di Simona Cigliana
Alla vigilia
dell’anno centenario del futurismo, che è stato così denso di celebrazioni e di
nuovi studi, è uscito in Francia un importante libro che è purtroppo passato
quasi inosservato in Italia. Si tratta di un ampio studio di Serge Milan, che
ha per oggetto i fondamenti “filosofici” del futurismo, quella base di
convinzioni teoriche e di principi speculativi di cui i manifesti del movimento
sono variamente disseminati – e che troppo spesso sono stati liquidati come
frutto di una immaginazione esagerata e di uno stile tonitruante, di una
estemporanea esaltazione poetica, di una ben calcolata strategia di
spiazzamento e di fascinazione del pubblico. In realtà, Marinetti, nel corso
dei suoi anni “eroici” di caposcuola, era andato elaborando, in maniera
asistematica e randomica, apodittica e frammentaria, cioè in puro stile
novecentesco, un articolato sistema di pensiero che ha tutte le prerogative per
poter ambire alla qualifica di sistema filosofico, sia pure sui generis. La filosofia marinettiana
non manca certo di contraddizioni e di eccessi, di eccentricità e di ossimori,
tanto che gli uomini del suo tempo finirono col considerarla «una meravigliosa
facezia» ispirata
da una “terroristica” volontà di provocazione tout court. Sono occorsi quasi cento anni perché si cominciasse a
prenderla sul serio: pur tuttavia, i contenuti concettuali dei testi in cui tale
“filosofia” si articola sono espressione di una ben riconoscibile visione del
mondo e di una coerente gnoseologia.
Il volume di cui
si diceva in apertura e che si intitola L’antiphilosophie
du Futurisme. Propagande, idéologie et concepts dans les manifestes de
l’avant-garde italienne (Lausanne, L’Age d’Homme, 2009), ha dunque prima di
tutto il pregio basilare di voler penetrare nel cuore della ideologia
marinettiana e della Weltanschauung futurista
e di assumersi con serietà l’ingrato compito di un censimento e di una analisi ravvicinata
dei temi che l’accumulo iperbolico e paradossale dell’immaginazione
marinettiana declina in innumerevoli varianti. Senza lasciarsi fuorviare dal
carattere destrutturato dei manifesti, dalla pletora di testi eterocliti che
teorizzano sui temi più diversi, lo studioso francese, Maître de Conference e
Direttore del Dipartimento di Langue, Littérature et Civilisation italienne
dell’Università Sophia Antiopolis di Nizza,
proseguendo sulla linea interpretativa globale del movimento inaugurata da Pär
Bergman, Luciano De Maria, Enrico Crispolti e Giovanni Lista, intraprende uno
studio metodico del futurismo dal punto di vista concettuale e tematico,
esaminando le rappresentazioni e i valori che ne sostanziarono l’azione e che
ebbero importanti ricadute non solo sul versante artistico ma anche sul piano
ideologico, propagandistico e pubblicitario.
Tesi ed assiomi
della poetica marinettiana sono esaminati come elementi di una struttura che ha
tutte le prerogative per poter ambire alla qualifica di sistema filosofico.
Sistema “filosofico” proprio perché – secondo la fortunata definizione di
Giovanni Papini – essenzialmente «anti filosofico», ostile ad ogni saggezza
contemplativa, erudita e “definitiva” e perciò dinamico, alogico, teso ad
assimilare sempre nuovi elementi – e tuttavia fondato su alcune nozioni-chiave,
volto a concettualizzare il senso di fenomeni universali e di pulsioni umane e
a formulare assunti sui fondamenti ontologici della vita e del cosmo.
