di Alberto Scarponi
Ora, ad aprile, che mescola
memoria e desideri, risveglia le radici, ed è quindi notoriamente il più
crudele fra i mesi, Roberto Bonchio è scomparso. Lo ricordo volentieri Roberto,
come ricordo volentieri la mia vita in generale, di cui a modo mio lui ha fatto
parte. Uso questa confessione di sincerità, a modo mio, perché naturalmente non
è detto che il racconto di tale sua parte nella vita che mi è toccata, il
racconto che darò qui, sarebbe poi da lui condiviso. Lui era lui e io ero io,
irrimediabilmente, come sempre quando si tratta di individui. A meno che la
narrazione stessa…
Ecco, mi rendo conto che, a
parlare del passato, vengono subito le carte in tavola, da sole. Il presente si
plasmerebbe cammin facendo, azioni, lumi, propositi, azzardi, aperture,
reazioni, il passato no, quel ch’è fatto è fatto, chiuso, il gioco sta tutto
nel discorso di oggi, dove chi parla ha sempre ragione, perché sta ragionando.
Mi rendo conto di questa stranezza: scrivere senza contrappesi oggettivi, nel
vuoto libero della fiction ragionativa ma con l’impropria attendibilità del
reale (che non è detto sia il vero). Il lettore è senza difese. Voglio però
cercare anche il suo punto di vista, mi metterò in dubbio, procederò, se mi è
possibile, per accostamenti possibili.
Allora. Ho ragione a dire che
eravamo amici Roberto e io? Compagni? Mah! Amici certo, lo si può essere in
tanti modi e in fondo va sempre bene, è come accettare di stare sulla stessa
barca seguendo ciascuno la propria corrente, un suo filo di discorso, e
l’amicizia sta proprio lì, in quel sapere cordiale, sorridente, la reciproca
diversità e tensione. Compagni non so, richiede una scelta forte ogni volta che
lo si dice, una scelta di valore, di giudizio, di intenzioni, di fini. E anche
una comune intelligenza etica. Ma può anche voler essere solo quello, senza sentimento. Può? Con Roberto eravamo amici,
secondo me, ma compagni differenti, forse per un problema di generazioni.
Io imparai ad essere compagno
così, al modo severo che dico, cioè senza sentimento, senza comunità, prima di
conoscere Roberto. Lui – seppi dopo – era diventato comunista già durante la
guerra: a causa di conoscenze giovanili cattoliche che avevano assunto
automaticamente la figura di rapporti clandestini, seri, a causa di “azioni” in
sé lievi (come dare a qualcuno un giornale, un foglio), che, per la banalità
del bene, diventavano d’un tratto “resistenza”, oppure magari a causa di altro,
forse assai più rischioso, di cui intuii da mezze parole o di cui magari solo
immaginai, fondandomi su una reticenza di Roberto per me indecifrabile. Era –
come pure, interrogativamente, decifravo quella ritrosia a dire – un rifiuto di
giocare con la vanità, un già antiquato, ma serio senso del positivo, del
pragmatico nella vita, persino nella propria?
Fu agli inizi degli anni
sessanta che lo conobbi, perché, in cerca di lavoro, venni a contatto diretto
con gli Editori Riuniti, la casa editrice del Pci. L’allora suo direttore,
appunto Roberto Bonchio, vi era inevitabile, lo incontravi in tutto e
dappertutto lì dentro. A via dei Frentani, nella stessa palazzina dove aveva
sede la Federazione romana del Partito, a pochi isolati dalla redazione dell’Unità e di quella di Paese sera, nelle stanze degli Editori
Riuniti Bonchio lo avevi accanto ovunque, addirittura nel mite lavoro di
correttore di bozze, mia competenza allora come principiante, ma dove –
compresi subito con sorpresa – si celava l’ambizione di ottenere la qualità di
pagina di editori modello, quelli che così, con quella qualità, facevano cultura. Competenza, sopra e
innanzi tutto, ma anche altro.
