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di Alessandro Ticozzi
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Nanni Loy (1925-1995)
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Parola di ladro (1957) e Il marito (1958): come mai questo sodalizio artistico con
Gianni Puccini, con il quale firmò assieme la regia dei suoi due primi film? A
proposito, perché Lei, nel titolo del suo documentario di cinque anni fa,
chiama Nanni Loy “regista per caso”?
“Perché è stata la laconica risposta con cui lo
stesso Nanni Loy mi indicò una chiave di lettura della sua storia personale e
professionale, nel corso di un’intervista di ventidue anni fa per il programma
radiofonico della RAI intitolato Pomeriggio
a… che curavo insieme a Carmen Giordano (coautrice anche del film documento
Nanni Loy, regista per caso) e a
Stefania Martis. Il ‘caso’ è un elemento che ha contrassegnato una generazione
di autori, di sceneggiatori e di registi che hanno vissuto la caduta del fascismo
il 25 luglio 1943 e, dall’8 settembre, le giornate dell’occupazione nazista di
Roma. Allora c’era un'atmosfera del dopoguerra, carica di speranza, Nanni e
“gli altri” che erano a Roma, avevano un’eguale identica fede nella
realizzazione di un progetto di una società diversa, più giusta e lontana dagli
orrori e dalle ipocrisie delle famiglie borghesi. Nanny Loy era
arrivato a Roma dalla Sardegna nel 1935: aveva dieci anni, la sua famiglia era
sarda, il padre avvocato apparteneva a una famiglia di giuristi, aristocratici,
della casata Loy Donà delle Rose, e ai nobili Sanjust di Teulada da parte della
madre. Nanni all’università voleva iscriversi in Filosofia ed era in
contrasto con il padre che lo spingeva invece, verso la Facoltà di
Giurisprudenza che poi fece, laureandosi a 21 anni, con una tesi di filosofia
del diritto. Si innamorò del cinema all’università, in occasione della
proiezione cinematografica, alla presenza del regista Luigi Zampa, del suo film
L’onorevole Angelina, con Anna Magnani protagonista. Loy in quell’occasione
parlò a lungo con Zampa, rivelandogli il suo impulso verso il cinema, ma il
regista gli suggerì di iscriversi prima al Centro Sperimentale di Cinematografia,
allora diretto da Umberto Barbaro (e poi da Luigi Chiarini). Tra i professori
c’era proprio Gianni Puccini. Quindi, Loy dopo due anni di Centro Sperimentale,
diplomato in regia, si ripresentò a Zampa che a quel punto lo prese come
assistente non pagato. All’epoca, lavorare era difficilissimo e per vivere
Nanni incominciò a vendere assicurazioni. Riusciva a piazzare polizze forse
grazie al suo balbettare che faceva simpatia... e poi aveva cominciato a metter
su famiglia... Nel frattempo girava qualche documentario e così che
incominciò la sua carriera nel cinema, lavorando in tanti film, per oltre dieci
anni, accumulando moltissima esperienza con un lungo apprendistato nel ruolo di
‘aiuto’ di registi come Goffredo Alessandrini, Augusto Genina, lo stesso Zampa
e tanti altri ancora. Loy arrivò ad essere l’aiuto più pagato e più richiesto insieme
a Francesco Rosi, per le sue doti organizzative, per la perfetta preparazione
del set e la direzione delle masse. Ritroviamo Gianni Puccini al quale,
per un problema di salute, il produttore Rovere tolse la direzione del suo
primo film (Persiane chiuse) e lo
sostituì con un giovanissimo Luigi Comencini. Puccini, ancora sofferente,
chiese al suo “ex allievo” Loy di collaborare alla sceneggiatura e sul set di Parola di ladro. In fase di montaggio
Puccini, a sorpresa, decise di inserire nei titoli di testa anche il nome di
Nanni Loy alla regia e Loy gli fu sempre grato per questa decisione che definì ‘un
atto di generosità’. Dopo il successo di incassi del secondo film firmato
Loy-Puccini (Il marito), Loy aveva
dimostrato di dare garanzia di tenuta di un film, e accettò quindi altre
proposte produttive che gli arrivarono. Lo scrittore Ennio Flaiano, grande
amico di Bianca Marchesano, moglie di Loy, allora le confidò: ‘C’è bisogno di
essere in due registi? Nanni che si levi e faccia da solo!’”.
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Nanni Loy: Le quattro giornate di Napoli (1962)
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Come affronta il tema della Resistenza Nanni Loy in Un giorno da leoni (1961) e Le quattro giornate di Napoli (1962)?
