LETTERATURE MONDO
DIARIO AUSTRALIANO - 4
Puntata a Sydney, città complessa, stratificata, quasi europea

      
Questa è con Melbourne la sola vera metropoli del continente e la rivalità tra i due poli urbani è molto forte. Sydney, secondo la comune vulgata, si è imposta a livello nazionale ed internazionale come il centro più rampante e fiorente dal punto di vista turistico ed economico. Mentre l’altra è più importante ed eclettica a livello culturale, con un brulicante susseguirsi di eventi e appuntamenti durante tutto l’anno. Però, per uno straniero la vera attrazione è guidare per i tornanti della Great Ocean Road e andare ad ammirare i ‘Twelve Apostles’, immensi e statuari faraglioni color ocra, posti a guardia sul Pacifico.
      




   

 

di Stefano Calzati

 

 

Mentre le scuole del Belpaese sono ormai chiuse, qui in Australia siamo appena a metà dellanno scolastico, sebbene il secondo term scolastico sia ormai agli sgoccioli: just one week left e finalmente potrò godermi due settimane di vacanza alla scoperta delloutback aborigeno. Non è stato un trimestre oltremodo faticoso, ma se è vero che ogni nuova esperienza richiede, quantomeno al debutto, un'overdose di energie mentali da instillare nei gesti anche più semplici e banali, ecco spiegata la ragione per la quale in questi giorni mi sento del tutto epuisé. Un nuovo lavoro, la ricerca di una casa, eclettiche relazioni umane da alimentare come un fuoco flebile nellumidità di un paese sconosciuto: il tutto utilizzando una lingua che, per quanto io possa parlare suffientemente bene, non è la mia lingua madre.

Durante questi due mesi e mezzo (da inizio aprile a fine giugno, per intenderci) ci sono stati diversi periodi di pausa: il sistema scolastico australiano, in questo, è molto più elastico e “morbido” di quello italiano. In particolare due long-weekend hanno alleggerito non poco i miei oneri di insegnante: il primo è stato quello del 24-25-26 aprile dedicato alla memoria dei caduti australiani a Gallipoli, in Turchia, durante la Prima Guerra Mondiale (il 25 aprile è l'Anzac Day); il secondo è stato il 14-15-16 giugno per la ricorrenza del Queens Birthday (incombenze da Commonwealth post-imperialista; la cosa originale è che la data del compleanno della Regina cambia ogni anno).

Si è trattato di due occasioni troppo allettanti per essere “sprecate” in routinari disimpegni domenicali, per cui ho deciso, assieme ad altri assistenti, di sfruttare queste opportunità e di spingermi oltre limmensa regione urbana di Melbourne: nella prima occasione abbiamo percorso in macchina un lungo tratto della Great Ocean Road; nella seconda, invece, siamo andati a Sydney, capitale del New South Wales e, de facto, di tutto il continente.




I magnifici faraglioni "Twelve Apostles" sull'oceano Pacifico


Oltre 240 chilometri di curve a picco sull'Oceano Pacifico (di cui ne abbiamo percorsi circa la metà); un vento umido e salato il cui odore non ti abbandona neppure dentro l'abitacolo; spiagge che si perdono in un'orizzonte ultraterreno – letteralmente ultra-terreno – dove il cielo iroso e lOceano rimestato si confondono senza rispetto; la lucida sensazione di assistere ad uno spettacolo naturale che non pare avere né dimensioni né confini. Questa è la Great Ocean Road: una contorta serpentina d'asfalto – orientamento est-ovest – costruita allinizio del secolo scorso e diventata col tempo uno dei must-seeing del Victoria e di tutta lAustralia. Costeggiando verso sud la baia di Melbourne dal lato occidentale – quello dirimpetto al suburb di Sandringham dove lavoro – abbiamo attraversato di sfuggita la cittadina di Geelong (famosa soprattutto per la sua squadra di footy) e siamo arrivati dopo circa 20 chilometri a Torquay, punto di inizio della Great Ocean Road. Da lì in avanti è stato un susseguirsi di curve a gomito e saliscendi da percorre a velocità ridotta, un po per la scarsa visibilità, un po per la segnalata presenza di canguri e koala (di cui però non abbiamo rilevato traccia). Le nuvole corrono senza sosta, la luce cambia rapidamente, il sole irradia come unepifania divina le golette più nascoste instillando in tutti noi, soprattutto allinizio del viaggio, la voglia di fermarsi ogni qual volta la strada lo permetta, slargandosi di qualche metro oltre la carreggiata e cadendo a strapiombo sul mare. Laria è frizzante e pulita, banalmente festiva, e il sole, quando si libera dalla morsa uggiosa del maltempo, riesce ancora a scaldare le ore diurne di questo weekend di metà autunno.