La cultura come lavoro era qualcosa di più del lavoro come cultura di cui avevo cominciato a discutere con i
compagni prima, facendo politica, a partire dal 1960, quando mi ero iscritto al
Partito con la maiuscola per senso di responsabilità personale, di fronte alla
minaccia di destra che veniva dal Governo Tambroni. Lungo gli anni cinquanta
ero stato uno dei tanti ragazzi e giovani privi di prospettiva di vita: l'economia,
quindi la società, non aveva bisogno di me. Restava la via indiretta e brutta
di intrupparsi da, servo furbo, in qualche pur fantasticato commercio
sottogovernativo oppure – meglio perché più agevole (chi non era cattolico di
fatto a Roma in quel tempo?) – la prospettiva di intrufolarsi in qualche
parrocchia in cerca di raccomandazioni umilianti, perché ti entravano nella
vita. Nel 1960, non saprei dire perché, – forse il boom,
che sordamente dava nuova vita economica concreta alle province ma lasciava nel
loro vuoto e buio le masse giovanili metropolitane, – noi «le magliette a
strisce» ci ribellammo. Ricordo che intesi la parola «destra» come revoca
conclusiva di ogni futura prospettiva personale dignitosa. La dignità dell’uomo
stava a sinistra perché lì si rivendicava il
lavoro come diritto dell’individuo, non come dono dei potenti a questo o a
quello, il lavoro come esercizio di una funzione sociale. Un posto di lavoro
era un posto nella società.
Noi facevamo politica, cioè
andavamo in sezione, organizzavamo dibattiti, attaccavamo manifesti in nome di
questo diritto di tutti a un posto di lavoro, che in una società più evoluta
sarebbe poi divenuto il diritto di ciascuno (non tanto a un posto quanto) al
tipo di lavoro personalmente appropriato. Occorreva affermare la cultura del lavoro, dicevamo lì nella
periferia urbana, e di tale cultura faceva parte il senso di responsabilità di
ciascuno a prepararsi, come dovere sociale, e a impegnarsi poi, quando veniva
il momento, nello specifico del proprio compito. Etica protestante, sospiravamo
pronunciando il nome supremo di un lontano tedesco, Max Weber, e detestavamo
questa infelice Italia bisognosa di una inarrivabile «riforma culturale e
morale». Qui, figurandoci un paese infine divenuto serio dopo secoli di
ignavia, dicevamo una formula ma alludevamo (io almeno alludevo) al pensiero realizzato di una sorta di
genio italiano nel campo del comunismo, Antonio Gramsci.
È ovvio che al reale i
pensieri, in quanto tali, vanno sempre stretti. A farglieli indossare lui, il
reale, diventa un pazzo dentro una camicia di forza, ma questa verità, di
derivazione marx-gramsciana, per noi (per me) a quel tempo non era ovvia. E
credo sia rimasta non ovvia anche per i giovani successivi, quelli detti
sessantottini. Comunque in me produsse un giorno una scoperta. Fu un amico a
comunicarmela. Eravamo per strada ad attaccare manifesti, cosa che facevamo in
piccoli gruppi per difenderci da eventuali scorrerie dei fascisti. Il gruppo
però creava atmosfera, allegria, e si chiacchierava e, talvolta, si scambiavano
parole con i passanti. Uno di noi, grosso e grezzo, mandò un lazzo più o meno
licenzioso a una ragazza in sorriso. Ed ecco che subito venne criticato
ideologicamente. Obiettò: «Ma non siamo materialisti?». «Ognuno è materialista
a modo suo», gli chiarì il mio amico con l’aria del funzionario intellettuale.
E lui allora: «Però, almeno, siamo tutti amici e se uno fa l’amico con la
gente…». «Non siamo amici, siamo compagni. Gli amici li scegli, i compagni no.
Coi compagni devi essere serio».
Infatti poi, qualche mese
dopo, Roberto Bonchio come compagno non lo scelsi, mi capitò. Inevitabilmente,
come è chiaro, ma capitò. E ne fui felice perché, non appena conosciuto, ebbi
davanti a me l’uomo di Majakovskij.
Detta così, pare una cosa romanzesca, ma si trattava solo di un fenomeno da
ambiente chiuso, oggi diremmo da community, perché nel chiuso gli individui
hanno bisogno di occasioni d’entusiasmo. Io ne avevo avuto bisogno nel mio
specifico chiuso degli anni cinquanta (fu un entusiasmo complicato, però).
È che, quando manca la
realtà, si vive di sentimenti puri. E allora a me mancava la realtà dei libri.
In pratica: non avevo il denaro per comprarli. Così andavo avanti a letture
sporadiche, occasionali e anche indirette. Leggere indiretto è quando qualcuno
ti racconta una storia o un pensiero e tu te ne appropri appassionato, per cui
li tieni stretti, storia o pensiero, dentro il tuo mondo mentale. Poi
addirittura ci lavori. Temo che nelle community tutt’oggi (e i giovani sono oggi,
quasi per forza di cose, una immensa ma chiusa community di community) sia
questa la cultura che ogni volta le definisce, cultura di appartenenza dove gli individui isteriliscono sotto le
belle maschere delle belle storie e dei bei pensieri che in continuazione si
raccontano tra loro via lettura
indiretta.
