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di
Alessandro Ticozzi
Lei ha iniziato la sua attività
presso il Teatro dell'Università di Padova: cosa ricorda di quell'esperienza?
Ricordare mi è abbastanza facile, in
quanto il materiale della storia del teatro dell’università fa parte di vari
studi, fra cui quello di Meldolesi sulle origini del
teatro italiano del dopoguerra. Quello che io posso ricordare con maggiore
interesse è stato innanzitutto la novità di com’è nato quel teatro, vale a dire
dalla mia partecipazione alla Resistenza: il nuovo rettore e i professori come Valgimigli, Marchesi e Valeri – i grandi nomi dell’università
di allora – erano stati tutti molto vicini a me durante gli anni
dell’antifascismo, e quindi mi è stato facile ottenere carta bianca per creare
questo teatro. Ho avuto anche un notevole aiuto finanziario, per cui ho potuto partire
bene con questo teatro, cosa che non è mai più successa in ambiente
universitario italiano. Il teatro oggi si ricorda soprattutto per alcune novità
che ha portato: quella del Ruzante che, con La Moscheta del 1950, ha sfondato
nel teatro italiano con un certo scandalo per la forza del linguaggio, perché per
la prima volta si recitò Ruzante nel linguaggio
originale, mentre prima veniva sempre tradotto e non accolto nella sua verità ed
originalità; poi fummo noi a iniziare Brecht in Italia nel 1950 con L’eccezione e la regola e nel ’52 con Un uomo è un uomo di Brecht, con la
magnifica interpretazione di Giulio Bosetti, e fummo
noi a portare sempre Brecht per la prima volta a Milano nel 1952 al Piccolo
Teatro. Strehler fu presente alla prima, e allora non aveva ancora pensato a
Brecht. Fra l’altro non va dimenticato che, al tempo, un giovanissimo Pier
Luigi Pizzi debuttò con noi come scenografo. Di Eschilo rappresentammo Agamennone e Le Coefore nella
traduzione di Valgimigli; iniziò il mio lavoro di
Goldoni con I pettegolezzi delle donne, La cameriera brillante, La famiglia dell’antiquario e Le smanie per la villeggiatura, aprendo
il discorso delle villeggiature che poi troverà lo sviluppo al Piccolo Teatro con
Strehler; feci l’unica edizione dei Sei
personaggi in cerca d’autore di Pirandello secondo la didascalia originale
di Pirandello stesso, che chiedeva la maschera per i personaggi, e fu una delle
esperienze chiave del mio rapporto con Amleto Sartori, il grande artefice della
maschera della Commedia dell’Arte reinventata tecnicamente. Con Amleto Sartori
facemmo questa edizione dei Sei
personaggi che ancora oggi rimane non solo unica ma una proposta di grande
interesse per la conoscenza del teatro pirandelliano.
Il suo nome è soprattutto legato appunto
alla riscoperta del Ruzante: da dove nasce questa
passione per il grande commediografo padovano?
Nasce stranamente già mentre io ero
al liceo: avevo incontrato Ruzante nella traduzione
italiana di Emilio Lovarini, edita dal Teatro
dell’Università di Roma, che fu il teatro del periodo fascista più vivace insieme
allo Sperimentale di Firenze, sempre in ambito universitario. Mi appassionò,
leggendolo in italiano, proprio questa scoperta del mondo contadino centrale al
suo teatro: non più il contadino come personaggio ridicolo, ai margini delle
storie teatrali, come in Molière e in Plauto. Nel Ruzante
era il mondo contadino che diventava protagonista, e così nel ’42 con dei
giovani – io ero ancora al liceo – misi in scena a Castelvecchio di Verona, in
un cortile, La Fiorina.
