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di Domenico Donatone
«Oh sì, italiani, mi avete così poco capito. Io, io ho capito voi […]»
(M. Lunetta, Prigioniero politico)
Il
potere in politica è dato da ciò che si contraddice
Simpatico, alto, con la barba da
buon letterato, dai modi gentili e dal riso sagace, riesce a infondere un clima
di serietà con le giuste dosi di dialettica e di sano divertimento. Questo, nel
suo complesso, forse non del tutto compiuto dinanzi agli occhi di chi scrive, è
Mario Lunetta. Il mio incontro letterario con lui prende avvio dall’ultimo dei
suoi lavori, esattamente da quel poema in prosa, impegnato, civile, che
s’intitola La forma dell’Italia (Manni,
2009). Ho iniziato a leggere Lunetta dall’ultima sua opera, come in un work in progress al rovescio, rispetto
ai tempi della sua affermazione come poeta, scrittore, saggista, drammaturgo,
nonché critico letterario e d’arte, guardando al presente, assai compiaciuto
dalla sostanza sempre attenta dei suoi contenuti. Ho dovuto fare un lavoro a
ritroso per capire in qualche modo chi fosse Mario Lunetta: così oggi possiedo
alcuni suoi libri, ritenuti fondamentali (e il giudizio in merito è di Giorgio
Patrizi) di quella “poetica dell’orrore” di cui si è fatto promotore, e che
sono Liber veritatis, Antartide, La forma dell’Italia, e da ultimo Prigioniero politico.
So che rispetto all’immensa
produzione letteraria non possiedo ancora niente di Mario Lunetta, e non so
ancora niente di lui, perché per stare dietro ad un poeta non occorrerebbe il
tempo ma il tocco della pura passione; non occorrerebbero le nostre truci esigenze
di vita, ma la grazia di saper vivere di netto così come suggerisce il taglio
della lama. Si sta sempre indietro a qualcuno e a qualcosa. Si è sempre ultimi
rispetto alla conoscenza. Il nostro affanno del sapere si misura sullo scarto che
c’è tra il primo libro letto e l’ultimo aggiornamento mancato. Un aggiornamento
che non si conclude mai. Così per ovviare a questa smania di approdare ad un
punto abbastanza certo di conoscenza, mi sono offerto di scrivere una piccola
nota (in amicizia) ad un lavoro del nostro Lunetta. Non ultimo, ma recente. Esattamente
del 2009. Tenuto ancora occultato e dato a pochi eletti. Mi riferisco al testo
teatrale Prigioniero politico, edito
da quella rara e, al contempo, preziosa, perché artigianale, collana editrice Le impronte degli uccelli, che stampa in
poche copie lavori che meriterebbero maggior diffusione. Prigioniero politico (Farsa napoleonica in un atto e due quadri) è
una pièce teatrale, anzi “un’allegoria grottesca del potere” (come l’autore
stesso asserisce), costruita appositamente per indicare lo sviluppo di quella
che da quindici anni in Italia è la parabola antidemocratica, oppure diciamo,
più carinamente, “impura”, del potere berlusconiano. Non a caso, infatti, il
protagonista, benché di fantasia, si chiama Silver Buscón: un nome che è tutto
un progetto pseudoeconomico e cacoculturale. Si legge:
«Mi chiami pure mister Silver, o Buscón, se
preferisce. È il nome d’arte, o di battaglia per meglio dire, che m’ha regalato
il mio vecchio genitor (cantando
sui toni della celebre aria operistica) …. SILVER, come dire argento, argent… Insomma, danée… E BUSCÓN, come dire, beh, come dire… furfantello, truffatore, malandrino (ride soddisfatto)… Lingua inglese,
francese, meneghina, spagnola… Eh, sì, il mio nobile padre era – oltre a tutte
le altre inevitabili qualità di cui lo aveva dotato la Provvidenza, bontà sua
– un vero poliglotta…»
Questo passo serve a dichiarare
in maniera esaustiva la plutocrazia che infesta l’Italia. Il personaggio è lui,
e sarebbe sempre lui anche se non lo fosse, anche se disponesse di carta
d’identità valida e propri capelli. Non c’è scampo, vuole dirci Lunetta, da
questa sorta di persecuzione tragicomica che, di tutto punto, al di là di ogni scherzo,
sta mietendo vittime nel campo della vita civile e politica. Perché da quando
c’è Silver Buscón al comando del Paese tutto si è appiattito, tutto è diventato
a misura di azienda, e l’uomo vitruviano rileva le dimensioni della sua villa
adibita a cella. E sì, perché Prigioniero
politico non è solo fantasia, è soprattutto realtà, che si dipinge man mano
che il tempo avanza beffardo incuneandosi nello sfacelo delle istituzioni. Per
sopravvivere, per scampare alla gogna mediatica e alla persecuzione
giudiziaria, Buscón si autoesilia nella sua fastosa residenza, fa la vittima
indossando la tuta del carnefice. Chiama le televisioni a raccolta, proietta la
sua immagine di Comandante sconfitto e sogna, insieme ai suoi
compagni-complici, tra cui il Kaiser (suo avvocato) che abita in casa di Prévert,
di fare l’ultima delle sue giaculatorie, sempre così mordaci e incartate con la
carta più lucida e argentata. “Diamo tutto ai poveri” (a quella povertà inestirpabile), è la trovata, per
riabilitare la sua immagine e continuare a tenere il popolo sotto scacco. Solo
una trovata pubblicitaria, ovviamente, da cui una legge ad hoc, per non dire ad
personam, dovrà tirarlo fuori per evitare che debba sul serio donare tutto
ai poveri.
