di Gianfranco La Grassa
1. Antonio Pesenti non è
stato affatto soltanto un pensatore e non “nacque” marxista. Fu innanzitutto,
fin da giovane, fortemente interessato alla politica; e tenuto conto dell’epoca
in cui fu giovane, la sua scelta politica dovette essere radicale. Egli
divenne, fin dalla sua prima scelta, antifascista. All’inizio optò per
l’orientamento repubblicano e poi socialista. Per quanto ricordo, solo in
carcere si orientò in senso comunista e quindi marxista; poiché a quel tempo, e
per alcuni decenni successivi, era assai raro trovare chi fosse comunista senza
essere marxista.
Spero che qualcun altro
tracci una più completa biografia del Maestro, perché la sua vita è del tutto
esemplare per capire chi furono i comunisti e i marxisti. Qui non posso
dilungarmi su questi tratti fondamentale del suo percorso umano e politico,
perché fin troppo c’è da dire sul suo pensiero teorico, che sarò obbligato a
soltanto sunteggiare. Tuttavia, va sempre tenuto presente che Pesenti non fu
semplicemente un “pensatore”; uno che formula idee nel chiuso di una stanza, in
solitario colloquio con se stesso o anche con l’Umanità in generale. Pesenti fu
anzitutto uomo d’azione, impegnato fino all’ultimo nell’attività del partito
che scelse durante i suoi anni di carcere (1935-43). Fu in pratica sempre, nel
dopoguerra, parlamentare comunista (senatore dal 1953); fu Ministro delle
Finanze nel provvisorio Governo di Unità Nazionale (primo e secondo Governo
Bonomi), membro della Consulta Nazionale e poi dell’Assemblea Costituente.
Successivamente, divenne il principale economista del suo partito
(all’opposizione) ed eccezionale esperto di questioni finanziarie, sulle quali
fece anche magistrali interventi nella sua qualità di parlamentare.
Solo alla fine, passato
all’Università di Roma (la città dove abitava), decise di dedicarsi pressoché
esclusivamente a studi e insegnamento, ma la sua scelta fu purtroppo di breve
durata. Visse nemmeno 63 anni, ma la sua esistenza fu di un’intensità tale da
superare o almeno eguagliare in opere e attività quella di un qualsiasi altro
individuo longevo. Trattare dunque Pesenti quale mero pensatore sarebbe
veramente tagliare, della sua multiforme personalità, una fetta: importante ma
connessa con mille fili ad un’attività pratica (e politica) di rara qualità.
Quindi, cercherò di porre in luce alcune sue fondamentali categorie teoriche –
elaborazioni del marxismo – ma non potrò non fare spesso riferimento alla fase
storica in cui queste sono calate.
Il pensiero di Pesenti è
quello di uno scienziato, ma di formazione appunto marxista; per cui mai
interessato a semplici elucubrazioni d’ordine “universale”, sempre invece
legato alla congiuntura politica con le sue peculiarità d’ordine sociale. Per
Pesenti vale quanto scrisse mirabilmente Max Weber ne La scienza come
professione: “Ognuno di noi sa che, nella scienza, il proprio lavoro dopo
dieci, venti, cinquanta anni è invecchiato. È questo il destino, o meglio, è
questo il significato del lavoro scientifico, il quale, rispetto a tutti
gli altri elementi della cultura di cui si può dire la stessa cosa, è ad esso
assoggettato e affidato in senso assolutamente specifico: ogni lavoro
scientifico ‘compiuto’ comporta nuovi ‘problemi’ e vuol invecchiare ed essere
‘superato’. A ciò deve rassegnarsi chiunque voglia servire la scienza”.
2. Il pensiero di Pesenti –
come quello di un qualsiasi serio studioso, mai avulso, lo ripeto,
dall’attività pratica nelle diverse concrete congiunture storiche –
potrebbe essere suddiviso in varie fasi di sviluppo, con cambiamenti di fase in
fase. Tuttavia, sarebbe impresa qui impossibile seguire tutte le diverse
“varianti”. Diciamo intanto che, per quanto riguarda le linee generali e
solidificate del suo pensiero, queste sono state definitivamente consegnate
nell’ultima edizione (1970) del suo Manuale di Economia Politica, che ha
conosciuto, a partire dagli anni ’50 (seconda metà, se non ricordo male), più
edizioni con aggiunte e importanti rielaborazioni. Si tratta comunque
dell’esposizione, per quanto non piatta né scevra di ripensamenti personali, di
quello che potrebbe essere definito il “marxismo della tradizione”, che è stato
in qualche modo “canonizzato” da Kautsky; e poi certo sviluppato – con varie
“eresie” interne, fra le quali rilevantissima, anche per i suoi effetti
politici caratterizzanti gran parte del XX secolo, è quella di Lenin, cui
Pesenti si rifà abbondantemente – da molte generazioni di marxisti.
Tuttavia, il farsi
del pensiero di Pesenti si riscontra meglio, considerando soprattutto uno
spartiacque cruciale collocato in ogni caso negli anni ’50. Per certi versi, in
modo più tradizionale e forse più banale, ci si potrebbe riferire alla ben nota
cesura avvenuta con il XX Congresso del Pcus (1956) e la relazione Kruscev che
diede inizio al processo denominato “destalinizzazione”. A mio avviso,
tuttavia, è forse più visibile il mutamento provocato dal cosiddetto boom
dell’economia italiana, diciamo soprattutto fra il 1958 e il 1962-63; processo
tutt’altro che semplicemente economico poiché provocò il passaggio dell’Italia
da paese agrario-industriale a industrial-agrario, con la trasformazione del
“contadino” in “operaio”; assai visibile soprattutto nella forte emigrazione
dal sud all’area industrializzata del nord, allora collocata per la massima
parte sull’asse Torino-Milano (e, in misura minore, Genova). A questa
trasformazione, legata specialmente all’emigrazione, va però aggiunta quella,
alla lunga perfino più rilevante, dello sviluppo di un’area piccolo e medio-imprenditoriale
– il cosiddetto “ceto medio produttivo”, oggi ricompreso nel “lavoro autonomo”
o “popolo delle partite Iva”, qualche volta detto ancora “artigianato”, e via
dicendo – nel cosiddetto “nord-est”, in Emilia, ecc.
Degli anni fino al 1956 è
da ricordare l’importanza della rivista “Critica economica”, voluta e diretta
da Pesenti che vi scrisse molti articoli, alcuni di notevole rilevanza teorica;
e la sua partecipazione, credo sostanziale, alla stesura del mirabile corso di lezioni,
tenuto all’Istituto di Studi Comunisti tra il dicembre 1955 e l’aprile 1956,
sull’analisi dell’economia politica. Una vera perla, oggi dimenticata e che
andrebbe ripubblicata e rivisitata con autentico spirito scientifico poiché è
veramente uno dei punti alti del marxismo italiano. Si tratta di un corso di
lezioni per null’affatto scolastico e puramente didattico, ma invece fucina (o
cantiere) di molte elaborazioni, sia pure condensate ed esposte nella forma (ma
solo forma) dell’insegnamento. Certo vi si trova soprattutto il ragionamento su
questioni economiche, ma si va oltre questo impianto; e comunque se ne fa un
“grimaldello” per affrontare i problemi reali, ovviamente relativi alla realtà
di quella fase storica.
