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di Luca Succhiarelli
La confidenza me
l’ha fatta Andrea Camilleri. Nel corso del primo dei tre incontri che ho avuto
con lui, ad un certo punto, ha detto qualcosa che mi ha particolarmente
meravigliato. «Mi preoccupai
anche che questa serie venisse presentata brevemente, ma lucidissimamente, e
chiamai Ruggero Jacobbi per fare questo lavoretto. In tre minuti, quattro
minuti iniziali diceva cosa sarebbe successo».
Faccio subito un
passo indietro. Ne L’ombrello di Noè (Rizzoli, 2002) – libro al
quale, assieme a Le parole raccontate (come sopra, 2001), ha affidato le
proprie memorie sul teatro e lo spettacolo – Camilleri confessa: « (...) mi venne in mente di programmare un
azzardato ciclo dedicato al teatro dell’assurdo – lo chiamammo così pro bono
pacis – ed elaborai un ciclo che comprendeva il mio amato Adamov, Beckett,
Ionesco, Pinter, Mrożek, Schisgal».
L’idea, è facile immaginarlo, richiedeva,
pur negli anni Settanta, una buona dose di coraggio, nonostante le coeve
offerte del secondo canale Rai (il «Corriere della sera» di sabato 22 aprile
1978, a pagina 17, comunica la messa in onda, alle 20.40, dell’Amleto di Carmelo Bene). Servendosi
di “esche”, ossia di nomi popolari di grandi attori come Peppino De Filippo,
Lilla Brignone, Renato Rascel e Adolfo Celi (con il quale Jacobbi ha condiviso
l’esperienza brasiliana: si veda a riguardo Teatro in Brasile, Cappelli,
1961, pp. 120-121), in grado di catturare e sollecitare la curiosità di un
pubblico variopinto, quindi anche disavvezzo, e facendo precedere ciascuna
opera da una succinta (pochi minuti) ed eloquente introduzione, il regista e
scrittore di Porto Empedocle è riuscito a realizzare il progetto.
La mia ricerca ha innanzi tutto chiarito un
equivoco, piccolo ma che in un primo momento mi ha fatto deragliare. Camilleri
ha avuto modo di proporre e realizzare, per la Rete 2, un ciclo dedicato al
teatro dell’assurdo non nel 1978 – come ha dichiarato durante la lezione su
Samuel Beckett promossa dal Teatro di Pisa e tenuta il 10 febbraio 1997 (poi
trascritta ne L’ombrello di Noè, pp. 117-137; cfr. p. 133) –, ma,
presumibilmente, o sul finire del 1976 o agli inizi dell’anno successivo, come
suggerisce la data di trasmissione dell’opera che comincia il cerchio.
Harold Pinter ha aperto le danze, venerdì
21 gennaio 1977 alle ore 20.40 (così per il «Corriere della Sera»,
ma la scheda del programma consultabile nel catalogo multimediale Rai
indica come ora di trasmissione 00.00.01), con Il guardiano, nella
versione e nell’adattamento televisivo in due tempi di Edmo Fenoglio, che è
anche il regista. Per questa realizzazione l’autore ha autorizzato la
sostituzione dei nomi inglesi – e delle persone e delle località – con altri
italiani. Gli attori sono: Lino Capolicchio (Un giovane), Ugo Pagliai (Un
uomo) e Peppino De Filippo (Un vecchio). Antonio Capuano ha realizzato
le scene, i costumi e l’arredamento, mentre Angelo Sciarra ha curato le luci.
Venerdì 9
dicembre 1977 alle 21.50 è stata la volta de I dattilografi di Murray
Schisgal (nome che non compare nella scheda presente nel suddetto catalogo, che
tra l’altro indica quale ora 00.00.01), nella traduzione di Ettore Capriolo e
per la regia di Vittorio Melloni. Gli interpreti sono Claudia Giannotti, nei
panni di Sylvia Payton, e Roberto Bisacco in quelli di Paul Cunningham. Le
scene, i costumi e l’arredamento sono di Giorgio Luppi e le luci di Ludovico
Negri Della Torre.
Il 16 dicembre
1977, alle ore 21.50 (così per il «Corriere
della Sera» e il «Radiocorriere», mentre la scheda Rai addirittura
indica le 10.00.00), la seconda rete ha mandato in onda Le ricomparse di
Arthur Adamov nella traduzione di Gian Renzo Morteo, con Lilla Brignone (La
più felice delle donne e La madre), Giampaolo Saccarola (Edgardo)
e Alessandra Dal Sasso (Luisa).
