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di Mario Lunetta
La
cosmografia virale di Bruno Conte
Se per Wittgenstein il mondo è
“tutto ciò che accade”, per Bruno Conte il mondo è in quanto accade. Per
cui: Mundus evenit ergo est. L’occhio
di Bruno si muove dentro lo spettacolo mondano obbligandolo a mostrarsi in
proporzioni ridotte e a velocità rallentata, sempre all’interno
dell’imposizione di cadenze regolate da un metronomo che provvede
splendidamente a concedere certi écarts
lancinanti che possono riverberare sugli assetti globali dell’immagine, così
assolutamente disciplinati, un vento di delirio. Il nonsense del lavoro
plastico-visuale di Bruno Conte non è scolasticamente programmato, ma affiora –
non di rado in modi violenti, anche se carichi di compostezza – dalla matrice
di una premessa filosofica che ha al proprio centro la ferita aperta della
contraddizione. Un grande artista filosofico, si direbbe. Un creatore di forme
insane nel cui ordine apparentemente inattaccabile si annida il virus che
lavora al loro stesso sfacelo, l’angelo sterminatore che può assumere, molto
laicamente, parvenza di lombrico, di spina su un gambo, di piccola ombra
arcuata, di fusillo scarlatto: corpi in tutti i casi ostili, di implacabile
ineluttabilità, che secondo limpide modalità innaturalistiche attuano una resa
aspramente allegorica di ciò che non si
vede. L’occhio pineale di Bruno si muove con fulminea lentezza nel caos
fenomenico, soprattutto interessato al rovescio crudele delle apparenze, delle
reticenze, dei silenzi colpevoli. La sua mano è un bisturi. La sua testa un
laser che trapassa gli immensi accumuli del reale per isolarne gli elementi
necessari alla sua visione intransigente per via di metonimia non di rado
folgorante. Un artista in qualche misura “lacaniano”, nel suo post-surrealismo
definitivamente anti-emotivo, malvagiamente analitico. Il mondo di Conte è
tutto rappreso in una sua compostezza feroce eppure sempre plausibile di
dissociazioni, di scomposizioni, di scissioni. La sua più vera divisa è il
disordine che si sottrae comunque alla confusione, in virtù di un’anarchia che
alleva in se stessa la propria regola.
L’universo di Bruno è certamente
uno spartito, ma è al contempo un repertorio terribilmente selezionato. Un’ulteriore,
raggiante dimostrazione ce la fornisce questo recente Divario. Pagine da un diario senza giorni, con tredici tavole a
colori, magnificamente stampato dalle livornesi Edizioni Peccolo nella collana
“Memorie d’artista”. Qui, in questo elegantissimo grimorio di esistenza
oggidiana, il Bruno Conte scrittore torna a coniugarsi amorosamente col Bruno Conte
artista in una sorta di parallelismo incrociato che pare (ancora una volta)
definire per somiglianza anfibologica un’identità serrata e indivisibile.
Se un diario è la registrazione
di un seguito di eventi (materiali o mentali), questo Divario è la più intransigente smentita del genere. Bruno non
descrive, ma piuttosto elabora insiemi di dati descrittivi, quindi calcola al
quadrato una fenomenologia della dispersione che reclama ansiosamente di essere
ricomposta, ridotta ad altro ordine, restituita a un profilo non più
confondibile. L’effetto è quello, costante, ininterrotto, di un’esplosione
silenziosa che modifica senza tregua il paesaggio dato. È tuttavia fondamentale
che questo processo avvenga all’interno di una lucida alterazione della
sensibilità, in cui prevale sul momento istintuale la distanza “filosofica”.
Conte, artista di straordinaria sapienza e di mestiere infallibile, ha sempre
privilegiato anche nella sua veste di scrittore la necessità della
consapevolezza. È appunto ciò che, anche in questi brevi testi puntigliosamente
giocati sulla misteriosa connessione dei dettagli, gli permette un
attraversamento esplicativo della fattualità (cosale o fantastica) che fonda la
propria legittimazione poetica sul principio del rimando, dell’affinità,
dell’analogia, in un punto in cui l’immaginazione si incontra e si fonde con la
ratio.
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Bruno Conte, Senza titolo, disegno
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“Il quadro bianco, da compiere
incompiuto. Non se ne vede la fine. Se ci si ferma a riflettere, la mano, senza
volere, alla fine, si stringe all’altro braccio. La pittura è avvenuta in
questo circuito di silenzio. Silenzio gesso. Eppure è necessario chinare
attenzione sul campo emerso, in questo spazio di essere indicare delle
possibili geometrie, addensamenti di forze che separano, margini che reagiscono
all’ombra di un eventuale rosso. Essere quindi presente con se stesso e oltre,
attento a chiusocchi, toccando in realtà, e poi in non realtà, il molteplice
ulteriore diffuso da confine apparente a confine sfuggente, concentrici
confini: una scatola di altrove che fa agitare nella testa pallini di piombo. È
arte questa? O non è solo specchio ambiguo, da cui percepire segni fuggiaschi,
code di presagi. Questo colore intenso, che proprio ora si vuole identificare,
non è quello dell’infiammazione di domani? Accusando domani il male corporeo
capisco la scelta nel fare di ieri. L’opera è quindi una continuazione del
corpo, in senso organico, o in senso di crocevia degli eventi che soffiano
grigi dal lago indeciso dei casi eventuali. Questo è uno stato dell’arte.
