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MONDADORI
FA QUATERNA
Allo Strega qualche ritocco
che
non cambia nulla
Il
solito Strega. C’è stato, anche quest’anno, come sempre dal 1947. L’hanno
assegnato il 1° luglio nella solita calda serata romana nel solito Ninfeo di
Villa Giulia gremito della solita bella gente. Cioè? Che vuol dire: al solito?
Che allo Strega, il caro, prestigioso, storico premio letterario che ci
accompagna dall’inizio del dopoguerra a oggi non cambia mai nulla. Il solito mercato
dei voti, le solite pressioni editoriali, il solito gioco delle amicizie, le
solite polemiche sulla qualità dei libri, la solita vittoria della Mondadori.
Che ha fatto quaterna, aggiudicandosi l’alloro per il quarto anno consecutivo: la
vendemmia è cominciata nel 2007 con Niccolò
Ammaniti e il suo romanzo Come Dio
comanda, è proseguita nel 2008 portando alla vittoria Paolo Giordano con La
solitudine dei numeri primi, poi l’anno scorso Tiziano Scarpa con Stabat
mater e infine Antonio Pennacchi con
Canale Mussolini questa volta.
Ma
forse qualcosa è cambiato negli oltre sessant’anni di vita. Quando il paiolo di
sangue bollente grande quanto il mondo in guerra venne finalmente spento la vita riprese ovunque, Italia compresa. Libera
dalla censura fascista, anche la cultura si rimise in moto. Grande fervore di
idee, entusiasmi, voglia di fare e dunque incontri, dibattiti, scoperta di autori
nuovi, contatti con letterature straniere: tutte novità che trovavano spazio e
sviluppo nelle terze pagine dei quotidiani ricche di firme prestigiose e nelle riviste
letterarie, autorevoli e influenti. In questo contesto i coniugi Goffredo e Maria Bellonci,
lui letterato e saggista, lei autrice di romanzi storici come Lucrezia Borgia, premiato con il Viareggio
nel 1939, aprirono ogni domenica il salotto del loro appartamento nell’elegante quartiere romano dei Parioli a scrittori, critici, uomini di
cultura che avevano così l’occasione di conoscersi e di parlare di libri, di discutere
e magari di scontrarsi sui contenuti e sullo stile. Di qui ebbero l’idea di
creare un premio letterario che ogni anno decretasse qual era il romanzo più
significativo della stagione attraverso il voto dei frequentatori del salotto
Bellonci, chiamati gli Amici della domenica. Trovarono un finanziatore in Guido Alberti della famiglia
produttrice del famoso liquore Strega, buon attore cinematografico e amante
della letteratura. Tutto a posto, dunque, il premio veniva baldanzosamente alla
luce. Non restava che battezzarlo, ma è ovvio, il colore dei soldi: il nome fu Strega.
Da
quel Quarantasette il premio, condotto con il piglio energico e la sapiente ars
navigandi di uno skipper da Maria Bellonci, con la collaborazione preziosa dei
più stimati scrittori del tempo, crebbe via via in autorevolezza, fino a
conquistarsi la fama di essere l’espressione di una sorta di consulta
letteraria i cui inappellabili giudizi decretavano
la consacrazione di un autore e, insieme, la sua fortuna commerciale. Perché lo
Strega fa vendere. Applicare a un libro la
fascetta con la scritta “Vincitore del Premio Strega” è un’operazione molto
ambita dagli editori. Fin dalla prima edizione, vinta dall’esordiente Ennio Flaiano con Tempo di uccidere.
La
formula del premio è rimasta la stessa, a parte qualche variazione marginale
sulle date, l’ambientazione, mentre è da segnalare come novità di grande
effetto la decisione della prima rete Rai di trasmettere in diretta la serata
finale. Gratificazione concessa anche agli altri grandi premi. Quella che è
cambiata, in parte involontariamente, è
la caratteristica fondamentale dello Strega, la giuria. All’inizio gli Amici
della domenica erano il fior fiore della cultura italiana, scrittori,
intellettuali, artisti e così via. Ma il tempo è feroce e, anno dopo anno, il
grande mietitore ha cancellato molti bei nomi. E i rimpiazzi, spesso, non sono riusciti a far
dimenticare i predecessori. Poi il numero è aumentato in modo discutibile,
circa duecento nuovi nomi hanno catturato un posto in giuria negli anni ’90. Il
totale ha raggiunto quota quattrocento e i
grandi editori hanno preso sempre più potere. A oggi i superstiti Amici della
domenica di una volta sono appena una ventina. Su quattrocento votanti
centoventi sono scrittori, settanta professori universitari, quaranta giornalisti,
tredici critici letterari, dieci politici, alcuni rappresentanti di
istituzioni, cinquanta funzionari delle case editrici.
