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di Valeria
Pighini
Vigata
sonnecchia sorniona, cullata dal caldo e rassicurante abbraccio del mare, un
vento tiepido scuote le piccole case bianche accoccolate a due passi dalla
spiaggia di Marinella, e le giornate si rincorrono tutte uguali e monotone, pigre,
come la gente che va a fare la spesa al mercato di buon mattino. Niente sembra
scalfire questa insolita e ritrovata tranquillità, questa breve parentesi di
pace che trasforma la noia in torpore.
Ma
è proprio quando non succede nulla che bisogna tenere gli occhi aperti e il
Commissario Montalbano questo lo sa bene… Da bravo “segugio” qual è, abituato alle
insidie del crimine e di un mondo che ormai non riconosce più e che ha imparato
a disprezzare, il commissario sente che nell’aria si agita qualcosa di pericoloso,
qualcosa di brutto destinato a piombargli addosso con la forza dirompente di
mille ordigni, qualcosa che lo metterà a dura prova, che sconvolgerà il suo
proverbiale sangue freddo e la sua mente, un tempo salda, ma ora così fragile,
vittima della morsa soffocante dell’età che avanza.
Ebbene
sì, il “detective più amato dagli italiani” è tornato, l’erede naturale di
Maigret e Duca Lamberti che negli ultimi anni ci ha fatto sorridere,
appassionandoci con le sue storie di misteri e “ammazzatine” e con quel suo
carattere irresistibile, astuto, mordace, ironico, amante della buona tavola e
dei piaceri semplici della vita.
Da
un paio di mesi, i fan di Andrea
Camilleri, possono infatti “bearsi” dell’ultima fatica del loro “beniamino”,
uscita in libreria nel maggio scorso e subito andata a ruba, bissando perfino
il successo dei più noti bestseller internazionali.
Quello
con Montalbano, è diventato un appuntamento fisso che si ripete almeno due
volte l’anno e che i lettori non perderebbero per niente al mondo, l’incontro
con un vecchio amico che davanti ad una caponata e ad un buon bicchiere di
vino, racconta le sue peripezie, gli scontri memorabili con pericolosi
assassini e ladruncoli da strapazzo.
La
sfida, stavolta, è lanciata da un anonimo interlocutore che si muove
nell’ombra, trincerandosi dietro rebus e filastrocche, e che coinvolge il
commissario in un gioco perverso, un’ improbabile caccia al tesoro in cui il
prezzo da pagare potrebbe rivelarsi davvero molto alto.
Tutto
inizia con il “colpo di testa” di Gregorio e Caterina Palmisano, due anziani
fratelli timorati di Dio che improvvisamente una sera decidono di sparare sulla
folla di “infedeli” dal balcone della loro casa. Una notte di follia, conclusasi
con l’inevitabile internamento dei due vecchietti, ma che per Montalbano sarà
solo l’inizio di un incubo: tra bambole gonfiabili che spariscono e ricompaiono
nei posti più impensati, situazioni equivoche al limite del boccaccesco,
squallide case di appuntamenti e ragazzini viziati, ci si mette pure il
rapimento di Ninetta, una “picciotta” per bene e incensurata, a complicare le
cose, a ingarbugliare ancora di più una matassa che sembra non avere il bandolo!
La verità, tuttavia, non si farà attendere ed esploderà come un fulmine a ciel
sereno, cogliendo impreparato anche un veterano come il commissario e
mettendolo di fronte ad uno scenario di macabra perversione e inspiegabile
crudeltà, qualcosa di mai visto prima, tanto orrendo quanto incomprensibile.
Perfino l’imperturbabile dottor Pasquano, medico legale dalla battuta sempre
pronta, di fronte all’indicibile efferatezza di un omicidio spietato compiuto
solo per il gusto di soddisfare bisogni deviati e rivoltanti, alzerà le mani e si
abbandonerà al disgusto; perché la morte è ancora più inaccettabile se arriva troppo
presto e senza un motivo.
La caccia al tesoro (Sellerio
Editore, Palermo 2010, pp. 271, € 14,00), questo il titolo del libro, è dunque un
romanzo anomalo, a tratti spiazzante. Da una parte, infatti, esso risulta
fortemente impregnato dell’inconfondibile stile di Andrea Camilleri,
quell’irresistibile mix di satira, cinismo e allegra sicilianità che il
pubblico ha imparato ad amare. Soprattutto nelle pagine iniziali, si respira
intatto l’odore di quelle frasi pungenti, il sapore dolceamaro di quei
siparietti comici e quasi teatrali che negli anni hanno fatto la fortuna dello
scrittore siciliano; d’altra parte, però, Camilleri ci stupisce avventurandosi
in territori inesplorati e chi si aspettava da lui il solito libro
scoppiettante, bonario e disincantato, sarà rimasto profondamente sorpreso,
magari un po’ deluso, certamente incredulo.
