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Sulle orme dell’Ingegnere
Le Edizioni La Lepre di Roma si
schierano contro il fast writing che
ci ammorba riproponendo coraggiosamente, sotto il titolo Il corteo di Dioniso, due racconti di Vincenzo Consolo (Nerò Metallicò e Il teatro del Sole, editi il primo dal Melangolo di Genova nel 1994,
il secondo dalla novarese Interlinea nel 1999) e L’apofasia del Cav. Ciro Saverio Paniscotti – pubblicato da Guanda
nell’82 – dell’ottantasettenne Enrico Panunzio, autore altrettanto malnoto che
di sicuro avvenire.
La critica più avvertita – scrivevamo
anni fa in un saggio sulla lingua dello scrittore siciliano – è sempre stata
perfettamente unanime nell’assegnare alla prosa narrativa di Consolo un luogo
mediano tra le avvampanti turbinosità espressive delle scritture macaroniche e
il lucido razionalismo nutrito di passione storico-politica avente in Leonardo
Sciascia l’interprete egregio. In queste brevi narrazioni l’esuberanza
dell’elemento retorico, la mescolanza dei codici, lo sfrenato edonismo
pluristilistico, la tumida speciosità dell’ammasso verbale, insomma l’accusato
gaddismo proprio dei romanzi consoliani – da La ferita dell’aprile al Sorriso
dell’ignoto marinaio, da Retablo
a Nottetempo, casa per casa –, insieme
limite e pregio del Messinese, non è più neppure un pallido ricordo: appena
marezzata da fremiti formali, la pagina scorre tersa, colloquiale e non di rado
innocente sino all’ingenuità sull’onda memoriale («Il magnifico cratere di
“Asteiunios, figlio di Anassagora di Larissa”, com’è inciso alla sua base, mi
riportava indietro in un tempo remoto, il tempo della mia adolescenza quando,
studente di ginnasio, mi portarono con la scolaresca a Siracusa per assistere
alle tragedie greche») obbedendo a un unico impulso: tendere un filo tra il passato
e il presente dell’umanità e della persona, colorando di magico ogni minimo dato.
Nato a Molfetta nel 1923,
Enrico Panunzio vive fra Roma e Parigi, dove per vent’anni ha insegnato
letteratura e diretto la biblioteca dell’Istituto italiano di cultura. Fra le
sue opere narrative Il balcone di casa Paù (Bompiani 1983), I
novantanove nomi di Allah (Il cerchio 1997) e Il peso degli angeli
(Manni Editori 1999).
Poema sapienziale in prosa, L’apofasia del Cav. Ciro Saverio Paniscotti
sembra uscito dalla penna di un Gadda non mistilingue e privo di qualunque
risentimento politico-sociale. L’ultimo discendente del Cavalier Paniscotti
torna a Torre Pulo, nelle Murge, e legge i trattati del suo antenato sul fuoco,
sulla musica, sui triangoli, sugli errori, sulle donne, sugli indovini, sui
privilegi, sugli ebrei, sui cannibali. Sulla morte: «Di per sé odiosissima,
come quella che, all’inverso del fuoco rigeneratore e sempre rovente
dell’universo, distrugge e nullifica senza contrasto alcuno e nel suo stesso
umore il seme della vita, la Morte è un sole nero demente dove il pensiero di
essa vi resti impigliato stranamente acceso di fiamma bianca, alchemica che non
brucia; pensiero liquido, assoluto, deserto, senz’ombra di immagini né sostegno
di forme, né aiuto metafisico, mai sensorio, ancora meno intellettivo, bensì
celeste e muto, impermeato e immoto, insonoro; pensiero del pensiero e nulla di
ogni nulla, nudo e increato per così dire, fuor di spazio e di tempo,
immutabile e ferreo nella sua cruda certezza, di sfrenato irraggiunto dal passo
insonne delle generazioni incurvate dalle sue ruote».
Il governo della cosa
linguistica è impeccabile fin nei minimi particolari, la resa mimetica della
scrittura d’antan semplicemente straordinaria.
Una lezione di stile che gioverebbe di molto ai narratori d’oggidì. Anche se il
dubbio che una struttura così prestigiosa allevi non sempre una condegna
sostanza si fa di pagina in pagina più insinuante.
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