Negli anni ’60, dopo il boom
e la prima crisi ad esso posteriore, molti cambiamenti intervengono e il
pensiero di Pesenti si “aggiusta” in concomitanza con gli avvenimenti di quegli
anni, sfociando in due fra i suoi interventi di maggior rilievo, entrambi nel
1970 (o dintorni): Le tendenze dell’economia internazionale, relazione
al Convegno organizzato dall’Istituto Gramsci-Cespe su “Il capitalismo italiano
e l’economia internazionale”; e Validità attuale de L’imperialismo nel
supplemento ad un numero di “Critica marxista”, in pratica un quaderno dedicato
al centenario della nascita di Lenin, in cui era pure contenuto un notevole
saggio di Sereni sulla formazione economico-sociale, che diede inizio
all’importante dibattito (internazionale) su tale tema tenutosi nel 1972-73
sulla stessa rivista.
3. Dividerò in parti,
divisione certo assai artificiale, i contributi di Pesenti (e ne tratterò
soltanto alcuni, particolarmente chiari e rappresentativi del suo pensiero).
Innanzitutto, egli difese una serie di categorie prettamente storico-teoriche
marxiane, non però con atteggiamento di pedante ossequio. Fra le questioni
forse minori, quella relativa alle “leggi” dell’impoverimento assoluto e
relativo del lavoro salariato. Quello relativo non poneva forse,
all’epoca, particolari problemi, trattandosi della divisione del prodotto tra
profitto e salario (in una visione teorica semplificata della società del
capitale). Più problematico l’impoverimento assoluto, che alcuni
marxisti dogmatici interpretavano in senso stretto come diminuzione del tenore
di vita (e quindi del salario reale e del potere d’acquisto), cosa assai poco
sostenibile, tenuto conto che lo stesso Marx, nella sua polemica con il
“cittadino Weston” (in Salario, prezzo e profitto) aveva chiarito che il
valore della merce forza lavoro era composto di una parte di carattere quasi
naturale, biologica, e di una parte (crescente) legata allo sviluppo delle
forze produttive della società e quindi al tenore di vita medio sociale.
Pesenti sostenne infatti
che l’impoverimento era assoluto nel senso che i bisogni legati allo sviluppo
sociale crescono più rapidamente del salario reale, per cui questo non riesce a
tutto soddisfare; il lavoratore sacrifica perciò certi consumi essenziali pur
di sopperire ai molteplici bisogni che via via divengono parte dello stesso
valore della forza lavoro. Questo fatto fu però da lui legato soprattutto alle
trasformazioni del capitalismo da concorrenziale a monopolistico. Le grandi
imprese oligopolistiche, più che alla concorrenza sui prezzi che sono rigidi
all’in giù nella nuova forma di mercato, si dedicano ad una competizione sul
piano dei prodotti, inducendo quindi nuovi bisogni nei consumatori, la gran
parte dei quali è costituita da chi offre (forza) lavoro remunerato con salario
(il prezzo di questa merce particolare).
L’impoverimento assoluto
è quindi in un certo senso pur esso “relativo”; non però rispetto alla classe
antagonista, bensì alla stessa classe lavoratrice considerata nel tempo storico
e quindi anche nella sua crescente organizzazione e capacità di lotta di fase
in fase. Nel capitalismo monopolistico conta, ancor più che in quello
concorrenziale, la lotta del lavoro salariato, organizzato in sindacati e
partiti, per accrescere la propria remunerazione (era del resto su questo piano
che il fondatore del marxismo polemizzava con Weston); tuttavia, è altrettanto
importante la competizione interoligopolistica per i prodotti e per la loro
affermazione in un mercato, in cui i prezzi sono appunto rigidi all’in giù. La
lotta dei lavoratori accresce i salari reali (il loro potere d’acquisto) e,
tuttavia, la competizione tra grandi imprese contribuisce largamente a indurre
quell’aumento dei bisogni che fa si che tali salari siano in ritardo rispetto a
quest’ultimo; processo da cui deriva appunto l’assoluto impoverimento in
una versione quindi un po’ differente da quella elaborata da Marx e che certi
marxisti scolastici avevano decisamente peggiorata.
Non c’è però solo
l’impoverimento assoluto, ma anche quello relativo, che ha il
significato di una modificazione nella distribuzione del prodotto, sempre più a
favore (dunque percentualmente) del profitto in rapporto al salario (nei suoi
termini reali ovviamente). La spiegazione di questo processo (tendenziale) è
data usualmente con riferimento all’andamento della produttività del lavoro che
cresce più rapidamente del salario reale. Anche Pesenti si rifà a questa
considerazione come si rileva. In definitiva, l’impoverimento relativo
non è altro che il risultato dei metodi di accrescimento del plusvalore
relativo (mezzi essenzialmente tecnologici o di organizzazione del lavoro;
in definitiva, innovazioni di processo, non quelle di prodotto che rientrano
più specificamente nel novero del conflitto interoligopolistico appena sopra
considerato).
Tuttavia, proprio perché il
capitalismo monopolistico è trattato da Pesenti nelle sue modalità di
trasformazione in quello monopolistico di Stato, cioè di stretta integrazione
tra capitale e Stato, si assiste ad un altro marchingegno per trasferire
reddito dai salari ai profitti: le manovre sulla moneta (effettuate dal centro
del sistema bancario) tese a provocare una lenta inflazione che erode i salari
reali. Qui però si è in presenza di una “forma mista”. In effetti, vi è
impoverimento relativo, ma anche assoluto; addirittura con la
riduzione del potere d’acquisto di un salario dato. Si tratta insomma di
una manovra che riduce, talvolta annulla, gli effetti della lotta dei
lavoratori per l’innalzamento delle retribuzioni, con una sottile
mistificazione possibile, e ampiamente sfruttata dagli ideologi (in specie
economisti) del capitale. Ogni volta che la lotta per i salari ottiene un
successo, si può subito correlarla ad un effetto inflazionistico, in
modo da dichiarare l’inanità di certi sforzi, che comporterebbero l’effetto
negativo della svalutazione monetaria.
Ci troviamo comunque di
fronte a due nodi principali ed essenziali non della sola elaborazione
pesentiana, ma di grande rilevanza per la “linea politica” del Pci, e in genere
dei comunisti nei paesi a capitalismo avanzato: a) la trasformazione del
capitalismo da concorrenziale in monopolistico, ma ormai un monopolismo di
Stato; b) i profondi mutamenti della struttura dei rapporti nelle società
caratterizzate da quest’ultimo e, appunto, dall’alto grado dello sviluppo
capitalistico.