Ero isterilito, io, sotto la
maschera di Majakovskij miracolo della rivoluzione comunista? Fatto sta che
Roberto Bonchio aveva lottato per pubblicare le Opere in otto volumi del grande poeta sovietico. (Sovietico. Al
contatto imparai subito che una cosa era la Russia, un’altra l’Unione Sovietica.
Così mi ricordai di sapere che c’era chi amava l’una senza amare l’altra.)
Aggirandomi dentro gli Editori Riuniti, mi venne incontro sua sponte la gran leggenda dell’astuzia sottile con cui il
direttore Bonchio aveva immesso nella cultura italiana l’opera d’un poeta non
amato…
Da chi? Beh chi non amasse
Majakovskij restava oscuro. Nella mia fantasia si era dipinta (in silenzioso
stile astratto) un’entità ad hoc denominata
«i sovietici». A costoro, dovunque fossero, andavano addebitate le cose storte.
Ma confusamente. Perché già la leggenda m’induceva a raccontarmi, invero senza
nessuna pezza d’appoggio, che l’astuzia diabolica fosse consistita nel farsi
finanziare l’impresa addirittura dai governanti del Cremlino, nel quadro
burocratico della traduzione sponsorizzata all’estero di opere della cultura
sovietica, al modo in cui d’altronde agivano in favore delle rispettive culture
i capitalisti francesi, tedeschi, statunitensi e tutti coloro che non vivevano,
come gli italiani, nella fisima autolesionista di non produrre per principio alcuna politica culturale (esplicita).
Ulteriore raffinatezza del
machiavellico Bonchio: aveva assegnato l’onere e l’onore di condurre in porto
l’impresa Majakovskij a Ignazio Ambrogio, un allievo di Galvano della Volpe,
aprendo quindi alla cosiddetta «scuola dellavolpiana» lo spazio
politico-culturale che «i sovietici», chiunque fossero stavolta, non gradivano
affatto che avesse.
Delle tre o quattro piste
filosofiche lungo le quali fluiva e defluiva allora il pensiero filosofico
attorno e dentro al Pci, quella ideologica pura del diamat, quella fenomenologica milanese di Antonio Banfi e Enzo
Paci, quella altrettanto milanese ma «scientifica» di Ludovico Geymonat e dei
suoi allievi, quella appunto dellavolpiana anch’essa «scientifica», però
piuttosto in senso linguistico, infine quella «idealistica» (dell’ungherese
György Lukács, incluso tutto il «marxismo critico» tedesco, in specie francofortese,
che da Lukács aveva preso l’abbrivo ma che ora gli polemizzava contro in quanto «conciliatore»
con la realtà e insomma traditore), tutte dovevano fare i conti con la linea
Marx-Engels-Labriola-(Gentile)-Gramsci più o meno ufficiale. Ma senza grosse
inimicizie, di fatto. Era che – oggi penso – Togliatti lasciava correre, non
forzava le cose, per non suscitare passioni teoriche politicamente
problematiche.
Non ricordo bene come
andassero davvero le cose all’interno degli Editori Riuniti, e dentro di me, in
quel periodo, i primi anni sessanta di cui sto dicendo, quindi forse confondo
con il decennio successivo, quando – divenuto nel 1972 caporedattore di Critica marxista – fui ormai coinvolto
in una nuova intenzionalità istituzionale, quella per dir così del dialogo
intellettuale di ricerca.
La mia opinione è che nel
partito tale progetto aveva avuto inizio nel 1963, con la fondazione appunto
del bimestrale Critica marxista
(rivista teorica della Direzione, come è stata definita, e non «organo teorico»
del Pci, e infatti da principio ebbe come suoi direttori Luigi Longo e
Alessandro Natta, rispettivamente vicesegretario e responsabile culturale del
partito) e simultaneamente la trasformazione in settimanale del mensile Rinascita, che continuava a essere
diretto da Togliatti. Questi, che
scomparve poi all’improvviso nell’estate del 1964, lasciando l’innovativo
documento del Memoriale di Jalta,
intendeva evidentemente, anche con tali strumenti mediatici, aprire una nuova
fase politico-culturale nella vita del Pci. Quando nel 1970 cominciai a
frequentare Critica marxista, vi
trovai come direttore Emilio Sereni, vicedirettore Ernesto Ragionieri e
caporedattore Giuseppe Prestipino.