Poi all’università ripresi gli studi, anche perché nel comitato dei professori
del nostro teatro c’era Bruno Brunelli, che aveva una
delle più grandi biblioteche italiane di teatro e che aveva favorito la
traduzione francese di tutto il Ruzante. Negli anni ’46-’47
ho cominciato a studiare Ruzante nel linguaggio
originale e fu una scoperta straordinaria: Diego Valeri mi presentò poi un
giovane studente, Ludovico Zorzi – che poi diventerà
lo studioso che pubblicò per Einaudi l’intera opera di Ruzante,
a seguito proprio delle nostre comuni esperienze – e così nel 1950, con
l’assistenza filologica di Zorzi, rappresentammo per
la prima volta in Italia dal Rinascimento Ruzante
nella lingua originale, e fu uno scandalo e un successo nazionale. Girammo
tutta l’Italia con quella Moscheta: polemiche, attacchi e grandi simpatie, fra cui quella
di Paolo Grassi, che s’innamorò del Ruzante e da
allora seguì sempre il mio lavoro. Il Ruzante fu uno
scandalo: le rappresentazioni furono condannate dalla Chiesa, dalla destra
politica e dalla Democrazia Cristiana. Avemmo molti guai, salvo l’appoggio di
un democristiano intelligente qual era Giulio Andreotti che ci difese addirittura
in Parlamento, dopodiché il Ruzante sparì e fu
ripreso soltanto nel ’56 per volontà di Paolo Grassi, che organizzò una tournée di Ruzante:
iniziò all’aperto a Ferrara e poi alla Biennale di Venezia, provocando di nuovo
irritazione ecclesiastica: l’Arcivescovo di Ferrara sospese a divinis gli spettatori che vennero ad
assistere alla Moscheta
al Palazzo dei Diamanti di Ferrara, in un’edizione con Cesco
Baseggio come Ruzante, la Vazzoler come Betìa, Giulio Bosetti come soldato Tonino, Gino Cavalieri come prologo… quindi fu un nuovo grande successo, però ancora
una volta ci fu la contestazione. Quando poi assunsi la direzione di Torino,
nel ’60, portai in Sudamerica La Moscheta in una nuova edizione con Franco Parenti come Ruzante: molte sue opere le ho messe in scena a Torino,
sempre con proteste del pubblico democristiano, ma con grande successo di
critica e del pubblico laico. Negli anni ’60 la polemica intorno al Ruzante si accentua ancora, mentre il successo diventa
internazionale: portammo il Ruzante in Brasile,
Argentina, Uruguay, più volte in Francia, Belgio, Germania, Russia, Ungheria e
Polonia. Fu un successo internazionale che continuò anche dopo il periodo
torinese: con la compagnia che organizzammo con il fratello di Dario Fo, Fulvio,
portammo Ruzante ancora in Scandinavia, in Germania,
a Parigi e al Piccolo Teatro, dove riuscimmo a fare la prima della Betìa per la
prima volta dal tempo del Ruzante. Intanto Zorzi aveva pubblicato tutto Ruzante,
compreso il testo di Betìa,
derivato da un codice Marciano. Dagli anni successivi fino ad oggi ho
continuato il lavoro sul Ruzante, tant’è vero che
posso dire di avere oramai messo in scena l’intera opera – anche le commedie
plautine – e oggi tengo il corso di recitazione su Ruzante
alla scuola del Piccolo Teatro di Milano. Devo dire che oggi Ruzante è oramai tradotto e studiato in tutto il mondo: questo
è un discorso di cui naturalmente sono molto orgoglioso. Il Ruzante
per me è una specie di fratello: lo conosco dalla prima all’ultima delle sue
parole, comprese le sue lettere e la sua biografia.
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Giulio Bosetti (1930-2009), magnifico interprete dei testi di Ruzante inscenati da Gianfranco De Bosio
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Lei ha diretto compagnie, teatri
stabili (quello di Torino dal 1957 al 1968)
ed enti
lirici (l'Arena di Verona): quanto
sono state importanti per Lei queste esperienze?