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Gerardo Wuthier, Sono io il domani, 1995
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4. è bene affrontare per primo il secondo punto, perché su
questo si nota bene lo spartiacque rappresentato – nel pensiero di Pesenti –
dal boom italiano e dal passaggio alla netta prevalenza dell’industria
nella struttura del nostro capitalismo; processo che non fu, appunto, di
carattere solo economico. Questo passaggio – come del resto è accaduto in tutti
i paesi della “seconda ondata di industrializzazione” (alla prima appartiene di
fatto la sola Inghilterra) – si verifica mediante il decisivo intervento dello
Stato per mobilizzare (e concentrare) tutte le risorse della società; il che ha
favorito, assieme ad un rapido sviluppo, anche la centralizzazione dei
capitali. Di conseguenza, il passaggio dalla prevalente agricoltura alla
prevalente industria avviene nell’ambito di un capitalismo già monopolistico e
con caratteri di incipiente passaggio a quello “di Stato”. Oltre ad essere un
processo di impetuosa modificazione “di classe”; dai contadini agli operai o ai
piccoli produttori (apparentemente) indipendenti, in realtà subordinati
soprattutto all’apparato finanziario che, in Italia, era in gran parte statale
(IRI).
Al contrario di quanto
possono pensare “le varie concezioni riformistiche piccolo-borghesi e
socialdemocratiche”, il monopolio non è semplice sovrastruttura della
società, quindi politicamente correggibile, ma “struttura necessaria e
propria del capitalismo giunto nello stadio odierno” (sempre nello stesso
articolo); una struttura quindi ormai ineliminabile in regime capitalistico. Il
capitale monopolistico sfrutterebbe il complesso della società, ma nel contempo
rallenterebbe lo sviluppo delle forze produttive e quindi l’accrescimento
possibile della ricchezza prodotta. Compare qui la duplice tesi del marxismo
della tradizione. Innanzitutto, il capitale è barriera a se stesso, al suo
sviluppo e quindi allo sviluppo delle forze produttive della società. Esso
arricchisce se stesso, ma ostacolando le potenzialità insite nel progresso
scientifico e tecnologico che potrebbe andare a vantaggio di tutta la società.
In secondo luogo, il monopolio accentua quella tendenza – sulla cui base Marx
fondava la formazione del “soggetto rivoluzionario” affossatore del capitalismo
– alla polarizzazione della società: da una parte un pugno di capitalisti
sempre più ricchi e progressivamente parassitari, dall’altra, il lavoratore
collettivo cooperativo (“dall’ingegnere all’ultimo manovale”; si veda il
marxiano Capitolo VI inedito).
Certamente, si verifica
anche, come controtendenza, un accrescimento dei ceti medi, “cuscinetto” tra la
classe sfruttatrice e quella sfruttata; ma questi ceti vivrebbero del
plusvalore creato dal suddetto lavoratore collettivo, e la loro crescita non
impedirebbe dunque, in ultima analisi, l’acuirsi dello scontro di classe
affrettato dallo sfruttamento che il capitalismo monopolistico (e tanto più con
il controllo e uso dello Stato) impone al complesso della società. Di
conseguenza, in quella fase di sviluppo del capitalismo italiano (precedente il
boom), si pensa che il processo sia tendenzialmente indirizzato ad una
polarizzazione sociale e ad una semplificazione dello scontro di classe con
oggettivo rafforzamento della spinta delle “grandi masse” verso soluzioni
socialistiche; fra l’altro irrobustita dalla presenza di un “campo socialista”
che si supponeva in crescita impetuosa e in grado di superare, in breve tempo,
il campo avverso quanto a produzione complessiva.
Ben diversi sono al
proposito gli scritti, sopra citati, degli anni ’70. Non viene abbandonato
l’ottimismo circa le future, e nemmeno lontanissime, prospettive del
socialismo. Permane la fiducia, appena attenuata, nello sviluppo dei paesi
socialisti, cui si aggiunge la considerazione – nient’affatto terzomondista
però – della lotta antimperialista e di liberazione nazionale che sembra in
accentuazione nelle aree meno sviluppate del globo. Tuttavia, si ha un
importante mutamento d’accento con riguardo al problema della struttura sociale
nel capitalismo avanzato e, in particolare, in quello italiano. Lo sviluppo dei
ceti medi è troppo imponente e appare irreversibile. Inoltre non si tratta solo
di ceti delle “libere professioni”, il cui lavoro è spesso utile ma
improduttivo (in termini marxiani, che riguardano la produzione di plusvalore;
questi ceti sarebbero quindi “mantenuti” dal plusvalore della classe
produttiva). Si sviluppa il ceto dei tecnici ed esperti, che prestano lavoro
nelle grandi imprese oligopolistiche e negli apparati di ricerca; importante è
poi il cosiddetto ceto medio produttivo (piccolo-media imprenditoria, il lavoro
detto “autonomo”, ecc.), in genere originatosi dalla trasformazione della
classe contadina (ad esempio nel nord-est) o di quella operaia, una parte della
quale si stacca dalla grande impresa e costituisce attorno ad essa una cintura
di piccole imprese fornitrici di beni e servizi per il suo ciclo produttivo (in
senso lato, ivi compresa la distribuzione e commercializzazione dei prodotti);
tipico il caso della Fiat e dell’economia piemontese (quindi del nord-ovest).
La lotta di classe non va
polarizzandosi a causa della presunta formazione delle due classi fondamentali:
la borghesia monopolistica (in genere proprietaria di pacchetti azionari e,
quindi, gruppo sociale sempre più ristretto e di prevalente carattere
finanziario) e la classe operaia (dalla direzione fino al lavoro esecutivo)
sempre più allargata; con strati intermedi (soprattutto professioni “liberali”)
che non potevano, alla lunga, impedire il radicalizzarsi dello scontro e la
crescita dell’esigenza socialista nella maggioranza della popolazione, esigenza
favorita dalla presenza del campo socialista, ritenuto in vigoroso sviluppo e
in fase di progressivo allargamento e prevalenza rispetto a quello
capitalistico.
Già negli anni ’50 era
stata avanzata la tesi della “via italiana al socialismo”, che tuttavia, prima
del boom, si confondeva con quella abbastanza tradizionale della
crescita, appunto, del “lavoratore collettivo” contro una borghesia sempre più
ristretta e tendenzialmente parassitaria, nel mentre il monopolio era visto
come prevalente attutirsi della spinta propulsiva del capitalismo, quella che
Schumpeter attribuiva all’imprenditore innovatore, figura ritenuta centrale nel
capitalismo di concorrenza. Dopo il boom, il ceto medio produttivo
non può più essere ritenuto un fenomeno residuale (come il superato artigianato
dei mestieri, tipico di un mondo di prevalente campagna o di piccola
urbanizzazione). La “via italiana al socialismo” deve essere pensata in un
nuovo contesto, e si arricchisce quindi di quelle tesi passate alla storia come
riforme di struttura. Ma andiamo per gradi.
5. Innanzitutto mi piace
riportare alcuni brani iniziali dell’intervento di Pesenti (già citato) al
Convegno (Istituto Gramsci-Cespe) sul capitalismo italiano e l’economia
internazionale:
“Il nostro Convegno si apre
in un momento in cui si ripetono nel sistema imperialistico andamenti e
fenomeni che sono stati caratteristici nella preparazione della ‘grande crisi’.
