di Stefano Calzati
Lo avevo promesso. Avrei ripercorso la Great Ocean Road e
sarei giunto fino in fondo, là dove la proverbiale spettacolarità della statale
100 termina per rinserrarsi nell’ourback fino al confine con il South
Australia. E così, in un tiepido weekend di fine inverno (nonostante qui siano
convinti che la primavera inizi il primo settembre), ho noleggiato insieme ai
miei genitori una piccola utilitaria per fare rotta verso il villaggio di
Petersborough: 178 anime – molte delle quali dedite alla pesca – un pub, un
ostello e poco altro. Il tratto di strada racchiuso tra i 12 Apostoli e
Petersborough – appena 40 chilometri – fa parte dell’Otway National Park, un’area
protetta nella quale non è difficile incontrare la tipica wildlife australiana: koala e canguri in primis. Del parco fa parte
inoltre Cape Otway, il promontorio su cui svetta il Lighthouse più antico del
continente – è in attività dal 1848 – e la cui gestione è affidata ad un
guardiano possente e barbuto all’apparenza immortale. Ho scambiato con lui solo
poche parole, ma la ferma e sorridente cordialità che mi hanno trasmesso sono
valse da sole la fatica dei 78 gradini per giungere alla sommità del faro.
Da Port Campbell a Petersborough, in un tratto di costa ribattezzato
Shipwreck Coast per l’enorme numero di naufragi che si registrarono in questa
zona alla fine dell’800, si passano in successione alcuni highlights unici al mondo: la Loch Arch Gorge, una piccola caletta
di rara bellezza in cui si assiste giorno dopo giorno all’indefesso labor limae del mare sulla roccia; il
London Arch, al quale, in effetti, sarebbe ora che trovassero un altro nome,
dal momento che questo ex-arco di roccia a strapiombo sul mare è collassato nel
2009, lasciando miracolosamente incolumi i visitatori che vi stavano passeggiando
sopra; e The Grotto, una insenatura
rocciosa tozza e irregolare nella quale le onde del Pacifico, rese ancor più
scorbutiche dall’incontro con le correnti dello Stretto di Bass, si insinuano
con inverosimile violenza.
Abbiamo trascorso la notte fredda e piovosa in un’accogliente
B&B domestico, gestito da un’arzilla vecchietta originaria del Regno Unito.
La sua total-breakfast, preparata con dovizia artigianale, è stata qualcosa di
impagabile: tornerei a Port Campbell solo per risvegliarmi con uno dei suo
piatti. Una sconfinata selezione di frutta, tè aromatizzati, marmellate,
bevande, e poi uova, pane, fiocchi d’avena, latte; il tutto circondati da un
ambiente caldo e rilassante che ricordava i cottage del country londinese. Lady
Maxine mi ha confidato che prima di trasferirsi in quel piccolo centro lungo la
Great Ocean Road aveva vissuto per quarant’anni nella “wonderful wild Tasmania”
dove ora stava per fare ritorno per assistere al matrimonio di un’amica
celebrato sulle sponde del Derwent River, il fiume che attraversa Hobart,
capitale dell’isola. Di questi tempi, viste le alluvioni che hanno afflitto tutto
il sud dell’Australia, la scelta della location per le celebrazioni non è forse
delle migliori, ma Maxine si era già munita di un paio di spessi stivali e non
sembrava per nulla intimorita. Dopo colazione ci siamo rimessi in marcia per
percorrere l’ultimo tratto verso ovest e fare poi ritorno a Melbourne attraverso
la Princes Highway, “l’autostrada” (il virgolettato è d’obbligo) che si slunga
verso l’interno della regione fendendo una vegetazione collinare di nuovo
rigogliosa grazie alle pioggie delle scorse settimane. Tuttavia, prima di
riconsegnare l’auto nella City, ci siamo fermati per pranzo a Geelong – seconda
città del Victoria, nota soprattutto per la squadra di footy – dove un sole
inaspettato e sorprendentemente tiepido ha benedetto il nostro lunch
simil-americano.
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Domenico Mangano, Senza titolo, 2008, stampa lambda, cm 150x100
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Le colline verdeggianti del Victoria meridionale hanno fatto
da scenario anche alla mia seconda escursione mensile e la prima baciata dal
clima primaverile. Con l’animo leggero di chi si è conquistato a deserved day-off infrasettimanale (manca ormai una settimana
alle vacanze per la fine del second-term scolastico, ma non ho resistito ad un
giorno extra di relax) mi sono lasciato condurre da un tour organizzato su e
giù per le strade della Yarra Valley, la regione che si estende nell’entroterra
della baia di Melbourne, divenuta famosa soprattutto per la sua produzione di
vini. Il boom della Yarra Valley è assai recente (come ogni cosa che riguardi
l’Australia, d’altronde) e risale alla sbarco nella regione del colosso
vinicolo Chandon all’inizio degli anni ’80. Fino ad allora, nella Yarra Valley
non si contavano che una decina di viticoltori di medie dimensioni, la cui
produzione era destinata solo al mercato interno. Poi giunsero i francesi i
quali, intuendo le potenzialità del mercato asiatico, decisero di stanziarsi
appena fuori Melbourne per sferrare proprio da qui l’attacco enologico
all’Oceania. Il risultato è oggi sorprendente: centinaia di acri di vigne che
permettono di produrre qualcosa come 6 milioni di bottiglie di Champagne all’anno.
Ad indottrinarci con una tale cura nei dettagli è stato Simon, la guida del
tour, che da autoctono qual è non ha mancato di farci visitare anche le vinerie
più piccole: molte di esse hanno un fatturato annuo che non riesce nemmeno ad
avvicinarsi a quello transalpino, ma la qualità dei vini prodotti non ha nulla
da invidiare alle etichette più note del mercato (ho testato personalmente
diverse bottiglie). E così, memori dell’esclamazione del benedettino Dom
Pérignon, che quando assaggiò per la prima volta lo Champagne, frutto per altro
di un errore di produzione, esclamò estasiato “J’ai gouté les étoiles!”,
abbiamo passato in rassegna quattro vinerie e degustato qualcosa come 12-13
vini. Meno male che nel pomeriggio sono stato dispensato dal mio turno serale in
radio.
Holidays ahead! Meritato riposo, before the last three months! Il Queensland e i Queenslander
mi attendono oramai bramosi di ostentare le loro proverbiali idiosincrasie
(sono considerati il popolo e la terra più weird
di tutta l’Australia)... a good deal,
isn't it?!