LETTURE
GIORGIO MOIO
      

La fiera degli inganni

Edizioni Riccardi, Quarto-Napoli 2008, pp. 48, s.i.p.

    

      


di Marco Palladini

 

Un celebre aforisma di Oscar Wilde recita così: “La coerenza è la virtù degli imbecilli”. In un paese di voltagabbana par excellence come l’Italia si dovrebbe allora concludere che qui abbondano i super-intelligenti. E non pare proprio. Piuttosto, io credo che la coerenza sia un valore, soprattutto quando praticata controcorrente, sfidando i conformismi vigenti, i diktat del tempo o delle mode.

Scrivo questo pensando al cinquantenne poeta napoletano Giorgio Moio che, dopo essere stato tra i redattori di “Altri Termini”, la gloriosa rivista di Franco Cavallo, dopo avere cofondato la rivista “Oltranza” diretta da Ciro Vitiello, con le sue Edizioni Riccardi nate nel 1994 ha costituito un piccolo, ma qualitativo avamposto letterario, che prosegue tenacemente e, appunto, coerentemente la linea dello sperimentalismo verbovisivo e multilinguistico che nella città partenopea, fin dagli anni ’70, ha affermato una sorta di ‘tradizione dell’avanguardia’ (ricordo tra le figure storiche che ho conosciuto, Luciano Caruso, morto otto anni fa, e il più giovane Carmine Lubrano).

Moio è un indefettibile e benemerito ‘oltranzista’ che da sempre lavora sulla materialità del segno sia verbale che visivo, cercando di evidenziare la politicità profonda del linguaggio artistico di contro al qualunquismo estetico-liricistico che tuttora contrassegna gran parte della poesia italiota beneplacitata dalle accademie e dai mass-media. E lo conferma in questa recente plaquette La fiera degli inganni in cui i testi in versi si alternano a venti poesie visuali. Anzi, direi meglio che consuonano o si rispecchiano, dal momento che le tavole grafiche che scapricciano tra elementi di collage, scritte a mano, cancellature, estrosi lettering, allusive microimmagini, rimandano semanticamente ai brani poetici, anch’essi spesso tipograficamente mossi, visivamente terremotati per comporre il disegno di un baraccone nazionale in cui “… il losco ber-ke-luska ci vuol tutti piccin piccin / tutti dei cretini dei coglioni per continuare a dire / che tutti i mali sono da incolpare ai commu-nisti”.         

È l’ytaglia ber-ke-luskonizzata lo sfondo e il bersaglio dell’operina di Moio, in bilico tra satira e invettiva, tra indignazione e resa sconsolata perché “non c’è partita che tenga / in cuesta fiera degli inganni / ora che ti hanno regalato anche il partito democratico / chi rischia chi gioca chi si scontra / si fa per dire è tutta una fiction”.  

Il poeta dinanzi a questo dominio iper-mediatizzato, telecomandato, senza quasi opposizione e anticorpi culturali può farsi soltanto ilare poetimbanco inanellando catene allitterative, omofoniche o anagrammatiche: “conviene | rifarsi | follia | allegoria | ironia | & | parodia / .contraddizione. che. scassa. \ khe | scava | khe | schioda | khe | inchioda / .tira. strappa. scippa. \ sciarappa | paparasci | slurpa | et | allippa | papilla… /”.

“Sarà una risata che vi seppellirà” preconizzava l’ala creativa indiano-metropolitana del Movimento del ’77. Dopo oltre tre decadi, possiamo constatare che fu un generoso autoinganno. Ma Moio nel suo movimentismo poetovisivo sa che la lingua è ancora un’arma, per quanto residuale, per tenere in vita un’istanza etico-derisoria, per continuare a lumeggiare un’utopia, per continuare a nominare “una realtà che non si vede” perché l’hanno occultata, stravolta, sepolta dietro gli schermi del potere-fiction. Si resiste, allora, producendo ostinatamente una scrittura “che rinnova retorica / contemplando il proprio limite”. È poco. È tutto.

 

    

 

 




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