LETTURE
BRUNO CONTE
      

Divario. Pagine da un diario senza giorni

 

con tredici tavole a colori e un’opera originale dell’artista

 

Edizioni Peccolo (Livorno 2009, pp. 32, € 50,00)

    

      


di Mario Lunetta

 

 

La cosmografia virale di Bruno Conte

 

Se per Wittgenstein il mondo è “tutto ciò che accade”, per Bruno Conte il mondo è in quanto accade. Per cui: Mundus evenit ergo est. L’occhio di Bruno si muove dentro lo spettacolo mondano obbligandolo a mostrarsi in proporzioni ridotte e a velocità rallentata, sempre all’interno dell’imposizione di cadenze regolate da un metronomo che provvede splendidamente a concedere certi écarts lancinanti che possono riverberare sugli assetti globali dell’immagine, così assolutamente disciplinati, un vento di delirio. Il nonsense del lavoro plastico-visuale di Bruno Conte non è scolasticamente programmato, ma affiora – non di rado in modi violenti, anche se carichi di compostezza – dalla matrice di una premessa filosofica che ha al proprio centro la ferita aperta della contraddizione. Un grande artista filosofico, si direbbe. Un creatore di forme insane nel cui ordine apparentemente inattaccabile si annida il virus che lavora al loro stesso sfacelo, l’angelo sterminatore che può assumere, molto laicamente, parvenza di lombrico, di spina su un gambo, di piccola ombra arcuata, di fusillo scarlatto: corpi in tutti i casi ostili, di implacabile ineluttabilità, che secondo limpide modalità innaturalistiche attuano una resa aspramente allegorica di ciò che non si vede. L’occhio pineale di Bruno si muove con fulminea lentezza nel caos fenomenico, soprattutto interessato al rovescio crudele delle apparenze, delle reticenze, dei silenzi colpevoli. La sua mano è un bisturi. La sua testa un laser che trapassa gli immensi accumuli del reale per isolarne gli elementi necessari alla sua visione intransigente per via di metonimia non di rado folgorante. Un artista in qualche misura “lacaniano”, nel suo post-surrealismo definitivamente anti-emotivo, malvagiamente analitico. Il mondo di Conte è tutto rappreso in una sua compostezza feroce eppure sempre plausibile di dissociazioni, di scomposizioni, di scissioni. La sua più vera divisa è il disordine che si sottrae comunque alla confusione, in virtù di un’anarchia che alleva in se stessa la propria regola.         

 

L’universo di Bruno è certamente uno spartito, ma è al contempo un repertorio terribilmente selezionato. Un’ulteriore, raggiante dimostrazione ce la fornisce questo recente Divario. Pagine da un diario senza giorni, con tredici tavole a colori, magnificamente stampato dalle livornesi Edizioni Peccolo nella collana “Memorie d’artista”. Qui, in questo elegantissimo grimorio di esistenza oggidiana, il Bruno Conte scrittore torna a coniugarsi amorosamente col Bruno Conte artista in una sorta di parallelismo incrociato che pare (ancora una volta) definire per somiglianza anfibologica un’identità serrata e indivisibile.

Se un diario è la registrazione di un seguito di eventi (materiali o mentali), questo Divario è la più intransigente smentita del genere. Bruno non descrive, ma piuttosto elabora insiemi di dati descrittivi, quindi calcola al quadrato una fenomenologia della dispersione che reclama ansiosamente di essere ricomposta, ridotta ad altro ordine, restituita a un profilo non più confondibile. L’effetto è quello, costante, ininterrotto, di un’esplosione silenziosa che modifica senza tregua il paesaggio dato. È tuttavia fondamentale che questo processo avvenga all’interno di una lucida alterazione della sensibilità, in cui prevale sul momento istintuale la distanza “filosofica”. Conte, artista di straordinaria sapienza e di mestiere infallibile, ha sempre privilegiato anche nella sua veste di scrittore la necessità della consapevolezza. È appunto ciò che, anche in questi brevi testi puntigliosamente giocati sulla misteriosa connessione dei dettagli, gli permette un attraversamento esplicativo della fattualità (cosale o fantastica) che fonda la propria legittimazione poetica sul principio del rimando, dell’affinità, dell’analogia, in un punto in cui l’immaginazione si incontra e si fonde con la ratio.




Bruno Conte, Senza titolo, disegno


“Il quadro bianco, da compiere incompiuto. Non se ne vede la fine. Se ci si ferma a riflettere, la mano, senza volere, alla fine, si stringe all’altro braccio. La pittura è avvenuta in questo circuito di silenzio. Silenzio gesso. Eppure è necessario chinare attenzione sul campo emerso, in questo spazio di essere indicare delle possibili geometrie, addensamenti di forze che separano, margini che reagiscono all’ombra di un eventuale rosso. Essere quindi presente con se stesso e oltre, attento a chiusocchi, toccando in realtà, e poi in non realtà, il molteplice ulteriore diffuso da confine apparente a confine sfuggente, concentrici confini: una scatola di altrove che fa agitare nella testa pallini di piombo. È arte questa? O non è solo specchio ambiguo, da cui percepire segni fuggiaschi, code di presagi. Questo colore intenso, che proprio ora si vuole identificare, non è quello dell’infiammazione di domani? Accusando domani il male corporeo capisco la scelta nel fare di ieri. L’opera è quindi una continuazione del corpo, in senso organico, o in senso di crocevia degli eventi che soffiano grigi dal lago indeciso dei casi eventuali. Questo è uno stato dell’arte. Fluido. Da fluido a gassoso. Illusione di seguire un certo stile, mantenendo l’immersione, quel certo assopimento segreto distraente verso ogni dove. Pur restando fedele a un singolare, sottinteso peso sospeso”.                

