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di Marco Palladini
Un celebre aforisma di Oscar Wilde recita così: “La coerenza è la virtù
degli imbecilli”. In un paese di voltagabbana par excellence come l’Italia si dovrebbe allora concludere che qui
abbondano i super-intelligenti. E non pare proprio. Piuttosto, io credo che la
coerenza sia un valore, soprattutto quando praticata controcorrente, sfidando i
conformismi vigenti, i diktat del tempo o delle mode.
Scrivo questo pensando al cinquantenne poeta napoletano Giorgio Moio
che, dopo essere stato tra i redattori di “Altri Termini”, la gloriosa rivista
di Franco Cavallo, dopo avere cofondato la rivista “Oltranza” diretta da Ciro
Vitiello, con le sue Edizioni Riccardi nate nel 1994 ha costituito un piccolo,
ma qualitativo avamposto letterario, che prosegue tenacemente e, appunto,
coerentemente la linea dello sperimentalismo verbovisivo e multilinguistico che
nella città partenopea, fin dagli anni ’70, ha affermato una sorta di
‘tradizione dell’avanguardia’ (ricordo tra le figure storiche che ho
conosciuto, Luciano Caruso, morto otto anni fa, e il più giovane Carmine
Lubrano).
Moio è un indefettibile e benemerito ‘oltranzista’ che da sempre lavora
sulla materialità del segno sia verbale che visivo, cercando di evidenziare la
politicità profonda del linguaggio artistico di contro al qualunquismo
estetico-liricistico che tuttora contrassegna gran parte della poesia italiota
beneplacitata dalle accademie e dai mass-media. E lo conferma in questa recente
plaquette La fiera degli inganni in
cui i testi in versi si alternano a venti poesie visuali. Anzi, direi meglio
che consuonano o si rispecchiano, dal momento che le tavole grafiche che
scapricciano tra elementi di collage, scritte a mano, cancellature, estrosi
lettering, allusive microimmagini, rimandano semanticamente ai brani poetici,
anch’essi spesso tipograficamente mossi, visivamente terremotati per comporre
il disegno di un baraccone nazionale in cui “… il losco ber-ke-luska ci vuol
tutti piccin piccin / tutti dei cretini dei coglioni per continuare a dire /
che tutti i mali sono da incolpare ai commu-nisti”.
È l’ytaglia ber-ke-luskonizzata lo sfondo e il bersaglio dell’operina di
Moio, in bilico tra satira e invettiva, tra indignazione e resa sconsolata
perché “non c’è partita che tenga / in cuesta fiera degli inganni / ora che ti
hanno regalato anche il partito democratico / chi rischia chi gioca chi si
scontra / si fa per dire è tutta una fiction”.
Il poeta dinanzi a questo dominio iper-mediatizzato, telecomandato, senza
quasi opposizione e anticorpi culturali può farsi soltanto ilare poetimbanco
inanellando catene allitterative, omofoniche o anagrammatiche: “conviene |
rifarsi | follia | allegoria | ironia | & | parodia / .contraddizione. che.
scassa. \ khe | scava | khe | schioda | khe | inchioda / .tira. strappa.
scippa. \ sciarappa | paparasci | slurpa
| et | allippa | papilla…
/”.
“Sarà una risata che vi seppellirà” preconizzava l’ala creativa indiano-metropolitana
del Movimento del ’77. Dopo oltre tre decadi, possiamo constatare che fu un
generoso autoinganno. Ma Moio nel suo movimentismo poetovisivo sa che la lingua
è ancora un’arma, per quanto residuale, per tenere in vita un’istanza etico-derisoria,
per continuare a lumeggiare un’utopia, per continuare a nominare “una realtà
che non si vede” perché l’hanno occultata, stravolta, sepolta dietro gli
schermi del potere-fiction. Si resiste, allora, producendo ostinatamente una
scrittura “che rinnova retorica / contemplando il proprio limite”. È poco. È
tutto.
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