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di Jacqueline Spaccini
Debenedetti si accinse a tradurre un’opera di Marcel
Proust nel momento in cui Gentile scriveva
che tutto è traduzione in quanto interpretazione e Croce tuonava contro di
esse, convinto che svilissero troppo i
testi originali.. Certo, il pericolo paventato da Croce, quello che la
traduzione diventi un’altra cosa, una nuova opera, o addirittura che privi
l’opera – parafrasandola – del suo valore estetico, sussiste, specialmente in
poesia. Ma ogni opera è rischio, e anche la migliore traduzione viene nel tempo
soppiantata da un’altra, giacché per paradossale che possa sembrare, la lingua
dell’originale resta sempre giovane, mentre quella tradotta invecchia
precocemente. In poesia, tuttavia, il problema non è quello di produrre
un’altra opera (giacché si produce sempre qualcosa di altro!), bensì quello di
non saper e spesso non poter restituire nemmeno il timbro della lirica
originale, il ritmo, il fiato insomma. Si legga l’Infinito di Leopardi in francese, a titolo di
esempio.
* * *
Esistono
traduttori e traduttori. E per quanto incredibile possa sembrare, il primo traduttore
è l’autore stesso, di sé: l’autore che mette per iscritto il suo pensiero, sia
esso filosofico o letterario. Ogni scrittore fa tale operazione, non
limitandosi a mutuare in parola scritta il silenzio del pensiero cerebrale: un
attimo prima che avvenga tale passaggio, ha luogo l’impercettibile fase di
interpretazione, la creazione scrittoria come metafora della traduzione.
Da qui potrei
partire per introdurre Poetiche della traduzione. Proust e Debenedetti (Modena,
Mucchi editore, 2010, pp. 158, € 16,00. Prefazione di Maria Teresa Giaveri) l’agile
(seppur densissimo di contenuti) testo di Viviana Agostini-Ouafi, docente di
lingua e letteratura italiana presso l’università di Caen, in Francia. Si
tratta di una riflessione critica sulla poetica della traduzione,
particolarmente del traduttore, nella fattispecie su un Giacomo Debenedetti
(1901-1967), traduttore di Proust. Le opere del multiforme professore
piemontese che fu anche saggista, critico, romanziere, oltreché traduttore,
sono state – per la maggior parte –
pubblicate postume, il che spiega la sua scarsa e tardiva fortuna, se di
fortuna si può parlare.
Nel 1963,
infatti, il critico francesista Giovanni Macchia corregge Natalia Ginzburg che in Lessico
famigliare attribuisce a Debenedetti il merito della scoperta del talento
proustiano. Smentendola, egli assegna a un altro, Lucio D’Ambra alias Renato
Manganella, il primato della divulgazione di Proust in Italia. Per dire. Sta di
fatto, tuttavia, come ben osserva Maria Teresa Giaveri, prefatrice al volume,
che «il nome più immediato, per un cultore di Proust, sia quello di Giacomo
Debenedetti. Suo lettore appassionato, critico illuminato, studioso originale e
fine traduttore, Debenedetti […] ne ha difeso il disegno compositivo,
anticipato gli esiti, secondato genialmente l’affermazione e il trionfo» (p.
7).
Debenedetti
traduce una sola opera di Proust, che pubblica nel 1948 con il titolo Un amore di Swann. In realtà, Un amour de Swann (che ne è il titolo
originale) costituisce una sorta di romanzo nel romanzo: della monumentale Recherche, occupa infatti la seconda
parte del primo volume, intitolato Du
côté de chez Swann (in italiano, La
strada di Swann). Tuttavia, Debenedetti si è occupato del romanziere
francese già dal 1925; osserva Viviana Agostini-Ouafi: «Per capire l’importanza
dell’influenza di Proust sulla scrittura del critico, basta leggere l’incipit
di Rileggere Proust: come già nello
scrittore francese, vi si ritrovano la cosiddetta regola dei tre aggettivi,
le metafore del mondo della natura per
descrivere la vita intellettuale e il
lento ritmo del discorso spesso interrotto da incidentali» (p. 14).
Per Debenedetti,
molto prima delle teorie dell’ultima parte del XX secolo, quel che conta nella
traduzione (in particolare, in quella di testi proustiani) è l’atteggiamento
osmotico in quanto critico, l’immedesimazione partecipativa in quanto scrittore
e la scrittura mimetica in quanto traduttore. Quel che conta per lui è
riprodurre il ritmo tipico dell’autore, esattamente come pensava, al riguardo,
il Proust autore pregevole di pastiche.