I
personaggi sono gli stessi, ma è l’atmosfera a cambiare, più cupa, più
pessimista, più violenta rispetto agli altri romanzi della serie, con
molteplici incursioni nel mondo del thriller e del noir a tinte fosche.
L’autore
lancia così il suo grido di dolore rivolgendosi ad una società mutilata dalle
contraddizioni, ad un’Italia spaccata in due che giorno dopo giorno precipita
nel caos più nero e nella perdizione, preda dei suoi stessi pregiudizi, dei
suoi stessi odi, dei suoi stessi vizi, di una classe dirigente corrotta e
incompetente, un paese che osanna l’estero perché è incapace di valorizzare le proprie
bellezze, che stupra la sua lingua madre gingillandosi con inutili, ridicoli e
pretenziosi neologismi: «Lingue oramà
morte avivano inventato parole meravigliose e ce l’avivano lassate in eredità
eterna. E il taliàno, inveci, quanno sarebbi morto com’era inevitabile, dato
che oramà era ‘na colonia della lingua ‘nglisi, che avrebbi tramandato ai
posteri? Rottamare? Inciucio? Dazione?».
Fin
da subito ritroviamo tutte le macchiette e i personaggi magistralmente creati
dalla penna dell’arzillo scrittore: c’è Catarella,
il tenero agente un po’ imbranato che stravede per Montalbano e risolve le
situazioni più spinose grazie ad inaspettati colpi di genio; c’è Mimì Augello,
il vice del commissario, “fimminaro” impenitente che, nonostante abbia cercato
di mettere la testa a posto sposando la gelosissima Beba, non disdegna la
compagnia di altre donne; c’è il fido Fazio, fissato con l’onomastica e ci sono
Gallo e Galluzzo, l’algido questore Bonetti Alderighi e Ingrid, la bellissima
“svidisa” per la quale il tempo sembra essersi fermato e con cui da sempre
Montalbano intrattiene un rapporto profondo e indefinito, a metà tra amicizia,
amore e gratitudine. C’è Tommaseo, il Pm che s’infiamma ogni volta che si
profilano all’orizzonte delitti passionali e torbide storie di sesso, e c’è
Adelina, la “cammarera” di Montalbano che gli fa trovare in frigorifero pranzi
succulenti e deliziosi manicaretti.
E
poi, naturalmente, ci sono le immancabili “azzuffatine” telefoniche con la
fidanzata Livia, eterna promessa destinata a non diventare mai sposa. Da Boccadasse
in quel di Genova, la sua voce giunge lontana, come l’eco di un passato al
quale il commissario si aggrappa con tutte le forze, più per abitudine, per
paura della solitudine, che non per reale convinzione; Livia è un punto fermo e
Montalbano non può permettersi di perderla, specialmente adesso che, a 56 anni,
sente scorrergli addosso il fiato del tempo che passa. L’“età del dubbio” (non
a caso titolo del precedente romanzo di Camilleri) è quell’età che vede cadere
ad una ad una tutte le certezze costruite e consolidate nel corso di un’intera
vita, che vede vacillare i pochi appigli che ci avevano tenuti in piedi. Le
domande incalzano, le paure esistenziali fanno capolino dietro le ore morte di
nottate trascorse insonni a rigirarsi tra le lenzuola e il tempo tiranno arriva
spietato a presentare il suo salatissimo conto. Montalbano, che non è immune a
tutto questo, ma anzi teme più di ogni cosa l’insorgere della vecchiaia, si
ritrova solo, a parlare con se stesso, con quella parte di sé che ancora non
accetta, lunghi e infruttuosi monologhi recitati
a letto come una preghiera o una litania, magari a tarda sera nella vana
speranza di prendere sonno e dimenticare
gli orrori diurni.
Il
commissario, che prima affrontava la malavita con l’indifferenza propria di chi
sa che non deve lasciarsi coinvolgere se vuole sperare di sopravvivere, oggi è
un uomo nuovo e osserva la realtà con gli occhi di chi invece ha scelto di
spogliarsi della propria corazza abbandonandosi a emozioni che fino ad allora
aveva finto di ignorare.
Nudo
e senza scudi che lo proteggano, Montalbano fronteggia l’ennesima prova con
coraggio e con la disillusione di un uomo di mezza età che ha vissuto troppo
per scandalizzarsi, ma ancora troppo poco per restare indifferente davanti a
quello che la nostra società, figlia del tubo catodico e di falsi miti che
nascono e muoiono nel giro di poche ore, è diventata.
Un
libro, quest’ultimo di Camilleri, che dunque non è solo una piacevole evasione,
un “compagno” da portare in spiaggia e da sfogliare sotto l’ombrellone durante le
vacanze estive, ma anche una preziosa occasione per riflettere su ciò che
siamo, che dovremmo essere e che, forse, non saremo mai.
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Luca Zingaretti, volto televisivo del commissario Montalbano
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