All’inizio del decennio
precedente io mi limitavo a sviluppare le necessarie capacità professionali di
correttore di bozze provetto nel senso qualitativo apprezzato da Roberto e
imparavo. Imparavo da tutti coloro con cui capitava che collaborassi, a partire
da Fausto Codino, redattore di cui divenni amico, frequentatore, e da taluni
suoi ex colleghi alla Normale di Pisa, per esempio Mazzino Montinari e Giorgio
Giorgetti, lucchesi come Codino stesso, e, non so più per quale connessione di
fatti, il fiorentino Ferruccio Masini. Tutti germanisti. E li nomino infatti,
non solo per la gradevolezza della loro compagnia, ma anche perché
m’istillarono il piacere delle cose tedesche, che mi rimase. Il sorprendente
interesse che mostrava per la Germania mi indusse a guardare con simpatia anche
a Ernesto Ragionieri, di cui poco a poco divenni amico ascoltando all’infinito
i suoi complessi ragionamenti storici e accogliendone, ammirato, la passione
per l’acribia, questa volta scientifica, nel lavoro.
Nominerò ora un redattore, lo
storico Luigi Cortesi, per un problema che introdusse nella mia vita. Intendeva
promuovermi, aprirmi qualche strada, così mi invitò a fargli leggere qualcosa
che eventualmente avessi già scritto. Cioè? Cioè, un articolo, un intervento,
una recensione. Io pubblicavo prove narrativo-impressionistiche su una
rivistina di quartiere. A me per me piaceva quel tipo di scrittura. No, quelle
cose no… mica per dire… ma… non erano mica cose serie, quelle lì. Non se ne
parlò più. A distanza di decenni, ho chiesto una sera a Cortesi, incontrandolo,
se avesse memoria dell’episodio. Non lo ricordava. Semplicemente non si
ricordava di me. Persino del suo tempo agli Editori Riuniti aveva ormai una
traccia vaga nella testa. Sulla mia vita invece il fatto fece effetto e
produsse una sorta di contraddittorio sospetto, lungo tutti gli anni sessanta e
settanta, verso ciò che più mi attraeva, la scrittura letteraria. Letteratura
sì, certo, ma seria doveva essere,
qualunque cosa tale aggettivo volesse significare.
Credo, del resto, fosse un
segno dei tempi. Infatti l’attributo di artistico
finì per coincidere con assurdo,
inteso nel senso banale di quintessenza di ciò che non è (non sarebbe) banale,
cioè corrente. Quindi l’assurdo (il non-consueto all'estremo), magari fortuito,
in tal caso addirittura il puro insensato, divenne paradossalmente portatore
del senso dell’antagonismo, ridotto a
diversità qua talis, vuota. Della
Volpe avrebbe riso acuto di fronte a questa pretensiosa «negazione non
determinata», che non nega nulla. Artisticamente la cosa poteva pure, a mio
giudizio, avere un uso, senz’altro, ma sul piano culturale sono certo fu la
vittoria (crociana) dello spirito piccolo-borghese (di massa, nel senso
volgare, quello della distinzione di
Bourdieu, da cui ogni piccolo borghese è assillato – una vera e propria
ossessione psichica di massa – nel timore di venir confuso con un cafone o un
provinciale o un non-addetto… ma sono infiniti nelle situazioni e nelle lingue
e dialetti i nomi possibili di questa condizione inferna).
Il problema per me era però
che nel regno dell’uomo di Majakovskij
ci stavo già con dubbi e ambiguità. Per me Roberto Bonchio significava la cultura perché significava serietà
nel lavoro. Nella mia autoironica, ma autoeducativa mitologia privata, lui era
produttore di acribia operativa, insomma di anti-cialtroneria, un comportamento
etico prima di tutto, ma anche intellettuale in senso tecnico: tu dovevi non
solo possedere gli strumenti del tuo lavoro culturale, ma in più produrre beni intellettualmente validi.
Ed ecco i miei problemi. Che cosa poteva considerarsi valido?
Nelle precedenti letture
indirette avevo appreso (se si può apprendere una figura) la figura di
Majakovskij poeta della rivoluzione (comunista). La mia fantasia, affascinata,
s’era accesa. «Sono poeta. E per questo sono interessante». Conservavo questa
frase, registrata a matita in un taccuino (come, secondo ogni adolescente,
fanno i poeti). L’aveva scritta non so dove, aggiungendo: «E di questo scrivo».
Scriveva di sé. Fascino. Epifania.
Nella mia nota a matita
leggevo poi un altro pezzo di frase, che però non mi diceva niente: «Del resto,
soltanto se si è decantato nella parola». A prescindere dalla scrittura
criptica, almeno nel mio appunto o magari nella traduzione, non sapevo ancora
che i poeti, come tutti, parlano di più quando dicono a metà, vuol dire che lì
il discorso gli si biforca, e il discorso più è vero più è multiplo (anche se
non sempre viceversa). Dunque: il poeta della rivoluzione (comunista) si
limitava a scrivere la parola del
mondo? Ma era valido un poeta che, quanto alla rivoluzione (comunista),
scriveva «soltanto» le parole, mentre prima di tutto scriveva di sé?
