è rappresentato proprio dal coinvolgimento nello scandalo Besson, che porta Lucini addirittura a progettare un pamphlet, un libello di intervento politico, a sconfinare insomma dalla letteratura nella pubblicistica. Quindi chi meglio di lui interpellare per un viatico a questa mia fatica?

A ciò aggiungi che Sanguineti ha voluto fortemente questo libro. Mi spiego meglio: il faldone del Diario Besson mi è capitato tra le mani facendo le ricerche che stanno alla base del lavoro sul  Verso Libero, che tu hai ricordato. Lucini si occupa dello scandalo mentre sta scrivendo il suo fondamentale saggio, anzi, ho supposto, sulla base di dati concreti, che l’idea di dare ai torchi un pamphlet sull’affaire del momento fosse anche per Lucini un modo di  rientrare dalle spese che stava affrontando per quella pubblicazione. Le frequentazioni con Notari di quei mesi sono fondamentali nella maturazione di questo progetto.

Bene: Sanguineti venne a Savona, fu la sua prima uscita dopo un lungo periodo di malattia, nell’aprile del 2008, quando presentammo al Teatro Chiabrera la ristampa del Verso Libero e lì cominciai ad accennargli qualcosa su ciò che avevo trovato. Qualche tempo dopo mi arrivò una sua telefonata che mi sollecitava a mettermi in contatto con la Utet per dare inizio al lavoro.

Del resto, come mi è già capitato di dire, il mio primo avvicinamento a Lucini, come lettore, ai tempi dell’Università, è stato “filtrato” dal lavoro critico di Sanguineti su quest’autore, così come dalla grande ammirazione che ho sempre avuto per lui, come intellettuale e come poeta. La sua scomparsa mi ha molto addolorato. Penso ogni tanto all’ultimo incontro avuto con lui, in compagnia di Luca Terzolo. Nel corso di una telefonata, scherzando su un episodio del momento, progettavamo di presentare Messe nere nel duomo di Ratisbona, magari con l’accompagnamento del Coro dei Passeri. Mi dispiace molto che non sia riuscito a vedere l’uscita del mio libro.

 

2)    A te interessa mettere il più possibile in luce, con dati documentali ineccepibili, lo stato in cui versava all’epoca dell’affaire l’Italia giolittiana, sia in senso sociale che morale: la doppia morale cattolica, che non è stata ancora abbandonata. Il tuo, quindi, anche al di là del ruolo di Lucini come paladino di quelli che oggi si chiamano “diritti civili”, intende essere un saggio su un fenomeno specifico e al tempo stesso un contributo di cultura politica.   

 

Voglio premettere un’osservazione: in questi mesi la questione della pedofilia clericale ha occupato molto spazio sui mezzi di comunicazione di massa, soprattutto come effetto di quanto è venuto alla luce dapprima negli Stati Uniti e in Irlanda, a dar conto di un fenomeno di portata impressionante. Ciò ha condotto il Papa a prendere una posizione molto netta, in singolare contrasto con le politiche da sempre mantenute – e il mio studio ne dà conto – dalla Chiesa cattolica al riguardo, anche se ho ricevuto l’impressione che non tutto l’episcopato italiano, ad esempio, stia manifestando un’analoga fermezza. Si può obiettare, non senza ragioni, che quella di Ratzinger sia stata una scelta obbligata, anche a causa dei danni economici subiti, ma ciò non toglie che sia stata fatta e che sia in sé apprezzabile. Occorre su simili questioni mantenere la massima onestà intellettuale. Ora che questo mio saggio veda la luce in un simile momento è una, a mio parere felice,  coincidenza.

Non si tratta insomma di un instant book. Chiunque vorrà leggere il libro si renderà conto che si basa su un lungo lavoro di ricerca, durato in effetti circa un anno e mezzo, negli archivi. Non solo quello luciniano di Como, ma anche gli Archivi di Stato, dove ho trovato le sentenze processuali collegate agli eventi di cui tratto, e altri archivi periferici. A questo va aggiunto tutto il materiale che ho reperito sulla stampa dell’epoca, schedando almeno quattrocento articoli apparsi su periodici locali e nazionali.

