LUOGO COMUNE
ANDREA CAMILLERI
Un Montalbano
di mezza età
e disilluso, impegnato in una “Caccia al tesoro”


      
L’ultimo volume dell’interminabile serie poliziesca, imperniata sul commissario di Vigata, il ‘detective più amato dagli italiani’, parte da una notte di follia con due vecchietti che prendono a sparare dal balcone su una folla di ‘infedeli’. Un romanzo anomalo, a tratti spiazzante in cui lo scrittore di Porto Empedocle si avventura in territori inesplorati, pur conservando il suo inconfondibile stile basato su un irresistibile mix di satira, cinismo e allegra sicilianità.
      



      

di Valeria Pighini

 

 

Vigata sonnecchia sorniona, cullata dal caldo e rassicurante abbraccio del mare, un vento tiepido scuote le piccole case bianche accoccolate a due passi dalla spiaggia di Marinella, e le giornate si rincorrono tutte uguali e monotone, pigre, come la gente che va a fare la spesa al mercato di buon mattino. Niente sembra scalfire questa insolita e ritrovata tranquillità, questa breve parentesi di pace che trasforma la noia in torpore.  

Ma è proprio quando non succede nulla che bisogna tenere gli occhi aperti e il Commissario Montalbano questo lo sa bene… Da bravo “segugio” qual è, abituato alle insidie del crimine e di un mondo che ormai non riconosce più e che ha imparato a disprezzare, il commissario sente che nell’aria si agita qualcosa di pericoloso, qualcosa di brutto destinato a piombargli addosso con la forza dirompente di mille ordigni, qualcosa che lo metterà a dura prova, che sconvolgerà il suo proverbiale sangue freddo e la sua mente, un tempo salda, ma ora così fragile, vittima della morsa soffocante dell’età che avanza.

Ebbene sì, il “detective più amato dagli italiani” è tornato, l’erede naturale di Maigret e Duca Lamberti che negli ultimi anni ci ha fatto sorridere, appassionandoci con le sue storie di misteri e “ammazzatine” e con quel suo carattere irresistibile, astuto, mordace, ironico, amante della buona tavola e dei piaceri semplici della vita.

Da un paio di mesi,  i fan di Andrea Camilleri, possono infatti “bearsi” dell’ultima fatica del loro “beniamino”, uscita in libreria nel maggio scorso e subito andata a ruba, bissando perfino il successo dei più noti bestseller internazionali.

Quello con Montalbano, è diventato un appuntamento fisso che si ripete almeno due volte l’anno e che i lettori non perderebbero per niente al mondo, l’incontro con un vecchio amico che davanti ad una caponata e ad un buon bicchiere di vino, racconta le sue peripezie, gli scontri memorabili con pericolosi assassini e ladruncoli da strapazzo.

La sfida, stavolta, è lanciata da un anonimo interlocutore che si muove nell’ombra, trincerandosi dietro rebus e filastrocche, e che coinvolge il commissario in un gioco perverso, un’ improbabile caccia al tesoro in cui il prezzo da pagare potrebbe rivelarsi davvero molto alto.

Tutto inizia con il “colpo di testa” di Gregorio e Caterina Palmisano, due anziani fratelli timorati di Dio che improvvisamente una sera decidono di sparare sulla folla di “infedeli” dal balcone della loro casa. Una notte di follia, conclusasi con l’inevitabile internamento dei due vecchietti, ma che per Montalbano sarà solo l’inizio di un incubo: tra bambole gonfiabili che spariscono e ricompaiono nei posti più impensati, situazioni equivoche al limite del boccaccesco, squallide case di appuntamenti e ragazzini viziati, ci si mette pure il rapimento di Ninetta, una “picciotta” per bene e incensurata, a complicare le cose, a ingarbugliare ancora di più una matassa che sembra non avere il bandolo! La verità, tuttavia, non si farà attendere ed esploderà come un fulmine a ciel sereno, cogliendo impreparato anche un veterano come il commissario e mettendolo di fronte ad uno scenario di macabra perversione e inspiegabile crudeltà, qualcosa di mai visto prima, tanto orrendo quanto incomprensibile. Perfino l’imperturbabile dottor Pasquano, medico legale dalla battuta sempre pronta, di fronte all’indicibile efferatezza di un omicidio spietato compiuto solo per il gusto di soddisfare bisogni deviati e rivoltanti, alzerà le mani e si abbandonerà al disgusto; perché la morte è ancora più inaccettabile se arriva troppo presto e senza un motivo.






La caccia al tesoro (Sellerio Editore, Palermo 2010, pp. 271, € 14,00), questo il titolo del libro, è dunque un romanzo anomalo, a tratti spiazzante. Da una parte, infatti, esso risulta fortemente impregnato dell’inconfondibile stile di Andrea Camilleri, quell’irresistibile mix di satira, cinismo e allegra sicilianità che il pubblico ha imparato ad amare. Soprattutto nelle pagine iniziali, si respira intatto l’odore di quelle frasi pungenti, il sapore dolceamaro di quei siparietti comici e quasi teatrali che negli anni hanno fatto la fortuna dello scrittore siciliano; d’altra parte, però, Camilleri ci stupisce avventurandosi in territori inesplorati e chi si aspettava da lui il solito libro scoppiettante, bonario e disincantato, sarà rimasto profondamente sorpreso, magari un po’ deluso, certamente incredulo.

