di Daniele Comberiati
Che il Belgio
sia stato un paese di emigrazione italiana, è ormai risaputo. Il dramma della
miniera del Bois du Cazier, meglio nota come Marcinelle,
dove nel 1956 persero la vita decine di minatori italiani è tristemente noto,
come conosciuto è il famoso “patto per il carbone” del 1948 con il quale lo
stato italiano si impegnava a inviare in Belgio lavoratori a basso prezzo in
cambio di un forte sconto sul prezzo del combustibile. In effetti la zona di Charleroi – una regione piuttosto deprimente, nota ai belgi
con l’inquietante tautologia “La zone” – pullula di italiani, così come quella
di Mons e, in ambito fiammingo, come la regione del Limburgo, dove le miniere erano diverse. Liegi è
considerata la città più “calda” del Belgio, una sorta di mezzogiorno nostrano,
e al motivo di questa nomea non è indifferente la cospicua comunità italiana
che vi vive da decenni. Addirittura i sostenitori della squadra locale, lo
Standard Liegi, vengono chiamati “tifosi”, in italiano, e la zona dello stadio
in cui risiedono è conosciuta come “curva”. L’idolo indiscusso, ça va sans dire,
è ancora oggi Vincenzo Scifo, che però finì la carriera presso gli odiati
rivali dell’Anderlecht e che con alterne fortune indossò le casacche
dell’Inter, quando era giovanissimo, e più in là del Torino. In generale Scifo
nell’immaginario collettivo rappresenta l’emblema della nazionale belga degli
anni Ottanta, che giunse in semifinale al mondiale del 1986 in Messico, battuta
dall’Argentina con una doppietta di Maradona. Era una squadra molto forte – in
porta giocava un altro idolo come Preud’homme, in attacco un bomber come Luc Nilis
– e per i belgi ricorda un’età dell’oro in cui tutto girava a meraviglia: il
loro piccolo paese era unito e prospero, la comunità europea si avvicinava,
l’economia era in ripresa e la nazionale di calcio non solo si qualificava per
i mondiali, ma arrivava addirittura fra le prime quattro. Per un paese che nel
2018 vorrebbe ospitare con l’Olanda la coppa del mondo, è come ritrovarsi, a
sessant’anni, a rivedere le fotografie di un’ex fidanzata bellissima, oggi
sfiorita come lo siamo noi. Non si capisce se ci deprime di più la sua immagine
o la nostra...
A Bruxelles
l’emigrazione italiana ha avuto un itinerario differente: priva di miniere, la
prima vera ondata si è registrata negli anni Sessanta e Settanta, con gli euroburocrati che andavano a lavorare alla Commissione.
Ancora ricordo le parole della moglie di un minatore, incontrata su un tram
circa un anno fa: “il Belgio non era così, quando siamo venuti noi. C’erano
solo belgi...”. Non ho ancora capito se ne fosse felice o meno. Sta di fatto
che a Bruxelles le attività commerciali italiane ricordano piuttosto quelle
tedesche: i minatori in pensione o i loro figli (o quelli che erano riusciti a
mettere un po’ di soldi da parte) hanno investito nella ristorazione e nella
gastronomia, con risultati che ancora oggi sono ben visibili.
Al di là del
fatto che in ogni negozio ormai è possibile acquistare – a prezzi più alti, ma
non altissimi – prodotti italiani, vi sono almeno due supermercati specializzati
in marche italiane, mentre in ogni mercato vi è almeno un chioschetto
che vende formaggi, pane, affettati, pasta all’uovo, senza contare i carissimi
alimentari con la bandiera italiana (talvolta gestiti da albanesi o kossovari) che vendono prodotti nostrani, alcuni dei quali
davvero molto buoni.
I ristoranti,
ovviamente, non si possono neanche contare; addirittura ci sono locali
specializzati in gastronomie regionali: oltre alla cucina italiana, a Bruxelles
si possono gustare piatti sardi, napoletani o pugliesi, nonché un’ottima
pasticceria siciliana, dove preparano cannoli espressi ormai famosi in città.