Ecco che la tassonomia si stringe alla riflessività. Nulla esiste se non accetta di essere considerato teoreticamente. Ogni oggetto, ogni fatto, ogni sedimento formale dell’esistente deve, nella poetica pratica di Bruno Conte, passare attraverso il crivello dell’indagine che ne paralizza le pulsioni per farle risaltare ancora di più. Per questa ragione credo sia altamente insufficiente e decisamente epidermico assegnare un artista-scrittore della sua pregiatissima specie alla fascia dei neo-metafisici. In realtà la sua “metafisica” è solo un paravento, uno schermo illusorio in cui si agitano, magari con movimenti minimali e per lo più flemmatici, attanti dotati di forte, pervicace fisicità. Il mondo, insomma, non viene messo tra parentesi né cancellato. Il mondo è qui, e qui continua  ad essere, con tutto il suo peso specifico e tutti i suoi aloni.

 

L’infinita curiosità dell’autore del Divario non dà mai in escandescenze, operando al contrario minuscoli spostamenti del punto di vista, che stilisticamente accendono di quando in quando al pari di fiammelle l’inquietante chiarore del contesto. Il bianco e il nero non vengono mai accentuati, vengono al contrario accettati come dati di fatto senza clamore. Il gioco dei neologismi (controsensi, mots-valise, im/pertinenze logiche) si rivela in effetti una necessità strategica di questa paratassi sonnambolica. Il passo misurato e di colpo scazonte della prosa realizza le proprie repentine accelerazioni entro una piattaforma di proporzioni severe. Mai folate al calor bianco. Mai tempeste verbocromatiche. Sempre, invece, il dovere etico-estetico del rendiconto, l’assillo freddo di rifiutarsi alle seduzioni del pathos. Così, nella concretezza della riflessione su ciò che lo circonda, Bruno immette costantemente la meditazione concentrata sul proprio fare creativo. Forse mai come in questo splendido libro-oggetto la sintesi di un creatore doppio si è realizzata con pari lucidità.

 

“Sul piano del tavolo, alla luce della finestra mentale, rami grigi color neutro, fossili emersi dal denso cielo che li ha mantenuti credendoli veri, ancora appena torti e nodosi come rami che reagiscono agli eventi, in eventuali vallate ventose di grigio, luoghi perduti, dove non sono previste fisionomie di passanti. Nel ritaglio del luogo del quadro gli elementi prenderanno destino: ambigua rispondenza tra il naturale ramo estraneo, pervenuto dall’illusione di una natura dietro la natura, e quello voluto, scolpito nella forma, nitidamente affusolato diritto, proveniente da una regione ancora più fosca, freddo cosmo lineare dietro la mente. Il ramo originario (distorto in una segreta scrittura?) sviluppa immobile accanto al ramo nuovo, appuntito in sé, in legno, che può prendere di bianco, o di rosso. Nella composizione non si deve stringere l’idea preconcetta. L’idea di fondo si pone come emblema magnetico, scelta già compiuta che si compone. Procedendo, il campionario si alterna in piano e prova ad abitare, pezzo dopo pezzo, nel piano del quadro, diviso in scomparti. Frammenti vissuti e teorici steli tesi. È comparso anche un filo di ferro, estratto da una natura intermedia, incrinatura di parete sinuosa in positivo. Di segno in segno scritture ibridoparallele, ognuna col proprio silenzio a comporre nell’estensione il vibrante silenzio di fondo”.



Bruno Conte, Senza titolo, disegno


Un’autodefinizione della sua creatività doubleface:

“Lasciando da parte il termine poeta (sembra quasi dire prete), avendo indossato un diverso cappotto che copre il freddo, sono cresciute scritture tra la coltivazione degli oggetti. Sono anche esse oggetti, senza entrare nell’effettiva critica contaminazione materiale. Oggetti circoscritti nell’organismo di un tema, svolti nella fisionomia di una immagine concetto: un altro sé che si specchia dal proprio ego (una nuca che si specchia in un catino colmo d’ombra), ovvero un oggetto-luogo, divenuto osservatore, che si specchia in un altro oggetto-luogo”.

    

L’assurdo è in ciò che definiamo normalità, anzi è la molla che continuamente la determina e le conferisce quel quid che solo una sovrana abitudine/ebetudine destituisce di orrore. Così, dal riaffiorare improvviso di un momento della propria infanzia (“Da piccolo avevo una palla grossa e pesante. Era un pallone da mare che, non potendo più essere gonfio d’aria, era stato da mia madre riempito di lana”), Conte, nel rivedere il se stesso bambino pieno di delusione ogni volta che il pallone non rispondeva ai suoi calci sferrati nel corridoio di casa arenandosi sordamente dopo un breve percorso, disegna una piccola, agghiacciante allegoria dell’esistenza: “Questa palla mi ricordo, e questo percorso a strisce su cui andare avanti. Una prova schematica del vivere, la storia della vita illustrata in questa prova: cercare di mandare avanti, da solo, una palla che non rimbalza, così ottusa, così soffocata di lana”.

 

 

 




Scarica in formato pdf  


      

Il contatore dei visitatori Shiny Stat è attivo da dicembre 2006