“Un giorno da leoni e Le quattro giornate di Napoli
sono veramente i film di Loy, non sono solo esperienze professionali ma
sono i ‘suoi’ film perché per anni li ha pensati, meditati, studiati e voluti.
Nanni Loy è affascinato dalle storie dei partigiani e crede nei valori di
libertà e di democrazia della Resistenza. In questi due film vi sono modi
opposti di raccontare la Resistenza. In Un giorno da leoni, si narrano
le vicende di un gruppo di personaggi che tenta di creare un movimento armato
di Resistenza nel Lazio. La missione è quella di far saltare un ponte nei
Castelli romani, al passaggio di un treno con i rifornimenti per i tedeschi. Le
quattro giornate di Napoli è corale, Loy descrive l'orgoglio e la ribellione
pacifista di un popolo che rigetta l’oppressione nazista. I napoletani
combattono gettando dalle finestre delle loro case, reti di letti, vecchi comò
e lavandini.
Un giorno da leoni ottenne un buon successo di
critica, e questo permise a Loy di realizzare l’altro film sulla
Resistenza, Le quattro giornate di Napoli, che venne candidato all’Oscar ed ebbe un enorme
successo di pubblico e di incassi. Loy ricevette molte offerte per sfruttare
quel successo. Tra le tante, le produzioni americane gli offrirono un contratto
per sette film di guerra, e gli arrivò persino la proposta di girare La
battaglia di Algeri (che sarebbe poi stato il capolavoro di Gillo
Pontecorvo), ma rifiutò tutte le proposte. In fin dei conti Loy era riuscito a
fare quello voleva, raccontare la Resistenza: non intendeva standardizzare
meccanicamente una tematica, perché la sua matrice antifascista è
profondissima, e sentiva di aver dato, con questi due film, il suo contributo d’impegno
personale”.
Detenuto in attesa di giudizio (1971) e Sistemo l'America e torno (1973): che viaggi sono quelli che
Nanni Loy ci porta a fare nei meandri degli abusi e delle storture giudiziarie
e poliziesche?
“Loy ama raccontare delle storie per dare un
piccolo contributo verso il rafforzamento della democrazia. Loy viaggia
sempre nella direzione di un impegno civile e morale, osserva la società e
apre al pubblico la sua finestra sul mondo e i suoi sono film di denuncia.
I viaggi preferiti da Loy sono proprio su questi temi, che venivano poi svolti
da grandi sceneggiatori e si tratta di un periodo di grandi sceneggiatori. L’idea
di Detenuto in attesa di giudizio nasce dal saggio e
dall’inchiesta televisiva Verso il
carcere di Emilio Sanna, che poi scrive la sceneggiatura con Sergio Amidei,
mentre il soggetto è di Rodolfo Sonego, per una storia assurda, dura, di
ingiustizia vissuta da un uomo e dalla sua famiglia mentre il mondo intorno non
si accorge del dramma vissuto dal geometra Di Noi (nome emblematico): un ottimo
Alberto Sordi interpreta sul corpo e sul volto, progressivamente, la solitudine
e l’iniquità del sistema carcerario. Sistemo
l’America e torno è scritto da Leo Benvenuti e Piero De Bernardi e dallo
stesso Loy: si svolge come una commedia, con Paolo Villaggio protagonista nel
ruolo del ragionier Giovanni Bonfiglio, ma sotto-sotto c’è il duro dramma dei
neri in America. Loy vuole consegnare al pubblico informazioni sul razzismo e
le lotte antirazziste, sui sottoproletari di colore, sulla violenza e sullo
sfruttamento, sull’incomunicabilità. Nanni Loy gira il film come un reportage
giornalistico, parte con una piccola troupe
e si muove bene e tranquillamente tra i sobborghi americani. È un temerario e
gira sprovvisto di autorizzazione della
locale Polizia, nei luoghi delle ‘Pantere nere’”.
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Alberto Sordi in Detenuto in attesa di giudizio diretto da Nanni Loy nel 1971
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Da Café Express (1980) a Mi manda Picone (1984), da Scugnizzi (1989) a Pacco, doppio pacco e contropaccotto (1993), che Napoli è quella
raccontata da Nanni Loy?