Il punto in questione (che
naturalmente, nel considerare la figura del poeta, dello scrittore, possedeva una ricchezza critica che io allora
non coglievo) si articolò in un ragionamento quando un’altra delle mie letture,
ancora indirette, mi fece sapere di Elio Vittorini. Qualcuno, di cui ho perduto
nella mente il nome ma che ricordo pallido e aspro e colmo di letture e di
informazioni, mi rimproverò: «Che vieni a fare qui?!... A lavorare!?... Qui non si lavora, qui si
suona il piffero per la rivoluzione… Io sto solo aspettando che Bonchio mi
licenzi, intanto prendo lo stipendio». A me, precario collaboratore esterno,
non pareva che quello fosse un combattere. Ma tant'era. Così domdandai. E colui
a domanda rispose: Togliatti aveva voluto prendere sotto il proprio controllo
tutto, tutta la cultura, perciò aveva fuso dentro le «Edizioni di Cultura
Sociale» – dirette da Roberto Bonchio,
funzionario di Botteghe Oscure – le case editrici esistenti, diverse e
belle, le «Edizioni Rinascita» guidate da Valentino Gerratana di Roma,
«Parenti» di Firenze, «Il canguro» di Milano e non so che altro. Tutto era
stato compattato in un corpo unico, gli «Editori Riuniti» appunto.
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Palmiro Togliatti (1893-1964), assieme capo politico e stratega culturale del Pci
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Devo aver voluto scotomizzare
il nome di quella voce antipatica. Tanto più che nella foga di chissà quale sua
rabbia lui mi spiegò in dettaglio tutta la faccenda di Vittorini che non aveva
voluto subordinarsi a Togliatti, il quale per conseguenza nel 1947 gli aveva
chiuso la rivista, Il politecnico.
Nella polemica pubblica però lo scrittore Vittorini aveva segnato un punto a
proprio favore e il totus politicus
(come Croce definiva Togliatti) non gliel’aveva più perdonata: Vittorini aveva
scritto, papale papale, che Majakovskij, il grande poeta della rivoluzione
comunista, altri non era che un arcade, un pifferaro. Non si poteva dire,
certo, che il poeta sovietico scrivesse pastorellerie, ma poesia lirica, sì, e nel senso più stanco (stanco, disse la faccia agra
e bianca). Majakovskij non era uno scrittore rivoluzionario, ecco il punctum dolens, in quanto si faceva
consegnare i contenuti dalla politica invece di andarseli a prendere da sé,
come poeta, dalla vita.
Non sapevo decidere se quella
critica al mio emblema artistico fosse una sassata contro l’immagine dell’intellettuale
rivoluzionario in sé o invece esprimesse il dubbio autentico di chi si
arrovellava sul proprio ruolo. Per me fu
comunque una sferzata a pensarmi intellettuale non subordinato alla politica.
Comunque anch’io non la
perdonai al mio inopportuno mentore, a quell’infelice. Dico infelice perché
come persona era palesemente destinato a non riscuotere consensi di sorta. Io
stesso nell’istante in cui imparavo da lui tanto, volli punirlo: ne dimenticai
il nome, niente di peggio per un letterato o intellettuale che fosse. Né ho mai
reincontrato quel volto nel tempo successivo. Non l’ho riconosciuto? Spero si
sia eclissato, ascetico, in una qualche solitaria sofìa, che sia divenuto
stilita in un suo altrove. In ogni caso questo poi imparai, o mi convinsi di
aver imparato, da lui, che il lavoro
culturale è una complementarità opposta del lavoro politico, infatti tanto quest’ultimo deve formulare certezze
(pratiche) e (con metodo sofistico) persuadere il cittadino ad agire, quanto
l’altro deve invece fare domande (teoriche) e (con metodo euristico) indurre
gli individui a dubitare della verità
data. E tuttavia l’uno non esiste senza l’altro.