Detto questo, e che il mio primo obiettivo è stato quello di una ricostruzione il più possibile obiettiva di fatti assai intricati, complessi, non c’è dubbio che quelle questioni di fondo di cui tu parli si pongano. Dipanando la matassa di quei fatti ne è venuta fuori una storia per molti aspetti esemplare, che parla moltissimo anche del presente e rende molte ragioni di tante ambiguità e nodi irrisolti nella società italiana contemporanea.

È impossibile dar conto di tutto ciò in poche righe, preferisco rimandare alle pagine del libro; ma se proprio dovessi enucleare due temi tra i tanti che in questo senso si possono proporre, indicherei quello della mistificazione, ossia del processo di travestimento della realtà attuato tramite i quotidiani e i mezzi di comunicazione, per indirizzare ai fini della politica o assopire la coscienza collettiva. In più punti del libro do conto dei mezzucci, degli artifici utilizzati per raggiungere quei fini. Mi pare che tali fenomeni, sempre presenti, va detto, nelle diverse epoche e in diversi contesti, trovino però nell’Italia di oggi una specie di età dell’oro.

Il secondo tema che vorrei sottolineare è quello del clericalismo, fenomeno deteriore e deprecabile che consiste, in poche parole, nel concedere al clero privilegi e vantaggi non dovuti e nell’indebolire la laicità dello stato. L’attualità e la storia, leggendo il mio libro se ne possono ricavare esempi significativi, ci danno conto che spesso ad indulgere in tale condotta sono stati politici molto lontani, come convinzioni e come condotta etica, dalla fede religiosa. Tali privilegi hanno ricevuto sempre una qualche forma di compenso, è da credere. Qualche tempo fa le reti Mediaset ci hanno mostrato Berlusconi, divorziato e divorziante, che tirava fuori la lingua per ricevere la comunione durante i funerali di Raimondo Vianello. A quanto mi risulta la Chiesa in vari documenti ufficiali – nell’Esortazione Apostolica Familiaris consortio del 1981, nel Catechismo del 1992, nella lettera della Congregazione per la Dottrina della Fede Annus internationalis Familiae – ha più volte esplicitamente negato la comunione ai divorziati risposati. È  questo dunque un episodio abbastanza indicativo, anche se tutto sommato goffamente disarmante, di quel che tu chiami la “doppia morale”, ce ne sarebbero di ben più gravi da citare, davvero: penso alla maniera sciagurata in cui è stata gestita, non certo nell’interesse dell’erario pubblico, ma nemmeno in quello, a ben vedere, della catechesi, la questione dell’insegnamento religioso nelle scuole. Ma son discorsi che ci porterebbero molto lontano.

Le radici del clericalismo contemporaneo in Italia, a mio parere, si trovano appunto nell’epoca giolittiana, ossia negli interessi e negli atteggiamenti della borghesia liberale di allora, disposta a svendere gli ideali risorgimentali  pur di ottenere il voto cattolico allo scopo di contenere l’avanzata socialista. Radici che han poi dato i loro frutti nel Concordato fascista del 1929 e nel dopoguerra. In questo percorso lo scandalo Besson e le vicende collegate che racconto offrono uno squarcio veramente emblematico, estremamente significativo.




La spiaggia di Varazze e i cantieri navali all'inizio del XX secolo


3)    Il tuo libro procede con un andamento a rete, o (meglio detto) a patchwork che si arricchisce di elementi ulteriori man mano che la tessitura procede. Il lettore ha l’impressione complessiva di avanzare in un campo la cui confusione si chiarisce sempre più, fino a che appare un disegno definito, pur nel torbido e nell’ambiguità che giocano a rendere implausibile (da parte di diversi responsabili) qualsiasi avvicinamento alla verità dei fatti.

