LETTERATURE MONDO
JAVIER MARÍAS
Cercando il riscatto dalla dissoluzione identitaria

      
Con “Il tuo volto domani - 3. Veleno e ombra e addio” il 59enne prolifico autore spagnolo giunge al capitolo conclusivo di una trilogia imperniata sulle vicende di Jaime, un madrileno in terra britannica, che lavora come analista dei servizi segreti inglesi. Un individuo comune, ma dotato di particolari talenti che viene coinvolto in torbide trame di potere e di sottopotere che da un lato gli rivelano la propria vera natura aggressiva e pusillanime, dall’altro lato gli danno la spinta per prendere congedo da un mondo che annulla soggetti e caratteri e per provare a riconquistare un altro se stesso.
      




   

di Sarah Panatta

 

 

La prosa dirompente e fluviale dei maestri ottocenteschi, ma anche la levità ironica di un grande estinto (il colossale Saramago) iniettata come energia propulsiva nella narrazione magmatica. L’elaborazione filosofica ed estetica del contenuto dell’opera quale corpo proteiforme che evolve con progressione regolare nello spazio di un’atipica e fortemente allegorica finzione letteraria. Nell’ultima sezione della sua trilogia, Il tuo volto domani - 3. Veleno e ombra e addio[1], il prolifico autore spagnolo Javier Marías, classe 1951, completa il proprio compendio meta letterario sulle dolorose, ridicole, manipolabili verità degli esseri umani, portando a compimento le vicende di Jaime (o Jacobo, o Jack), un uomo fuori dal flusso del (proprio) tempo, un individuo comune dotato di una capacità eccezionale e scomoda, che ne condiziona inevitabilmente la vita.

Reclutato come analista da un gruppo semi clandestino dei servizi segreti inglesi, l’Mi6, Jaime conduce un’esistenza ritirata dalla mondanità e dal brio della routine più mediocre eppur salvifica, scrutando e leggendo nel volto delle persone che in qualità di spia deve interpretare minuziosamente, e trascorrendo il resto del tempo circondato da una serie di personaggi in apparenza estremamente ambigui ad articolati. Tra questi l’eminenza grigia Bertram Tupra, capo delle operazioni e braccio esecutore di un potere insondabile e meschino; l’anziano mentore Peter Wheeler, studioso acuto e saggio, che ha introdotto Jaime in una simile dimensione del vivere, torbida e al contempo elementare-alimentare, basata su un’oscura gerarchia di necessità, che si risolve ogni volta con inganni e terrore finalizzati a far rientrare nei ranghi le unità anarchiche, o aspiranti tali; il padre malato, dagli occhi fieri anche nell’appanno della morte costantemente in agguato, con alle spalle la guerra civile spagnola e le ferite lancinanti dei tradimenti da essa innescati; una famiglia lontana, e una moglie preda di innamoramenti fatui e violenti.

Jaime è uno straniero errante, madrileno in terra britannica, poco aduso alla freddezza dell’isolamento e della privazione di rapporti personali concreti e affidabili, creatura intrappolata in un limbo storico, che riesce a scovare e “tradurre” le anime della gente, ma è insicuro della propria ragion d’essere, meditabondo e spesso tentennante, inizialmente aggrappato a principi morali incontrovertibili che rischiano continuamente di sgretolarsi. Partecipando a discussioni e azioni con lo spietato ma cristallino Tupra, scoprendo macchie orripilanti e grottesche sulle mani e negli sguardi di innumerevoli funzionari pubblici, militari, soggetti di alto profilo e prestigio nella società ipocrita, paranoica e collassata dell’occidente post 11 settembre, Jaime diventa tuttavia inesorabilmente il prodotto della condizione alienante e artificiale nella quale si trova impantanato.






Avvicinatosi con un misto inspiegabile di attrazione/repulsione alla cabina di pilotaggio dei segreti del potere, tentando nei primi tempi di combattere interiormente l’etica ribaltata del ricatto e del delitto giustificabile che costituisce la misura triste e puerile della civiltà coeva – simboleggiata dal microcosmo abietto di Mr Tupra –, Jaime, solitamente poco incline alla viltà e alla soluzione brutale delle questioni più urgenti, si converte temporaneamente ad una razionalità maggiormente istintuale. Spinto da inattesi eventi personali, da un affetto tenero e inguaribile per la sua famiglia e dalla paura febbrile che questa venga destabilizzata, violata, agisce con fermezza lucidamente crudele, rintracciando nella coercizione tanto deprecata l’arma del riscatto virile e dell’affermazione del proprio dominio territoriale. Egli scopre così con spavento e soddisfazione la propria recondita, connaturata tendenza all’aggressione, alla minaccia, alla menzogna, ovvero a spalancare le porte alla depravazione esattamente come tutti gli ordinari, pusillanimi esseri che è abituato ad incontrare e indagare come esegeta di smorfie e pensieri. Gli accadimenti che impegnano Jaime nel suo periodo londinese, le discussioni accese con Tupra o Wheeler, i pedinamenti, i pestaggi, le dissertazioni ontologiche sul senso dei sistemi di comportamento umani, funzionano in vero come intermezzo anomalo, pieno, inebriante, come prova che istruisce e forgia il protagonista, consegnandoli le chiavi di quella conoscenza che poteva prima solamente supporre. Sospeso tra l’essere stato, l’essere ormai e la possibilità agghiacciante del non essere più, paradossalmente guidato e sostenuto dalla degradazione pianificata di Tupra, Jaime intraprende una drastica e difficoltosa affermazione del sé, rinunciando all’inettitudine della confortevole, opportunistica ignoranza, codardamente usata dal genere umano come sempiterna ancora di salvezza (da se stessi e dagli altri). Egli sceglie con rinnovata risolutezza di vedere, sapere, scolpire il proprio volto “domani”, di non arrendersi dinanzi alla silenziosa ed indisturbata dissoluzione identitaria di cui cade vittima e insieme ottuso, masochistico artefice, l’uomo nella società contemporanea, crogiolo disindividuante dove ognuno perde facilmente e inconsapevolmente i propri lineamenti, o meglio, dove ognuno abbandona la battaglia dell’auto comprensione, missione troppo ardua e avvilente, preferendo intessere tele relazionali ed emozionali magagnate e cedevoli.

Marías plasma l’epos anti-eroico e intenzionalmente assurdo di un uomo convenzionale, invischiandolo in ingranaggi che appaiono complessi e misteriosi, ma che si dimostrano tragicamente banali, funzionali a esaminare, tramite le peripezie goffe e drammatiche del protagonista, in un percorso ermeneutico sfaccettato e ardito, le plurime variazioni e possibilità dei sentimenti e delle convinzioni degli uomini. Fluttuando come fantasma tra i “veleni”, i compromessi e gli abusi, le impalcature e i substrati fangosi della civiltà, riconoscendo la propria natura evanescente in quanto umana, Jaime trova se stesso nell’“addio” al vecchio sé, cieco e illuso. Marías scrive con Jaime le note della danza macabra che l’umanità “balla” irridendo il Destino, la Morte, il Tempo, e discendendo le rampe di interminabili “scale” dove unicamente l’incontro, seppur penoso e sconcertante, con gli “altri” e la loro (in)esplorabile realtà, dona senso al tragitto.

 

 



[1] Traduzione di Glauco Felici, Einaudi Editore, Torino 2010, pp. 537, € 28,00.




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