Sulla
base di circa duecento testi esaminati – sui cinquecento circa tra manifesti,
articoli, proclamazione, saggi o documenti vari prodotti dalla «Direzione del
Movimento futurista» –, Milan procede a un raggruppamento semantico dei
contenuti, poi disposti diacronicamente e comparati in funzione delle sfumature
impressevi dalle diverse personalità che furono firmatarie dei documenti. Da
questo insieme, si evidenzia una architettura di principi, da Marinetti stesso
costituiti ed elevati a complesso autonomo e autoreferenziale e spesso
propagandati come dogmi di una nuova
religione: quella cui egli usava riferirsi come «la religione-morale della
velocità». La conoscenza di questi principi non solo sarebbe stata utile sul
piano conoscitivo ma, secondo Marinetti,
avrebbe giocato un ruolo fondamentale in quell’opera di trasformazione
globale alla quale i futuristi si dicevano chiamati a collaborare attivamente.
Sul piano morale e politico, l’etica eroica che Marinetti divisava a se stesso
e ai suoi sodali è infatti finalizzata a modificare globalmente e radicalmente
l’uomo, la patria e il mondo sia sotto l’aspetto della vita materiale che sotto
il profilo dello spirito, in nome di un postulato al medesimo tempo spaventoso
ed esaltante: la legge dell’incessante divenire, iscritta, come slancio vitale
e come implacabile statuto, nei fondamenti stessi dell’universo, secondo una inarrestabile
dinamica di morte e di rigenerazione che sarà pure alla base del fondamento
mitico su cui si innalza l’edificio del futurismo.
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Fortunato Depero, Marinetti temporale patriottico - Ritratto psicologico, 1924
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L’imponente
lavoro comparativo svolto da Serge Milan sui testi del futurismo gli permette
di condurre un esercizio ermeneutico ricchissimo di riferimenti culturali,
capace di inseguirne le tracce dissimulate fin nelle pieghe del rutilante
periodare di Marinetti. Ne deriva uno studio critico che offre un panorama
vasto, e per certi versi inquietante, dello sprofondamento e della riemersione
di Marinetti nel mare dell’immaginazione mitopoietica, e che, nello stesso
tempo, investe i principali centri di interesse teorico del movimento,
riuscendo a sciogliere e a chiarire diversi nodi concettuali del pensiero
futurista e a riportarli ad una visione complessiva che si articola, in maniera
analoga ad un impianto filosofico “tradizionale”, su convinzioni di ordine
cosmologico, ontologico, antropologico, etico oltre che, naturalmente, poetico
ed estetico.
Questo complesso
di assiomi e corollari si declina nei testi marinettiani sotto forma di
racconto mitico o scandito come un elenco di postulati: in tutti i casi, i
concetti di cui si compone sono esaltati da una retorica declamatoria e
oracolare, diretta a soggiogare il nuovo pubblico, in particolare il pubblico
giovanile ed urbano. «Il mito marinettiano – afferma Milan – contrariamente al
mito classico, di cui i dialoghi platonici come Fedro, Il simposio o La
Repubblica offrono gli esempi più conosciuti, non ha funzioni illustrative
e sintetiche, allegoriche e mnemotecniche. Si tratta piuttosto di emozionare il
lettore, di turbarlo prima della rivelazione, come per sottolineare l’origine
metaforica e alogica del discorso, che, prima di costituirsi come tale,
interroga di mistero, pegno del suo valore di verità. Si tratta anche di
rinviare questo discorso a un’origine primordiale», ad una fonte di saggezza
cosmica e ulteriore (p. 19).
Marinetti non
rinuncerà mai alla modalità gnomica del racconto mitico nella stesura dei suoi
testi ideologici, anche quando si appellerà alla forza evocativa degli ordigni
meccanici o a argomentazioni di ordine scientifico somministrate come verità
indiscutibili. Sin dagli esordi del Manifesto di Fondazione, il dettato marinettiano
si snoda sullo sfondo una potente visione cosmologica: l’esaltazione del
fervore, della frenesia e delle «forze ignote», l’amore del pericolo e della
ribellione, l’estetica della velocità e della poesia vittoriosa, il canto delle
folle agitate dal lavoro e dalla sommossa, l’esaltazione dei transatlantici,
delle locomotive e degli aeroplani sono presentati come diversi aspetti di un
cosmo costituito da forze antagoniste in perpetuo movimento, danza universale
di elementi in moto protesi verso il cambiamento e, dunque, verso il futuro. Da
subito, le tematiche letterarie compaiono indissolubilmente legate a un’etica
aggressiva e ad una cosmologia al tempo stesso esplicita e oscura, «cosa che – sottolinea
Milan – permetterà a questo testo di accedere a una ricchezza di senso che ne
fa, retrospettivamente, uno dei testi fondatori dell’arte del XX secolo» (p.
