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di
Enrico Pietrangeli
Si
è svolta all’inizio di ottobre a Nettuno la Fiera dell’Editoria di Poesia, o
meglio un Festival dei Poeti che, quasi sottovoce e all’ultimo minuto, si è
identificato con un’autentica
maratona poetica, in termini qualitativi come pure rappresentativi. In tanti
hanno affollato il palco nel cortile e le relative sale allestite oltre l’area
espositiva editoriale, come pure diversi sono stati gli spazi riservati agli
addetti ai lavori. Particolarmente seguiti, tra i tanti, gli incontri
predisposti da Lietocolle, Linfera e Akkuaria. L’emozione di ritrovarsi
insieme, scoprirsi e confrontarsi ha prevalso un po’ tutti nell’incessante
andirivieni di persone che giungevano persino da Treviso, Venezia ed altre
località, senza neppure porsi il pregiudizio poco poetico di non esser stati
selezionati al concorso; questo, di per sé, è già un trionfo della Poesia.
Esemplare in tal senso quanto ponderato da Rocco Paternostro, presidente della
giuria di Detto-Scritto, sulla logica e lo spirito di un concorso. Spesso,
infatti, una società mediatico-competitiva come la nostra non riesce più a
intendere che chi vince non è “detto” che sia il migliore e, a maggior ragione,
capace di testimoniare un futuro “scritto”, soprattutto quando si tratta di
Poesia. Si rammenta che questo concorso si è distinto per la sua sezione
performativa, parte integrante nel bando, ed è stato determinate nel creare
quel clima osmotico e di continuità dello spettacolo poetico, che non è mai
venuto meno.
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Tomaso Binga, Senza titolo, 2010
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Il
Tavolo dei Poeti, iniziativa che ha riscosso numerose adesioni oltre a quelle
di Detto-Scritto, riporta ad un clima più equilibrato nell’interazione tra
esordienti e professionisti ancora possibile, proprio come nel ’79, ma senza
debordare in atteggiamenti equivoci. Se Tomaso Binga e la sua avanguardia
espressiva sono di fatto evocativi dello spirito di tempi andati (ma sempre
attuali), la trasgressione, con la relativa ricerca e il suo contraltare di
dolore nel clima degli anni Settanta, viene ancor meglio incarnata da Antonio
Veneziani mentre ripropone il suo Brown
sugar, significativo poemetto d’epoca ripubblicato da Castelvecchi nonché
corpo integrato in una beat generation praticata più che elaborata in seno alla
cosiddetta scuola romana, a partire dai contenuti, dal poeta italiano, a
tutt’oggi, tra i più vicini a quel mondo. Chiara Daino, della sezione del
quartetto performativo, ha interpretato la forma trasgressiva di anni ed
esperienze ben più recenti e che vogliono ricondurre, nella provocazione, la
destrutturazione della forma verso una rievocazione teatrale di un ruolo
poetico dissociato ma nondimeno saldamente presente, vissuto nelle
amplificazioni di tensioni emotive attraverso un logorroico, ma a tratti anche
estatico, delirio versificato in dialogo.
“Quinta
lirica”, sezione coordinata da Francesco De Girolamo nel pomeriggio del sabato,
ha visto emergere le istrioniche e sarcastiche stravaganze comico-poetiche di
Matteo Capogna che, per certi versi, ricordano un Corbière fuoriuscito oltre
un’ipotetica linea sancita da Castel Porziano. Nondimeno, alla stessa stregua di
ben altri percorsi già scorsi su due ruote nella sempre feconda e creativa
Sicilia, torna la tradizione dei cantastorie, con Giovanni Di Salvo e il suo Meli e Feli. A tal proposito, anche in
una sezione video, compariva un debito omaggio etimologico sulla CicloPoEtica durante la prima delle tre
giornate no-stop trascorse insieme. Complessivamente si è trattato di una
manifestazione che, nelle sue circostanze poetiche, ha saputo spontaneamente
determinare precise etiche, a partire dall’originalità dei contenuti e senza
prendere a prestito o pretesto, parafrasando, altrove. Molto gradito, anche per
il collegamento realizzato in streaming, il laboratorio poetico di Letizia
Leone, seguito da più persone che con lei hanno informalmente interagito
godendo anche della simultaneità di più eventi, a partire dalla Sala del
Camino, perlopiù utilizzata per una serie di videoproiezioni a tema, ma anche
mostre e istallazioni, come quelle situate nello spazio de Le Casette e che,
tra gli altri, hanno visto protagonista l’emblematica flemma del deflagrante
estro di Gianni Piacentini.