Debenedetti scrive che anche lui per poter esprimere e restituire la musica dell’autore che
traduce, in questo caso, la malinconia di una patria perduta (o, come osserva
l’autrice del saggio, di una màtria),
deve annegar[e], fin quasi a perdere per un momento le tracce della propria
personalità (p. 15). Ma solo per un momento, giusto il tempo di cogliere la
nostalgia del tono originale e di riprodurlo, di «transducere» in definitiva l’ineffabile altrui.
A dire il vero, nel
1902, il filosofo Benedetto Croce aveva ammonito contro i rischi della lettura di
opere in traduzione, semplice traduzione o traslazione raffinata (per dirla con
Antoine Berman) che fosse. Convinto che essa svalorizzi e logori il testo
originale (giacché per l’Estetica
crociana l’opera d’arte è intraducibile), Croce raccomandava la lettura delle
opere nella versione primigenia. Orbene, nella società elitaria del primo
Novecento è fuor di dubbio che il francese fosse alla portata di molti, se non
di tutti; il tedesco era ben noto a Croce, ignoro se leggesse Tolstoj e
Dostojevski in versione originale, ma Croce e élite primonovecentesca a parte… e gli altri? Cambierà idea,
comunque, il filosofo – come ben rileva Viviana Agostini-Ouafi – quando,
leggendo Maximen und Reflektionen di
Goethe scoprirà che nella riflessione n. 436 lo scrittore tedesco elogia i
traduttori ed è oltremodo favorevole alla diffusione delle opere straniere in
traduzione, poiché facilitano una maggiore conoscenza delle stesse (Goethe
pensa a Shakespeare). Una cosa, questa, che era d’altronde già rilevabile nelle
pagine del Wilhem Meister (1796).
Tuttavia, Goethe – e Croce appresso a lui – preferiva una traduzione di tipo lineare,
non una traduzione come re-interpretazione del testo.
Cercherò di
spiegare con parole più semplici. Lasciando da parte la sempiterna diatriba tra
la brutta fedele e la bella infedele, in genere due sono
gli approcci a uno stesso testo da tradurre: o si privilegia la lingua di
origine o si favorisce la lingua di arrivo. Nel primo caso, avremo una
traduzione sourcière (da source, fonte), la quale privilegiando
la lingua originale porterà in sé elementi destabilizzanti in grado di produrre
un effetto perturbante sul lettore. Quest’ultimo infatti durante tutta la
lettura non potrà dimenticare che sta leggendo un testo «secondo», nel senso di
derivato, in quanto il traduttore ha
fatto in modo che la lingua di arrivo non sia perfettamente levigata, ma
risenta dell’esotismo originario. Al contrario, nel secondo caso, con la
traduzione cibliste (da cible, bersaglio), sarà la lingua di
destinazione a essere privilegiata. Conseguentemente, il lettore non avrà
nemmeno per un attimo la percezione di leggere un testo tradotto e sprofonderà
nella lettura come se quell’opera fosse stato concepita nella sua lingua.
Naturalmente (e per fortuna, aggiungo io) il traduttore non consegnerà mai un
lavoro a dorso di un asino (traduzione sourcière)
né a bordo di una macchina di Formula 1 (traduzione cibliste); costui cercherà di combinar capra e cavoli, perché – lo
si voglia o no – in ogni traduzione degna di questo nome c’è un traduttore
interpretante, ri-scrittore e talvolta persino artista.
Nel caso di
Debenedetti potremmo evocare il «mimotesto», vale a dire una traduzione alla maniera di. Tuttavia, ben imitare
lo stile di uno scrittore, restituirne i toni in un’altra lingua, è una
questione di empatia, rileva
Agostini-Ouafi, un sentimento artistico che, per motivi storici facili a
comprendersi, è spesso unilateralmente vissuto dal traduttore; un magnetismo, un’affinità elettiva come la chiama
George Steiner (Dopo Babele, Sansoni,
1984) che investe la traduzione (e prima ancora il traduttore) in maniera
totalizzante.
Tornando
all’esperienza di Debenedetti con il testo di Proust, l’empatia è esplicabile
in primo luogo per il fatto che tradurre il romanziere francese sia stata una
libera scelta, così come l’aver scelto questo testo e non un altro. Per lo
scrittore piemontese, tradurre Un amour de
Swann, significa rispecchiarsi in se stesso, ritrovare la strada di casa,
zappare l’orto del paesello, anche se è un orto che si trova in cima
all’Everest, giacché la scrittura originalissima proustiana non consente libertà linguistiche
sconsiderate.