23).
Di fatto,
Marinetti attinge alle fonti classiche della filosofia e della cultura
occidentali, ma straniandone il senso e ridisegnandone il profilo sull’orizzonte
della modernità: una modernità che, nella lotta ingaggiata con le proprie
radici, dimostra tutta la sua inquietante e non risolta ambivalenza.
Elementi di
atomismo presocratico e influssi orientaleggianti, reminiscenze eraclitee,
suggestioni bibliche si mescolano ai riferimenti a Schopenhauer, a Nietzsche, a
Bergson, a Sorel e all’evoluzionismo lamarckiano. E contemporaneamente, man
mano, si sviluppa e dispiega, in Marinetti, una attitudine divinatoria, una
sorta di «sciamanesmo meccanico», in forza del quale il capo del futurismo si
presenta come interprete dell’oscura e misteriosa vita delle macchine. Per
comprendere la quale, egli appronterà una serie di dispositivi cognitivi che
fanno capo ad una ambiziosa gnoseologia, che si propone di comprendere
l’essenza della vita e dell’universo «a colpi di intuizione», secondo un
processo che ha il suo perno nella analogia. Lontano dal determinismo di marca
positivista e anche dal materialismo darwiniano, Marinetti predica una «religione-morale
della velocità», «l’essenza divina del caso e dell’azzardo», la persistenza di
una «vibrazione universale» che permea ogni cosa: tutto il cosmo gli appare
come un flusso incontrollato di forze e di energia immateriale e vivente.
La pedagogia
futurista si basa su queste premesse: scuola di ebbrezza e di eroismo, di
coraggio e di aggressività, ha per fine di strappare il pubblico alla passività
quotidiana, di sintonizzarlo con il movimento vitale dell’infinito e di
esaltarlo in una atmosfera dinamica, elettrizzata dalla poesia e dell’arte.
Anche l’etica futurista della guerra si presenta, a ben vedere, come funzione
di questa legge dinamica che elabora il divenire attraverso la competizione e
la lotta per la sopravvivenza. E pure la distruzione, vista come fase
propedeutica all’avvenire – in una prospettiva di rivoluzione catastrofica che
fu cara anche a Sorel –, si inquadra in questo scenario. Distruzione e
creazione vanno così sempre di pari passo in Marinetti, che su queste basi
elabora un suo piano di educazione antipassatista a tutto orizzonte, con il
fine di svecchiare un’Italia ammalata di parassitismo spirituale, di mendicità
estetica, di burocrazia e di lentezza professorale.
Alla luce di
questo vasto studio sul pensiero di Marinetti e dei suoi seguaci, in forza di
una prospettiva metodologica inedita e rigorosa, appare chiaro insomma che l’irrazionalismo
aggressivo del futurismo deve essere compreso alla luce di una necessità etica
e ontologica, di un’aspirazione a vivere la vita intensa della materia e ad
accrescere il fervore entusiasta della vita universale. Il movimento cosmico,
il gesto violento, la corsa in automobile e il volo aereo, la produzione
industriale e le comunicazioni urbane, l’asserzione perentoria del «noi»
avanguardista e la ricerca ossessionante del conflitto, in una parola: la
velocità e la guerra celebrate dal futurismo non si riducono, insomma, in alcun
modo ad un motivo estetico. E fatalmente, alla luce del sistema elaborato da
Marinetti, si tradurranno anche in un imperativo collettivo e patriottico,
nazionalista e imperialista, che non potrà non suonare gradito al nascente
regime.