Togliatti – io credo – si
rese conto di tale situazione strutturale e cercò di regolarne la dinamica con
mezzi organizzativi, supponendo erroneamente che la vita culturale fosse sempre
e in ogni momento interpretabile dalla politica. Ciò non poteva venir ammesso
né da Vittorini né dal mio anonimo Scrittore Infelice (tale appellativo lo
derivo dalla speranza che almeno sia divenuto scrittore, nel qual caso
l’infelicità gli sarà derivata dall’insuccesso editoriale, giacché la sua
pagina fatta di domande nuove e dunque scomode, quando non addirittura
incomprensibili per un lettore niente propenso a criticare se stesso com’è
quello moderno e democratico, sarà rimasta lì, come muta, a far da documento
triste, pur a futura memoria). Costoro, Vittorini e lo Scrittore Infelice,
volevano rivoluzionare il rapporto di potere fra cultura e politica (ed
economia), non semplicemente andare, fiduciosi, verso un orizzonte fulgido.
Roberto Bonchio per contro
navigava resistente, con speranza e abilità, lungo il flusso sicuro della linea
togliattiana. Così per me gli anni sessanta furono un serio decennio di lavoro
e apprendimento, secondo programma: leggere bozze e testi, tradurre, rivedere
anzi revisionare, correggere la bianca e la volta, le giustezze, i refusi, i
titoletti, scrivere le bandelle, le quarte di copertina, fare l’indice dei
nomi, correre in tipografia dai linotipisti. Insomma lavorare duro per la
qualità della pagina.
Come accade, non ognuno,
mostrava amicizia per me, ma Roberto sì. Anche stima? Lo seppi quando lo
ricattai: avevo risposto all’annuncio d’un sistema di supermercati che
prometteva di avviare a una carriera dirigenziale giovani pronti e adatti. Il
colloquio era dopo pochi giorni. Dissi che avrei accettato quel posto, se me lo
avessero concesso, pur di ricevere uno stipendio che lui non mi dava. In fondo,
a quel punto, avevo pure un figlio. In quattro e quattr’otto venni assunto, a
metà tempo. La presi come un segno di stima. L’altra metà del tempo:
traduzioni.
All’inizio del decennio
successivo, – quando, divenuto redattore della collana «Opere di Marx ed
Engels» (i primi due volumi pubblicati saranno il IV e il V, a cura
rispettivamente mia e di Fausto Codino, e arriveranno in libreria nel 1972) ero
ormai coinvolto direttamente nelle faccende editoriali del marxismo, – la
storia del tradurre mi rivelò un Bonchio insospettato, combatteva per idee non
ortodosse. Mi disse: «Devi andare a Budapest».
Ora, soffermarsi sulle mie
idiosincrasie in un racconto su Roberto Bonchio dovrebbe risultare un eccesso
narcisistico. E invece sono costretto a farvi cenno perché mi procurarono
materiale per riflettere su di lui e su tutta la linea culturale togliattiana.
Dunque: io odio viaggiare, antimoderno quanto si vuole, amo il trantran
quotidiano. Perciò rifiutai di netto, senza nemmeno chiedere il senso di quel
comando. Il senso però venne subito: «Lukács è vecchio, è meglio andarci a
parlare. Magari ha qualcosa di pubblicabile». L’argomento era forte, anche se
non per me, che circa questo filosofo seguivo allora la vulgata negativa, quindi insistei che non m’interessava. Dopo
qualche mese Roberto esclamò: «È incredibile che il maggior filosofo marxista
del novecento non t’interessi!».
Era una critica netta, che mi
colpiva – per rimanere al linguaggio colto – non nel merito, ma nel metodo.
Sono sicuro che lui non sapeva se Lukács fosse o non fosse il maggior filosofo
marxista del novecento, ma m’insegnava che nel campo cultura bisognava andare a
guardare dappertutto, senza badare all’ortodossia, che questo era il metodo,
perché le sorprese non mancano mai ed eventualmente le censure sarebbero
arrivate dopo. In fondo Togliatti, diceva la leggenda, era morto nel 1964
tenendo sul comodino un libro di Claude Lévi-Strauss, tanto per tenersi
informato. (E io ho sempre voluto pensare che fosse Il pensiero selvaggio appena uscito in traduzione italiana presso
la sua amata Einaudi.) Roberto mi dava una splendida lezione di metodo.
Vero che le
cose si complicarono, nella mia testa, quando l’argomento divenne più prosaico,
miserevolmente editoriale. Il povero György Lukács, per levarsi dall’isolamento
comunicativo, non solo scriveva le sue opere maggiori in tedesco pur essendo
ungherese, ma aveva anche ceduto la rappresentanza mondiale dei suoi diritti d’autore
a un editore in quella lingua. Ora, tale editore tedesco, quando riceveva una
richiesta di traduzione da un editore italiano, sembra rispondesse che quell’opera
era già in visione presso altri,
sempre. Insomma, se volevamo eliminare ogni sospetto, magari immotivato, di combine a danno degli Editori Riuniti,
dovevamo intavolare trattative dirette con l’autore. Dunque, a Budapest.