Uno
degli Amici rimasti è Nello Ajello,
grande firma de la Repubblica, che in
un articolo pubblicato sul suo giornale con il titolo Io,
giurato dello Strega prigioniero dei raccomandati, si divertito a
raccontare quel che gli capita ogni anno nelle tre settimane della corsa allo
Strega. «Intanto un
cellulare quasi mai messo in uso emette, da oscuri angoli di casa, le sue
sinfoniette. S’impone via etere una voce, di solito femminile. Sembra sempre la
stessa voce. Ma non sarà vero. Sarebbe come immaginare che l’Italia intera sia
un’unica, immensa casa editrice, insonne nel produrre ed elogiare romanzi. L’interlocutrice
afferma di conoscerti bene. Evoca tanti incontri fra bevande e tramezzini
culturali. Ma come stanno i suoi (a volte i tuoi) familiari? Che umore hanno i
redattori del tuo (del suo) giornale? E giù nomi che spesso tardi a decifrare.
Dev’essere perché, come tu non sempre individui la Voce che ti sollecita, anche
lei, la Voce, giunta
alla chiamata n. 38 dell’elenco, fatica a ricostruire chi tu sia e su quale
gradino di stagionatura Strega la tua identità possa collocarsi. Stagista in
ascesa? Pensionato roccioso?». Ma insomma per chi la Voce vuol chiedere il voto? «L’ultimo a insinuarsi nel quasi-monologo
è il cognome dell’autore. Egli dispone di doti espressive così insolite nel
presente panorama. Per una volta che c’è un candidato valido. Telefonerebbe di
persona se non fosse così schivo. È già tanto se si espone al voto. E poi la
sua (la tua?) celebrità lo bloccherebbe. Sarà pure celebre, ma la sua
attenzione è al minimo. Cerca invano una penna per prendere nota. Non ricorda
più, accidenti, chi è in cinquina e chi no. Ha deciso: allo squillo successivo
risponderà con impeto “Sì, certo!” anche se gli chiedono di votare Plutarco, la Deledda o Turgenev. Ora l’importante
è che riesca ad allontanarsi dal cellulare con garbo. “Carissima, ci sentiamo
un' altra estate?”».
Tra
i molti che ci hanno lasciato anche Maria Bellonci, nel 1986, sostituita al
vertice dello Strega da Anna
Maria Rimoaldi, che
ha cercato di proseguire l’opera della fondatrice tenendo la barra con energia,
ma ottenendo risultati scarsamente apprezzati. Intanto, il Salotto Bellonci è diventato
una Fondazione, sostenuta dallo Stato e dal Comune di Roma. Alla sua presidenza,
dopo la morte della Rimoaldi tre anni fa, è stato chiamato Tullio De Mauro, nell’intento di modificare profondamente il premio
ormai invecchiato. Per ora non si è visto molto, dopo tante speranze di
ristrutturazione, giusto qualche ritocco
L’iter
dello Strega ha inizio ogni anno a primavera con la proclamazione delle dodici
opere di narrativa concorrenti al premio, scelte dal Comitato direttivo,
presieduto da Tullio De Mauro e composto da Franco Alberti, Alessandro Barbero, Valeria Della Valle, Giuseppe
De Rita, Fabiano Fabiani, Alberto Foschini, Melania G. Mazzucco e Ugo Riccarelli tra quelle presentate da
due Amici della domenica, garanti della qualità.
