PRIMO PIANO
DOPO LA LIBERAZIONE
La ‘lezione vivente’ di Aung San Suu Kyi


      
Dopo 15 anni di arresti domiciliari la 65enne leader birmana, Premio Nobel per la Pace nel 1991, è stata finalmente rilasciata dai militari del duro regime dittatoriale che governa da molte decadi il paese ribattezzato Myanmar. Che mossa politica sia, lo capiremo nei prossimi mesi, ma intanto bisogna sottolineare che la capacità di resistenza e l’impeccabile stile personale ed etico di questa donna straordinaria, sono anche dovuti ai principi filosofico-religiosi buddhisti che hanno informato la sua esistenza. La sua rivoluzione democratica passa per la necessità di una trasformazione interiore, di un cambiamento di rotta spirituale.
      



      


di Tiziana Colusso

 

 

Probabilmente questa liberazione di Aung San Suu Kyileader birmana della democrazia e Premio Nobel per la Pace 1991 – da parte del regime militare che usurpa il potere in Birmania dalla fine degli anni ’80 non è l’ultimo atto della storia, ma solo una tappa provvisoria. Forse, come denunciano alcune organizzazioni di diritti umani, si tratta di una mossa dei militari per distrarre l’opinione pubblica internazionale dalle recenti elezioni truccate e far togliere l’embargo ancora vigente. Tuttavia, poiché Aung San Suu Kyi è un simbolo, oltre che erede di una fiera famiglia dedita al proprio paese, mi è sembrato giusto riprendere su queste pagine il filo di un discorso che avevo iniziato con un articolo sulla rivista “Buddismo & Società” nel 1994 e continuato proprio su “Le Reti di Dedalus” nel 2007, in occasione della rivolta di monaci e monache buddisti in Birmania (preferisco continuare ad usare il nome tradizionale del paese, invece del termine imposto di Myanmar). In quell’occasione avevamo anche avuto qualche preziosa dichiarazione della studiosa e sindacalista Cecilia Brighi, che da anni si occupa della Birmania. Non torneremo quindi ad esaminare la situazione generale, storica, politica ed economica, del paese, dal momento che proprio questo era l’argomento dell’articolo del 2007, al quale rimandiamo.

Vorremmo invece soffermarci qui sullo status di Aung San Suu Kyi di lezione vivente, come è stato autorevolmente detto da più parti. Siamo convinti che sia di questo tipo di riflessioni che ha urgente bisogno la gestione della Res Publica, impropriamente detta politica, visto che ormai l’orizzonte non è più certo quello della polis ma quello del pianeta tutt’intero.

Proprio la parola “orizzonte” ha usato il nostro presidente  Napolitano – uno degli ultimi baluardi della presentabilità dell’Italia sullo scenario internazionale – per descrivere la liberazione del Premio Nobel per la Pace Aung San Suu Kyi, indicandola come segno di apertura di “nuovi orizzonti per la pace”.

Quando mi capita di leggere o rileggere i libri di Aung San Suu Kyi, studiosa di filosofia, scienze politiche ed economia presso prestigiose università occidentali prima ancora che “pasionaria” della democrazia nel suo paese, l’orizzonte che si apre è anzitutto quello della mente, altrimenti chiusa, strizzata e avviluppata in un copione comunicativo nazionale ritrito, con frasi stantie di decenni, guerre di posizione, dichiarazioni calibrate sulle alleanze più che sui contenuti. Discorsi di squadre, tattiche, sgambetti, al punto che passando il lunedì al bar si fatica a capire a volte se l’argomento sia il pallone o la politica. E poi belletti, balletti e bulletti televisivi e tutta la tiritera che risparmio a chi legge perché le parole dette o ascoltate scavano solchi nella mente e in questi solchi, fecondi o di latrina, è destinato a cadere ogni seme di pensiero e lì germogliare o imputridire.

 

Aung San Suu Kyi, che da sempre usa pettinare i propri pensieri con l’aratro quotidiano della meditazione buddista, il giorno della sua liberazione  si è mostrata agli sguardi di tutto il mondo come una donna fragile, segnata dal tempo, eppure coraggiosa nel suo farsi amorevolmente sballottare senza ripari dalla folla dei sostenitori. Una donna elegante nell’acconciatura tradizionale di fiori freschi, elegante nel sorriso ed elegante anche nelle parole, quando dichiara la sua ferma intenzione di lottare per ottenere la democrazia nel suo paese ma evita di usare parole di guerra verso il regime militare, anzi ripete di non provare rancore:Credo nello Stato di diritto e nei diritti umani. Non nutro ostilità verso chi mi ha tenuta in arresto”.

Una frase che forse è sfuggita nel tumulto degli eventi degli ultimi giorni, e che invece racchiude esattamente ciò che fa la differenza tra l’approccio alla politica e alla Storia di questa signora orientale e ogni altro tipo di approccio. Non si tratta certamente di “buonismo”, ma di una ben profonda coerenza con i principi buddisti che sono stati la guida dell’intera sua vita – insieme alla consapevolezza del dovere di proseguire il lavoro politico del padre – e che fanno di lei appunto una “lezione vivente”.