 

Mi si è posto subito, dal momento in cui avevo concluso la schedatura di tutto il materiale  raccolto sul tema, il problema di come condurre l’esposizione dei fatti attinenti alla vicenda del Diario Besson, mantenendo però evidenti tutti gli equivoci che essa presentava. Si badi bene: si tratta di una storia per molti aspetti rimasta oscura anche allora. La scelta di offrire una struttura narrativa non semplicemente lineare ma, come la definisci tu, e non ho motivo di rifiutare ciò, a rete o a patchwork, mi ha consentito appunto, di mettere in scena un processo di disvelamento progressivo, di indagine e scoperta che facesse parlare i documenti e insieme desse conto anche di tutti i margini di ambiguità che in essa si erano mantenuti. Così facendo ho quasi messo il lettore nelle condizioni degli italiani che in quei giorni leggevano di questi fattacci sui periodici, cercando di costruirsi una chiara visione dei fatti. O se preferisci, nella mia stessa condizione, mentre attraverso la ricerca documentaria stavo mettendo insieme i frammenti di una storia che non era mai stata compiutamente raccontata. Alla fine, insomma, insieme alla storia viene fuori anche ciò che l’ha occultata per tanto tempo. La materia dell’enigma Besson, come fu definito allora.

Potrei aggiungere anche che ormai ci stiamo abituando sempre più a forme reticolari, non lineari di narrazione: ricordo un saggio interessante di Espen Aarshet sull’influenza in tal senso dei giochi di ruolo e dei videogames sul romanzo. Oppure, per rimanere entro i confini nazionali, si potrebbero ricordare certi popolarissimi romanzi di Camilleri costruiti utilizzando solo documenti e dialoghi. Sono contento che nel lettore essa produca l’effetto che tu hai descritto, perché è quanto cercavo.

 

4)    Quella che tu esplori con eccezionale precisione e acribia è pur sempre l’Italia che – come rileva Sanguineti – premia Bava Beccaris dopo i fatti milanesi del 1898. In questo senso trovo illuminanti sia la tua analisi del salesianesimo e della figura di don Bosco (schierato su posizioni nettamente classiste e reazionarie rispetto al lavoro) che quanto fai emergere da certe prese di posizione ufficiali della nostra psichiatria positivistica più rappresentativa, senza rimedio arretrata rispetto alle ricerche che stavano prendendo piede nel resto d’Europa (basta pensare che L’interpretazione dei sogni di Freud appare nel 1899!).

 

In realtà lo scopo della mia indagine non era quello di fornire una lettura storica dell’opera salesiana né tanto meno di emettere un giudizio. Penso che essa presenti luci ed ombre, come tutte le istituzioni umane. Fare la tara di esse non è il compito che mi sono prefisso. Non è sbagliato quel che tu dici e che Sanguineti stesso sottolinea nella prefazione circa il rapporto tra salesianesimo e nascente industrialismo, e non è neppur errato riconoscere come reazionarie certe posizioni, oggi. Penso che, però, collocate nel contesto in cui sono state espresse assumano una dimensione più corretta. In fondo anche un progressista come Lucini allora si augurava provocatoriamente che il popolo rimanesse analfabeta, perché continuasse a mantenere la sua nativa sensibilità e non si trasformasse in una massa di tecnici, operai e contabili. L’approccio alla modernità si è svolto davvero in maniera molto contraddittoria ovunque, ma particolarmente in Italia, come sottolinea Sanguineti, dove si è configurato quasi come un flagello.