Questo giudizio… trae origine dal riconoscimento che si è accresciuta la
generale instabilità del sistema, che trova una sua manifestazione nella
instabilità monetaria, nella guerra dei saggi di interesse e nei rapidi
movimenti internazionali di capitale a breve termine. Tale fenomeno non è che
l’espressione più appariscente dell’acuirsi di tutta una serie di
contraddizioni, che sono proprie dello sviluppo capitalistico nella fase
imperialistica… Si sono acuite le contraddizioni di fondo, e ciò ha portato a
imponenti modificazioni quantitative e qualitative dell’imperialismo odierno
come sistema mondiale e come struttura produttiva, sulle quali è necessario
riflettere perché si riproducono… processi simili a quelli che si sono
verificati nel decennio 1920-30… ma essi non sono necessariamente destinati
agli stessi sviluppi perché è mutata la situazione generale dell’imperialismo… La
crescente instabilità del sistema, e l’aperta minaccia di una crisi economica
generale, trae in primo luogo origine dalla rapidamente crescente
internazionalizzazione dell’economia capitalistica, che non ha composto, bensì
esteso a tutto il sistema le contraddizioni tipiche dello sviluppo
capitalistico”.
Fatta la debita differenza
che il campo avverso è oggi “imploso”, e il capitalismo è divenuto un vero
sistema mondiale, non si può non notare come i toni di queste righe assomiglino
a molte affermazioni di certi attuali critici anticapitalistici, che continuano
imperterriti da sempre a parlare di contraddizioni crescenti e insolubili in
questo sistema sociale. I brani appena riportati creano dunque una duplice
sensazione: di modernità di quanto scritto da Pesenti; e di un notevole dejà
vu nelle affermazioni odierne dei suddetti critici. A vantaggio delle
affermazioni pesentiane di quarant’anni fa sta una serie di decise critiche di
teorie allora (e non solo allora) “di moda”, che tuttavia sono tributarie di
tesi di molti decenni prima. Pesenti ne individua piuttosto correttamente la
radice. Innanzitutto, vi è la critica del terzomondismo, i cui punti basilari
affondano nel pensiero della Luxemburg (cui si contrappose decisamente Lenin)
per cui non esiste possibilità di riproduzione del capitale in un’area a puro
modo di produzione capitalistico. Solo le aree precapitalistiche garantirebbero
tale riproduzione. La vittoria delle lotte di liberazione nel Terzo Mondo
avrebbe dunque creato le condizioni del propagarsi della rivoluzione proletaria
mondiale.
La seconda decisa critica,
anche questa motivata da quella di Lenin a Hobson e soprattutto a Kautsky,
investe la trattazione dell’imperialismo in quanto semplice politica seguita da
alcuni ambienti particolarmente reazionari della borghesia; politica che
sarebbe stato possibile correggere senza troppo sconvolgere, mediante movimenti
di rivoluzionamento, i meccanismi della riproduzione del modo di produzione
capitalistico. Vi è poi la contrapposizione, sempre affine a quella di Lenin
nei confronti di Hilferding, rispetto a chi pensa la struttura
imperialistica del capitale quale mera sovrastruttura finanziaria,
anch’essa di possibile correzione mediante controllo – senza bisogno di rivoluzioni
sociali radicali – del centro dell’apparato che manovra il capitale monetario,
piegandolo ai bisogni produttivi della società tutta e non a quelli del
profitto di pochi capitalisti fondamentalmente rentier, poiché sarebbero
in sostanza questi a perseguire lo sfruttamento dell’intera popolazione
mondiale. Come non avvertire che questi spunti critici potrebbero essere oggi
rivolti, almeno in parte, a coloro che imprecano contro i “cattivi” finanzieri
che non rispettano l’“etica negli affari”, o magari contro il “signoraggio” e
altre sconsolanti banalità dispensate a piene mani nel corso della presente
crisi mondiale?
Fin qui siamo tutto sommato
alla ripetizione di molte tesi della tradizione marxista, rivisitate ne L’imperialismo
di Lenin. Negli anni ’30 e ’40 vi furono più sostanziosi attacchi alle
concezioni anticapitalistiche del marxismo. Attacchi che nascevano dalla nuova
struttura del capitalismo americano in via di affermarsi in sede mondiale.
Lenin, nel criticare Hilferding, aveva sostenuto che il capitale finanziario
era in realtà simbiosi di capitale bancario e industriale. Tuttavia,
anch’egli, in questa stretta unione, vedeva la predominanza del primo. Erano
soprattutto i banchieri a sedere nei Consigli di Amministrazione delle imprese
industriali a garanzia dei crediti (e non di gestione ordinaria, ma per
investimenti di lunga durata in capitale fisso) a queste concessi. Tale era
soprattutto la struttura del capitale monopolistico tedesco. Quello
statunitense, ormai prevalente già nel primo dopoguerra, si era formato con la
preminenza di grandi corporations, nelle quali primeggiava
l’autofinanziamento rispetto al ricorso al credito.
Pesenti sostenne che la
categoria del capitalismo finanziario nell’accezione leniniana sussisteva pur
sempre, pur se nell’ambito della simbiosi prevaleva adesso il capitale
industriale su quello bancario; sovente, sono infatti le grandi imprese
industriali a crearsi le “proprie” banche oltre ad autofinanziarsi grazie ai
profitti di monopolio, sui cui torneremo più avanti. E del resto, anche per
quanto riguarda il credito, questo è in realtà raccolto spesso con i prestiti
obbligazionari, sottoscritti da banche ma pure, in quote rilevanti, per conto
dei piccoli risparmiatori. E gli stessi aumenti di capitale, per la parte di
azioni in mano a questi ultimi, sono da assimilarsi sostanzialmente ad una
sorta di credito, solo a “tasso variabile” (i dividendi distribuiti), per cui
dette azioni sono solo formalmente, giuridicamente, titoli di proprietà
giacché non attribuiscono alcun potere di disposizione né di controllo reale
sull’impresa. Qui è utile una digressione di notevole importanza.
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Giuliana Laportella, Dal Sud al Nord, 2006
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6. Nel 1932 esce un testo
importante come The Modern Corporation and Private Property di Berle e
Means. In esso certamente si parla della tipica struttura della grande impresa
americana, basata più sul managerialismo che sulla proprietà. Tuttavia, il
testo diffondeva l’idea di una “democrazia economica” a causa della capillare
distribuzione della proprietà azionaria caratteristica di questa struttura
societaria. I liberali crederono confutata la tesi marxista della
centralizzazione monopolistica dei capitali e, dunque, del potere
capitalistico. I marxisti risposero, e Pesenti riprende in pieno tali tesi, che
anzi proprio questa struttura – in cui un piccolo pacchetto “di comando”
consente il controllo dell’impresa e perciò di una quantità di capitale molto
superiore a quello posseduto dal ristretto gruppo di azionisti proprietari di
quel pacchetto – dimostra come il potere capitalistico si sia accresciuto in
misura assai considerevole, mentre si è certo allargata la quota della
popolazione che non solo crea il plusvalore (nel caso del lavoro salariato), ma
mette i suoi risparmi, indubbiamente dovuti all’innalzamento del tenore di vita
complessivo, a disposizione di un pugno di capitalisti, sottoponendolo dunque
ai rischi dell’attività imprenditoriale svolta e guidata da altri.
