LETTURE
DAVIDE DALMIGLIO
      

Nuvole a Vapore

Onyx Editrice, Roma 2010, pp. 58, € 12, 00

    

      


di Francesca Fiorletta

 

Vapore magmatico e sprezzante, salmastro, non caliginoso; vapore post-atomico, tempestivo di nubifragio, fragoroso di guerriglia, imberbe. Persevera, sporca, resta attaccato addosso il manto grondante che strizza le nuvole alfabetiche, mai affabulatorie, della raccolta poetica di Davide Dalmiglio, vincitore del Premio Nazionale di Poesia edita “Opera Prima - Città di Penne - Fondazione Piazzolla” per l’anno 2010.

Prova scanzonata di scrittura derisoria, versi intrisi di venereo afflato, demistificante sbadiglio di “realismo onirico” che, come sottolinea Mario Lunetta nella prefazione al testo, non sembra spartire alcun podio con la corriva produzione poetica odierna, per lo più imbellettata da piangenti autocelebrazioni intimiste nient’affatto autoironiche.

Se del narcisismo pure trabocca indiscusso dai versi salaci di Dalmiglio, nell’indugiare macilento sullo sfiancante risico dei ruoli pubblicitari, sulle crude fisicità mercificate, su una virilità scodinzolante di rimbrotti, si tratta pur sempre di una sorta di miniatura del superomismo, che mai adombra l’incattivito disgusto per un agire sociale e politico ormai scevro del benché minimo raziocinio, non dissimulando l’acredine fintamente rassegnata, goffamente platealizzata per la deriva emotiva e scrittoria che ottenebra il panorama artistico e individuale presente, in cui non resta che cedere ai compromessi per non correre rischi, ammansire spersonalizzazioni per non approfondire l’indagine, sospirare sospetti accidiosi confidando in fallaci vaticini di massa, salvo poi, delusi ma non ancora pienamente disillusi, bestemmiare contro un cielo tutt’altro che rassicurante: appunto, nuvoloso.

Sia chiaro, non siamo certo al cospetto di un improvvido moralizzatore obnubilato dalle tardive sirene dell’ammiccamento modaiolo da santone new age; forse, se degli archetipi vanno ricercati, l’io poetante può assumere giocosamente le sembianze di un novello Prometeo, coi piedi ben ancorati a terra, con lo sguardo vigile su un retroterra dalle contraddizioni radicali, che si aggira famelico in un pittoresco nugolo di avvoltoi stancamente involuti, sorreggendo da spavaldo equilibrista un effimero pulviscolo di idee industriali, di nostalgie gassose, di aspettative meteorologiche.

In questo limpidissimo carosello di nebbie avversative, la sfida atavica e impudente del verso pacificamente militarizzato viene condotta innanzi tutto verso se stesso, con continui spunti e rimandi lessicali spiazzanti, in una soppesata leggerezza semantica che, bruscamente, si ritorce contro il proprio andamento seducente e ritmato, sincopando e dissonando improvvisamente le aspettative di chi legge, divertito e inconsapevole, riconoscendosi nelle ombreggiature morbide dei corpi, indignandosi per l’irriverenza acidula delle stereotipizzazioni. 

Ma la rincorsa dispettosa è innanzi tutto verso l’utilizzo stesso di una lingua che raramente si perdona sintagmi vanesi, in una sovraesposizione dialettica che mai si concede facilonerie in saldo, non lesinando asperità marcatamente provocatorie, specchio paludoso di una coscienza accaldata, febbrilmente assetata, che scuote le sue demoniache nuvole civiche nell’ansia di un corrosivo, c’est à dire salvifico temporale.

 

È una location di nuvole a vapore contro il cielo

spianate barocche sulla trapunta medioevale

per sfoltirsi, potare periferie e brecce taglienti

fino al grumo gemmato, la sequenza posticcia

di abbeveratoi e mangiatoie designate, licenziate

 

Aperitivizzati, ci incontriamo e scambiamo

citandoci addosso, fra scorci e minute visioni

erezioni compunte fra libri e lucine, piccine

smarrimenti monacali, deboli (anche quelli)

pentimenti di fine corso, dopolavoro ripieno

 

Il feticcio nodoso randella le voci in sfoglie

delicate, invita ai fanghi benessere lungo

il fronte lunare, la postazione interinale

la circonvoluzione passerellante nei vicoli

le nuvole a vapore, ora in condensa cranica

 

è rimasto lo spaventapasseri bifronte, evergreen

del senso di colpa scadenzato a libere cambiali

ormai, soltanto Stalin e non più Stalingrado

il feticcio colorato (non più sinistro) rinnovato

la città è dimenticata, squadrata, cementificata

 

L' aria è ferma dei cristalli, si scuote appena

nel – grado alzo zero – della scrittura militante

ma c’è sempre un ticchettio sinistro in fondo

all’arcobaleno tracciante dei mitra, sulla frontiera

sogna pure farfalle, per ogni passo ci sono tre mine

 




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