di Sarah Panatta
La prosa dirompente e fluviale
dei maestri ottocenteschi, ma anche la levità ironica di un grande estinto (il
colossale Saramago) iniettata come energia propulsiva nella narrazione
magmatica. L’elaborazione filosofica ed estetica del contenuto dell’opera quale
corpo proteiforme che evolve con progressione regolare nello spazio di
un’atipica e fortemente allegorica finzione letteraria. Nell’ultima sezione
della sua trilogia, Il tuo volto domani
- 3. Veleno e ombra e addio[1], il
prolifico autore spagnolo Javier Marías, classe 1951, completa il proprio
compendio meta letterario sulle dolorose, ridicole, manipolabili verità degli
esseri umani, portando a compimento le vicende di Jaime (o Jacobo, o Jack), un
uomo fuori dal flusso del (proprio) tempo, un individuo comune dotato di una
capacità eccezionale e scomoda, che ne condiziona inevitabilmente la vita.
Reclutato come analista da un
gruppo semi clandestino dei servizi segreti inglesi, l’Mi6, Jaime conduce
un’esistenza ritirata dalla mondanità e dal brio della routine più mediocre
eppur salvifica, scrutando e leggendo nel volto delle persone che in qualità di
spia deve interpretare minuziosamente, e trascorrendo il resto del tempo circondato
da una serie di personaggi in apparenza estremamente ambigui ad articolati. Tra
questi l’eminenza grigia Bertram Tupra, capo delle operazioni e braccio
esecutore di un potere insondabile e meschino; l’anziano mentore Peter Wheeler,
studioso acuto e saggio, che ha introdotto Jaime in una simile dimensione del
vivere, torbida e al contempo elementare-alimentare, basata su un’oscura gerarchia
di necessità, che si risolve ogni volta con inganni e terrore finalizzati a far
rientrare nei ranghi le unità anarchiche, o aspiranti tali; il padre malato, dagli
occhi fieri anche nell’appanno della morte costantemente in agguato, con alle
spalle la guerra civile spagnola e le ferite lancinanti dei tradimenti da essa
innescati; una famiglia lontana, e una moglie preda di innamoramenti fatui e
violenti.
Jaime è uno straniero errante, madrileno
in terra britannica, poco aduso alla freddezza dell’isolamento e della
privazione di rapporti personali concreti e affidabili, creatura intrappolata
in un limbo storico, che riesce a scovare e “tradurre” le anime della gente, ma
è insicuro della propria ragion d’essere, meditabondo e spesso tentennante, inizialmente
aggrappato a principi morali incontrovertibili che rischiano continuamente di
sgretolarsi. Partecipando a discussioni e azioni con lo spietato ma cristallino
Tupra, scoprendo macchie orripilanti e grottesche sulle mani e negli sguardi di
innumerevoli funzionari pubblici, militari, soggetti di alto profilo e
prestigio nella società ipocrita, paranoica e collassata dell’occidente post 11
settembre, Jaime diventa tuttavia inesorabilmente il prodotto della condizione
alienante e artificiale nella quale si trova impantanato.
Avvicinatosi con un
misto inspiegabile di attrazione/repulsione alla cabina di pilotaggio dei
segreti del potere, tentando nei primi tempi di combattere interiormente l’etica
ribaltata del ricatto e del delitto giustificabile che costituisce la misura
triste e puerile della civiltà coeva – simboleggiata dal microcosmo abietto di
Mr Tupra –, Jaime, solitamente poco incline alla viltà e alla soluzione brutale
delle questioni più urgenti, si converte temporaneamente ad una razionalità
maggiormente istintuale. Spinto da inattesi eventi personali, da un affetto
tenero e inguaribile per la sua famiglia e dalla paura febbrile che questa
venga destabilizzata, violata, agisce con fermezza lucidamente crudele,
rintracciando nella coercizione tanto deprecata l’arma del riscatto virile e
dell’affermazione del proprio dominio territoriale. Egli scopre così con
spavento e soddisfazione la propria recondita, connaturata tendenza all’aggressione,
alla minaccia, alla menzogna, ovvero a spalancare le porte alla depravazione esattamente
come tutti gli ordinari, pusillanimi esseri che è abituato ad incontrare e
indagare come esegeta di smorfie e pensieri. Gli accadimenti che impegnano
Jaime nel suo periodo londinese, le discussioni accese con Tupra o Wheeler, i
pedinamenti, i pestaggi, le dissertazioni ontologiche sul senso dei sistemi di
comportamento umani, funzionano in vero come intermezzo anomalo, pieno,
inebriante, come prova che istruisce e forgia il protagonista, consegnandoli le
chiavi di quella conoscenza che poteva prima solamente supporre. Sospeso tra
l’essere stato, l’essere ormai e la possibilità agghiacciante del non essere
più, paradossalmente guidato e sostenuto dalla degradazione pianificata di
Tupra, Jaime intraprende una drastica e difficoltosa affermazione del sé,
rinunciando all’inettitudine della confortevole, opportunistica ignoranza,
codardamente usata dal genere umano come sempiterna ancora di salvezza (da se
stessi e dagli altri). Egli sceglie con rinnovata risolutezza di vedere,
sapere, scolpire il proprio volto “domani”, di non arrendersi dinanzi alla
silenziosa ed indisturbata dissoluzione identitaria di cui cade vittima e
insieme ottuso, masochistico artefice, l’uomo nella società contemporanea,
crogiolo disindividuante dove ognuno perde facilmente e inconsapevolmente i
propri lineamenti, o meglio, dove ognuno abbandona la battaglia dell’auto
comprensione, missione troppo ardua e avvilente, preferendo intessere tele relazionali
ed emozionali magagnate e cedevoli.
Marías plasma l’epos anti-eroico e
intenzionalmente assurdo di un uomo convenzionale, invischiandolo in ingranaggi
che appaiono complessi e misteriosi, ma che si dimostrano tragicamente banali,
funzionali a esaminare, tramite le peripezie goffe e drammatiche del
protagonista, in un percorso ermeneutico sfaccettato e ardito, le plurime
variazioni e possibilità dei sentimenti e delle convinzioni degli uomini.
Fluttuando come fantasma tra i “veleni”, i compromessi e gli abusi, le
impalcature e i substrati fangosi della civiltà, riconoscendo la propria natura
evanescente in quanto umana, Jaime trova se stesso nell’“addio” al vecchio sé,
cieco e illuso. Marías scrive con Jaime le note della danza macabra che l’umanità
“balla” irridendo il Destino, la
Morte, il Tempo, e discendendo le rampe di interminabili
“scale” dove unicamente l’incontro, seppur penoso e sconcertante, con gli
“altri” e la loro (in)esplorabile realtà, dona senso al tragitto.