Superata Torquay si incontrano in successione i piccoli centri di Anglesea, Lorne, Apollo Bay, Kennet River, Port Campbell e Warrnambool, dove la Great Ocean termina, preseguendo poi come semplice statale e sdoganando, poco dopo, nello Stato del South Australia. Avendo appena due giorni a disposizione abbiamo deciso di fermarci per la notte ad Apollo Bay, più o meno a metà del percorso; tuttavia non potevamo mancare il tramonto ai Twelve Apostles, meraviglia naturale 52 chilometri ad ovest di Apollo Bay e al chilometro 115 della Great Ocean Road. I Twelve Apostles sono (o meglio erano, poiché ora sono rimasti 8) immensi e statuari faraglioni color ocra che si stagliano parallelamente alla costa per circa 300 metri come marmorei soldati a strenua difesa della scogliera. Una manifestazione di solitaria e fragile potenza (se si pensa alla facilità con la quale il vento erode questi millenari baluardi) che difficilmente le parole possono rendere a dovere.

Purtroppo (o per fortuna), dopo il tramonto la Great Ocean Road piomba in un buio quasi irreale – senza dimensione, né geometria, solo qualche catarifrangente lungo la carreggiata a tracciare un percorso altrimenti insondabile – e questo non ci ha permesso di arrivare fino a Port Campbell nelle cui vicinanze si trova il famoso London Arch (altra formazione rocciosa naturale del tutto unica al mondo). Ma di certo la Great Ocean Road merita di essere percorsa nuovamente. E la prossima volta spero fino in fondo.

 

Parlare di Sydney dopo averla visitata appena tre giorni non è certo un compito facile. Innanzitutto va detto che tra Melbourne e Sydney corre una rivalità se non dichiarata, certamente non velata: chiedete ad un qualsiasi melbourniano un parere su Sydney e la risposta sarà pressapoco questa: “It's a wonderful city, but, you know, too posh and too highbrow people over there” (“Stupenda città, ma sai, le persone là sono troppo fighette e presuntuose”; purtroppo, non ho avuto occasione di raccogliere un parere sydneyano su Melbourne). Le ragioni di questa competizione tutta interna al paese sono evidenti: Sydney e Melbourne sono le città principali dellAustralia, i centri che hanno saputo promuoversi al meglio come crocevia culturali ed economici di un continente che, altrimenti, offre quasi esclusivamente new-town di piccole e medie dimensioni (si pensi solo che Canberra, la capitale ufficiale dell'Australia, conta appena 350mila abitanti). Secondo la vulgata comune Melbourne è la città più importante ed eclettica a livello culturale, con un brulicante susseguirsi di eventi e appuntamenti durante tutto lanno; mentre Sydney si è imposta a livello nazionale ed internazionale come la città più rampante e fiorente dal punto di vista turistico ed economico. Questa suddivisione – che, personalmente, soffre di un certo privincialismo melbourniano – deve essere considerata in tutta la sua grossolana approssimazione: Sydney è altrettanto vivace e prolifica di eventi mondani (il programma dellOpera House è oltremodo ricco), così come la City di Melbourne è stata in grado negli ultimi decenni di colmare gran parte del gap economico con Sydney.