E in effetti cominciarono i
preparativi. Accordi complessi non tanto con Lukács stesso, quanto soprattutto
tra autorità pubbliche e private, politiche e aziendali, di cui man mano che il
processo avanzava avevo notizie, ma vaghe, da Roberto. Finì però che, quando
tutto sembrava pronto, nel marzo del 1971 Lukács s'ammalò e poi a giugno morì.
Per mia insipienza io non ebbi il dono di parlare con lui. Il mio viaggio
tuttavia venne, non soppresso a quel punto come io speravo e credevo, ma
semplicemente rimandato di qualche mese.
Quando infine fui a Budapest trovai il figlio Ferenc Jánossy (figlio del
primo marito della moglie di Lukács e da questi amatissimo), un inedito di 2000
cartelle intitolato Per una ontologia
dell’essere sociale e infine la «Scuola di Budapest», cioè gli allievi,
discepoli e seguaci del Vecchio, compattamente uniti a chiamare così il loro
maestro, a contestare il regime ungherese e a criticare le 2000 pagine inedite
del Vecchio, come opera appunto di un vecchio oramai non produttivo. Mi consigliavano di non leggerle nemmeno e di
far in modo piuttosto di pubblicare in occidente i loro scritti.
Roberto, da buon editore,
accettò tutto, ma poi ne vennero fuori soltanto La sfera del quotidiano (titolo filosofico storpiato in italiano in
Sociologia della vita quotidiana) di
Ágnes Heller, la leader del gruppo, Fine
dei miracoli economici di Ferenc Jánossy e intanto la splendida raccolta di
saggi lukacsiani di estetica in due volumi intitolati Arte e società a cura di Ferenc Fehér, marito di Ágnes Heller.
Tutti divennero da allora miei amici. Ági e Feri presero l’abitudine di venire
da me ospiti a Roma, all’inizio poveri in canna.
Feri era in particolare mio
gradito interlocutore in accese conversazioni sulla situazione culturale del
mondo, nelle quali fra l’altro cercava di persuadermi del crollo futuro ma
inevitabile dell’Unione Sovietica, per l’esplosione delle «repubbliche» che
sarebbe avvenuta non appena si fossero allentati i ceppi centralistici. Devo
confessare che non capivo bene cosa fossero quelle «repubbliche» nella
fraternità universale dei popoli sovietici, sempre fraternità, per quanto un
po’ forzata ab origine, e dunque
resistevo alle conclusioni di Feri, resistevo per «senso della realtà», come
dicevo. Così come mi parevano fantasie i suoi timori di venir arrestati da un
momento all’altro («Non mi preoccupo per me… io da giovane ho fatto il pugile.
Mi preoccupo per Ági, che è tanto fragile!...»), anche perché loro due
abitavano nel medesimo isolato dove abitava György Aczél,
l'uomo politico che dirigeva la cultura fin dal tempo del «consolidamento» dopo
i fatti del 1956 («moti»?, no, «insurrezione»?, no, «controrivoluzione»?, no,
«rivoluzione»?) insomma dal 1958, ed era più o meno informalmente il secondo
dietro János Kádár («il quale», mi disse più tardi Aczél, quando lo conobbi da
vicino, «è nato a Fiume e, ricòrdati, all’anagrafe si chiama per la precisione
Giovanni Giuseppe non János...» «E allora?» «Niente. Puoi trarne le conclusioni
che vuoi.» Il suo sistema comunicativo era di dire, ma senza trarre
conclusioni, mai). Roberto commentò il mio racconto circa la Scuola di
Budapest: «In certe situazioni è sempre meglio preoccuparsi». Io la
presi come un residuo, dentro il suo spirito, di atmosfera resistenziale.
Comunque insisteva perché
traducessi le 2000 cartelle dell’Ontologia.
La sua idea era che non bisognava mai fidarsi dei giudizi degli intellettuali
su un libro d’un collega, tanto più se si trattava del maestro. «Ma è
paradossale!» «Sarà… Intanto, tu almeno leggitelo!» Io non avevo nessuna
intenzione.
È che nel frattempo mi era
stato offerto di andarmene dagli Editori Riuniti. A Botteghe Oscure c’era Critica marxista il cui recente
caporedattore, Siegmund Ginzberg, giacché non gli piaceva il ritmo lento e lo
sguardo lontano del bimestrale, mentre al contrario si sentiva un giornalista e
amava lo scatto dei giorni e l’intuizione immediata della politica quotidiana,
aveva chiesto di andare o all’Unità o
a Rinascita. La risposta
metodologica, che oggi direi da casta curiale (di Gian Carlo Pajetta, mi disse
Siegmund), era stata che nel Pci si diventava sempre insostituibili, – un
conservatorismo, suppongo, dovuto magari alla mania, tipica della politica,
dell’equilibrio delle forze, – dunque l’unico modo per cambiare lavoro era di
trovarsi un sostituto. Lui pensò che potevo essere io. Io risposi che forse sì.
