LETTERATURE MONDO
DIARIO AUSTRALIANO - 6
Great Ocean Road, parte seconda e poi nella Yarra Valley
a degustare vini
e champagne

      
Ritorno sulla grande arteria stradale che costeggia l’Oceano Pacifico, per percorrerla sino in fondo tra strapiombi di roccia e insenature di rara bellezza. Quindi un’escursione per la regione che si estende nell’entroterra della baia di Melbourne, divenuta famosa soprattutto per la sua produzione enologica. Un boom assai recente che risale alla sbarco nella zona del colosso vinicolo francese Chandon all’inizio degli anni ’80. Per offrire un ‘nettare degli dèi’ che per la qualità non ha nulla da invidiare al mercato dei viticoltori transalpini.
      




   

di Stefano Calzati

 

 

Lo avevo promesso. Avrei ripercorso la Great Ocean Road e sarei giunto fino in fondo, là dove la proverbiale spettacolarità della statale 100 termina per rinserrarsi nell’ourback fino al confine con il South Australia. E così, in un tiepido weekend di fine inverno (nonostante qui siano convinti che la primavera inizi il primo settembre), ho noleggiato insieme ai miei genitori una piccola utilitaria per fare rotta verso il villaggio di Petersborough: 178 anime – molte delle quali dedite alla pesca – un pub, un ostello e poco altro. Il tratto di strada racchiuso tra i 12 Apostoli e Petersborough – appena 40 chilometri – fa parte dell’Otway National Park, un’area protetta nella quale non è difficile incontrare la tipica wildlife australiana: koala e canguri in primis. Del parco fa parte inoltre Cape Otway, il promontorio su cui svetta il Lighthouse più antico del continente – è in attività dal 1848 – e la cui gestione è affidata ad un guardiano possente e barbuto all’apparenza immortale. Ho scambiato con lui solo poche parole, ma la ferma e sorridente cordialità che mi hanno trasmesso sono valse da sole la fatica dei 78 gradini per giungere alla sommità del faro.

 

Da Port Campbell a Petersborough, in un tratto di costa ribattezzato Shipwreck Coast per l’enorme numero di naufragi che si registrarono in questa zona alla fine dell’800, si passano in successione alcuni highlights unici al mondo: la Loch Arch Gorge, una piccola caletta di rara bellezza in cui si assiste giorno dopo giorno all’indefesso labor limae del mare sulla roccia; il London Arch, al quale, in effetti, sarebbe ora che trovassero un altro nome, dal momento che questo ex-arco di roccia a strapiombo sul mare è collassato nel 2009, lasciando miracolosamente incolumi i visitatori che vi stavano passeggiando sopra; e The Grotto, una  insenatura rocciosa tozza e irregolare nella quale le onde del Pacifico, rese ancor più scorbutiche dall’incontro con le correnti dello Stretto di Bass, si insinuano con inverosimile violenza.

Abbiamo trascorso la notte fredda e piovosa in un’accogliente B&B domestico, gestito da un’arzilla vecchietta originaria del Regno Unito. La sua total-breakfast, preparata con dovizia artigianale, è stata qualcosa di impagabile: tornerei a Port Campbell solo per risvegliarmi con uno dei suo piatti. Una sconfinata selezione di frutta, tè aromatizzati, marmellate, bevande, e poi uova, pane, fiocchi d’avena, latte; il tutto circondati da un ambiente caldo e rilassante che ricordava i cottage del country londinese. Lady Maxine mi ha confidato che prima di trasferirsi in quel piccolo centro lungo la Great Ocean Road aveva vissuto per quarant’anni nella “wonderful wild Tasmania” dove ora stava per fare ritorno per assistere al matrimonio di un’amica celebrato sulle sponde del Derwent River, il fiume che attraversa Hobart, capitale dell’isola. Di questi tempi, viste le alluvioni che hanno afflitto tutto il sud dell’Australia, la scelta della location per le celebrazioni non è forse delle migliori, ma Maxine si era già munita di un paio di spessi stivali e non sembrava per nulla intimorita. Dopo colazione ci siamo rimessi in marcia per percorrere l’ultimo tratto verso ovest e fare poi ritorno a Melbourne attraverso la Princes Highway, “l’autostrada” (il virgolettato è d’obbligo) che si slunga verso l’interno della regione fendendo una vegetazione collinare di nuovo rigogliosa grazie alle pioggie delle scorse settimane. Tuttavia, prima di riconsegnare l’auto nella City, ci siamo fermati per pranzo a Geelong – seconda città del Victoria, nota soprattutto per la squadra di footy – dove un sole inaspettato e sorprendentemente tiepido ha benedetto il nostro lunch simil-americano.




Domenico Mangano, Senza titolo, 2008, stampa lambda, cm 150x100


Le colline verdeggianti del Victoria meridionale hanno fatto da scenario anche alla mia seconda escursione mensile e la prima baciata dal clima primaverile. Con l’animo leggero di chi si è conquistato a deserved day-off  infrasettimanale (manca ormai una settimana alle vacanze per la fine del second-term scolastico, ma non ho resistito ad un giorno extra di relax) mi sono lasciato condurre da un tour organizzato su e giù per le strade della Yarra Valley, la regione che si estende nell’entroterra della baia di Melbourne, divenuta famosa soprattutto per la sua produzione di vini. Il boom della Yarra Valley è assai recente (come ogni cosa che riguardi l’Australia, d’altronde) e risale alla sbarco nella regione del colosso vinicolo Chandon all’inizio degli anni ’80. Fino ad allora, nella Yarra Valley non si contavano che una decina di viticoltori di medie dimensioni, la cui produzione era destinata solo al mercato interno. Poi giunsero i francesi i quali, intuendo le potenzialità del mercato asiatico, decisero di stanziarsi appena fuori Melbourne per sferrare proprio da qui l’attacco enologico all’Oceania. Il risultato è oggi sorprendente: centinaia di acri di vigne che permettono di produrre qualcosa come 6 milioni di bottiglie di Champagne all’anno. Ad indottrinarci con una tale cura nei dettagli è stato Simon, la guida del tour, che da autoctono qual è non ha mancato di farci visitare anche le vinerie più piccole: molte di esse hanno un fatturato annuo che non riesce nemmeno ad avvicinarsi a quello transalpino, ma la qualità dei vini prodotti non ha nulla da invidiare alle etichette più note del mercato (ho testato personalmente diverse bottiglie). E così, memori dell’esclamazione del benedettino Dom Pérignon, che quando assaggiò per la prima volta lo Champagne, frutto per altro di un errore di produzione, esclamò estasiato “J’ai gouté les étoiles!”, abbiamo passato in rassegna quattro vinerie e degustato qualcosa come 12-13 vini. Meno male che nel pomeriggio sono stato dispensato dal mio turno serale in radio.

 

Holidays ahead! Meritato riposo, before the last three months! Il Queensland e i Queenslander mi attendono oramai bramosi di ostentare le loro proverbiali idiosincrasie (sono considerati il popolo e la terra più weird di tutta l’Australia)... a good deal, isn't it?!




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