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di Sarah Panatta
Un piccolo oggetto
tridimensionale la cui empirica consistenza sveli il confine, altrimenti
indefinibile, tra realtà e realtà sognata dal proprio subconscio, è l’ultimo totem tutelare contro l’inganno
prodotto da se stessi. I ricordi funestano come mine vaganti il processo di
edificazione fittizia che avviene nel sogno (ma non solo), indebolendo le
difese della psiche pur manifestandosi contemporaneamente quali confortanti
messaggeri o necessari custodi. La quotidianità materica è un fardello a stento
sopportabile, troppo limitata rispetto alla dimensione onirica ma
paradossalmente irrinunciabile, in quanto prova, riscatto, persino impensato
rifugio per l’uomo che tenta di navigare oltre le barriere dell’umanità stessa.
Questi e svariati altri gli assunti, lampanti o discretamente disseminati, nell’ambiziosa
pellicola di Christopher Nolan uscita questo autunno nelle sale italiane, Inception (USA 2010), alto prodotto
d’intrattenimento, nella cui raffinata patina tra decó e futurismo sfocia da un
lato l’ossessione del regista per i poteri oscuri della mente e la (im)possibilità
di controllarli, dall’altro l’arduo proposito di elaborare un personale
discorso sull’essenza del cinema. La complessità paventata e certamente
sopravvalutata dell’opera sta non tanto nei molteplici piani narrativi dello script
– incardinati con cura meticolosa, ma non esenti da qualche inutile lungaggine
– o nelle metafore che affiorano frequenti in qualsiasi nome, frase, disegno[1],
bensì nel conflitto irrisolto, nello scarto decisivo tra invenzione/intenzione
scenica e drammaturgica e riflessione di fondo, tra la maestosa riuscita delle
scelte estetiche e l’algida sterilità dei corrispettivi teorici.
Nolan si inserisce fastosamente
in un filone inaugurato all’alba degli anni 2000 dalla trilogia di Matrix (dei fratelli Wachowski) e in
parte dal delirio glamour di Fight Club
(di David Fincher). Egli reinterpreta la realtà digitale della “matrice” – universo
schematico “innestato” nelle menti degli esseri umani-cavia ridotti in un
perenne stato comatoso dalle macchine ribelli – convertendola in quella
impalpabile dei sogni, terreno/teatro di gioco di una squadra di “estrattori”
di idee, di umanissimi ladri che per mero scopo di lucro penetrano nei pensieri
altrui smascherandone i meccanismi difensivi e schiudendone i segreti. Cobb (Leonardo
Di Caprio) è a capo di un gruppo di impeccabili agenti della truffa, i quali
ordiscono architetture, ambientazioni plausibili, dove il loro subconscio (la
matrice) interagisce con quello di ignari ospiti, debitamente sedati nel corso
dell’operazione, del “sonno condiviso”. Nolan tratteggia con rapido pennello i
comprimari (dal Mister Saito dell’elegante Ken Watanabe al maniacale Arthur, la
rivelazione Joseph Gordon- Levitt), concentrandosi sul tormento di Cobb, scisso
e insonne come il personaggio fincheriano, assediato nei sogni dalla proiezione
molesta della moglie suicida Mal (la Marion Cotillard
del biografico La vie en rose) e
disposto ad una missione mai tentata prima per tornare negli States, dove pende
su di lui un’accusa di omicidio e dove lo attendono tuttavia i figli.
La prima sezione del film, che
presenta una struttura circolare come Memento
(USA 2000, dello stesso Nolan), è un lungo ma martellante prologo/antefatto, in
cui viene dipanato in parte il mondo di Cobb e dei suoi compagni ladri-spie e
viene innescata la motivazione delle azioni successive del protagonista e
insieme il nucleo, anche semantico, della pellicola: un sogno intelaiato su tre
distinti livelli, attraverso il quale Cobb e i suoi devono innestare, anziché
strappare, un’idea nella mente dell’imprenditore rampollo Fischer, cercando intanto
di non restare intrappolati nel “limbo”, l’angolo più recondito e sconfinato
del subconscio, in cui rischiano di perdersi, smarrendo per sempre il contatto
con la realtà concreta. Il giovane regista ha volutamente evitato il 3D,
ritenuto in tal caso accessorio superfluo, ed ha inserito i deflagranti effetti
speciali, quasi tutti artigianali e inediti[2], nel
flusso della narrazione, non quali espedienti di distrazione o accelerazione
adrenalinica, ma quali funzioni, interrelate, del racconto, creazioni in
itinere che sembrano poter riprodurre/provocare in tempo reale le dimensioni
oniriche nell’istante in cui vengono immaginate dai personaggi. Nel suo vortice
Inception perde però un tassello
ineliminabile, il collegamento tra l’immenso e potente impianto finzionale e la
filosofia accennata sotto traccia. Al di là del senso meta cinematografico
dell’intera operazione (l’arte come mezzo di raccordo ma anche di deviazione
tra verità e sogno, l’arte come sogno di altre verità, la verità dell’arte come
livello di percezione dell’uomo artefice-architetto e come infezione epidemica
di storie e pensieri…), il seme originale non germoglia, l’idea fondante non è
geniale e duratura quanto la trovata visiva (stesso difetto del film evento del
2010, Avatar di James Cameron).