La fantasmagorica Opera House a Sydney


Detto questo, credo che la differenza principale tra le due città risieda tutta nella diversa consapevolezza dei rispettivi ruoli all'interno del paese: Sydney appare più “stratificata” e soprattutto più aware della propria influenza sia allinterno che allesterno del continente; mentre Melbourne si è ritagliata una posizione più defilata e alternativa, quasi schiva, rivestendo i panni della metropoli outsider. I melbourniani, fin troppo orgogliosi della loro indipendenza, non baratterebbero mai uno spettacolo dellOpera House con una qualsiasi delle produzione avanguardiste messa in scena nel più piccolo teatrucolo della loro città.

Quando sostengo che Sydney è una città più “stratificata” e aware mi riferisco al fatto che i suoi abitanti appaiono più complessi e difficili da “vivere” che altrove – mancano cioè di quella ingenua semplicità che ho colto qui a Melbourne – mentre a livello urbano la città è molto più simile ad una metropoli americana di medie-grandi dimensioni che non ad un centro australiano: numerosi grattacieli, due porti turistici (Il Darling Harbour e il Circle Harbour) sedi di diversi eventi mondani; tre grandi Avenue che tagliano longitudinalmente il centro (Pitt Street, Castlereagh Street e la commerciale George Street); un grande parco in pieno centro; mezzi di trasporto più efficienti tra cui una monorotaia sopraelevata; unarchitettura fine-ottocentesca che ricorda non poco Washington, Philadelphia o qualche altra città dell'East Coast americana. Sydney appare, dunque, molto meno australiana di Melbourne e i suoi ritmi diurni sono frenetici e accelerati, oserei dire quasi europei.

Durante i tre giorni trascorsi nella capitale del New South Wales ho anche assistito a diverse proiezioni cinematografiche organizzate in occasione del Sydney Film Festival. Purtroppo molti dei film in concorso non erano vere e proprie antemprime: o meglio, erano tali solo per gli accaniti cinefili australiani, poiché in realtà la maggior parte di queste era già uscita sia in Europa che in America (ecco uno degli aspetti negativi di vivere in un continente così isolato). Su tutti vorrei menzionare il film Waste on the Youth dell'australiano Ben Lucas: una sorta di noir nichilista alla Gus Van Sant di Elephant e Paranoid Park, dai colori freddi e dalle atmosfere oniriche, in cui svetta la recitazione di Oliver Ackland, vincitore del premio Heath Ledger.

Rispetto ai corrispettivi europei, ciò che mi ha colpito del Festival di Sydney è stata lorganizzazione disimpegnata e quasi sottotraccia: a Venezia, Cannes o Berlino, prima e durante ogni edizione dei Festival è possibile respirare laria  del grande evento addensarsi lungo le strade cittadine, percorse da una ventata di esclusiva mondanità che, trascorsi i giorni caldi dei festival, si prolunga anche dopo la loro chiusura. A Sydney, invece, la rassegna si inserisce in modo silenzioso nel flusso culturale e quotidiano della città: le sale adibite alle proiezioni spesso non sospendono neanche la loro normale programmazione, ma si limitano ad alternare ai film in concorso quelli previsti dal mercato cinematografico; mentre il reperimento dei biglietti è assai più facile che in Europa (le sale non erano quasi mai piene). Su questo, forse, Sydney deve lavorare ancora per promuovere una più consapevole organizzazione di quello che rappresenta comunque uno dei principali eventi cinematografici del continente. Solo pubblicizzandosi al meglio il Sydney Film Festival riuscirà a legittimersi a livello internazionale e ad ottenere la meritata attenzione dal panorama cinematografico mondiale.

 

Ma ora, Sidney è già lontana: le cose qui camminano in fretta. Sono tornato alla base e tra breve partirò per il deserto da cui, dopo due notti, proseguirò con il treno fino a Darwin, sulla costa settentrionale del continente. Dodici giorni in tutto che spero mi riserbino scenari spettacolari e calde emozioni. Looking for the unexpected.




Lo scintillante porto di Sydney visto dal mare



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