In Fase di transizione
(testo del 1956 già citato) Pesenti associa, nelle sue critiche alle tesi
“democratiche” di Berle e Means, anche Burnham. In testi successivi, mi sembra
che tale nome manchi. Non va fatta in realtà confusione tra La rivoluzione
manageriale (1941), ben noto testo di quest’ultimo, e il libro del 1932. In
entrambi si parla certo di apparato manageriale divenuto fondamentale nella
struttura della grande impresa americana (che verrà ancora studiata a fondo da
Chandler, ecc.). In Burnham, tuttavia, non si sviluppano tesi sulla “democrazia
economica”; si mette in pieno rilievo il mutamento intervenuto con l’affermarsi
del capitalismo statunitense, in cui la proprietà non ha più il ruolo centrale
considerato da Marx nella sua analisi del capitalismo inglese (quello
prettamente borghese). I manager, infatti, controllano le grandi imprese,
perfino non avendo proprietà azionaria (spesso nemmeno il piccolo pacchetto di
comando); essi sono più vicini al ruolo di strateghi dell’azione
imprenditoriale piuttosto che alla vecchia idea del gruppo proprietario che,
nella fase di accentramento dei capitali, diventa via via un insieme di
capitalisti dediti soprattutto ai giochi finanziari e disinteressati alla
specifica attività aziendale.
Certamente, anche Burnham
presenta aspetti criticabili; tuttavia, intuisce la politicità della
direzione imprenditoriale, e non la semplice proprietà (potere di
controllo) dei mezzi produttivi, quale carattere decisivo degli agenti
del capitale. Aver rigettato, assieme alle tesi di Berle e Means (che hanno poi
trovato abbastanza a lungo ampio seguito presso gli apologeti della democrazia
capitalistica), anche quelle di Burnham è stato senz’altro un grosso limite del
marxismo, più o meno in tutte le sue versioni. Non si poteva pretendere che il
Nostro, contrariamente agli altri studiosi di tale orientamento, afferrasse
fino in fondo l’intuizione del sociologo ed economista ex trotzkista divenuto,
già all’epoca de La rivoluzione manageriale, fortemente reazionario.
Pesenti comunque, come già rilevato, non associa più Burnham a Berle e Means
nei testi di fine anni ’60.
D’altronde il Maestro, di
cui si sta trattando, approfondisce un altro punto rilevante della struttura
capitalistica arrivata alla fase di centralizzazione monopolistica
dell’industria, fase in cui si trova l’Italia soprattutto dopo il boom
di fine anni ’50-primi ’60. L’accentramento oligopolistico non significa
minimamente scomparsa delle medie e piccole dimensioni imprenditoriali; esse
vengono subordinate nell’ambito di un’articolazione assai complessa, in cui le
grandi imprese hanno, oggettivamente, la possibilità di accrescere i loro
profitti. Vediamo sia pur succintamente il problema; del tutto cruciale per la
stessa politica di quegli anni. Non si tratta di mero gusto per la scienza, ma
di analisi scientifica che sta alla base di scelte politiche.
7. In Marx, prescindendo
adesso dalle complicazioni sorte con il ben noto problema della trasformazione
(dei valori in prezzi di produzione), il prezzo di una merce sta in stretta
relazione con il suo valore quale lavoro incorporato, che è dato dalla somma di
C (valore dei mezzi di produzione) + V (valore della merce forza lavoro) +PV
(plusvalore, cioè pluslavoro in forma di valore). A causa della concorrenza tra
più unità produttive (imprese), e del continuo aumento della produttività del
lavoro soprattutto per nuove tecnologie (oltre alle innovazioni organizzative),
il valore e dunque il prezzo di una merce tende a scendere; tuttavia, è in ogni
dato periodo una media dei “costi” (in tempi di lavoro) sostenuti dalle
varie imprese che producono quella certa merce, una media appunto tendente
verso il basso, verso i tempi di lavoro minori ottenuti dalle imprese più
innovative, che estromettono tendenzialmente le altre nell’ambito della serrata
competizione che contraddistingue il capitalismo concorrenziale.
Con l’oligopolio si
sostiene che i prezzi sono “fatti” dalle grandi imprese e sono rigidi all’in
giù; tesi valida per alcuni decenni dopo la guerra, quando si supponeva che
ormai le innovazioni di processo (e ancor più di prodotto) fossero di portata
relativamente modesta; tesi non più sostenibile in presenza di grandi svolte
innovative come quelle dell’elettronica e informatica, delle biotecnologie e
altre ancora, forse ancora più rivoluzionarie del motore a scoppio,
dell’elettricità, della chimica, ecc. Comunque, nel 1970 si pensava diversamente.
Se i prezzi sono fatti dagli oligopoli e tenuti ad un certo livello – in
presenza logicamente di tendenziale non belligeranza e accordo tra le grandi
imprese – essi sono fissati in base ai costi di una cintura di medie e piccole
imprese esistenti nei vari settori produttivi, dotate di tecnologie meno
avanzate, con minori economie di scala (interne), ecc.
In realtà, molte piccole
imprese erano fornitrici di parti complementari del bene prodotto dalle grandi
(che esplicavano dunque, in parte, funzioni di montaggio e poi lancio e
distribuzione del bene completo). Tuttavia, si considerava che esistesse un
buon numero di imprese da considerarsi “marginali” per la produzione in quel
dato settore merceologico; e che esse fossero tenute in vita dalle più grandi
attraverso una fissazione dei prezzi al livello dei loro costi più alti, di
modo che le imprese oligopolistiche potessero godere di un extraprofitto, cioè
di un profitto di monopolio. Oggi, lo ripeto, tali considerazioni, con il
senno del poi, sono piuttosto opinabili; le piccole imprese hanno
motivazioni diverse e il loro sviluppo, la loro “numerosità”, ecc. non
dipendono soltanto dagli “artifici” posti in essere dalle grandi imprese,
soprattutto non rispondono a motivazioni d’ordine esclusivamente economico,
tanto meno relative alla sola formazione dei prezzi di mercato.
Poco si capirebbe di quelle
teorizzazioni, di cui Pesenti fu valido rappresentante, se si pensa al solito
studioso, chiuso nella sua cameretta, tutto intento a pensare un mondo che
brulica e si agita tutto intorno. In realtà come ricordato sopra, il boom
determina uno spartiacque sia nell’assetto sociale sia nel pensiero di chi sta
elaborando una teoria anche per la politica, per di più una politica che
si trova all’opposizione non semplicemente di un governo, bensì di un
determinato sistema di rapporti sociali. Negli anni ’50 era ancora possibile,
come visto, attenersi alla considerazione di una prevalente tendenza alla
polarizzazione sociale tra capitale e lavoro (sottinteso: salariato), cioè tra
le due classi fondamentali (e antagoniste) del modello marxista “classico”. Gli
strati sociali intermedi, cuscinetto tra queste due classi, erano
fondamentalmente trattati come residui di questa predominante tendenza alla
polarizzazione. Se tali strati tendono a permanere, ciò dipenderebbe dalla
intromissione di altri elementi “impuri”; ad esempio politici, tesi magari a
smorzare e ritardare l’antagonismo sociale per ostacolare la presa del potere,
pacifica e per via elettorale, da parte dell’organismo rappresentante il lavoro
salariato, in specie quello operaio.