Nel suo film che maggiormente
deraglia verso la spettacolarizzazione (prima di esso Il Cavaliere Oscuro e The
Prestige) Nolan si ritrova a combattere e a rimandare, infine, all’abusato
rovello shakespeariano, all’eterno dubbio sulla natura dell’uomo (contemporaneo)
senza fornire spunti di meditazione innovativi, portando con sé una meraviglia
che non evolve in inquietudine e/o in prolifica destabilizzazione (simile in
ciò ancora al sopra citato Avatar,
che partorisce un cosmo extra-ordinario che si offre ai fruitori sconfinando
letteralmente nel loro “piano” e mescola nel calderone una critica[3] al
militarismo e all’avidità anti ecologica
degli uomini). Mentre riguardo ad Inception
permane la sensazione di un eccellente ma fragile esercizio di stile, basta
tornare alle origini della filmografia di Nolan, per rintracciare in Memento (2000) il più genuino accordo
tra intenzioni e conclusioni che al regista britannico sia effettivamente mai
riuscito. In Memento Nolan avvia la
propria sperimentazione tecnica e teorica sul “fare” cinema e sulle metamorfosi
mentali dell’uomo, coniugando inestricabilmente, sin nel titolo, la
speculazione sui meandri e sulle apparenze dell’identità umana e la ricerca di
uno sguardo registico stratificato e simbiotico con la materia della sceneggiatura.
Il protagonista, Leonard, in seguito ad un’aggressione è affetto da
un’irreversibile perdita della memoria breve ed è costretto perciò a seguire un
“metodo” logico (appunti, tatuaggi) per ripercorrere le tappe della propria
quotidiana esistenza e per scovare l’assassino della moglie. Il film intercetta
a ritroso le vicende di Leonard, dall’assassinio di un suo conoscente alla
iniziale pianificazione della sua vendetta, concatenando una serie di flasback
e flasforward che si inseguono “fotografando” le intermittenze dei ricordi
dell’uomo, divenendo progressivamente più vividi e fugaci, depistando le attese
dei fruitori e scoprendo le vera identità del protagonista. Se all’inizio-epilogo
della pellicola la tragedia di Leonard sembra il non poter dominare e “sentire
il tempo” (della memoria), fatto che lo disumanizza ed estranea dalla stessa
realtà alla quale è tenacemente, nevroticamente ancorato con le sue polaroid e
i suoi post-it, nello scioglimento-incipit egli è ritratto nella creazione deliberata
di una propria dimensione, di “un puzzle da risolvere”, dove avere un qualsiasi
“John G da trovare” per ottenere una chance di sopravvivenza, sia al senso di
colpa che all’avanzare della divorante malattia. Credere in un mondo fuori
dalla propria mente per esistere ancora, per replicarsi con lievi varianti e
immutato movente nella routine auto distruttiva della vita è la tesi “innestata”
da Nolan in questo film indipendente ed eversivo, che contiene in nuce i
paradigmi poi sviluppati con disparati esiti dal regista.