Fluido. Da fluido a gassoso. Illusione di seguire un certo stile, mantenendo
l’immersione, quel certo assopimento segreto distraente verso ogni dove. Pur
restando fedele a un singolare, sottinteso peso sospeso”.
Ecco che la tassonomia si stringe
alla riflessività. Nulla esiste se non accetta di essere considerato
teoreticamente. Ogni oggetto, ogni fatto, ogni sedimento formale dell’esistente
deve, nella poetica pratica di Bruno Conte, passare attraverso il crivello dell’indagine
che ne paralizza le pulsioni per farle risaltare ancora di più. Per questa
ragione credo sia altamente insufficiente e decisamente epidermico assegnare un
artista-scrittore della sua pregiatissima specie alla fascia dei
neo-metafisici. In realtà la sua “metafisica” è solo un paravento, uno schermo
illusorio in cui si agitano, magari con movimenti minimali e per lo più
flemmatici, attanti dotati di forte, pervicace fisicità. Il mondo, insomma, non
viene messo tra parentesi né cancellato. Il mondo è qui, e qui continua ad essere, con tutto il suo peso specifico e
tutti i suoi aloni.
L’infinita curiosità dell’autore
del Divario non dà mai in
escandescenze, operando al contrario minuscoli spostamenti del punto di vista,
che stilisticamente accendono di quando in quando al pari di fiammelle
l’inquietante chiarore del contesto. Il bianco e il nero non vengono mai
accentuati, vengono al contrario accettati come dati di fatto senza clamore. Il
gioco dei neologismi (controsensi, mots-valise, im/pertinenze logiche) si
rivela in effetti una necessità strategica di questa paratassi sonnambolica. Il
passo misurato e di colpo scazonte della prosa realizza le proprie repentine
accelerazioni entro una piattaforma di proporzioni severe. Mai folate al calor
bianco. Mai tempeste verbocromatiche. Sempre, invece, il dovere etico-estetico
del rendiconto, l’assillo freddo di rifiutarsi alle seduzioni del pathos. Così,
nella concretezza della riflessione su ciò che lo circonda, Bruno immette
costantemente la meditazione concentrata sul proprio fare creativo. Forse mai
come in questo splendido libro-oggetto la sintesi di un creatore doppio si è realizzata con pari
lucidità.
“Sul piano del tavolo, alla luce
della finestra mentale, rami grigi color neutro, fossili emersi dal denso cielo
che li ha mantenuti credendoli veri, ancora appena torti e nodosi come rami che
reagiscono agli eventi, in eventuali vallate ventose di grigio, luoghi perduti,
dove non sono previste fisionomie di passanti. Nel ritaglio del luogo del
quadro gli elementi prenderanno destino: ambigua rispondenza tra il naturale
ramo estraneo, pervenuto dall’illusione di una natura dietro la natura, e
quello voluto, scolpito nella forma, nitidamente affusolato diritto,
proveniente da una regione ancora più fosca, freddo cosmo lineare dietro la
mente. Il ramo originario (distorto in una segreta scrittura?) sviluppa
immobile accanto al ramo nuovo, appuntito in sé, in legno, che può prendere di
bianco, o di rosso. Nella composizione non si deve stringere l’idea
preconcetta. L’idea di fondo si pone come emblema magnetico, scelta già compiuta
che si compone. Procedendo, il campionario si alterna in piano e prova ad
abitare, pezzo dopo pezzo, nel piano del quadro, diviso in scomparti. Frammenti
vissuti e teorici steli tesi. È comparso anche un filo di ferro, estratto da
una natura intermedia, incrinatura di parete sinuosa in positivo. Di segno in
segno scritture ibridoparallele, ognuna col proprio silenzio a comporre
nell’estensione il vibrante silenzio di fondo”.
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Bruno Conte, Senza titolo, disegno
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Un’autodefinizione della sua
creatività doubleface:
“Lasciando da parte il termine
poeta (sembra quasi dire prete), avendo indossato un diverso cappotto che copre
il freddo, sono cresciute scritture tra la coltivazione degli oggetti. Sono
anche esse oggetti, senza entrare nell’effettiva critica contaminazione
materiale. Oggetti circoscritti nell’organismo di un tema, svolti nella
fisionomia di una immagine concetto: un altro sé che si specchia dal proprio
ego (una nuca che si specchia in un catino colmo d’ombra), ovvero un
oggetto-luogo, divenuto osservatore, che si specchia in un altro
oggetto-luogo”.
L’assurdo è in ciò che definiamo
normalità, anzi è la molla che continuamente la determina e le conferisce quel quid che solo una sovrana
abitudine/ebetudine destituisce di orrore. Così, dal riaffiorare improvviso di
un momento della propria infanzia (“Da piccolo avevo una palla grossa e
pesante. Era un pallone da mare che, non potendo più essere gonfio d’aria, era
stato da mia madre riempito di lana”), Conte, nel rivedere il se stesso bambino
pieno di delusione ogni volta che il pallone non rispondeva ai suoi calci
sferrati nel corridoio di casa arenandosi sordamente dopo un breve percorso,
disegna una piccola, agghiacciante allegoria dell’esistenza: “Questa palla mi
ricordo, e questo percorso a strisce su cui andare avanti. Una prova schematica
del vivere, la storia della vita illustrata in questa prova: cercare di mandare
avanti, da solo, una palla che non rimbalza, così ottusa, così soffocata di
lana”.
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