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di
Francesca Fiorletta
Io e
Caravaggio, l’ultimo libro di Oronzo Liuzzi – filosofo, poeta,
scrittore verbo-visuale, organizzatore di mostre nazionali e internazionali –
più che un breve dittico poetico risulta essere un pungente e imprescindibile
incontro, diacronico e simpatetico, tra l’immaginabile e l’immaginato, tra la
storia e il mito, tra l’autocoscienza criticamente sviscerata e l’incoscienza
sarcasticamente percepita di una effigie che, immortalando situazioni e
personaggi altri, si presta egregiamente alla reductio ad unum delle nostre
singole entità quotidiane, tanto quelle sensibilmente ingorde dei lettori quanto quella vorace e attenta dello stesso
autore.
Se centrale può apparire il topos della morte ad un
subitaneo, inquieto, quasi claustrofobico sguardo al primo dipinto traslato in
formato tascabile, Giuditta e Oloferne, Liuzzi sembra immediatamente
rimbrottare l’idea preconcetta del lettore, volgendo l’attenzione, già dall’incipit,
proprio su "lo sguardo. Il suo", quello fermo e spavaldo di
una donna intenta ad una decapitazione disumanizzata, di una donna disperatamente
prona all’inevitabile tentativo di liberare la sua città, riscattare il suo
popolo, riappropriarsi di se stessa, in una paradossale spersonalizzazione
gestuale ed emotiva, in un raptus programmatico che svela e cela insieme il
bisogno e il terrore di recuperare un senso del dovere civile, un’onestà
intellettuale spesso moralmente accantonabile. Forse proprio per la smania
indomita dell’effetto dialogico ricercato, per l’ossessione del confronto
intrinseco fra punti di vista e meta-letterario fra generi tangibilmente in
commistione, è l’Oloferne più familiare a parlare, strillare e vedere dentro di
sé "le finte acconciature dei fantasmi", è il valoroso e
incurante condottiero di Nabucodonosor che ha vissuto senza tema e ora si
spegne senza costrutto, che dopo aver testato la durezza adamantina della
virilità ostentata esala l’ultimo molle, flaccido, sensuale respiro quasi
uterino.
"Affondo nell’invisibile.
Tutto il mio essere
è assorbito dall’infinito.
Il mio essere prende forma
col non essere.
Mi inquieta
il sogno dell’indecifrabile.
Assimilo
il significato pieno del vuoto.
Vivo e
non compreso.
Naufrago solitario
negli abissi della speranza.
Eccomi.
Tutto è finito!"
Morte sì, dunque, ma di cosa? Della possibilità di
entrare in contatto con una natura diversamente inconciliabile? O piuttosto
fine delle sterili distinzioni fra atto e potenza, fra missioni e omissioni,
fra le proteiformi modalità artistiche ed espressive che cingono a braccetto
Liuzzi e Caravaggio?
Ecco che sembra di riconoscere Oronzo stesso nella
celebre caverna platonica, intento a volatilizzare per i lettori orrorifiche e
monumentali iconografie davanti alla lanterna delle sue – e nostre – ammissioni
e negazioni, privatamente politiche, cordialmente drammaturgiche, in una piena
assunzione di responsabilità di indagini poietiche, "alla luce delle
quali", come ebbe puntualmente a dire l’ottimo Mario Lunetta
rileggendo il testo Deposizioni di
Marcello Carlino, in cui l’autore raffrontava celebri dipinti a scritture
allegoriche sperimentali in una polifonica ricerca di senso, "è
ineluttabile esplorare in un’ottica metodologica non settoriale ma
dialetticamente unitaria i processi di due arti fondamentali come la pittura e
la poesia".
Alla seconda tavola presa in esame da Liuzzi, la Crocifissione
di San Pietro, fa riferimento proprio Carlino, puntando l’attenzione su
"l’operaio che solleva di spalla lo strumento di pena e di morte",
chiara prolusione della "necessità di realismo" caravaggesca,
rimodellata, quasi affilata da Oronzo per continuare a sviscerare l’annoso
dilemma dell’ostinata incoerenza dell’uomo che, assumendo e riassumendo le
mordenti conseguenze della propria tautologica umanità, si denuda finalmente
nel confronto con l’immagine straniata di un se stesso non più "riavvolto
dalla similitudine", bensì "accecato dalla paura", salubremente"spezzato
dal timore di ammettere la verità".
"Sono una candela
che si sta consumando lentamente e
lentamente scompaio.
La mia capacità di capire
viene assorbita dal silenzio.
Tranquillo attendo.
................................
................................
..............................."
Queste tavole, come le parole del poeta, repellono
indicibilmente, risultano ostiche e scivolose, indigeste fino al nauseabondo,
perché stagliano lo squarcio più autentico dell’uomo "nudo e
vergine", il cui corpo inutilmente vibrante, saccentemente idolatra,
si palesa gagliardamente "un libro di pensieri leggibili".
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