A
questo punto scatta il grande safari. Come dall’articolo di Nello Ajello. Telefonate,
brevi incontri, email, sms, vediamoci a cena, telefonate, prendiamo un
aperitivo e facciamo due chiacchiere, telefonate. Una caccia instancabile,
senza regole e senza riguardi, condotta da un plotone di ardenti cacciatori, lungamente
addestrati o anche occasionalmente ingaggiati per catturare la preziosissima preda:
il voto. Che in realtà sono due, la cinquina e la finale, sicché la caccia si svolge
in due fasi. Circa un mese dopo l’annuncio delle candidature decise dal Comitato
direttivo, esattamente il 10 giugno, gli Amici della domenica sono chiamati a
votare il libro preferito tra i quattordici ammessi alla gara. I cinque più
votati formano la rosa dei finalisti, la cinquina, appunto. Questa volta,
eccola, ordinata secondo i voti ottenuti: Acciaio
di Silvia Avallone, edito da
Rizzoli, Hanno tutti ragione di Paolo Sorrentino (Feltrinelli), Canale Mussolini di Antonio Pennacchi (Mondadori), Sono
comuni le cose degli amici di Matteo
Nucci (Ponte alle grazie), Accanto
alla tigre di Lorenzo Pavolini (Fandango),
tutti raccolti in un pugno di voti, dai 62 che hanno dato il primato alla
Avallone ai 45 di Pavolini.
Subito
riprende l’assalto dei manager editoriali, dei responsabili del marketing, degli
uffici stampa, degli amici degli Amici della domenica. La caccia 2 diventa più massiccia,
il numero degli autori in gioco è sceso a cinque, e più aggressiva, la posta è
più alta e il tempo stringe. Le cronache riportano che questa vota anche il
celebre Paolo Mieli, presidente
della Rcs Libri, si è speso in telefonate. Stefano
Mauri, presidente del Gruppo Gems (che comprende Longanesi, Guanda, Ponte
alle Grazie, e altri marchi) in un' intervista ad Affaritaliani.it ha calcolato
che «i due principali gruppi nell’era post-Rimoaldi si muovono su un numero di
voti di cui molto probabilmente parecchi di scuderia, cioè indipendenti dai
libri candidati. Tra i 119 e i 163 per la Mondadori (di cui fanno parte le sigle Arnoldo
Mondadori, Einaudi, Sperling & Kupfer, Frassinelli, Piemme, Electa e Bruno
Mondadori) e tra i 118 e i 129 per la Rizzoli (che comprende Rizzoli,
Bompiani, BUR, Sonzogno, Fabbri, Adelphi, Marsilio, La Coccinella). Noi
come sempre siamo sotto i 50». E gli altri editori, evidentemente ancora meno.
E venne il giorno. Il
primo luglio i cinque si affrontano nella finalissima: Ninfeo affollato,
trasmissione televisiva condotta da Lamberto
Sposini, spoglio pubblico delle schede di voto con aggiornamenti sulla
lavagna a vista. Serata lenta e tranquilla, senza grandi emozioni. Alla fine
della conta prevale Pennacchi, senza quasi destare sorpresa visto che fa parte
del potente, e anche bulimico, Gruppo Mondadori. Forse un po’ sorpreso era lo
scrittore, che dichiarandosi felice, ovvio, ha detto che in fondo non ha vinto
lui ma l’Agro Pontino, la cui bonifica è la materia delle 460 pagine del suo
romanzo come eloquentemente illustra il titolo Canale Mussolini. «È il
libro di una vita» ha detto in tono roboante Antonio Franchini, editor della Mondadori. Ma Franco Cordelli sul Corriere ha avanzato molti dubbi su quale vita
sia rappresentata nel romanzo: quella di Pennacchi, quella delle paludi
risanate, la nostra vita?
Insomma,
alla prova dei fatti, si è visto che le modifiche apportate da Tullio De Mauro
non hanno sostanzialmente cambiato nulla. Trasparente ma irrilevante la
pubblicazione su Internet dei nomi degli Amici della domenica. Positiva ma
inefficace la maggiore importanza data alla partecipazione della Dante
Alighieri e delle scuole. Apprezzabile ma inutile l’inserimento in giuria di
trenta lettori forti indicati dalle librerie: trenta contro quattrocento non
c’è lotta.