Le scene sono di Paolo Bernardi; assistente all’arredamento è Isidoro
Borgognone; Maria Teresa Stella ha realizzato i costumi, mentre le luci sono di
Bruno Saccheri. La regia è di Andrea Camilleri, assistito da Lalla Cioci. Se ai
tempi della prima italiana di Come siamo stati, avvenuta all’interno del
2° Festival delle Novità (1957) al Teatro dei Satiri di Roma (Camilleri
racconta divertito i fatti ne L’ombrello di Noè, p. 118), i “vice”
scrissero di Adamov quale di uno «Scrittore
russo quarantenne che vive a Roma»,
«Uno scrittore tipicamente
intimista», «Un autore prolisso e
sentimentalistico», ora ne
parlano come di un «drammaturgo che
in tutta la sua opera non ha mai rinunciato alla battaglia per la libertà dell’individuo»
(«Corriere della Sera», venerdì 16 dicembre 1977, p. 19). Anche un solo passo
dell’articolo Teatro «congelato». «Le ricomparse» di Arthur Adamov,
apparso sul «Radiocorriere» (Anno LIV - N. 50, 11/17 dicembre 1977, p. 96), può
dimostrare quanto sia stata accidentata e difficoltosa la ricerca: «Arthur
Adamov si è avvelenato ed è morto nel 1970. Aveva 61 anni, viveva in un piccolo
appartamento a Parigi, frequentava poca gente, da tempo era malato. Fra i suoi
amici non c’erano Samuel Beckett (misantropo quel che basta per conto suo) né
Eugène Ionesco, ma insieme, negli anni Cinquanta, avevano formato, per chi s’occupava
di prosa, una specie di Santa Trinità del “teatro dell'assurdo” (un genere al
quale la Rete 2 dedica un ciclo di spettacoli cominciato la scorsa settimana
con I dattilografi di Murray Schisgal e che continuerà con Finale di
partita di Beckett)». È evidente la totale damnatio memoriae
inflitta a Il guardiano pinteriano andato in onda, per dire il vero
incomprensibilmente, quasi undici mesi prima.
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Adolfo Celi era Hamm nella versione televisiva (1977) di Finale di partita di Samuel Beckett, per la regia di Andrea Camilleri
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Il 23 dicembre
1977, alle ore 21.50 (qui la scheda Rai concorda), il secondo canale ha trasmesso
Finale di partita con Renato Rascel (Clov), Adolfo Celi (Hamm),
Mario Carrara (Nagg) e Rina Franchetti (Nell). Non a caso ultima regia beckettiana
di Andrea Camilleri, questa versione televisiva rappresenta un caso
limite. Atto conclusivo di un “rapporto” cominciato quasi venti anni prima con
il debutto ai Satiri (il regista di Porto Empedocle ha firmato nel 1958 la
prima italiana di Fin de partie), questo estremo tentativo di capire l’opera
di Samuel Beckett ri-realizzandola lo ha compiuto scortato da suoi fedelissimi
amici e collaboratori: le scene e i costumi sono infatti di Angelo Canevari e
le musiche sono state scritte e dirette da Vittorio Gelmetti. Rina Franchetti,
la quale già aveva recitato (assieme a Miranda Campa e Mario Chiocchio) nel Come
siamo stati diretto da Camilleri all’interno del 2° Festival delle novità
sabato 27 luglio 1957, aveva alle spalle il precedente beckettiano della
versione radiofonica camilleriana di Fin de partie (1961).
In un articolo
non firmato intitolato Nel vuoto di Beckett. «Finale di partita»
(«Radiocorriere», Anno LIV – N.51 18/24 dicembre 1977, p. 152) si può
leggere: «Continua il breve ciclo
dedicato dalla Rete 2 al “teatro dell'assurdo”, che si concluderà la prossima
settimana». Non recando (o non avendo voluto rivelare ai miei occhi) i
palinsesti da me consultati altre tracce oltre quelle segnalate (per quel che
riguarda Ionesco e Mrożek, dal catalogo multimediale della Rai e dai
quotidiani e settimanali dell’epoca non ho – per il momento – avuto riscontri),
possiamo considerare chiuso il cerchio e ritenere il ciclo composto da Il
guardiano, I dattilografi, Le ricomparse e Finale di
Partita?
La mia indagine
mi ha permesso di individuare, recuperare e acquistare (tra il 2008 e il 2009)
i video delle opere di Pinter, Schisgal e Adamov, con le rispettive
presentazioni di Ruggero Jacobbi (“ovviamente”
nelle schede del catalogo multimediale Rai il suo nome non figura, così come
nei palinsesti compulsati). Sembra invece essere stata cestinata la
premessa apprestata per Finale di partita, ma credo si possa continuare
a sperare: magari giace da qualche parte con i topi di Otokar Vavra.
Seduto per lo più
su una sedia girevole (nell’introduzione a I dattilografi appare con i
gomiti appoggiati su una grossa scrivania), Jacobbi dapprincipio mostra le
spalle al pubblico televisivo, poi si gira togliendosi gli occhiali e
cominciando a parlare. Il telespettatore può ascoltarlo e contemporaneamente
vedere alle sue spalle Atto senza parole di Samuel Beckett, nella
versione televisiva – con Angelo Corti unico protagonista – appositamente
realizzata da Camilleri e altrettanto intenzionalmente “distrutta”. Tagliato, spezzato,
rotto, in frammenti l’Acte sans paroles beckettiano doveva congiungere
le opere destinate a far parte del ciclo. La decisione di pausarlo, di renderlo
“servile” – sarebbe meglio dire funzionale? –, di romperne la continuità a
favore della circolarità, la leggo come una critica alla definizione – Teatro
dell’assurdo – entro la quale, pro bono pacis per l’appunto, sono state
racchiuse le opere.
Avrei voluto
concludere questo breve intervento trascrivendo (per poi commentare) le
introduzioni jacobbiane e pubblicando tre fotogrammi (uno per filmato). I
preamboli durano dai tre ai cinque minuti circa ciascuno (mentre i tre video
integrali, comprese le anzidette premesse, raggiungono le quattro ore), per un
totale di tredici minuti a voler esagerare. Mia intenzione sarebbe stata quindi
utilizzare una percentuale irrisoria di materiale. Fatta richiesta alla Rai, mi
son sentito rispondere che i diritti in questione contemplano la sola messa in
onda. Viene da chiedersi allora perché documenti così interessanti, anziché
essere riproposti, valorizzati e difesi, vengano fatti riposare senza pace nel
cestino multimediale mal catalogati e dimenticati.
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