Io faccio parte della generazione
che ha creduto nei teatri stabili, cioè nel teatro pubblico: questo in Italia è
venuto con terribile ritardo, se si pensa che Goethe e Schiller
hanno partecipato a teatri stabili. L’Italia non ha mai accettato questa linea,
fino a Grassi, a Strehler e al Teatro dell’Università di Padova: quindi io ho
creduto in questa formula, che però in Italia non ha trovato conclusione, nel
senso che nessun teatro stabile italiano è diventato realmente stabile, cioè
non esiste quello che c’è in Germania, in Russia, oggi perfino in Inghilterra
con la Royal Shakespeare Company e il National Theatre, cioè gruppi teatrali stabili con un centinaio di
attori fissi che rappresentano ogni giorno un testo diverso, e quindi in una
stagione almeno una trentina di testi con una rotazione di compagnia. L’Italia
è arrivata ultima e continua ad essere la cenerentola dei teatri stabili nell’Europa
evoluta teatralmente. Detto questo, e con un rammarico che investe sia i teatranti
che l’ignoranza dei politici, io ho sempre creduto e ho sempre lavorato con
entusiasmo nei teatri stabili: ancora oggi lavoro con il Piccolo Teatro tutto
l’anno come insegnante della scuola, però guardo con tristezza il fatto che ogni
tre anni noi sforniamo una trentina di giovani attori che poi si disperdono. Il
Piccolo Teatro non ha una compagnia stabile di un centinaio di attori, come un
qualsiasi teatro stabile tedesco, russo o inglese. Mi auguro che nel futuro
avvenga qualcosa di meglio in Italia: ciò non toglie che invece il teatro
italiano a livello di qualità non sia sostanzialmente inferiore agli altri
teatri europei, ma a livello organizzativo e di istituzione è ancora molto
arretrato rispetto all’ideale del teatro pubblico in Europa.
Tra le sue regie teatrali spiccano,
accanto a quelle dei testi ruzantiani, Arturo Ui (1961) di Brecht, Il bugiardo (1963), Le donne de casa soa (1986) e altre commedie di Goldoni, Le mani sporche (1964) di Sartre: quali predilige tra questi
spettacoli?
Mi è molto difficile nella quantità
di esperienze dire quali prediligo, perché in genere non ho quasi mai fatto
testi che non amassi: questo è un vanto che posso portare con me. Questi testi
che lei ha citato sono senz’altro fra le mie regie più significative, però di
Brecht, appunto prima dell’Arturo Ui, l’esperienza di L’eccezione
e la regola a Padova e poi di Un uomo
è un uomo sono state formative. Andai poi al Berliner
Ensemble per preparare l’Arturo Ui, e fu forse il maggior successo di pubblico del
teatro italiano perché, a differenza dei grandi spettacoli del Piccolo che
girarono molto poco, l’Arturo Ui fu portato in tournée per tre anni dal ’61 al ’64 e
fece veramente il giro d’Italia. In realtà si trattava di una grande
interpretazione di Franco Parenti nel ruolo di Ui: in
realtà il titolo completo è La
resistibile ascesa di Arturo Ui, che è un
personaggio di gangster americano che riproduceva l’ascesa – secondo Brecht
resistibile – di Adolf Hitler. Infatti il personaggio, sia negli spettacoli del
Berliner che nel nostro, imitava scenicamente il
personaggio di Hitler coi baffetti e le mosse: questa fu una grande esperienza
e fu la conclusione della mia scoperta di Brecht in Italia. Per quanto riguarda
Goldoni, io l’ho messo in scena fin da Padova, poi a Torino Il bugiardo e La cameriera brillante, al Teatro Sant’Erasmo di Milano La bancarotta o Pantalone mercante fallito,
che fu una notevole proposta, e ancora La
bottega del caffè e in Israele La buona
madre, Le massere
per il centenario goldoniano, Le donne gelose, Le donne de
casa soa e tutta una serie di personaggi
femminili, oltre alla Locandiera
messa in scena da Enriquez con la Moriconi