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Maurizio Cattelan, Him, 2001
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Ma il portato
rivoluzionario del futurismo, fondamentalmente ribelle e anarchico, se si
dimostrerà capace di accendere gli animi nei primi anni di ascesa della
dittatura, non potrà essere considerato alla lunga uno strumento sicuro e fidato.
Ai regimi, la libertà dell’arte non piace e fa paura. Lo dimostra anche la
vicenda del futurismo in Germania, al quale è dedicato il recentissimo libro di
Marina Bressan, «Der Sturm» e il
futurismo, (Edizioni della Laguna, 2010),
studio critico e ricchissima antologia di documenti che ha per filo conduttore le
vicende svoltesi tra il 1912 e il ’40 attorno alla rivista fondata da Herwarth
Walden, voce più autorevole dell’espressionismo tedesco, aperta ad ogni
avanguardia.
In Germania,
spiega il risvolto di copertina del libro, «l’arte futurista, percorsa da
dinamismo come esaltazione lirica della velocità, da simultaneità come
espressione lirica della moderna concezione della vita, suscitò indignazione e
feroce polemica in critici e giornalisti, interesse ed entusiasmo in tanti
artisti, curiosità e scalpore nei colti berlinesi, insaziabili di novità e
pronti ad accogliere le proposte di altri Paesi». Il futurismo si radicò
proficuamente in Germania, complice la rivista di Walden, che continuò a
pubblicare manifesti e opere futuriste anche dopo il conflitto mondiale. A
Berlino, negli anni Venti, dove si è stabilito Ruggero Vasari, le mostre e le
pubblicazioni futuriste si susseguirono numerose, sempre patrocinate da
Marinetti, che ricorda il fervore artistico e gli entusiasmi di quel periodo in
La grande Milano tradizionale e futurista,
dove pure fissa le sue impressioni berlinesi in una composizione paroliberista
dedicata a Postdamer Platz.
Ma negli anni
Trenta l’atmosfera cambia rapidamente. Il progetto di Vasari, volto ad
assicurare al futurismo fascista un ruolo nella cultura nazionalsocialista,
fallisce miseramente: né Rosenberg né Goebbels considerano il futurismo affidabile.
L’accusa di essere un prodotto della cultura ebraica destinato sconvolgere l’anima
artistica in Germania rivolta all’espressionismo viene estesa presto
all’avanguardia italiana. Nel 1934, viene inaugurata ad Amburgo una grande
mostra di aeropittura, che, per il suo impianto guerresco, ha superato la
censura. Riproposta a Berlino dopo un mese, la stessa mostra viene tuttavia
snobbata dalle autorità; il partito nazista, che afferma di conoscere benissimo
i sentimenti antitedeschi che l’accademico Marinetti cova nell’animo, accusa il
futurismo di rappresentare un caso di pericolosa interferenza straniera nella
politica artistica del regime. Nel 1937, Hitler, in visita alla Mostra d’Arte
Italiana moderna e contemporanea allestita nella capitale, rifiuta di entrare
nella sala del futurismo: anche questo è ora assimilato all’arte degenerata,
sospettato di ebraismo e bolscevismo. Marinetti non si arrende, tuona,
protesta, scrive articoli, li invia a molte testate a Berlino, a Parigi, a
Milano: ma anche in Italia nessuno ormai li pubblica più.
Chissà se non fu
anche l’ombra di questi sospetti, nonché il progressivo isolamento e la perdita
di prestigio patita in Italia, che spinse Marinetti a partire, a quasi
sessantacinque anni, per la campagna di Russia? Ne tornò stanco e malato. A
lui, che si credeva dotato di una energia inesauribile, restavano ormai solo
pochi mesi di vita.