Quanto alla questione della psichiatria positivista italiana non sarei così severo. Mi sembra che gli scienziati coinvolti, Lombroso ma soprattutto Morselli, ne escano non benissimo anche in ragione del contesto in cui esercitano le loro funzioni, dei condizionamenti che ne ricevono, non in quanto titolari, diciamo così, del metodo positivo. Certo le conoscenze di allora erano più  limitate, ma io personalmente non sono così sicuro che l’analisi freudiana avesse un profilo epistemologico più solido. È vero però che in Italia ci si confronta molto tardi con la psicanalisi e con le questioni che propone, ne spiegava bene le ragioni Michel David qualche decennio fa, per le ostilità culturali che essa suscitò nella cultura tardo-positivista – penso al celebre saggio di Morselli, appunto, che fece infuriare Freud – così come in quella cattolica e fascista poi.




Lo psichiatra-criminologo positivista Cesare Lombroso, che si occupò dello scandalo di Varazze


5)    Anche Lucini era digiuno di psicanalisi. Gli sarebbe certamente servita nel suo lavoro su madre e figlio Besson. Ma la sua onestà intellettuale e il suo intùito, nonché le sue posizioni duramente laiche e anticlericali, presero un impulso in avanti dopo i fattacci di Varazze e la lettura del Diario. Verso quale orizzonte?

 

Lucini affronta, da quello che si comprende dalle note, il testo del Diario con strumenti suoi, secondo una prospettiva di antropologia culturale, sulla base di letture diverse, che vanno dalla letteratura demonologica romantico-decadente (Michelet, Bois, Huysmans ecc.) a quella eresiologica. Certo lo strumento psicanalitico avrebbe ben contribuito a chiarire maggiormente alcuni elementi fantastici presenti nel racconto del ragazzo. In ogni modo la sua intenzione polemica lo porta su una posizione molto netta e sicura, rispetto a un quadro degli eventi tanto oscuro e ambiguo.

L’orizzonte verso cui il coinvolgimento nell’affaire proietta Lucini è quello di una significativa accentuazione dei contenuti politici, in special modo anticlericali, presenti nella sua opera. Ho dimostrato come il poeta retroagisca su testi precedentemente pubblicati in rivista accentuandone gli spunti polemici in tal senso, spunti che peraltro non manca di inserire anche in volumi di critica successivi, o in un’opera come Le Nottole ed i Vasi, normalmente rubricata sotto l’etichetta dell’alessandrinismo erudito e apparentemente così distante da tali fini Insomma l’orizzonte è quello delle Revolverate, del Lucini poeticamente più attuale.

 

 

6)    Un ultimo punto. La tua scrittura saggistica è, anche in Messe nere, equilibrata sì ma piena di efficacissime pulsioni. La si direbbe in forte misura “luciniana”. Ma ancora: puoi dire qualcosa a proposito del tuo metodo di montaggio, che ho definito “a rete”, o più precisamente, “a patchwork”?       

 

È proprio l’utilizzo “a patchwork” dei documenti, molti dei quali provenienti dalla pubblicistica dell’epoca, estremamente faziosa, che mi ha consentito di mettere in evidenza tali spunti, quasi assumendoli e facendo da sponda, in questo senso, al lettore. Trovare, ad esempio, su un giornale cattolico la giustificazione che le tracce di abusi riscontrate dai periti in un’area, diciamo così, molto intima dei ragazzi coinvolti potessero dipendere da un’indigestione di pere acerbe, oppure che un sacerdote milanese, coinvolto in un analogo, contemporaneo scandalo e risultato infetto da una malattia venerea, si sia giustificato davanti ai magistrati sostenendo, così almeno racconta un cronista, di averla contratta trattenendo troppo a lungo l’orina in confessionale, mi ha consentito di dar forma ad alcune di quelle pulsioni cui tu alludi. Non fosse per la materia trattata, per certi aspetti tutto ciò mi ha anche divertito, come spero diverta il lettore. Anche la stampa anticlericale non era da meno, tuttavia. C’era allora un quotidiano che manteneva una rubrica fissa sulle malefatte del clero, intitolata Frate porco. Insomma, per quanto l’intento sia stato quello di esporre il più obiettivamente possibile gli eventi, il lievito di quelle polemiche vivacizza indubbiamente il saggio e lo rende, almeno così spero, più godibile.

 

 




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