«Beh, via, diamo una riordinata alle idee… A quella
gran pensata di poco fa, per esempio… Ché sì, voglio proprio fregarli… Tutti,
tutti, tutti… Todos Caballeros, come
si dice… Come sempre, del resto, detto tra noi… (Ridacchia) Sarò il nuovo San Francesco d’Assisi del XXI secolo, il
santo più sbalorditivo della nostra epoca dominata dai senza Dio… Comunisti…
Miscredenti… Atei… Che Dio li incenerisca… Tutta marmaglia che non ha nessun
rispetto per la proprietà privata e per la proprietà dello spirito… Che poi,
forse, a pensarci bene è roba privata anche lei…[…]
Ebbene sì, emmale no, nel nome della privatizzazione
universale, io, IO, IO, IO, in persona, anima e corpo, mi privatizzerò, o
meglio mi priverò di tutti, dicasi tutti, i miei beni, le mie sostanze,
insomma a farla breve i me’ sghè, la
mia ricchezza, la mia grana… Per devolverla ai poveri… (ancora pavoneggiandosi davanti allo specchio, poi di fronte al
monumento equestre) E allora si dirà, tutto il mondo dirà: L’uomo più ricco d’Italia, uno degli
imprenditori più ricchi d’Europa, amico di questo, quest’altro, quest’altro
ancora e non so più di chi, circondato da nemici occulti e palesi, ma tutti
invariabilmente comunisti, si è
spogliato di tutto ciò che possedeva per devolverlo ai meno fortunati, ai
poveri, ai senza casa, a quelli che chiamano gli ultimi… Offrendo con questo grande gesto una prova
quasi sovrumana di generosità e di giusta follia…
Non sono sogni, giuro… È solo un giochino innocente,
alla fin fine… Deve solo darmi una mano il mio amico Prévert, il mio Kaiser..
Chiamarlo, però, è una parola… Se la Direttrice mi ha proibito perfino l’uso del
cellulare… Ma forse riesco a fregare anche lei, l’arpia… (Corna a volontà)»
Dietro questo “giochino” si cela l’orrore
del vero potere, il maccartismo, la mitridatizzazione della società, l’offrirsi
per conquistare, il donare per avere. Prigioniero
politico di Mario Lunetta non lascia nulla all’invenzione, intercetta la
realtà che supera di gran lunga la fantasia, si sposta con attenzione sui binari
dell’illecito per raccontare le nefandezze busconiane
come fossero la favola che avvelena i suoi (e)lettori. La politica, qui intesa
come malaffare, è, a scanso di equivoci, l’attività che più di tutte porta ad
una maggior compiutezza la partecipazione democratica nella vita di un uomo, e
a ragione è ritenuta ancora tale dalle parti più estreme della società civile,
da quelli, e sono tanti, che non vorrebbero più vedere Silver Buscón non solo
in Parlamento, ma fuori dal contesto socio-politico e democratico del Paese. Ma
sotto la regia plutocratica di Buscón, va detto, ci siamo noi come attori,
società abbastanza incivile, da confondere il diritto col favore, il privilegio
con la fortuna. Allora, in fondo, Prigioniero
politico vuole essere non solo un testo teatrale che impernia la sua forza
sull’orrore a cui gli italiani si sono assuefatti, ma stabilire un parametro di
riflessione (e tanti ce ne sono stati in Italia di testi e di libri che hanno
inquadrato e avvisato della pericolosità del buscónismo: Travaglio, Belpoliti,
Lunetta, Muzzioli, Portanova, Revelli, Fo, Cornaglia, la famiglia Guzzanti da
ultimo con il film Draquila, ecc.),
una letteratura e un giornalismo pro et contra principem che non si vedeva da
anni proliferare in questo Paese, tale per cui la morale del potere, oltre al
personalismo partitico e politico di specie che è sorto, consiste nel
riconoscere il suo concetto nel momento in cui si dà per contraddirsi. Laddove
c’è contraddizione c’è potere. Perché, credo, è anzitutto questa la lezione di
Lunetta, sia pur breve e sintetica, custodita dentro le pagine di questo testo
teatrale civile e sarcastico, molto ironico, ma altrettanto drammatico. Una
lezione politico-culturale incentrata sul presente, ma già straordinariamente proiettata
nel futuro, che fa di Prigioniero
politico un testo lungimirante e profetico.
«[…] Io non cado! Io cambio ruolo, semplicemente: non
più, per il momento, Presidente del Consiglio, Primo Ministro, Premier, ma
Prigioniero Politico. Ebbene sì: io mi proclamo prigioniero politico, mi commino gli arresti domiciliari prendendo
in contropiede quei pazzi criminali in toga che si fanno chiamare magistrati, e
mi infliggo tre mesi tre senza condizionale. Io, io in persona MI DICHIARO
PRIGIONIERO POLITICO. […] Sono solo e nient’altro che un prigioniero politico
autocondannato, lo ripeto. Il primo, e magari, l’ultimo in tutta la storia
della specie umana… Unico anche in questo.»
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