La trasformazione sociale
italiana a cavallo tra anni ’50 e ’60 comporta uno scossone definitivo a queste
tesi. La crescita di quelli che furono definiti “ceti medi produttivi” (di cui
il nucleo essenziale è appunto rappresentato dalle piccolo-medie dimensioni
imprenditoriali) non è fenomeno residuale, non è un rallentamento “artificiale”
di un processo storicamente ineluttabile; è invece il portato oggettivo di una
differente dinamica, tipica dei capitalismi arrivati ad un alto grado di
sviluppo, caratterizzato dalla struttura monopolistica dei mercati e quindi da
una diversa formazione dei prezzi, non più affidata alla semplice concorrenza.
Le imprese oligopolistiche sono attive nel fissare certi prezzi, e riescono
almeno in parte ad imporre quelli che danno loro profitti di monopolio,
favorendo nel contempo la nascita di una miriade di imprese con cicli
produttivi caratterizzati da un certo numero di livelli tecnico-organizzativi dei
processi lavorativi, con costi differenziati e la cui diversificazione tendeva
ad essere mantenuta; e il prezzo si stabiliva quindi in base ai costi delle
imprese marginali.
A questo punto, diventava
evidente la stabile, strutturale, permanenza dei ceti medi, anche di
quelli di carattere imprenditoriale e produttivo. La trattazione teorica della
nuova struttura del capitalismo avanzato doveva adeguarsi. Si considerava pur
sempre nella sostanza valida l’affermazione leniniana secondo cui si era in
pieno stadio imperialistico; si riteneva corretta l’indicazione che
quest’ultimo era soprattutto caratterizzato dalla formazione del monopolio.
Tuttavia, in un paese a sviluppo industriale avanzato si manifestava “qualcosa”
in più. La politica di opposizione non poteva più limitarsi a conquistare
soprattutto i ceti operai o le “masse lavoratrici” (quelle del lavoro salariato
ai più bassi livelli esecutivi). Diventava imprescindibile la questione dei
“ceti medi”. Questo era il significato cruciale del mutamento teorico
intervenuto.
8. Ancor prima della
seconda guerra mondiale, erano andate sviluppandosi – soprattutto in autori
sovietici (come Varga) e francesi – le tesi di un ulteriore stadio, quello del
capitalismo monopolistico di Stato. Tuttavia, in un primo tempo si intendevano
segnalare pressoché esclusivamente con simile definizione gli “interventi
indiretti nel processo produttivo (premi, sussidi di varie forme) o di consumo
(pensioni, etc.), con l’uso di strumenti fiscali, finanziari, creditizi,
monetari”; interventi che “stimolano il processo di riproduzione capitalistico,
ma non ne mutano le leggi, le caratteristiche, il tipo di sviluppo e quindi
sono destinati a raggiungere presto o tardi il limite della loro efficacia. Ciò
vale anche per il più importante strumento, la ‘moneta manovrata’” (ibid.). Ben
diversi sono “gli interventi con imprese produttive di proprietà
statale” (ibid.).
Già Engels aveva parlato di
capitalismo di Stato, pensato quale ultimo gradino di sviluppo del modo di
produzione capitalistico, oltre il quale non poteva ormai che sussistere il
passaggio al “socialismo” (quale primo livello o stadio del modo di produzione
comunistico). Un paio di decenni dopo, Hilferding, nel suo Il capitale
finanziario, aveva parlato della possibilità di un graduale passaggio a
tale primo stadio socialistico mediante il controllo centrale, cioè statale (di
uno Stato in mano a nuove forze politiche, espressione delle masse
lavoratrici), dell’apparato finanziario; e, tramite questo, di quello
produttivo. D’altronde – dopo la Rivoluzione d’Ottobre e l’infine
obbligata scelta della “costruzione del socialismo in un paese solo” a causa
del fallimento rivoluzionario nei paesi a capitalismo maggiormente sviluppato –
il socialismo fu di fatto identificato con la proprietà statale dei mezzi
produttivi: una proprietà ipso facto considerata “collettiva”.
Nel nostro paese, dopo la
seconda guerra mondiale, era certo illusorio anche solo il pensare ad una
costruzione socialistica “come in Urss”; vi ostavano i patti di Yalta ed altri
motivi ancora. Il primo tra questi fu proprio il definitivo passaggio, tra anni
’50 e ’60, ad una fase avanzata di sviluppo capitalistico, caratterizzato dalla
netta prevalenza dell’industria sull’agricoltura e dall’ancora non massiccio,
ma già considerevole, progresso del settore dei servizi. Perfino nella
situazione russa del 1917 – malgrado si sostenesse la centralità della
direzione da parte della classe operaia, direzione esercitata in realtà dal
partito ritenuto semplice avanguardia della stessa – la rivoluzione
sovietica era stata realizzata grazie alla messa in movimento e all’appoggio
delle masse contadine, particolarmente arretrate socialmente e con livelli di
vita quasi primitivi.
Nell’Italia degli anni ’60,
alcuni movimenti immaginarono che gli operai fossero pronti alla rivoluzione;
in realtà, si trattava di un periodo di lotte acute, che hanno quasi sempre
contraddistinto storicamente, in molti paesi, la fase di passaggio dal
contadino all’operaio, con migrazione dalla campagna alla città (da noi, in
particolare, dal sud al nord). Sempre ricordando la formula del mutatis
mutandis, era in realtà possibile pensare che, nella nostra realtà, il
posto delle masse contadine russe – interessate alla rivoluzione sovietica
soprattutto per il possesso della terra, non certo per particolare spirito
comunistico – fosse occupato dai ceti medi; soprattutto, appunto, da quelli produttivi
tenendo conto che, al massiccio fenomeno migratorio del contadino meridionale
verso la città (operaia) settentrionale, si accompagnava l’altrettanto
massiccio fenomeno della trasformazione del contadino settentrionale (“ricco”
in relazione al suo corrispettivo del sud) in piccolo imprenditore, spesso
riunito in varie forme cooperative. Tale fenomeno fu egualmente rilevante sia
nelle zone “bianche” di Lombardia e Veneto che in quelle “rosse”
dell’Emilia-Romagna. Ne discendeva la logica conclusione dell’alleanza
operai-ceti medi produttivi; una sorta di aggiornamento dell’alleanza
operai-contadini, passando da un paese (la Russia) ad appena iniziale sviluppo
capitalistico (e pochissimo industrializzato) ad un paese che aveva ormai
“superato il muro del suono” di questo tipo di sviluppo.
9. Entriamo nel vivo di
tale questione e, dunque, dell’elaborazione teorica di Pesenti mirata a
risolverla; un’elaborazione quindi legata alla fase storica in cui egli visse
con forte impegno politico, e sempre dal punto di vista di una possibile
trasformazione del sistema sociale, essendo però dati una non modificabile
collocazione internazionale del paese e il tipo di governo allora esistente.
Nel 1956 (intervista di Togliatti a Nuovi Argomenti) fu varata, se così
si può dire, la “via italiana al socialismo”; più o meno in quel contesto si
cominciò a parlare di “riforme di struttura”. Il contenuto di quello che
divenne il punto centrale del progetto politico comunista non era all’inizio
ben definito (ovviamente è la mia interpretazione).
