LETTERATURE MONDO
CARTOLINE DA BRUXELLES
(4)
L’emigrazione italiana
dai minatori
agli euroburocrati,
a quelli che oggi vivono tra due paesi

      
È interessante riflettere su come è cambiato il panorama dei migranti nostrani in Belgio. L’ondata storica di quelli che andavano a lavorare nelle miniere è ora in pensione e i loro figli hanno investito nella ristorazione e nella gastronomia. Frattanto si è aggiunta la comunità delle persone dipendenti della Commissione Europea che comprende precari, stagisti, lavoratori di Ong affiliate o di imprese con sede in città. Infine ci sono docenti, manager e giornalisti che si dividono la settimana tra terra belga e penisola: sono i professionisti del lavoro globalizzato. L’Europa del XXI secolo non conosce la schizofrenia.
      




   

di Daniele Comberiati

 

 

Che il Belgio sia stato un paese di emigrazione italiana, è ormai risaputo. Il dramma della miniera del Bois du Cazier, meglio nota come Marcinelle, dove nel 1956 persero la vita decine di minatori italiani è tristemente noto, come conosciuto è il famoso “patto per il carbone” del 1948 con il quale lo stato italiano si impegnava a inviare in Belgio lavoratori a basso prezzo in cambio di un forte sconto sul prezzo del combustibile. In effetti la zona di Charleroi – una regione piuttosto deprimente, nota ai belgi con l’inquietante tautologia “La zone” – pullula di italiani, così come quella di Mons e, in ambito fiammingo, come la regione del Limburgo, dove le miniere erano diverse. Liegi è considerata la città più “calda” del Belgio, una sorta di mezzogiorno nostrano, e al motivo di questa nomea non è indifferente la cospicua comunità italiana che vi vive da decenni. Addirittura i sostenitori della squadra locale, lo Standard Liegi, vengono chiamati “tifosi”, in italiano, e la zona dello stadio in cui risiedono è conosciuta come “curva”. L’idolo indiscusso, ça va sans dire, è ancora oggi Vincenzo Scifo, che però finì la carriera presso gli odiati rivali dell’Anderlecht e che con alterne fortune indossò le casacche dell’Inter, quando era giovanissimo, e più in là del Torino. In generale Scifo nell’immaginario collettivo rappresenta l’emblema della nazionale belga degli anni Ottanta, che giunse in semifinale al mondiale del 1986 in Messico, battuta dall’Argentina con una doppietta di Maradona. Era una squadra molto forte – in porta giocava un altro idolo come Preudhomme, in attacco un bomber come Luc Nilis – e per i belgi ricorda un’età dell’oro in cui tutto girava a meraviglia: il loro piccolo paese era unito e prospero, la comunità europea si avvicinava, l’economia era in ripresa e la nazionale di calcio non solo si qualificava per i mondiali, ma arrivava addirittura fra le prime quattro. Per un paese che nel 2018 vorrebbe ospitare con l’Olanda la coppa del mondo, è come ritrovarsi, a sessant’anni, a rivedere le fotografie di un’ex fidanzata bellissima, oggi sfiorita come lo siamo noi. Non si capisce se ci deprime di più la sua immagine o la nostra...

 

A Bruxelles l’emigrazione italiana ha avuto un itinerario differente: priva di miniere, la prima vera ondata si è registrata negli anni Sessanta e Settanta, con gli euroburocrati che andavano a lavorare alla Commissione. Ancora ricordo le parole della moglie di un minatore, incontrata su un tram circa un anno fa: “il Belgio non era così, quando siamo venuti noi. C’erano solo belgi...”. Non ho ancora capito se ne fosse felice o meno. Sta di fatto che a Bruxelles le attività commerciali italiane ricordano piuttosto quelle tedesche: i minatori in pensione o i loro figli (o quelli che erano riusciti a mettere un po’ di soldi da parte) hanno investito nella ristorazione e nella gastronomia, con risultati che ancora oggi sono ben visibili.

Al di là del fatto che in ogni negozio ormai è possibile acquistare – a prezzi più alti, ma non altissimi – prodotti italiani, vi sono almeno due supermercati specializzati in marche italiane, mentre in ogni mercato vi è almeno un chioschetto che vende formaggi, pane, affettati, pasta all’uovo, senza contare i carissimi alimentari con la bandiera italiana (talvolta gestiti da albanesi o kossovari) che vendono prodotti nostrani, alcuni dei quali davvero molto buoni.