allo Stabile di Torino per mia iniziativa. Per certi aspetti la
specializzazione del Ruzante trova una sua
corrispondenza in quella di Goldoni, e anche nei miei insegnamenti della lingua
veneta alla scuola del Piccolo Teatro continua il lavoro su Goldoni: proprio
l’anno scorso ho messo in scena con la scuola Le avventure della villeggiatura di Goldoni, quindi il discorso di
Goldoni è di grandissimo interesse per me e in particolare m’interessa molto il
personaggio femminile in Goldoni, che costituiva per l’autore un grande bisogno
di penetrare la personalità femminile, da osservatore partecipe dell’animo
femminile qual’era. Sartre aveva proibito la messinscena delle Mani sporche, perché aveva notato come
venisse usata in senso esplicitamente anticomunista, mentre la sua era una
critica all’interno dell’ideologia marxista. Però, quando Sartre vide Il terrorista, disse che ero il regista al
quale poteva concedere la ripresa delle Mani
sporche, e fu quindi allora che io decisi di mettere in scena questo dramma,
più per una coerenza di discorso critico che per un entusiasmo particolare per il
testo, che non corrispondeva al mio ideale di teatro. In questo senso è molto
più interessante, sempre nella linea di un teatro politico, il lavoro che feci con
Primo Levi per Se questo è un uomo,
la riduzione teatrale del suo straordinario documento sui campi di eliminazione,
e per questo non posso non ricordare Le
mani sporche senza citare Se questo è
un uomo.
Lei ha anche diretto tre film: Il terrorista (1963), La Betìa, ovvero in amore, per ogni gaudenza, ci vuole sofferenza (1971) e Mosè (1976). Cosa l'ha spinta a passare dietro
la macchina da presa, e come mai ciò è avvenuto così sporadicamente?
Il
terrorista è nato perché Tullio Kezich – che è stato un grande critico
cinematografico, ma anche autore di cui io rappresentai un interessantissimo Viva Bresci proprio
al Piccolo Teatro di Milano con Franco Parenti – vide Arturo Ui e disse che dovevo assolutamente
fare del cinema. Così, quando fondò con Ermanno Olmi la casa cinematografica
milanese 22 Dicembre, mi commissionò un film, e io scrissi la sceneggiatura del
Terrorista: il soggetto piacque a
Tullio, e con l’aiuto di Luigi Squarzina per la
sceneggiatura feci il film, che ebbe un notevole successo di critica a Venezia ma
scarso successo commerciale. Impegnato com’ero con lo Stabile di Torino,
preferii allora lasciar perdere con il cinema, finché al Piccolo di Milano misi
in scena La Betìa
del Ruzante: Alfredo Bini – il produttore di Pasolini,
uno dei più intelligenti di quegli anni – s’innamorò del testo e mi propose di
fare il film, e così da una regia teatrale passai ad una cinematografica. Quello
invece fu un film che ebbe grandissimo successo commerciale, tant’è vero che
subito Carlo Ponti mi convocò e mi propose di lavorare per lui: per un anno io
cercai di proporre delle idee che m’interessavano, ma Ponti voleva sempre che
io ripetessi Ruzante dopo il successo commerciale
della Betìa,
e quindi non ci trovavamo. Io non avevo interesse di diventare un regista di
cinema commerciale, anche se avevo avuto successo per la presenza di Manfredi,
della Schiaffino e di un cast accattivante (Toffolo, Carotenuto),
e, quando mi venne proposto invece il Mosè
dalla RAI con una produzione internazionale, lasciai Ponti e per quattro anni
mi dedicai a quest’impresa di grandissimo interesse, e ancora oggi le sei ore
del Mosè costituiscono a mio avviso
uno dei maggiori risultati artistici della mia carriera. Credo che la
produzione subì solo in Italia un certo boicottaggio dalla critica di sinistra perché
è un film profondamente filoebraico e filoisraeliano,
tant’è vero che Morricone scrisse uno splendido coro israel che accompagna la storia