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La locandina del film diretto da Volker Schlöndorff nel 1983
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Se andiamo a
confrontare la poetica debenedettiana con quella di un collega dell’epoca,
Walter Benjamin, troveremo molte analogie. Nel 1923, il filosofo tedesco scrive,
come premessa (ma probabilmente a corollario) della sua traduzione di alcune
poesie baudelairiane – i Tableaux parisiens –, un breve saggio avente
per titolo Die Aufgabe des Übersetzers
(Il Compito del Traduttore); in esso Benjamin sottolinea il principio
imprescindibile secondo il quale nel testo finale dovrà evidenziarsi la
traducibilità dell’opera iniziale (l’ineffabile
debenedettiano); nella traduzione dovrà ridestarsi, insomma, das Echo des Originals, vale a dire
l’eco dell’originale (la nostalgia del
tono originale di Debenedetti). E poiché è stata evocata una metafora,
Benjamin ne aggiunge un’altra che riguarda l’emplacement, il posto esatto che occupa la traduzione rispetto al
testo che consegna al lettore: se l’opera poetica è all’interno della foresta
del linguaggio, il testo alfine tradotto si porrà ai margini della foresta stessa,
sì da poterne percepire, appunto, l’eco.
Come dirà
Jakobson prima e Eco poi, con termini pressoché identici, tale traduzione dovrà
peritarsi di essere interlinguistica e non endolinguistica; infatti, occorre
ricordare che una metodologia traduttiva di tipo cibliste rischia di proporci testi «addomesticati». Nel caso di
Proust, Debenedetti lavorò per non
italianizzare la prosa dello scrittore più atipico e fecondamente classico del
Novecento francese. Sarà che a Benjamin – come a Debenedetti – non interessa per nulla il lettore inteso come
istanza di trasmissione? E che nella concezione debenedettiana il lettore è
visto in posizione passiva, mentre l’attiva è esclusivo appannaggio del
critico? Quale che sia la risposta, nessun compromesso è consentito, anche se –
come sottolinea Viviana Agostini-Ouafi – persino la scelta di un lemma come murmure, si rivelerà un terrapieno di
insidie. Il murmure proustiano
«rinvia piuttosto a [Anatole] France, al simbolismo e a una certa idea dello
stile elegante», mentre il facsimile mùrmure
(il «presque-même» di Jean-Charles Vegliante) debenedettiano aggiunge un
plusvalore poetico, giacché «rinvia il lettore italiano alla canzone di
Leopardi, alla koiné di Pascoli e di
D’Annunzio, ai poeti italiani del XX secolo» (p. 145).
Non solo (aggiungo
io): se poi a trasporre un capolavoro straniero è un artista, il rischio più
pericoloso sarà quello di prestare il proprio mondo poetico all’autore da
tradurre, sì da sconvolgere l’échafaudage,
il ponteggio stilistico originale. Nell’ultima parte del sostanzioso saggio di
Viviana Agostini-Ouafi, l’autrice conduce una ricerca accurata e un’analisi a
largo spettro sull’uso delle parole, soffermandosi sul loro riscontro poetico e
sulle semantiche del ritmo nel critico piemontese traduttore di Proust (e non
solo).
Ricapitolando: mai
ci si limita soltanto a tradurre; un tempo lo pensavano in pochi (tra i quali
Giacomo Debenedetti), oggi lo pensano in molti. E comunque la traduzione è il
risultato finale, la punta dell’iceberg di un’operazione che prevede dapprima l’interpretazione
del testo così come l’assunzione di una posizione critica rispetto al libro da
tradurre. Occorre inoltre un’empatia con l’opera e/o l’autore tradotti per
riuscire a captare e riprodurre l’eco dell’ineffabile,
vale a dire il ritmo, il senso, la musicalità, le malinconie, l’essenza del
testo che il traduttore restituirà in ri-scrittura con un’impronta personale finanche
nelle curve di una lettera dell’alfabeto. Per concludere, faccio un esempio
personale: anni fa, mi trovai confrontata ad alcune poesie croate da tradurre
in italiano. Dopo aver cercato di restituire il ritmo e lo stile di Vesna
Parun, ebbi il problema di re-interpretare la musicalità (sonorità cacofoniche
per un italiano) delle sillabe croate: piene zeppe di suoni taglienti,
durissimi e ripetitivi, che parevano riprodurre il frinire assordante delle
cicale in un pomeriggio estivo. Che fare? Riempire il testo italiano di simili
suoni non avrebbe avuto alcun significato; tanto più che la lingua italiana è
tanto più incalzante (e poetica) quanto più pullulante di liquide (l, m, n, r).
Fu il problema più arduo da risolvere,
per me, e in quel momento la traduzione linguistica si fece traslazione letteraria
o, se volete, transduzione interculturale.
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