Come già sopra considerato,
prima della trasformazione legata al boom, i ceti medi venivano ancora
considerati residuo, alimentato in specie da scelte politiche, rispetto alla
tendenziale polarizzazione sociale crescente; mentre dopo la trasformazione in
oggetto, i ceti medi (produttivi, si insistette continuamente su questa
specificazione) divennero componente strutturale della società italiana. Alla
“questione meridionale” – non risolta, ma comunque profondamente mutata con la
migrazione contadina verso le città industriali del nord – si doveva aggiungere
di fatto una questione settentrionale (allora non la si definì proprio così)
derivante dalla struttura del capitalismo industriale (avanzato) arrivato alla
fase del capitalismo monopolistico, per di più con l’aggiunta “di Stato”, che
in Italia – con l’Iri e, nel dopoguerra, con l’Eni e l’Enel – significava diretto
intervento dell’apparato pubblico nella proprietà di imprese produttive.
La prima considerazione,
fatta sopra, è che si doveva costruire un blocco sociale costituito
dall’alleanza tra operai e ceti medi (insisto: produttivi, in sostanza
piccolo-imprenditoriali). Questi ultimi andavano incoraggiati – e ciò
richiedeva l’intervento pubblico, in particolare sotto forma di finanziamenti e
regimi giuridici speciali e favorevoli – alla cooperazione con lo scopo di
ovviare alle minori dimensioni comportanti svantaggi in tema di “economie di
scala”, di possibilità di ricerca tecnologica e di prodotto, ecc. Tuttavia,
tale alleanza non era certo favorita, come quella operai-contadini nella Russia
del ’17, dalle particolari condizioni di arretratezza, di dissoluzione delle
istituzioni del governo centrale (la “Duma borghese” non riuscì a sopperire al
crollo del potere autocratico zarista). Lì fu possibile una “guerra di
movimento”, in cui vi era bisogno di relativamente poche “truppe”, molto
mobili, e di una direzione non pletorica con forti capacità tattiche e
strategiche adeguate a quel tipo di conflitto.
Da noi, era prevedibile una
lunga “guerra di posizione”, logorante, che si pensava di condurre dentro e
attraverso le istituzioni, ma che doveva avere svolgimento capillare nel
territorio: tramite appunto il blocco tra operai e ceti medi produttivi.
Occorreva però una direzione; e non soltanto quella politica, bensì anche nella
struttura economico-produttiva. Non si poteva fare a meno – così si pensò
almeno – della grande impresa moderna e tecnologicamente avanzata in quello che
si presentava come un lungo e tortuoso confronto. Tuttavia, la grande impresa
era prettamente capitalistica, sia pure della nuova fase, quella
imperialistica, che per il marxista Pesenti era solo uno stadio del modo di
produzione capitalistico giunto, nella sua opinione (anche in ciò del tutto in
linea con il marxismo tradizionale), alla fase della maturità e senescenza. In
un mondo bipolare – in cui, dopo le illusioni create dal primo sputnik,
ecc., era evidente la ripresa di forza mondiale del capitalismo statunitense,
centro del campo capitalistico, mentre venivano sempre più alla luce le “crepe”
dell’Urss e del campo “socialista” – non si poteva più, come negli anni ’50,
rifugiarsi nei grandi successi e nell’avanzata impetuosa di quella parte di
mondo; quest’ultima appariva invece sempre più lontana anche alle “masse”
occidentali, che avevano già iniziato la loro ascesa verso un migliore tenore
di vita (che intellettuali ben pasciuti denominavano con disprezzo
“consumismo”).
D’altra parte, erano in
voga allora le teorizzazioni (di Galbraith soprattutto) circa la tecnostruttura,
carattere ormai acquisito dalle grandi imprese oligopolistiche. Questa non va
confusa con l’apparato manageriale di burnhamiana memoria, che in qualche modo
metteva in luce il carattere strategico degli attori imprenditoriali nel
conflitto intercapitalistico. La tesi della “tecnostruttura” prendeva
certamente in considerazione la nuova complessa organizzazione della corporation
americana, divisa in dipartimenti e poi in divisioni. Essa nasconde tuttavia il
predominio degli agenti del capitale dietro esigenze puramente
tecniche che, sia pure in modo più articolato e aderente alla realtà empirica
(il che non è sempre un punto a favore), si rifanno al calcolo
razionale del massimo risultato (o minimo sforzo). Le strategie effettive tese
al predominio di mercato (e con larghi interessi in direzione del potere
politico e del predominio sociale tout court) sono lasciate in ombra; e
vengono perciò criticate da Pesenti come da ogni altro marxista.
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Claudio Spoletini, 0410, olio su tela, 2010, cm 100x100 (Dalla mostra "Anticipazione del nostro futuro", Bratislava, 2010)
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10. Il capitalismo italiano
aveva una sua particolare strutturazione – in parte ereditata dal fascismo e
con le “aggiunte” (e che aggiunte!) di Eni ed Enel – in cui circa la metà della
produzione industriale, in particolare quella delle grandi imprese, era in mano
pubblica; e così pure la parte fondamentale dell’apparato bancario. Sembrò
quindi che il deus ex machina della situazione fosse proprio il diverso
uso dell’apparato economico statale, cioè di quelle imprese produttive che
segnalavano il cambiamento intervenuto nella struttura e funzioni pubbliche
nella fase del capitalismo monopolistico di Stato; ma soprattutto nella peculiare
situazione italiana, in cui tale forma capitalistica era già caratterizzata
ampiamente dalla proprietà di così gran parte delle istituzioni
economico-produttive di un capitalismo avanzato.
Cruciale questo illuminante
passo di Pesenti (sempre in Validità attuale de l’Imperialismo): “dal
punto di vista economico, per contrastare il meccanismo della riproduzione
capitalistica e modificarlo, ossia per modificare il tipo di sviluppo, non vi è
che un solo modo [corsivo mio]: estendere la proprietà statale dei mezzi
di produzione, ossia accrescere, fino a farlo diventare determinante, il peso
delle imprese produttive statali. Naturalmente questo ragionamento che è
economico, di logica economica, per attuarsi concretamente esige un salto
qualitativo politico, cioè nei rapporti di forza, tra le classi, la creazione
di un nuovo blocco storico di potere [corsivo mio], di una ‘nuova
maggioranza’ che attui ciò che noi italiani chiamiamo le ‘riforme di
struttura’”.
Si noti la gradualità dello
stesso linguaggio – “modificare”, “accrescere fino a farlo diventare”, ecc., sia
pure con l’accenno al “salto qualitativo” e ai “rapporti di forza” –
l’esistenza di “un solo modo”, specialmente l’indicazione di un “nuovo blocco
di potere” (non viene usato il termine gramsciano di blocco sociale)
attraverso una “nuova maggioranza”. Non credo proprio che fosse anticipata
l’idea del “compromesso storico”, nemmeno in senso specifico quella di un
“eurocomunismo” (con occidentalizzazione della prospettiva del Pci); non fu
messo in discussione il legame con il campo “socialista” (e l’Urss), di cui si
continuava a criticare la scarsa democraticità e non certo la proprietà statale
dei mezzi di produzione (ancora identificata di fatto con il socialismo, mentre
già era iniziata in Francia, con Bettelheim e la scuola althusseriana, la
vivace critica di tale concezione). Era invece in vigore da tempo la tesi della
“programmazione democratica” al posto della pianificazione; ma tale tesi
apparteneva allo stesso ordine di accettazione di una lenta progressione verso
la transizione socialistica, accettazione in un certo senso obbligata
dall’ordine internazionale allora esistente.
