di
Tiziana Colusso
Probabilmente questa liberazione di Aung San Suu Kyi – leader birmana della
democrazia e Premio Nobel per la Pace 1991 – da parte del regime militare che usurpa
il potere in Birmania dalla fine degli anni ’80 non è l’ultimo atto della
storia, ma solo una tappa provvisoria. Forse, come denunciano alcune
organizzazioni di diritti umani, si tratta di una mossa dei militari per
distrarre l’opinione pubblica internazionale dalle recenti elezioni truccate e
far togliere l’embargo ancora vigente. Tuttavia, poiché Aung San Suu Kyi è un simbolo, oltre che
erede di una fiera famiglia dedita al proprio paese, mi è sembrato giusto
riprendere su queste pagine il filo di un discorso che avevo iniziato con un
articolo sulla rivista “Buddismo & Società” nel 1994 e continuato proprio
su “Le Reti di Dedalus” nel 2007, in occasione della
rivolta di monaci e monache buddisti in Birmania (preferisco continuare ad
usare il nome tradizionale del paese, invece del termine imposto di Myanmar). In
quell’occasione avevamo anche avuto qualche preziosa dichiarazione della
studiosa e sindacalista Cecilia Brighi, che da anni si occupa della Birmania. Non
torneremo quindi ad esaminare la situazione generale, storica, politica ed
economica, del paese, dal momento che proprio questo era l’argomento
dell’articolo del 2007, al quale rimandiamo.
Vorremmo invece soffermarci
qui sullo status di Aung San Suu
Kyi di lezione
vivente, come è stato autorevolmente detto da più parti. Siamo convinti che
sia di questo tipo di riflessioni che ha urgente bisogno la gestione della Res Publica, impropriamente detta
politica, visto che ormai l’orizzonte non è più certo quello della polis ma quello del pianeta tutt’intero.
Proprio la parola “orizzonte” ha usato
il nostro presidente Napolitano – uno
degli ultimi baluardi della presentabilità dell’Italia sullo scenario
internazionale – per descrivere la liberazione del Premio Nobel per la Pace Aung San Suu Kyi,
indicandola come segno di apertura di “nuovi
orizzonti per la pace”.
Quando mi capita di
leggere o rileggere i libri di Aung San Suu Kyi, studiosa di
filosofia, scienze politiche ed economia presso prestigiose università
occidentali prima ancora che “pasionaria” della
democrazia nel suo paese, l’orizzonte che si apre è
anzitutto quello della mente, altrimenti chiusa, strizzata e avviluppata in un
copione comunicativo nazionale ritrito, con frasi stantie di decenni, guerre di
posizione, dichiarazioni calibrate sulle alleanze più che sui contenuti. Discorsi
di squadre, tattiche, sgambetti, al punto che passando il lunedì al bar si
fatica a capire a volte se l’argomento sia il pallone o la politica. E poi
belletti, balletti e bulletti televisivi e tutta la tiritera che risparmio a
chi legge perché le parole dette o ascoltate scavano solchi nella mente e in
questi solchi, fecondi o di latrina, è destinato a cadere ogni seme di pensiero
e lì germogliare o imputridire.
Aung
San Suu Kyi, che da sempre
usa pettinare i propri pensieri con l’aratro quotidiano della meditazione
buddista, il giorno della sua liberazione
si è mostrata agli sguardi di tutto il mondo come una donna fragile, segnata
dal tempo, eppure coraggiosa nel suo farsi amorevolmente sballottare senza
ripari dalla folla dei sostenitori. Una donna elegante nell’acconciatura
tradizionale di fiori freschi, elegante nel sorriso ed elegante anche nelle
parole, quando dichiara la sua ferma intenzione di lottare per ottenere la
democrazia nel suo paese ma evita di usare parole di guerra verso il regime
militare, anzi ripete di non provare rancore:“Credo nello
Stato di diritto e nei diritti umani. Non nutro ostilità verso chi mi ha tenuta
in arresto”.
Una frase che forse è
sfuggita nel tumulto degli eventi degli ultimi giorni, e che invece racchiude
esattamente ciò che fa la differenza tra l’approccio alla politica e alla
Storia di questa signora orientale e ogni altro tipo di approccio. Non si
tratta certamente di “buonismo”, ma di una ben profonda coerenza con i principi
buddisti che sono stati la guida dell’intera sua vita – insieme alla
consapevolezza del dovere di proseguire il lavoro politico del padre – e che
fanno di lei appunto una “lezione vivente”.
Aung
San Suu Kyi è una lezione vivente perché la sua esperienza
unisce in una composizione particolare e irripetibile una serie di elementi
diversi: la sua vicenda personale di figlia di un eroe della resistenza
birmana, Aung San, ucciso dagli avversari nel 1947,
quando Suu Kyi aveva due
anni; la vicinanza di una madre che invece di chiudersi in una triste vedovanza
aveva tenuto viva l’azione del marito ed era stata anche ambasciatrice in
India; una forte preparazione storica e culturale, approfondita durante gli
anni a Oxford, dopo il matrimonio con un orientalista inglese; una incrollabile
fede nei principi buddisti della nonviolenza e del dialogo, che le ha permesso
di attraversare miracolosamente indenne – come il proverbiale fiore di loto nel fango citato
negli apologhi buddisti – decenni di prigionia, aggressioni, campagne
diffamatorie, isolamento; nonché, aggiungerei, un’attitudine tutta femminile a
ciò che gli inglesi definiscono “to care”, il
prendersi cura, preoccuparsi per qualcuno o qualcosa con sollecitudine e
compassione: è profondamente significativo che la sua decisione, nel 1989, di
lottare in prima persona per la democrazia del suo paese si sia manifestata insieme alla cura che in quel momento Suu Kyi prestava alla madre
morente. Curare la madre che l’aveva messa al mondo, voler guarire dal male
della dittatura la terra nella quale era nata e al tempo stesso onorare la
memoria del padre morto per difendere la libertà della Birmania, deve essere
stato per Suu Kyi uno stesso gesto di amore e di
gratitudine: almeno io così lo immagino, con la miracolosa esattezza che ci
danno i principi buddisti rispetto alla non-distinzione tra singola persona e
ambiente (principio di esho-funi,
in giapponese), in una rete dove tutto è coerente dal principio alla fine.