I personaggi sono gli stessi, ma è l’atmosfera a cambiare, più cupa, più pessimista, più violenta rispetto agli altri romanzi della serie, con molteplici incursioni nel mondo del thriller e del noir a tinte fosche.

L’autore lancia così il suo grido di dolore rivolgendosi ad una società mutilata dalle contraddizioni, ad un’Italia spaccata in due che giorno dopo giorno precipita nel caos più nero e nella perdizione, preda dei suoi stessi pregiudizi, dei suoi stessi odi, dei suoi stessi vizi, di una classe dirigente corrotta e incompetente, un paese che osanna l’estero perché è incapace di valorizzare le proprie bellezze, che stupra la sua lingua madre gingillandosi con inutili, ridicoli e pretenziosi neologismi: «Lingue oramà morte avivano inventato parole meravigliose e ce l’avivano lassate in eredità eterna. E il taliàno, inveci, quanno sarebbi morto com’era inevitabile, dato che oramà era ‘na colonia della lingua ‘nglisi, che avrebbi tramandato ai posteri? Rottamare? Inciucio? Dazione?».

Fin da subito ritroviamo tutte le macchiette e i personaggi magistralmente creati dalla penna dell’arzillo scrittore: c’è  Catarella, il tenero agente un po’ imbranato che stravede per Montalbano e risolve le situazioni più spinose grazie ad inaspettati colpi di genio; c’è Mimì Augello, il vice del commissario, “fimminaro” impenitente che, nonostante abbia cercato di mettere la testa a posto sposando la gelosissima Beba, non disdegna la compagnia di altre donne; c’è il fido Fazio, fissato con l’onomastica e ci sono Gallo e Galluzzo, l’algido questore Bonetti Alderighi e Ingrid, la bellissima “svidisa” per la quale il tempo sembra essersi fermato e con cui da sempre Montalbano intrattiene un rapporto profondo e indefinito, a metà tra amicizia, amore e gratitudine. C’è Tommaseo, il Pm che s’infiamma ogni volta che si profilano all’orizzonte delitti passionali e torbide storie di sesso, e c’è Adelina, la “cammarera” di Montalbano che gli fa trovare in frigorifero pranzi succulenti e deliziosi manicaretti.

E poi, naturalmente, ci sono le immancabili “azzuffatine” telefoniche con la fidanzata Livia, eterna promessa destinata a non diventare mai sposa. Da Boccadasse in quel di Genova, la sua voce giunge lontana, come l’eco di un passato al quale il commissario si aggrappa con tutte le forze, più per abitudine, per paura della solitudine, che non per reale convinzione; Livia è un punto fermo e Montalbano non può permettersi di perderla, specialmente adesso che, a 56 anni, sente scorrergli addosso il fiato del tempo che passa. L’“età del dubbio” (non a caso titolo del precedente romanzo di Camilleri) è quell’età che vede cadere ad una ad una tutte le certezze costruite e consolidate nel corso di un’intera vita, che vede vacillare i pochi appigli che ci avevano tenuti in piedi. Le domande incalzano, le paure esistenziali fanno capolino dietro le ore morte di nottate trascorse insonni a rigirarsi tra le lenzuola e il tempo tiranno arriva spietato a presentare il suo salatissimo conto. Montalbano, che non è immune a tutto questo, ma anzi teme più di ogni cosa l’insorgere della vecchiaia, si ritrova solo, a parlare con se stesso, con quella parte di sé che ancora non accetta, lunghi e infruttuosi monologhi  recitati a letto come una preghiera o una litania, magari a tarda sera nella vana speranza di prendere sonno  e dimenticare gli orrori diurni.

Il commissario, che prima affrontava la malavita con l’indifferenza propria di chi sa che non deve lasciarsi coinvolgere se vuole sperare di sopravvivere, oggi è un uomo nuovo e osserva la realtà con gli occhi di chi invece ha scelto di spogliarsi della propria corazza abbandonandosi a emozioni che fino ad allora aveva finto di ignorare.

Nudo e senza scudi che lo proteggano, Montalbano fronteggia l’ennesima prova con coraggio e con la disillusione di un uomo di mezza età che ha vissuto troppo per scandalizzarsi, ma ancora troppo poco per restare indifferente davanti a quello che la nostra società, figlia del tubo catodico e di falsi miti che nascono e muoiono nel giro di poche ore, è diventata.

Un libro, quest’ultimo di Camilleri, che dunque non è solo una piacevole evasione, un “compagno” da portare in spiaggia e da sfogliare sotto l’ombrellone durante le vacanze estive, ma anche una preziosa occasione per riflettere su ciò che siamo, che dovremmo essere e che, forse, non saremo mai.




Luca Zingaretti, volto televisivo del commissario Montalbano





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