Così la cosa andò avanti. A mano a mano tutti i competenti dissero di sì.
Roberto era contrario: avevo
davanti tutto un campo di lavoro solido, le «opere» di Marx e Engels
prevedevano cinquanta volumi, il campo filosofico era uno degli assi della casa
editrice, ormai ero stato assunto a tempo pieno, avrei avuto altre
responsabilità, un aumento di stipendio… E poi, diciamolo, una cosa è lavorare
tranquillamente in un tuo campo di competenza che nessuno ti può toccare e un’altra
mettersi nella bolgia della discussione politica continua: «Lì è un inferno».
Io rispondevo con argomenti («voglio fare qualcosa nella vita!») che non capiva
o, meglio, che ascoltava pensando io non capissi granché della vita. Più avanti
nel tempo mi disse una volta che ero proprio «un intellettuale». «Che vuoi
dire?» «Uno che vive di sogni.» Il contrario dei sogni, interpretai tra me, era
il senso della funzione del potere.
Allora non m’era chiaro fino
in fondo, ma sentivo bene che ci ispiravamo a due idee diverse del lavoro
culturale. La sua idea, nel sicuro della traccia togliattiana, comportava che
la cultura fosse appunto un campo di competenza, a sovranità limitata potremmo
dire, cioè «amministrato» dalla politica che superior stabat, come il lupo rispetto all’agnello della favola (l’aggettivo
tra virgolette è di Adorno, il quale parlando di arte usò anche l’immagine
delle «dande» per illustrare il concetto). L’altra idea, vittoriniana nel
fondamento, intendeva la cultura e la politica semplicemente come ruoli
sociali, a sovranità pari, non separati da terreni di competenza, destinati dunque
a confrontarsi di continuo.
Che Vittorini sbagliasse
estremizzando la sua tesi fino a feticizzare le categorie (la politica è
cronaca la cultura è storia, la politica è quantitativa la cultura qualitativa)
e a invertire le posizioni di potere fra politica e cultura a seconda dei tempi,
normali o rivoluzionari (all’uomo di cultura spettava dirigere nella guerra di
posizione e al politico nella guerra di movimento, per usare categorie
gramsciane), non significa che non avesse ragione a rivendicare l’autonomia
della cultura. E una ragione storica, niente affatto corporativa.
D’altra parte, che Togliatti
sbagliasse estremizzando la propria chiusura verso la linea del Politecnico, giudicata «enciclopedica» e
«astratta», non significa che fosse irrilevante la sua preoccupazione politica per il rinnovamento democratico
della cultura italiana. Solo, erano due problemi diversi, uno culturale uno
politico. Confonderli o dare la preminenza a uno soltanto di essi avrebbe
prodotto danni strutturali. Non poter distinguere il bisogno di ricerca dal
bisogno di divulgazione, come per esempio accadde agli Editori Riuniti più
tardi rispetto al tempo di cui sto raccontando, nascose dietro i numeri di
alcune alte tirature il lento venir meno dello specifico ruolo culturale (e
dunque di mercato) della casa editrice. Ma la cosa s’inseriva in un fenomeno
più ampio: era tutta la società che cambiava a fondo i termini del proprio
sviluppo, occorreva una nuova risposta culturale.
Recentemente Mario Tronti,
recensendo un libro retrospettivo di Alfredo Reichlin, ha posto una domanda:
perché la sinistra dopo il 1989 non è stata in condizione di riprendere in mano
le redini del proprio fare? Che cosa è successo? Io credo che la risposta sia
molto breve: si è trovata sprovvista della cultura per farlo. E la domanda
stessa sembra quasi un segno della inconsapevolezza di tale mancanza. Il gioco
fermo degli schieramenti non è la vita. La vita non si ferma, ti permette di
ereditare solo cambiando e producendo cambiamento.
Personalmente, del mio amico
Roberto Bonchio posso dire che mi sono sforzato di ereditare quello che
apprendevo, il suo senso della cultura, dunque ho cercato di cambiarlo. Non so
però se si può dire che le generazioni successive alla sua hanno cercato di
fare altrettanto.
giugno 2010
* Vedi anche Checkpoint Poetry - Alberto Scarponi: Dialogo dei Massimi