del viaggio dall’Egitto fino al Monte Sinai e poi alla montagna dove Mosè
morirà, perché non si conoscesse il luogo della sua tomba. Il programma
televisivo ebbe un successo di pubblico eccezionale. Il Mosè ha segnato una profonda evoluzione della mia ricerca e della
mia cultura, e quindi lo considero un punto d’arrivo. Ho continuato poi a
girare per la RAI Il mercante di Venezia
con Gianrico Tedeschi, la Occhini e un magnifico Fantoni nel ruolo del mercante Antonio, Venezia salvata di Otway
con Corrado Pani, Delitto di stato
dal racconto della Bellonci ed infine la Tosca di Puccini, un film d’opera che
ancora oggi è considerato dalla Deutsche Grammophon uno dei più riusciti e venduti, con
l’interpretazione di Placido Domingo, Raina
Kabaivanska e Sherrill Milnes. Più che altro non ho mai accettato di entrare nel business cinematografico perché ho
preferito sempre mantenermi vicino al teatro di prosa e a quello lirico, cioè
al teatro dal vivo, perché quella è la mia origine e il mio grande piacere.
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Gianfranco De Bosio
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Che bilancio
trae della sua vita personale e professionale? Ha qualche progetto per il
futuro?
Come vede da questa breve rassegna
dei miei spettacoli, posso dire di avere avuto una certa fortuna, però come
salute sono in grado ancora di lavorare senza alcun problema, e quindi più che
trarre un bilancio – che mi darebbe già l’idea di una chiusura – ho la
soddisfazione di aver affrontato molti degli autori e delle esperienze che
potevo immaginare quand’ero ragazzo. È tutto sommato un bilancio positivo, con
molti buchi, come l’inesistenza di un teatro stabile di livello europeo in
Italia e di una formazione di giovani che possano rimanere assieme dopo la
scuola. Io ritengo di avere sperimentato molto, anche la pantomima con Jacques Lecoq a Padova e con Marcel Marceau a Parigi. Purtroppo,
quando cito le mie esperienze, sono arrivato a un punto in cui ho perso per
strada quasi tutte le persone con cui mi è piaciuto lavorare: è un cimitero
quello che mi lascio dietro, e naturalmente mi preparo laicamente a lasciare il
mondo degli uomini non so quanto prima, ma certamente non potrò durare
all’infinito. Però per il momento si lavora, e quest’anno tengo all’università
un corso su Kenneth Branagh e le sue regie shakespeariane, e poi ho un istituto,
fondato dall’UNESCO nel ’95 a Verona, che si occupa di opera e poesia, e
abbiamo concorsi biennali di canto internazionali con partecipazione di
cantanti di tutto il mondo, e tutti i mesi di marzo facciamo una settimana di
poesia a Verona che si conclude il giorno in cui l’UNESCO, su nostra proposta, fissò
nel 21 marzo la Giornata Mondiale della Poesia. Faremo l’anno prossimo una
settimana di poesia sui poeti italiani, francesi e spagnoli, e poi programmeremo
nel 2012 i poeti dell’area danubiana e nel ’13 celebreremo il centenario
dell’Arena di Verona, dove dovrebbe andare in scena in apertura l’Aida del 1913, che io misi in scena in
Arena e che è stata già rappresentata per sedici stagioni dall’83 all’anno
prossimo. Quindi come vede sono per certi aspetti in piena attività: fra i
progetti per il futuro, sto studiando in Germania di aprire vicino a Monaco un
teatro all’aperto per continuare l’esperienza wagneriana che ho compiuto al Teatro
Regio di Torino, con la tetralogia di Wagner che ho messo in scena nel giro di
tre anni facendo infine tutte le quattro opere in una sola settimana…
progetti ce ne sono molti: l’unica incognita è la salute, perché gli anni sono
tanti, anche se per ora non li sento.
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