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Aung San Suu Kyi
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I libri di Aung
San Suu Kyi sono una fonte
inesauribile di lucidità storica e di saggezza etica, senza che si possa mai
distinguere veramente l’una dall’altra. In Italia ne sono tradotti alcuni,
segnalo a chi è interessato due libri editi entrambi da Sperling & Kupfer, il primo, Lettere
dalla mia Birmania, è una raccolta di saggi su vari argomenti; il secondo,
che è anche il mio preferito, ha il bel titolo programmatico Libera dalla paura. Secondo la leader
birmana, infatti, prima ancora che scacciare i dittatori è necessario scacciare
da se stessi tutto ciò che rende possibile l’insorgenza delle dittature: Un popolo che vuole costruire una nazione in
cui siano fermamente stabilite istituzioni salde e democratiche (…) deve
anzitutto imparare a liberare la propria mente dall’apatia e dalla paura”. Questo
accento sulla necessità della trasformazione personale per ottenere una
trasformazione storica vera e stabile rappresenta la differenza fondamentale
con altre dottrine politiche, nelle quali si tende piuttosto a demonizzare
l’avversario che a riconoscere e colmare le proprie manchevolezze. Nel libro di
Aung San Suu Kyi questo approccio è molto chiaro e ripetuto in vari
punti:
“L’autentica rivoluzione è quella dello spirito, nata dalla convinzione
della necessità di cambiamento degli atteggiamenti mentali e dei valori che
modellano il corso dello sviluppo di una nazione. Una rivoluzione finalizzata
semplicemente a trasformare le politiche e le istituzioni per migliorare le
condizioni materiali ha poche probabilità di successo. Senza una rivoluzione
dello spirito, le forze che hanno prodotto le iniquità del vecchio ordine
continuerebbero ad operare, rappresentando una minaccia costante al processo di
riforma e rigenerazione. Non basta limitarsi ad invocare libertà, democrazia e
diritti umani. Deve esistere la determinazione compatta di perseverare nella
lotta, di sopportare sacrifici in nome di verità imperiture, per resistere alle
influenze corruttrici del desiderio, della malevolenza, dell’ignoranza e della
paura”.
Tale approccio ha contribuito a
fare di Aung San Suu Kyi un simbolo, ossia una persona che trascende se stessa
per diventare una voce universale. Essere un leader carismatico implica una
responsabilità estrema di fronte a se stessi e al mondo ed espone al rischio di
“culti della personalità”. Nel caso di Suu Kyi questo non è avvenuto perché i suoi saldi principi
buddisti e gli anni passati a fare la madre di famiglia prima di gettarsi nella
lotta in prima linea l’hanno vaccinata, per così dire, da tentazioni di
protagonismo o di fanatismo: nel suo porsi di fronte alle sfide non ha la boria
del comandante in capo della rivoluzione e neppure l’astratta prosopopea
dell’ideologo. Ne è conferma un’altra frase glissata nel suo primo discorso
pubblico dopo la liberazione: “Devo rimanere in salute, solo quando avremo
ottenuto la democrazia tornerò ad essere una vecchia signora”. Anche questa
è una bella lezione per i leader politici, maschi e femmine, che si ostinano a
voler sembrare “eroi giovani e belli” con tutti i capelli e i denti luccicanti,
ottenendo solo l’effetto di sembrare patetiche cartoline taroccate del potere.
Aung
San Suu Kyi è una donna
fisicamente minuta, ma resa forte da una caparbia determinazione, come ha
giustamente osservato l’arcivescovo sudafricano Desmond Tutu, il quale con
delicata ironia ha dichiarato di essere
“colpito dal fatto che le tre
donne insignite del Nobel per la pace – Madre Teresa, Rigoberta
Menchù e Aung San Suu Kyi – condividono la
caratteristica di essere piuttosto minute fisicamente ma con una formidabile
statura morale”.
L’augurio che vorremmo farle è di
poter finalmente riunire le molti parti di sé: la figlia del generale Aung San, eroe dell’indipendenza birmana dal regime
coloniale, la moglie, madre, donna di cultura e fervente buddista, insomma
quell’essere straordinario che durante i lunghi anni dei suoi arresti
domiciliari, sorvegliata a vista da guardie armate, ha alternato – secondo la testimonianza di chi ha potuto
avere qualche raro contatto con lei – lo studio dei sutra alla preghiera, le ore di
esercizio al pianoforte alla stesura di discorsi politici, una cura della casa
minuziosa e la progettazione di vaste riforme sociali ed economiche per lo
sviluppo del suo paese: insomma Aung San Suu Kyi tutta intera, lezione vivente per ognuno di noi,
nessuno escluso.