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di
Rossella Grasso
Letteratura
e giornalismo: storia di una convivenza difficile, di
una costante intimità, ma “agitata e faticosa”. Clotilde Bertoni racconta in
questo libro la difficile coabitazione dei due inquilini del piano della
scrittura. Ripercorrendo la storia a partire dal feuiletton ottocentesco fino
ad oggi, Bertoni passa in rassegna esempi di professionisti in cui si è
concretizzata la dicotomia: scrittori giornalisti e giornalisti scrittori.
Reporter e narratori come Ernst Hemingway e Goffredo Parise, giornalisti di
inchiesta e romanzieri come Emile Zola consentono di comprendere come il
giornalismo e la letteratura si siano ripetutamente incontrati e poi scontrati.
Bertoni dipinge un quadro pieno di sfumature, spiegando volta per volta le modalità
di contaminazione dei due filoni: a volte il risultato è una forma sperimentale
di cronaca o di narrativa; altre è l’esplicita creazione di un nuovo genere come
il ‘new journalism’ o il ‘non fiction novel’, fino ad arrivare al cosiddetto ‘autofiction’,
l’utilizzo di materiale tratto dalla cronaca per una rielaborazione narrativa. Un noto esempio
di ‘autofiction’ tratto dalla narrativa italiana dell’ultima generazione
potrebbe essere Gomorra di Saviano.
Nel saggio della Bertoni una pagina tira l’altra, nel susseguirsi incalzante di
nomi, casi letterari e giornalistici: dalle inchieste più importanti, quelle
che crearono scalpore – come l’Affare Watergate di Carl Bernstein e Bob
Woodward – alle pagine letterarie più famose come quelle di Matilde Serao ne Il ventre di Napoli. Il tutto condito
con curiosità e aneddoti simpatici e inaspettati come quelli su un Jean-Paul Sartre, noioso
corrispondente del giornale francese “Combat”.
Trasportato in volata
nella parte finale del libro, il lettore sarà sorpreso e anche un po’ divertito
nell’apprendere che il giornalismo ha goduto in passato, presso i più grandi
scrittori, di una pessima fama. Honorè de Balzac, ad esempio, in Illusioni perdute scomodava Shakespeare per descrivere: “il poeta […]
maltrattato dalla sua coscienza che gli gridava: ‘Diventerai giornalista!’ come
la strega grida a Macbeth: ‘Diventerai re!’”. Federico De Roberto nel romanzo L’imperio scrive che “il giornalismo è
l’occupazione dei disoccupati, la capacità degli inetti”.
Le opinioni dei letterati
sul giornalismo, infatti, sono disparate ma sostanzialmente negative. Il
giornalismo è visto come quella parte della scrittura più vile: non solo facilmente
ingannevole e ciarliero, ma anche più vicino alle logiche di mercato e di mercificazione.
Pare, infatti, che sin dai tempi di Flaubert in poi si sia intromesso un nuovo
fattore, che ha reso ancora più complicato e conflittuale il rapporto tra letteratura
e giornalismo: il denaro.
Essenziale e conciso, Letteratura e giornalismo, asseconda perfettamente lo spirito della
collana “Le bussole” di Carocci, rimanendo
molto sintetico, e, forse, persino schematico. Oltre che un breve saggio
che spiega confluenze, evoluzioni e cortocircuiti tra scrittura letteraria e
giornalistica, sembra anche un invito alla lettura. Clotilde Bertoni concede
solo assaggi di quei bocconi perfetti che lei stessa prepara con passione:
tutto quanto di meglio la scrittura di tutti i tempi e luoghi abbia prodotto.
Alla fine dell’ultima pagina il lettore resta quasi insaziato e vorrebbe mangiarne/leggerne
ancora. Sono tali e tanti gli autori citati – da Luigi Pirandello a Honoré de
Balzac, da Matilde Serao a Camilla Cederna, fino a Truman Capote – che al lettore
non resta che scegliere da dove iniziare, magari per riscoprire autori già noti
in una luce diversa, del tutto inedita.
Viaggiare attraverso
epoche, stili, modi e abitudini del giornalismo dall’800 in poi è anche
l’occasione per riflettere sul giornalismo oggi. Osservava Antonio Gramsci che
“la cronaca dei grandi giornali è redatta come un perpetuo Mille e una notte, concepita secondo gli schemi del romanzo di
appendice, con in più la nozione, sempre presente che si tratta di fatti veri”. Basti pensare ai vari ‘dossieraggi’ contro i politici
e agli ossessivi dibattiti della cronaca – che si protraggono per mesi – sui
delitti più efferati, per capire che poco o nulla è cambiato nel corso di due
secoli, se non, forse, in peggio. Si è forse tramandata solo la parte più
negativa della professione? Era giusta l’opinione dei letterati ottocenteschi? Quando,
poi, con perizia la Bertoni descrive lo “Scandalo Watergate” viene subito da
pensare che in Italia un’inchiesta del genere non avrebbe mai avuto modo
d’esistere visto la “sempiterna tendenza al manzoniano troncare, sopire,
rifiutare le verità fastidiose, o meglio a sabotarle lentamente”, come scrive
l’autrice. Forse quel mezzano fastidioso e seducente che, con poche eccezioni,
si è intromesso ormai con prepotenza tra giornalismo e letteratura, il denaro,
non è senza colpa nel generale degrado della professione giornalistica.
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