La zona di Place Dailly,
non lontana dalla Commissione Europea, è uno dei quartieri storici degli
italiani. Al di là dei nomi e delle insegne sui negozi (Pizza Boom, Un posto al
sole, Aglio e peperoncino, Bella Napoli, Dolce Roma), durante l’ultimo mondiale
di calcio alle finestre dei palazzi sono spuntate così tante bandiere dell’Italia
che era impossibile non capire di che nazionalità fossero gli inquilini. In
poco tempo però, le bandiere sono sparite con la stessa velocità con cui erano
apparse. Ora sono state aperte alcune pizzerie al taglio alla romana, una vera
e propria sfida alle frites locali, alle gaufres, alle escargots e al döner kebab, i pasti veloci più comuni della
città. In uno dei ristoranti della zona si organizza annualmente, la settimana
successiva al Festival di Sanremo, il Festival della Canzone Italiana
all’Estero: una sorta di girone infernale del trash e del kitsch, con starlettes e veline invitate dall’Italia a presenziare, con
cantanti improponibili che cantano in un’atmosfera talmente vintage da rendere credibili i più beceri stereotipi
sull’italianità.
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Giuliana Laportella, Ovunque, 2006
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Oltre
all’emigrazione storica, vi è anche una comunità più recente, formatasi dopo
gli anni Novanta e gravitante nell’orbita della Commissione Europea. Non si
tratta soltanto degli euroburocrati e delle persone
assunte in pianta stabile alla Commissione: fra loro ci sono precari, stagisti,
lavoratori di Ong affiliate o di imprese che hanno
una sede in città. Alcuni potrebbero appartenere al flusso dei cosiddetti
“cervelli in fuga”, tanto bistrattato da Brunetta and Co., altri invece
svolgono mansioni impiegatizie, che potrebbero svolgere e che magari svolgevano
anche in Italia. Questi ultimi sono venuti per i motivi più vari: un amore, uno
stipendio migliore, la voglia di cambiare aria, un amico, una casualità. È una
comunità che frequenta all’ora dell’aperitivo il bistrot-libreria La Piola,
vicino alla Commissione, che va al cinema a vedere i film italiani (oltre alle
novità, alla Cinematek ogni mese vengono riproposti i
grandi classici) e che in generale è presente a molte delle attività culturali
provenienti dall’Italia, dal teatro (Ascanio
Celestini e Pippo Delbono sono venuti più volte),
alla musica, fino alla letteratura.
Vi è infine
un’ulteriore tipologia di nuovi migranti, che può essere considerata una
mutazione antropologica dell’errante: si tratta degli appartenenti al
Purgatorio, ovvero quelli che vivono “tra” i due stati, grazie a lavori mobili,
a famiglie lasciate in Italia, a stipendi sostanziosi e a viaggi molto
economici. Si potrà pensare che tale tipologia sia sempre esistita: in parte è
vero, ma oggi le sue fila si sono ingrossate, perché a “essere tra” non sono
più solamente i professori universitari, i manager, i giornalisti affermati,
ma, grazie alla riduzione drastica dei biglietti aerei e all’impiego lavorativo
di internet, ne fanno parte anche ricercatori precari, stagisti, giornalisti
alle prime armi, operatori cinematografici. È ormai un vero esercito di persone
con un’identità ibrida (italiani in Belgio e in Italia) che vive diversamente
il concetto di nostalgia e di paese di origine: sono emigrati, certo, ma in
fondo ancora vivono in Italia. L’hanno abbandonata, ma ancora vi passano la
maggior parte (o buona parte) del loro tempo. Per chiedergli un appuntamento
per la settimana successiva, bisogna sempre pensare ai giorni in cui saranno a
Bruxelles. Claudio per esempio lo vedo solo fra il lunedì e il giovedì, mentre
Fabrizio è qui ogni settimana fino al mercoledì. Ho chiesto loro se non sia schizofrenico
vivere così, fra due paesi, ma mi hanno risposto che ormai ci hanno fatto
l’abitudine. “Alterni i ricordi” mi ha detto uno di loro. “Quello che lascio la
settimana prima lo ritrovo intatto qui, e mi sembra che sia passato solo un
giorno. La stessa cosa mi accade in Italia”.
Poi se ne va,
e mi dà appuntamento alla settimana successiva: “solo martedì sera, però,
perché mercoledì mi devo alzare presto per andare a Roma”.
Annoto su
un’agenda mentre lui controlla l’orario dei voli.