“Loy amava Napoli e ha lottato
per Napoli: la considerava la sua seconda città dopo Cagliari, era affascinato
dalla sua storia culturale, filosofica e giuridica, dalla cultura della
comunicazione e della fantasia dei napoletani. Nei suoi film ambientati a
Napoli, Loy rappresenta la città come in una ‘commedia dell’arte’, con le sue
maschere e i suoi repertori drammaturgici, i suoi tempi, ma via via l’iniziale
sguardo ironico del regista e la comprensione per il dolore verso le esistenze
quotidiane dei napoletani, a partire da Café
Express, cede il passo al sarcasmo, alla tristezza, ad un lento ed
ineluttabile sprofondamento verso l’amarezza e la rassegnazione. Nel suo ultimo
film per il pubblico cinematografico, Pacco, doppio pacco e contropaccotto, Loy dichiara: ‘Napoli è una città che mostra quasi
spudoratamente aspetti intollerabili di disorganizzazione sociale’. Loy si
rende conto che Napoli è cambiata, che tutta la realtà italiana è cambiata perché è divenuta
via via più violenta, densa di contraddizioni e senza solidarietà. Ricordate il
Michele Abbagnano interpretato da Nino Manfredi in Café Express? È il venditore abusivo di caffè nel treno che viaggia
da Vallo della Lucania a Napoli: ha il braccio sinistro mutilato, e non si
capisce bene se vero o presunto, scappa tra un vagone all’altro perché
inseguito dai controllori delle FFSS e da alcuni delinquenti. Ebbene, Abbagnano
è una sorta di Pulcinella che ogni giorno racconta una storia diversa per commuovere
i viaggiatori e che per sopravvivere ha inventato ‘l’arte di arrangiarsi’. In Mi manda Picone c’è tale Pasquale Picone
che sparisce e per ritrovarlo la moglie assolda Salvatore Cannavacciuolo
(l’attore Giancarlo Giannini), un disoccupato che si adatta a tutte le
difficoltà con mille espedienti non proprio onesti e nella ricerca dello
scomparso, entra in contatti con ambienti camorristici e di illeciti traffici.
Picone è un’entità e a Cannavacciuolo basta solo nominarlo con un ‘mi manda
Picone’, per riuscire ad entrare dappertutto. Finisce così per frequentare gli
ambienti più degradati di Napoli, fin dentro le fogne. Nella Napoli di Scugnizzi, una sorta di musical all’italiana, si raccontano le
condizioni di vita di un gruppo di minorenni rinchiuso nel carcere minorile di
Nisida, ma il problema per quei ragazzi non era la prigione ma la terribile
realtà all’esterno. Quindi si arriva alla
tecnica della truffa a Napoli in dieci episodi nel film Pacco, doppio pacco e contropaccotto, dove è evidente ormai l’intolleranza
del regista a questa arte di arrangiarsi, ma Loy sorprende per la sua analisi: ‘Napoli
nasconde un segreto. Rappresenta, nella maniera più vistosa e spettacolare, un
correttivo a società troppo organizzate, conquistate dai miti della produzione
e del successo’”.
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Nino Manfredi, protagonista di Café Express (1980), ottimo successo di Nanni Loy
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L'audace colpo dei soliti ignoti (1959) e Amici miei atto III (1985): il contributo di Nanni Loy
alle due celebri trilogie avviate dal grande Monicelli è stato realmente
sentito e personale, o piuttosto dettato da ragioni alimentari?
“Prima di tutto Monicelli si rifiutò di girare il
seguito del film I soliti ignoti. Loy
ammirava Monicelli (tanto che si sarebbe voluto identificare con lui) ed era
innamorato di quel film. Ma nel caso dei due sequel, L’audace colpo dei
soliti ignoti e Amici miei atto III, però ci fu uno scambio, un do ut des tra il regista e i produttori.
Loy era sotto contratto con il produttore Franco Cristaldi e patteggiò con lui
la possibilità di preparare il suo primo film sulla Resistenza (Un giorno da leoni) accettando di
realizzare prima L’audace colpo dei
soliti ignoti. Invece, per poter realizzare un film a cui teneva, Scugnizzi, Loy diresse prima per la Produzione Filmauro Amici miei atto III. D’altra parte Loy era convinto che i registi
sono degli artigiani, dei professionisti, e come tali ‘fanno un mestiere o
esercitano una professione in vista di un utile (e non il Regista/Poeta e
l’Autore/Genio ispirato… che scambia il proprio ombelico per il mondo)’.
L’importante per Loy è indicare una strada ai giovani: svolgere un mestiere con
dignità, rinunciando a grossi guadagni e ‘sottoponendosi volontariamente a dei
sacrifici’”.
Da Specchio segreto (1964) a Viaggio in seconda classe (1977), con quali propositi
Nanni Loy ha approcciato al mezzo televisivo, e che innovazioni ha portato sul
piccolo schermo?
