LETTURE
ORONZO LIUZZI
      

Io e Caravaggio

SECOP Edizioni, Bari 2010, pp. 97, € 12,00

    

      


di Francesca Fiorletta

 

Io e Caravaggio, l’ultimo libro di Oronzo Liuzzi – filosofo, poeta, scrittore verbo-visuale, organizzatore di mostre nazionali e internazionali – più che un breve dittico poetico risulta essere un pungente e imprescindibile incontro, diacronico e simpatetico, tra l’immaginabile e l’immaginato, tra la storia e il mito, tra l’autocoscienza criticamente sviscerata e l’incoscienza sarcasticamente percepita di una effigie che, immortalando situazioni e personaggi altri, si presta egregiamente alla reductio ad unum delle nostre singole entità quotidiane, tanto quelle sensibilmente ingorde dei lettori  quanto quella vorace e attenta dello stesso autore. 

Se centrale può apparire il topos della morte ad un subitaneo, inquieto, quasi claustrofobico sguardo al primo dipinto traslato in formato tascabile, Giuditta e Oloferne, Liuzzi sembra immediatamente rimbrottare l’idea preconcetta del lettore, volgendo l’attenzione, già dall’incipit, proprio su "lo sguardo. Il suo", quello fermo e spavaldo di una donna intenta ad una decapitazione disumanizzata, di una donna disperatamente prona all’inevitabile tentativo di liberare la sua città, riscattare il suo popolo, riappropriarsi di se stessa, in una paradossale spersonalizzazione gestuale ed emotiva, in un raptus programmatico che svela e cela insieme il bisogno e il terrore di recuperare un senso del dovere civile, un’onestà intellettuale spesso moralmente accantonabile. Forse proprio per la smania indomita dell’effetto dialogico ricercato, per l’ossessione del confronto intrinseco fra punti di vista e meta-letterario fra generi tangibilmente in commistione, è l’Oloferne più familiare a parlare, strillare e vedere dentro di sé "le finte acconciature dei fantasmi", è il valoroso e incurante condottiero di Nabucodonosor che ha vissuto senza tema e ora si spegne senza costrutto, che dopo aver testato la durezza adamantina della virilità ostentata esala l’ultimo molle, flaccido, sensuale respiro quasi uterino.

"Affondo nell’invisibile.

Tutto il mio essere

è assorbito dall’infinito.

Il mio essere prende forma

col non essere.

Mi inquieta

il sogno dell’indecifrabile.

Assimilo

il significato pieno del vuoto.

Vivo e

non compreso.

Naufrago solitario

negli abissi della speranza.

Eccomi.

Tutto è finito!"

Morte sì, dunque, ma di cosa? Della possibilità di entrare in contatto con una natura diversamente inconciliabile? O piuttosto fine delle sterili distinzioni fra atto e potenza, fra missioni e omissioni, fra le proteiformi modalità artistiche ed espressive che cingono a braccetto Liuzzi e Caravaggio?

Ecco che sembra di riconoscere Oronzo stesso nella celebre caverna platonica, intento a volatilizzare per i lettori orrorifiche e monumentali iconografie davanti alla lanterna delle sue – e nostre – ammissioni e negazioni, privatamente politiche, cordialmente drammaturgiche, in una piena assunzione di responsabilità di indagini poietiche, "alla luce delle quali", come ebbe puntualmente a dire l’ottimo Mario Lunetta rileggendo il testo Deposizioni di Marcello Carlino, in cui l’autore raffrontava celebri dipinti a scritture allegoriche sperimentali in una polifonica ricerca di senso, "è ineluttabile esplorare in un’ottica metodologica non settoriale ma dialetticamente unitaria i processi di due arti fondamentali come la pittura e la poesia".

Alla seconda tavola presa in esame da Liuzzi, la Crocifissione di San Pietro, fa riferimento proprio Carlino, puntando l’attenzione su "l’operaio che solleva di spalla lo strumento di pena e di morte", chiara prolusione della "necessità di realismo" caravaggesca, rimodellata, quasi affilata da Oronzo per continuare a sviscerare l’annoso dilemma dell’ostinata incoerenza dell’uomo che, assumendo e riassumendo le mordenti conseguenze della propria tautologica umanità, si denuda finalmente nel confronto con l’immagine straniata di un se stesso non più "riavvolto dalla similitudine", bensì "accecato dalla paura", salubremente"spezzato dal timore di ammettere la verità".

"Sono una candela

che si sta consumando lentamente e

lentamente scompaio.

La mia capacità di capire

viene assorbita dal silenzio.

Tranquillo attendo.

................................

................................

..............................."

Queste tavole, come le parole del poeta, repellono indicibilmente, risultano ostiche e scivolose, indigeste fino al nauseabondo, perché stagliano lo squarcio più autentico dell’uomo "nudo e vergine", il cui corpo inutilmente vibrante, saccentemente idolatra, si palesa gagliardamente "un libro di pensieri leggibili".




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