di
Francesca Fiorletta
Vapore
magmatico e sprezzante, salmastro, non caliginoso; vapore post-atomico,
tempestivo di nubifragio, fragoroso di guerriglia, imberbe. Persevera, sporca,
resta attaccato addosso il manto grondante che strizza le nuvole alfabetiche,
mai affabulatorie, della raccolta poetica di Davide Dalmiglio, vincitore del Premio
Nazionale di Poesia edita “Opera Prima - Città di Penne - Fondazione Piazzolla”
per l’anno 2010.
Prova
scanzonata di scrittura derisoria, versi intrisi di venereo afflato,
demistificante sbadiglio di “realismo onirico” che, come sottolinea
Mario Lunetta nella prefazione al testo, non sembra spartire alcun podio con la
corriva produzione poetica odierna, per lo più imbellettata da piangenti autocelebrazioni
intimiste nient’affatto autoironiche.
Se del
narcisismo pure trabocca indiscusso dai versi salaci di Dalmiglio, nell’indugiare
macilento sullo sfiancante risico dei ruoli pubblicitari, sulle crude
fisicità mercificate, su una virilità scodinzolante di rimbrotti, si tratta pur
sempre di una sorta di miniatura del superomismo, che mai adombra l’incattivito
disgusto per un agire sociale e politico ormai scevro del benché minimo
raziocinio, non dissimulando l’acredine fintamente rassegnata, goffamente
platealizzata per la deriva emotiva e scrittoria che ottenebra il panorama
artistico e individuale presente, in cui non resta che cedere ai compromessi
per non correre rischi, ammansire spersonalizzazioni per non approfondire l’indagine,
sospirare sospetti accidiosi confidando in fallaci vaticini di massa, salvo
poi, delusi ma non ancora pienamente disillusi, bestemmiare contro un cielo
tutt’altro che rassicurante: appunto, nuvoloso.
Sia chiaro,
non siamo certo al cospetto di un improvvido moralizzatore obnubilato dalle
tardive sirene dell’ammiccamento modaiolo da santone new age; forse, se
degli archetipi vanno ricercati, l’io poetante può assumere giocosamente le
sembianze di un novello Prometeo, coi piedi ben ancorati a terra, con lo
sguardo vigile su un retroterra dalle contraddizioni radicali, che si aggira
famelico in un pittoresco nugolo di avvoltoi stancamente involuti, sorreggendo
da spavaldo equilibrista un effimero pulviscolo di idee industriali, di
nostalgie gassose, di aspettative meteorologiche.
In questo
limpidissimo carosello di nebbie avversative, la sfida atavica e impudente del
verso pacificamente militarizzato viene condotta innanzi tutto verso se stesso,
con continui spunti e rimandi lessicali spiazzanti, in una soppesata leggerezza
semantica che, bruscamente, si ritorce contro il proprio andamento seducente e
ritmato, sincopando e dissonando improvvisamente le aspettative di chi legge,
divertito e inconsapevole, riconoscendosi nelle ombreggiature morbide dei
corpi, indignandosi per l’irriverenza acidula delle stereotipizzazioni.
Ma la
rincorsa dispettosa è innanzi tutto verso l’utilizzo stesso di una lingua che
raramente si perdona sintagmi vanesi, in una sovraesposizione dialettica che
mai si concede facilonerie in saldo, non lesinando asperità marcatamente
provocatorie, specchio paludoso di una coscienza accaldata, febbrilmente
assetata, che scuote le sue demoniache nuvole civiche nell’ansia di un
corrosivo, c’est à dire salvifico temporale.
È una location di nuvole a vapore contro il cielo
spianate
barocche sulla trapunta medioevale
per
sfoltirsi, potare periferie e brecce taglienti
fino al
grumo gemmato, la sequenza posticcia
di
abbeveratoi e mangiatoie designate, licenziate
Aperitivizzati, ci incontriamo e scambiamo
citandoci
addosso, fra scorci e minute visioni
erezioni
compunte fra libri e lucine, piccine
smarrimenti
monacali, deboli (anche quelli)
pentimenti
di fine corso, dopolavoro ripieno
Il feticcio nodoso randella le voci in sfoglie
delicate,
invita ai fanghi benessere lungo
il fronte
lunare, la postazione interinale
la
circonvoluzione passerellante nei vicoli
le nuvole a
vapore, ora in condensa cranica
è rimasto lo spaventapasseri bifronte, evergreen
del senso
di colpa scadenzato a libere cambiali
ormai,
soltanto Stalin e non più Stalingrado
il feticcio
colorato (non più sinistro) rinnovato
la città è
dimenticata, squadrata, cementificata
L' aria è ferma dei cristalli, si scuote appena
nel – grado
alzo zero – della scrittura militante
ma c’è
sempre un ticchettio sinistro in fondo
all’arcobaleno
tracciante dei mitra, sulla frontiera
sogna pure
farfalle, per ogni passo ci sono tre mine
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