Aung San Suu Kyi è una lezione vivente perché la sua esperienza unisce in una composizione particolare e irripetibile una serie di elementi diversi: la sua vicenda personale di figlia di un eroe della resistenza birmana, Aung San, ucciso dagli avversari nel 1947, quando Suu Kyi aveva due anni; la vicinanza di una madre che invece di chiudersi in una triste vedovanza aveva tenuto viva l’azione del marito ed era stata anche ambasciatrice in India; una forte preparazione storica e culturale, approfondita durante gli anni a Oxford, dopo il matrimonio con un orientalista inglese; una incrollabile fede nei principi buddisti della nonviolenza e del dialogo, che le ha permesso di attraversare miracolosamente indenne –  come il proverbiale fiore di loto nel fango citato negli apologhi buddisti – decenni di prigionia, aggressioni, campagne diffamatorie, isolamento; nonché, aggiungerei, un’attitudine tutta femminile a ciò che gli inglesi definiscono “to care”, il prendersi cura, preoccuparsi per qualcuno o qualcosa con sollecitudine e compassione: è profondamente significativo che la sua decisione, nel 1989, di lottare in prima persona per la democrazia del suo paese si sia manifestata insieme alla cura che in quel momento Suu Kyi prestava alla madre morente. Curare la madre che l’aveva messa al mondo, voler guarire dal male della dittatura la terra nella quale era nata e al tempo stesso onorare la memoria del padre morto per difendere la libertà della Birmania, deve essere stato per Suu Kyi uno stesso gesto di amore e di gratitudine: almeno io così lo immagino, con la miracolosa esattezza che ci danno i principi buddisti rispetto alla non-distinzione tra singola persona e ambiente (principio di esho-funi, in giapponese), in una rete dove tutto è coerente dal principio alla fine.




Aung San Suu Kyi


I libri di Aung San Suu Kyi sono una fonte inesauribile di lucidità storica e di saggezza etica, senza che si possa mai distinguere veramente l’una dall’altra. In Italia ne sono tradotti alcuni, segnalo a chi è interessato due libri editi entrambi da Sperling & Kupfer, il primo, Lettere dalla mia Birmania, è una raccolta di saggi su vari argomenti; il secondo, che è anche il mio preferito, ha il bel titolo programmatico Libera dalla paura. Secondo la leader birmana, infatti, prima ancora che scacciare i dittatori è necessario scacciare da se stessi tutto ciò che rende possibile l’insorgenza delle dittature: Un popolo che vuole costruire una nazione in cui siano fermamente stabilite istituzioni salde e democratiche (…) deve anzitutto imparare a liberare la propria mente dall’apatia e dalla paura”. Questo accento sulla necessità della trasformazione personale per ottenere una trasformazione storica vera e stabile rappresenta la differenza fondamentale con altre dottrine politiche, nelle quali si tende piuttosto a demonizzare l’avversario che a riconoscere e colmare le proprie manchevolezze. Nel libro di Aung San Suu Kyi questo approccio è molto chiaro e ripetuto in vari punti:

“L’autentica rivoluzione è quella dello spirito, nata dalla convinzione della necessità di cambiamento degli atteggiamenti mentali e dei valori che modellano il corso dello sviluppo di una nazione. Una rivoluzione finalizzata semplicemente a trasformare le politiche e le istituzioni per migliorare le condizioni materiali ha poche probabilità di successo. Senza una rivoluzione dello spirito, le forze che hanno prodotto le iniquità del vecchio ordine continuerebbero ad operare, rappresentando una minaccia costante al processo di riforma e rigenerazione. Non basta limitarsi ad invocare libertà, democrazia e diritti umani. Deve esistere la determinazione compatta di perseverare nella lotta, di sopportare sacrifici in nome di verità imperiture, per resistere alle influenze corruttrici del desiderio, della malevolenza, dell’ignoranza e della paura”.

 

Tale approccio ha contribuito a fare di Aung San Suu Kyi un simbolo, ossia una persona che trascende se stessa per diventare una voce universale. Essere un leader carismatico implica una responsabilità estrema di fronte a se stessi e al mondo ed espone al rischio di “culti della personalità”. Nel caso di Suu Kyi questo non è avvenuto perché i suoi saldi principi buddisti e gli anni passati a fare la madre di famiglia prima di gettarsi nella lotta in prima linea l’hanno vaccinata, per così dire, da tentazioni di protagonismo o di fanatismo: nel suo porsi di fronte alle sfide non ha la boria del comandante in capo della rivoluzione e neppure l’astratta prosopopea dell’ideologo. Ne è conferma un’altra frase glissata nel suo primo discorso pubblico dopo la liberazione:  Devo rimanere in salute, solo quando avremo ottenuto la democrazia tornerò ad essere una vecchia signora”. Anche questa è una bella lezione per i leader politici, maschi e femmine, che si ostinano a voler sembrare “eroi giovani e belli” con tutti i capelli e i denti luccicanti, ottenendo solo l’effetto di sembrare patetiche cartoline taroccate del potere.

Aung San Suu Kyi è una donna fisicamente minuta, ma resa forte da una caparbia determinazione, come ha giustamente osservato l’arcivescovo sudafricano Desmond Tutu, il quale con delicata ironia ha dichiarato di essere  colpito dal fatto che le tre donne insignite del Nobel per la pace – Madre Teresa, Rigoberta Menchù e Aung San Suu Kyi – condividono la caratteristica di essere piuttosto minute fisicamente ma con una formidabile statura morale”.

 

L’augurio che vorremmo farle è di poter finalmente riunire le molti parti di sé: la figlia del generale Aung San, eroe dell’indipendenza birmana dal regime coloniale, la moglie, madre, donna di cultura e fervente buddista, insomma quell’essere straordinario che durante i lunghi anni dei suoi arresti domiciliari, sorvegliata a vista da guardie armate, ha alternato –  secondo la testimonianza di chi ha potuto avere qualche raro contatto con lei – lo studio dei sutra alla preghiera, le ore di esercizio al pianoforte alla stesura di discorsi politici, una cura della casa minuziosa e la progettazione di vaste riforme sociali ed economiche per lo sviluppo del suo paese: insomma Aung San Suu Kyi tutta intera, lezione vivente per ognuno di noi, nessuno escluso.

 

 

 

 




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