I ristoranti, ovviamente, non si possono neanche contare; addirittura ci sono locali specializzati in gastronomie regionali: oltre alla cucina italiana, a Bruxelles si possono gustare piatti sardi, napoletani o pugliesi, nonché un’ottima pasticceria siciliana, dove preparano cannoli espressi ormai famosi in città. La zona di Place Dailly, non lontana dalla Commissione Europea, è uno dei quartieri storici degli italiani. Al di là dei nomi e delle insegne sui negozi (Pizza Boom, Un posto al sole, Aglio e peperoncino, Bella Napoli, Dolce Roma), durante l’ultimo mondiale di calcio alle finestre dei palazzi sono spuntate così tante bandiere dell’Italia che era impossibile non capire di che nazionalità fossero gli inquilini. In poco tempo però, le bandiere sono sparite con la stessa velocità con cui erano apparse. Ora sono state aperte alcune pizzerie al taglio alla romana, una vera e propria sfida alle frites locali, alle gaufres, alle escargots e al döner kebab, i pasti veloci più comuni della città. In uno dei ristoranti della zona si organizza annualmente, la settimana successiva al Festival di Sanremo, il Festival della Canzone Italiana all’Estero: una sorta di girone infernale del trash e del kitsch, con starlettes e veline invitate dall’Italia a presenziare, con cantanti improponibili che cantano in un’atmosfera talmente vintage da  rendere credibili i più beceri stereotipi sull’italianità.




Giuliana Laportella, Ovunque, 2006


Oltre all’emigrazione storica, vi è anche una comunità più recente, formatasi dopo gli anni Novanta e gravitante nell’orbita della Commissione Europea. Non si tratta soltanto degli euroburocrati e delle persone assunte in pianta stabile alla Commissione: fra loro ci sono precari, stagisti, lavoratori di Ong affiliate o di imprese che hanno una sede in città. Alcuni potrebbero appartenere al flusso dei cosiddetti “cervelli in fuga”, tanto bistrattato da Brunetta and Co., altri invece svolgono mansioni impiegatizie, che potrebbero svolgere e che magari svolgevano anche in Italia. Questi ultimi sono venuti per i motivi più vari: un amore, uno stipendio migliore, la voglia di cambiare aria, un amico, una casualità. È una comunità che frequenta all’ora dell’aperitivo il bistrot-libreria La Piola, vicino alla Commissione, che va al cinema a vedere i film italiani (oltre alle novità, alla Cinematek ogni mese vengono riproposti i grandi classici) e che in generale è presente a molte delle attività culturali provenienti dall’Italia, dal teatro (Ascanio Celestini e Pippo Delbono sono venuti più volte), alla musica, fino alla letteratura.

 

Vi è infine un’ulteriore tipologia di nuovi migranti, che può essere considerata una mutazione antropologica dell’errante: si tratta degli appartenenti al Purgatorio, ovvero quelli che vivono “tra” i due stati, grazie a lavori mobili, a famiglie lasciate in Italia, a stipendi sostanziosi e a viaggi molto economici. Si potrà pensare che tale tipologia sia sempre esistita: in parte è vero, ma oggi le sue fila si sono ingrossate, perché a “essere tra” non sono più solamente i professori universitari, i manager, i giornalisti affermati, ma, grazie alla riduzione drastica dei biglietti aerei e all’impiego lavorativo di internet, ne fanno parte anche ricercatori precari, stagisti, giornalisti alle prime armi, operatori cinematografici. È ormai un vero esercito di persone con un’identità ibrida (italiani in Belgio e in Italia) che vive diversamente il concetto di nostalgia e di paese di origine: sono emigrati, certo, ma in fondo ancora vivono in Italia. L’hanno abbandonata, ma ancora vi passano la maggior parte (o buona parte) del loro tempo. Per chiedergli un appuntamento per la settimana successiva, bisogna sempre pensare ai giorni in cui saranno a Bruxelles. Claudio per esempio lo vedo solo fra il lunedì e il giovedì, mentre Fabrizio è qui ogni settimana fino al mercoledì. Ho chiesto loro se non sia schizofrenico vivere così, fra due paesi, ma mi hanno risposto che ormai ci hanno fatto l’abitudine. “Alterni i ricordi” mi ha detto uno di loro. “Quello che lascio la settimana prima lo ritrovo intatto qui, e mi sembra che sia passato solo un giorno. La stessa cosa mi accade in Italia”.

Poi se ne va, e mi dà appuntamento alla settimana successiva: “solo martedì sera, però, perché mercoledì mi devo alzare presto per andare a Roma”.

Annoto su un’agenda mentre lui controlla l’orario dei voli.




Scarica in formato pdf  


   
Sommario
Letterature Mondo

Il contatore dei visitatori Shiny Stat è attivo da dicembre 2006