“Loy riteneva che la televisione fosse uno ‘specchio’
di emozioni sincere, e dopo diciotto anni di sacrifici, coronati dal successo
internazionale del film Le quattro giornate di Napoli, si sente stanco,
usurato, amareggiato dall’idea di un destino precario nel cinema ed emerge, a
questo punto, la sua nevrosi di voler cambiare sempre, di sperimentare. È così
che accetta la proposta della televisione italiana di realizzare interviste
ironiche, di scrivere storie per una candid-camera.
Il programma per la TV è Specchio segreto (ma contemporaneamente entra
al Centro Sperimentale come docente di regia). Loy usa il mezzo televisivo, si ‘serve’
della televisione, e come autore-provocatore riesce a saltare tutte le
intermediazioni e a raggiungere direttamente il pubblico. Dietro le sue geniali
provocazioni, c’è la sua grande vocazione indagatoria, presente anche in Viaggio in seconda classe, camuffato tra i viaggiatori dei treni delle
tratte periferiche e dove incontrerà
Esposito, un uomo con la mano rattrapita che vendeva abusivamente panini e
caffè. Loy, che non ha mai perso di vista il cinema, trascrive tutta la
conversazione che ebbe con lui e costruisce, insieme allo sceneggiatore Elvio
Porta, il personaggio di Michele Abbagnano interpretato da Nino Manfredi in Café Express. Per sintetizzare il
rapporto con la televisione, si potrebbe dire che Loy ha portato il suo modo,
il suo stile di fare cinema nel mezzo televisivo”.
Le ultime opere di Nanni Loy
segnarono un suo ritorno alla regia televisiva (A che punto è la notte, 1994) e teatrale (Scacco pazzo): in esse cosa possiamo ritrovare delle costanti
della sua opera?
“Una poetica, ma allo stesso
tempo il mestiere. Loy, sulla scia dell’insegnamento dei suoi maestri
(scrittori come Cesare Zavattini e Sergio Amidei) affronta il cinema, il
teatro, la televisione come un progetto-impresa, dalla quale poi può nascere o
meno un’opera d’arte. Loy ha cercato modi nuovi di raccontare delle storie, e
non soltanto per far ridere, ma anche per far pensare e quindi per far crescere
culturalmente il pubblico”.
A quindici anni dalla scomparsa, cosa crede rimanga di Nanni Loy uomo e
regista?
“Era il 21 agosto 1995 quando
il cuore lo tradì e il suo lavoro si fermò improvvisamente, ma ritengo – e lo
affermo spesso – che non si cancellano il suo sorriso ironico, il suo solido
mestiere di autore cinematografico, la sua creatività nel campo televisivo, la
sua disciplina di intellettuale generoso, la sua profonda convinzione ideale. In
noi che abbiamo realizzato il documentario Nanni
Loy, regista per caso, in noi che lo ammiriamo e lo consideriamo un esempio
di vita e professionale, ma abbiamo appurato anche in quelli che hanno lavorato
con lui o che lo hanno frequentato, rimane un ricordo incancellabile”.
A tal proposito, crediamo possa essere significativo
chiudere questo tributo al regista cagliaritano con il sentito ricordo
dell’attore Leo Gullotta: “Con Nanni io ho fatto diversi film cult, da Café Express a Testa o croce,
entrambi con Manfredi, da Mi manda Picone
con Giannini a Scugnizzi e Pacco, doppio pacco e contropaccotto,
nonché una cosa di Fruttero e Lucentini per la televisione, A che punto è la notte, con Mastroianni
protagonista. Nanni mi manca: viviamo in tempi volgarissimi e pesantissimi,
davvero ignobili, e mi manca la sua intelligenza. Era molto attento a fornire
un prodotto che potesse far sorridere la gente, ma anche farla pensare. Nanni
era un uomo civilissimo: anche sul set condivideva tutto con la troupe, era molto attento a ciò che
potevi pensare, sempre in modo costruttivo, e aveva la capacità di trovare il
lato umoristico, ma sempre con un occhio al sociale e ai diritti. Era un uomo
con uno spiccato senso politico e civile, usava sempre la parola con equilibrio,
ma allo stesso tempo grande affondo quando occorreva. Nanni è stata una persona
importante nella mia vita, come penso per tantissimi amici o colleghi che hanno
lavorato con lui: era infatti un piacere lavorare con lui, sempre e comunque.
Per questo mi manca molto da amico, oltre che da regista”.
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