Emily, Gabriella e le
Altre, conversazione con Gabriella Sica, ha
contraddistinto la sezione che prende spunto da una recente opera dell’autrice
aprendosi per andare oltre i confini della pubblicazione, a partire dalla
stessa Dickinson che, nelle “Altre”, vede correlate evoluzioni delle poetiche
al femminile del Novecento, ma anche importanti ascendenti come la Bronte e la
Barrett. Una poesia che, soprattutto, è espressione di dignità e libertà al
femminile e già ai tempi, la Dickinson, per preservarla non esitò ad evitare
pubblicazioni. Nel frattempo il mercato editoriale è divenuto alla portata di
tutti nella lusinga della facile pubblicazione, mentre la poesia, per sua
natura, non ha mercato ma soltanto una lunga gestazione di tempo che ne filtra
sporadici, postumi clamori. Quello dell’editoria, peraltro, è un dibattito che
non solo ha avuto luogo attraverso specifici interventi volti al coinvolgimento
del pubblico, come quello di Beppe Costa e Monica Maggi, ma anche tramite i
social network, in un vivace ed aperto confronto comunque finalizzato al
dialogo nella poesia da parte di tutti. Con Lidia Gargiulo e il suo raffinato e
semplificativo gusto alla rivisitazione dei classici ci si è avventurati, con l’intramontabile
Catullo, negli inevitabili nodi e le nuove opportunità che caratterizzano da
sempre la traduzione, per entrare in un mondo che, nella grande tradizione, si
è cinto di un’aura di eterno nell’integro effluvio poetico che lo preserva,
proprio di quel carattere di unicità non riproducibile a banale uso e consumo,
così come lo stesso Benjamin già avverte nel dilagare di una società di mercato
sulla produzione artistica. Dante Maffia, insieme a Giorgio Linguaglossa e
Maria Teresa Ciammaruconi, hanno ulteriormente intensificato un complessivo
coinvolgimento nonostante un insidioso sole pomeridiano che, a dire il vero,
non è quasi mai mancato a coronare questo evento di fine stagione.
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Lino Strangis, Still da Ying Aoyun, video, 2009
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Un
dibattito suggellato dall’incipit de La
Biblioteca di Alessandria, con versi capaci di una grande tensione
evocativa e visionaria intervallati da digressioni a tutto campo su poeti e
intellettuali che hanno animato la più vivida Roma nel corso degli anni
Settanta. Attraverso Dario Bellezza e Gregory Corso, ormai accomunati dalla
stessa terra ma non del tutto sottratti all’oblio dei più nel cimitero degli
Inglesi, sono scorsi, inevitabilmente, i riferimenti più sentiti. Numerose sono
state le positive testimonianze di critici, poeti e semplici intervenuti giunte
agli organizzatori e, sia per spazio che per organicità del discorso, ne
vengono riportate solo alcune parole che lo stesso Maffia ha voluto tributare
alla manifestazione, possibile sintesi di un comune auspicio per future
premesse. “In tre giorni avete mosso mezzo mondo creando un interesse e una
partecipazione che sono davvero cose rare oggi che l'indifferenza verso l'arte
è quasi trionfante”. “È stato un bel tuffo in un mondo che andrebbe sempre più
vivificato e reso visibile”. Se Castel Porziano, nella memoria dei più datati come
pure nell’inconscio di chi non c’era, ha rappresentato di per sé un ideale nel
vuoto comunicativo con la platea poetica susseguito, a Nettuno ci sono stati
tutti i segnali di un risveglio compartecipato per la poesia contemporanea.
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