Ma
in senso più generale la domanda che molti si fanno è: ma i cinque libri finalisti
sono i migliori della stagione? e il Pennacchi è un gradino ancora più su?
LIBRI
La
vena della narrativa
ormai s’è inaridita
Insomma
il punto è la qualità. In questi ultimi anni non si può dire che lo Strega abbia
selezionato e poi votato e rivotato dei brutti libri. I migliori della
produzione di quell’anno? Forse no, però di certo non i peggiori. Dunque sto
dicendo che ci troviamo a fare i conti con una stagione letteraria, dieci anni
e anche più, di assoluta mediocrità. Ogni tanto un lampo squarcia l’orizzonte
grigio, appiccicoso, limaccioso, ma poi t’accorgi che quel lampo era il
prodotto d’una intensità casuale.
Giorgio Van Straten osserva che è finito il tempo in
cui uno scrittore che aveva successo commerciale veniva accusato di essersi venduto
l’anima. «Il problema è che, in questi
anni in Italia c’è solo il mercato», cioè non ci sono altri parametri di
valutazione. Ma c’è di peggio, aggiunge: «Oggi il ruolo della letteratura è totalmente marginale nella vita
sociale e culturale di questo Paese». Molti scrivono perché è diventato «un modo per accrescere il proprio
prestigio intellettuale», ma l’unico libro che abbia suscitato un dibattito
pubblico, «dato vita a un
confronto culturale vero» è Gomorra
di Roberto Saviano. «Ma è un’eccezione».
Anche
Ferruccio Parazzoli, nel saggio Inventare il mondo, sottotitolo Teoria e pratica del racconto pubblicato
da Garzanti, denuncia l’invadenza del mercato. «Quando nel pensiero di chi scrive subentrano le richieste dell’editoria
– sostiene Parazzoli – si parte male. L’editoria oggi vuole dei bollini da
marketing, un marchio riconoscibile da vendere: vuole la violenza o il sublime,
l’aggancio alla realtà o il suo opposto, la trama forte eccetera. L’idea,
piccola o immensa, da cui nasce un’opera letteraria scatta invece nel punto
esatto in cui la linea orizzontale dell’esperienza interseca quella verticale
dell’arte. Per Pavese è il ronzio della mosca dentro a un bicchiere».
E
l’ispirazione, quello sboccio magico che innesca la creazione? Oggi è una parola
impronunciabile, assicura Parazzoli: «Una
volta nell’editoria c’era il direttore letterario che non doveva rispondere a
nessuno. Oggi il direttore letterario è anche il direttore editoriale:
non giudica più sulla base del valore, ma sulle richieste del marketing. Il suo
giudizio non è letterario ma editoriale e attiene alla vendibilità e alle
possibilità di essere visibili nei mass media».
Il
dominio incontrastato degli editori trova conferma nel documentario-inchiesta Senza scrittori, prodotto da Rai Cinema
e Digital Studio e realizzato dal critico letterario Andrea Cortellessa e dal regista Luca Archibugi: una denuncia della drammatica situazione culturale
italiana nella quale lo scrittore vale zero, il critico è bandito, la
promozione è preferita alla recensione, e l’opera è un manufatto, un prodotto di
fabbrica, una merce da lanciare sul mercato per venderne il maggior numero di
pezzi possibile. Secondo Alfonso
Berardinelli, gli scrittori «se non
vogliono essere esclusi si adeguano. Programmano la produzione in vista
dell’accoglienza editoriale. Non ci sono più gli autori solitari. Esistono le
conventicole».
Ma
c’è anche una crisi della creatività. Che non nascano più grandi scrittori come
quelli di una volta è accertato, ma purtroppo è cambiato il modo di raccontare.
È arrivata la “faction”, che è una “fiction” realistica, basata su fatti
concreti. Il romanzo diventa un
reportage, una biografia, una rilettura storica. In conclusione, dopo aver
resistito a lungo al catastrofismo, dobbiamo convincerci che ormai l’amata arte
del raccontare, nata qualche millennio fa una sera d’inverno intorno al fuoco,
è morta per asfissia, si è inaridita, si sta essiccando?
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