Altra recente e controversa pellicola
mind-bender[4], che cela
nell’involucro ineccepibile di thriller hitchcockiano una riflessione sulla
memoria e sui meccanismi auto conservativi della psiche, è Shutter Island di Martin Scorsese (USA 2010), il quale – sposata
già con il fallimentare Aviator la
causa del blockbuster educato dalla maniera/mano autoriale – esplora i
territori inusitati del noir con sfumature psicologiche. Anche in Shutter Island, gioco di specchi e
“serrande” che alla galleggiante aeropittura di Inception preferisce scenografie monocromatiche e intenzionalmente
statiche, glaciali, la memoria e le sue aberrazioni scatenano la trama e
l’ingranaggio metanarrativo dell’opera. Il grande manicomio-prigione che si
impenna minaccioso e ovviamente tetro su un’isola di scogli nei pressi di
Boston è il fulcro degli eventi e il palco scenico sul quale l’investigatore
dell’FBI Teddy (ancora Di Caprio) cerca il bandolo di una matassa invisibile
(poiché mai esistita) e interpreta inconsapevolmente un ruolo all’interno del
quale si trincera da un altro, rifiutato sé, reo dell’indifferenza nei
confronti della follia della moglie omicida. Anziché frantumare lo sguardo sui
personaggi, Scorsese predispone un unico sentiero narrativo, seppellendovi una
quantità di silenziosi indizi (totalmente chiari solo ad una seconda visione),
a tratti esposti nella allucinazioni del protagonista, improvvisi squarci
cromatici e sonori, apparizioni materiche e seduttive[5] in
cui si rivela e libera il potere salvifico e insieme coattivo dei ricordi e del
subconscio. Nonostante l’esperienza di disgregazione e ricomposizione dell’io e
il cammino di espiazione affrontati da Teddy costituiscano un’interessante,
metaforica raffigurazione delle alternative identitarie prospettare dall’uomo a
se stesso (e dall’arte all’uomo), Scorsese non si sporge al di là della
confezione efficace e dell’effimero scuotimento emotivo, senza sfiorare
l’introspezione lacerante nelle doppiezze taglienti e soffocanti dell’animo umano
(tipiche nel cinema di Cronenberg, da Inseparabili
a History of violence) o indagare con
coraggio irriverente i confini e le corrispondenze angoscianti tra finzione
cinematografica e realtà (in tutta l’opera di Linch, ma soprattutto nei livelli
onirici che si scontrano in un noir atipico come Mullholland drive), affaticandosi(ci) dietro un magnifico ma
autoreferenziale labirinto.
[1]
Alcuni sono volutamente esplicativi: la studentessa universitaria reclutata dal
protagonista, Cobb (che in sanscrito significa “sogno”), si chiama Ariadne
(Arianna) su modello dell’eroina greca reduce dal labirinto del Minotauro
sull’isola di Creta, ed è un architetto specializzato nell’ideazione di
labirinti e in “paradossi”, soluzioni architettoniche ingannevoli; l’“architetto”
di sogni, che genera la dimensione onirica in cui successivamente si infiltra,
è analogo all’artefice, inteso come creatore d’arte e di illusioni, e dunque al
regista, che genera una realtà parallela verosimile ma inesistente; l’acqua,
protagonista dei più imponenti effetti scenici – nel primo sogno, quando
irrompe dalle vetrate del transatlantico di Saito, quella del fiume, nel sogno
a tre livelli, quella del mare, nel limbo in cui precipita Cobb – è
strumento-simbolo di risveglio, catarsi, meccanismo di sopravvivenza e al
contempo di auto illusione.
[2] Basti
pensare al corridoio roteante in cui è sospeso J. Gordon-Levitt nell’albergo,
architettura del secondo livello del sogno centrale del film, o alla città che
piega su se stessa duplicandosi nel sogno-training in cui Cobb addestra
l’intraprendente Ariadne.
[3]
Critica alla quale risulta probabilmente funzionale l’elementarità del plot,
parossistica se confrontata con l’apparato scenico iper tecnologico e che tenta
uno sconvolgimento plurisensoriale dello spettatore. La cattura fisica nella
quarta dimensione ideata da Cameron si rivela tuttavia un viaggio a breve
scadenza, seppur estremamente affascinante, ed anche qui la pseudofilosofia di
base non produce scintille di innovazione.
[4]
Pellicola rompicapo che ingaggia una sfida cerebrale con il fruitore,
spingendolo in un labirinto di informazioni, sotto trame e riferimenti
nascosti, spesso nuovamente scompaginati dal finale, basti pensare a Blade runner, tipico esempio di
fantascienza mind-bender, al quale Nolan fa esplicito omaggio-richiamo, usando
la trottola per Cobb come Ridley Scott usava l’unicorno (ma nella director’s
cut) per il “cacciatore” Deckard.
[5]
Magistrali la rievocazione del suicidio di un comandante delle SS nel campo di
concentramento dove Teddy ricorda/immagina di aver sfogato la propria violenza
sull’ormai inerme esercito tedesco, e quella dell’incendio che divora la casa e
la moglie del protagonista. In entrambi la forte carica simbolica del sangue e
della neve-cenere investe seppur istantaneamente la coscienza del fruitore,
lasciandolo scivolare nel piacevole inganno visivo così elegantemente
imbandito.
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