L’enciclica dell’anno traverso
Non stiamo a ricapitolare come sia scemata la
magnetizzazione papale sulle masse fino a divenire praticamente inesistente,
con parallela perdita di risorse. Il papa è ormai una figura isolata, che
continua a essere ereditata per una tradizione che permane tra pochi, con una
elezione che tuttavia si svolge quando occorre; l’ultima si è svolta in un
appartamentino alla periferia di Roma, in località Tor Tre Teste. Una figura
che c’è, ma che si confonde tra la folla. Come si può confondere l’erede al
trono del Portogallo.
Un tempo i discorsi del papa erano sorretti dagli spot
pubblicitari, che lo interrompevano ogni pochi minuti, ma poi l’ascolto si è
talmente abbassato che questo contributo è venuto a mancare.
Quindi eccolo, col suo vestito bianco spento, consunto
alla fine della veste, e papalina in capo. Non è riconoscibile in quanto la
gente oggi si abbiglia in ogni modo. Un
abito simile è andato anche di moda tra i giovani insolenti tempo addietro e
ancora capita di incontrarlo indossato da qualche tipo qualunque che lo mette
in mancanza d’altro.
Il papa vuole pubblicare l’ennesima enciclica. È un
testo in cui si emettono giudizi su un tema, giusti in stile passato ovvio in
quanto ancorati a un remoto comandamento di fondo. Non può essere altrimenti
per una voce svuotata, non incidente sugli ascoltatori procedendo nella propria
assorbita tradizione. Una voce che tuttavia prova a insistere verso la cieca
prospettiva che si schiude tra le spalle della moltitudine.
È necessario trovare un nuovo editore. Gli viene
indicato un nominativo che forse può rispondere al caso. L’indirizzo è questo,
e il papa prende l’autobus per raggiungere il posto. Si tratta delle Edizioni
Carognini. La sede si trova al primo piano di un palazzo che sembra molto
frequentato da cinesi. Il papa entra in un corridoio angusto e oscuro, pervaso
da un sottile aroma di soffritto, quindi imbocca la porta della stanza in cui
si trova la casa editrice. Nella stanza un paio di librerie in confusione
estendono l’ammucchiarsi del cartaceo sul piano di un tavolino, dietro cui
Carognini in persona siede. È un uomo di mezza età, di mezza misura, grasso e
abbastanza lustro, con occhiali da sole. Dietro di lui, sulla parete, una
dozzina di quadri a varie altezze, collezione di un appassionato evidentemente.
Sono soggetti molto vivaci, anche nella loro drammaticità, per esempio un
pagliaccio che piange, con due grosse lacrime cristalline.
Il papa si è seduto dinanzi mentre l’editore ha
trovato tra le carte il testo dell’enciclica e lo sfoglia qua e là, con le sue
dita tozze, facendo finta di leggere qualcosa.
“Ma di che parla questo libretto?”
“è una
denuncia contro gli incendi dolosi dei boschi” – risponde il papa – “che
costituiscono anche un affronto alla provvidenza…”
“Ma non sono stati già tutti incendiati i boschi?” –
risponde l’editore con un rigurgito di buon umore.
Si viene al pratico. C’è da pagare una certa somma,
poi si avrà il cinquanta per cento della tiratura di seicento copie. “Come,
seicento? Ne occorrerebbero diecimila”. L’editore solleva gli occhiali e sgrana
gli occhi, inaspettatamente azzurri acquosi: “Ma lei sa quanto costa la carta
oggi?”
Si concorda per ottocento, con la somma da pagare
cresciuta di più in proporzione e il dieci per cento sulle copie vendute. Alle
parole “copie vendute” l’editore accenna un tentennamento sconsolato con la
testa.
Si tratta di dare fondo a un risparmio messo insieme
con qualche sacrificio, ma dopo un paio di mesi è fatta, il libretto è pronto.
Alle mani e agli occhi impazienti del papa si presenta deludente, nel suo
aspetto insignificante, formato esiguo e infima qualità cartacea, scrittura
poco leggibile.
Si troverà nelle librerie? Dove si potrebbe fare una
presentazione? Per questa andrebbe bene quella saletta del piccolo cinema
sconsacrato, ovvero chiesa sconsacrata in cui si è fatto cinema prima della
chiusura. Invitando alcuni monsignori, di cui si spera non sia cambiato o
scomparso il numero telefonico. Chissà cosa fanno? Sempre che poi accettino.
In una scatola di cartone stanno le quattrocento copie
dovute. È un bel peso. Insorge adesso il dubbio: a chi effettivamente mandarle?
La posta è cresciuta molto di prezzo, non c’è più affrancatura per le stampe, e
spesso non consegna la corrispondenza che si perde non si sa dove.
È opportuna una verifica della distribuzione in giro
per le librerie della città. Il libro, il libretto, è introvabile.
Una telefonata all’editore: “Mi scusi, ma il libro è
introvabile” – “Ma come, sta di sicuro alla libreria Pierandrei”.
Il papa si reca qui, e un commesso, dopo lunga
riflessione e ricerca ne trova una copia, in una scaffalatura in basso.
Purtroppo la copertina si è piegata pigiando male tra altri libri ed ha formato
un orecchio.
***
Luce
– materia
Nell’uomo del futuro, ormai passato, non più la
velocità meccanica ma la velocità ambigua, del lontano già qui, che possiede e
non possiede le cose. I messaggi arrivano in sé. È la volontà che li fa
sentire, apparire. Se ancora di volontà si può parlare, dato che le scelte
impregnano e sfuggono nel liquido, nel brodo globale. Ci si concentra su un
fatto, e dato che la mente è collegata, viene in mente, entro la sollecitazione
delle ultime notizie. Si può cambiare verso avendo ben esercitato una
ginnastica del diaframma. Il mal di testa è tecnologico. L’avventura
convenzionale assale, schiacciante, tanto che la vera avventura nei confronti
di questa appare pallida, incomprensibile in tanti dettagli fuori luogo.
Ma non è di prodigi spettacolari o concettuali che si
vuole trattare, di libri di storia letti
nel sonno o di panini imbottiti illusori, più cari dei veri, mangiabili per
fanatici in linea, quanto del primato della luce divenuta materia nelle sue
applicazioni più comuni utilitarie.
Esistono tutte le vecchie cose, si sono anzi involute in una semplicità pigra, ma per
ottenerle non si devono più adoperare le risorse della terra. Non si devono più
abbattere degli alberi per fare della carta, della stoffa, delle tavole da
costruzione. Esiste la carta, ci si compiace di leggere un giornale all’antica,
ma la carta di questo giornale è programmata per essere visibile tangibile per
pochi giorni. Ecco un giornale di una settimana fa, ovvero il suo spettro
galleggiante nello spazio che non conosce aria, scritture come vibranti sciami
sottintesi, figure annegate nella nebbia, ancora qualche ora e più niente.
I mobili della casa, quando cominciano a passare di
stile, prima di scomparire divengono soffusi soffici. Si sprofonda nel divano.
Il bicchiere, se è abbastanza nuovo e resistente, affonda un poco nel piano del
tavolo.
E gli abiti? In questo caso il problema si pone. Si
vede subito se uno indossa una giacca un po’ passata: si comincia a intravedere
al di sotto una camicia che traspare in una canottiera simil epidermide. Ma è
una posa un po’ snob, perché non ci sono teoricamente poveri: una specifica
generica pioggia mediatica di luce grigia sbava raggiungendo comunque tutti
sufficientemente. C’è poi chi splende. Magari in segreto, e lampeggiante a
tratti in svelato segreto.
Le strade sono piene di mondezza: frammenti
luccicanti, si spengono, ma altri sopravvengono. Sono tornate le lucciole,
svolazzando ferme, da dilagate a minute.
(Si chiama anima un prodotto che si condensa in una
sagoma elettroide: è ancora costoso rappresentarlo in una completa confezione
meta gel, illuminata di sé).