Per realizzare il progetto
in questione era certo necessario un “salto qualitativo nella maggioranza” da
conquistare elettoralmente. Senza però l’illusione del famoso 50%+1 dei voti,
bensì in accordo (e nel contempo lotta) con lo schieramento ancora avverso, la
cui resistenza a simile accordo andava gradualmente vinta con un “blocco di
potere” (pezzi di forze politiche al momento contrapposte, ma che sarebbero
dovute andare progressivamente avvicinandosi) in grado di ricevere l’appoggio di
base da parte degli operai e dei ceti medi produttivi. Il modello era
quello delle “regioni rosse”, dove non a caso esisteva nel Pci una maggioranza
di tipo “migliorista”, riformista e nel contempo la più filosovietica (si pensi
bene a questo connubio, su cui non posso qui diffondermi, ma del tutto
implicato da quanto già scritto finora). Tuttavia – non dimenticando mai il
contesto mondiale allora esistente – era indispensabile promuovere una via economica
al rinsaldamento di questo vagheggiato nuovo “blocco di potere” con la sua base
di massa; una via decisamente coadiuvata, ma non forzata né imposta, dalla
politica. Data la mancata critica a quella che Althusser definì più tardi la
coppia ideologica “pubblico/privato”, data la persistente sostanziale
assimilazione della proprietà statale a quella collettiva dei mezzi di
produzione, la chiave di volta del progetto era l’utilizzazione del grande
apparato pubblico dell’economia, ivi comprese le imprese produttive (e
finanziarie).
Sintetizzando: il “blocco
di potere”, di graduale formazione, doveva dunque essere basato
sull’alleanza tra classe operaia e ceti medi produttivi, con forti impulsi
ricevuti in sede economica dall’industria pubblica (tecnologicamente ed
organizzativamente avanzata), a tale compito indirizzata – non con la
coercizione pianificata, bensì mediante una più morbida “programmazione
democratica” – da una “nuova maggioranza” costruita con pezzi vari di forze
politiche interessate a modificare (tramite importanti “riforme”) la struttura
del capitalismo monopolistico italiano. Per realizzare tale obiettivo,
bisognava tuttavia sottrarre spazi al potere del capitalismo monopolistico di
Stato, facendo delle imprese produttive pubbliche – ritenute troppo
dipendenti dall’influenza di quelle private – delle concorrenti di queste
ultime con l’attuazione di una politica di “servizio” utile alla collettività
nazionale, soprattutto alle masse popolari italiane. A questo tendeva
l’elaborazione teorica di Pesenti, non certo interessato a semplici
disquisizioni dottrinali relative ad una maggiore o minore aderenza ai principi
del marxismo-leninismo; pur se la gran parte delle sue formulazioni prendeva
spunto da quest’ultimo, perfino interpretato a volte con stretta ortodossia.
11. Negli ultimi anni ’60,
ivi compresi gli anni della “contestazione”, vennero invitati all’Istituto di
Economia (della Facoltà di Giurisprudenza) di Pisa importanti uomini del
settore pubblico dell’economia, fra cui ricordo bene Petrilli. Soprattutto
importante a mio avviso fu il seminario tenuto da Marcello Colitti, alto
dirigente dell’Eni (un uomo che era stato vicino a Mattei prima del presunto
“incidente”). Per quanto ne so, non credo esista di quell’evento traccia scritta;
solo la mia memoria, che non è evidentemente perfetta dopo tanti anni. Non
ricordo certo le domande degli studenti né grandi interventi; fui tuttavia
molto attento nel seguire l’intensa discussione tra il mio Maestro e il
dirigente della più importante azienda pubblica italiana (che si era laureato
in Giurisprudenza a Parma nel 1954 sostenendo la tesi proprio con Pesenti). Ne
presi anche alcuni appunti, ma confesso che non sono nemmeno per me oggi
facilmente decifrabili.
Nel complesso, tuttavia, si
delineò, mi sembra abbastanza bene, una differenza di vedute che era in realtà
qualcosa di più: netta divergenza di idee e di impostazione dei problemi. Da
una parte, si sosteneva la possibilità (direi necessità) di utilizzare le
imprese pubbliche in funzione antimonopolio (sottinteso: privato). Decisivo a
tal fine diveniva l’appoggio a tali imprese da parte di una politica di
“riforme di struttura”. Era piuttosto evidente che di fatto sarebbe stato
necessario mettere l’industria statale al servizio dell’alleanza tra i
raggruppamenti sociali fondamentali della popolazione: operai e ceti medi
produttivi, appunto. L’appoggio andava quindi in effetti tradotto in robusto
orientamento – nelle intenzioni senza aperta coercizione, ma certo con una
buona dose di potere di imposizione – del sistema dell’economia pubblica da
parte della sfera politica dello Stato.
Dalla parte del manager pubblico, mi sembrava
visibile (se mi sbaglio, mi scuso con lui) la sorpresa di fronte ad una
prospettiva che gli appariva evidentemente “bizzarra”. Una grande impresa
pubblica agisce come ogni altra impresa delle sue dimensioni, a prescindere
dalla forma giuridica della proprietà, sempre che sia ben gestita con
criteri di efficienza (ed efficacia “strategica”). Essa, evidentemente, è in grado
di stabilire accordi oligopolistici – quelli considerati negativi da varie
teorie della formazione dei prezzi in tale regime, formulate soprattutto in
sede di critica della società capitalistica – oppure sviluppa una forte azione
concorrenziale, in specie quando deve farsi strada in un mercato dominato da
altre grandi aziende di quel settore.
Quest’ultima era di fatto
la posizione dell’Eni nei confronti delle famose “sette sorelle”. La
concorrenza – a livello internazionale e non certo nazionale – era indispensabile
allo sviluppo dell’azienda pubblica, ma esattamente la stessa cosa sarebbe
valsa se fosse stata un’impresa privata. Regime concorrenziale o
(mono)oligopolistico non sono stadi di sviluppo del capitale, così come
non dipendono dal regime proprietario (se inteso in senso giuridico) delle
imprese, a qualsiasi livello della loro dimensionalità. Accordo “monopolistico”
o competizione detta “concorrenziale” – termine invero molto soft, dato
che si tratta spesso di acuto conflitto strategico – dipendono dalla
configurazione del cosiddetto “mercato mondiale”, influenzato in realtà dalla
politica degli Stati in base alla differente collocazione di questi nei
reciproci rapporti di forza; dipendono, in definitiva, dalla stabilità di tale
configurazione o dal prodursi di eventi (economici e politici) che l’alterano e
rimettono in moto una lotta prima relativamente sopita.
In quella fase storica (non
che oggi sia poi così diverso), l’Eni – più che sottostare a certe direzioni
non semplicemente politiche, ma in certa qual guisa ideologiche e partitiche,
quelle che hanno giocato un ruolo negativo nella sedicente “costruzione
socialistica”, non semplicemente bloccata da “incrostazioni burocratiche”
(sovrastrutturali), com’era già allora visibile (basta appunto leggere le
analisi di marxisti francesi dell’epoca) – aveva, lei, bisogno di orientare la
politica, cioè l’azione dello Stato, per affermarsi su scala internazionale
contro imprese già saldamente installate e che avevano alle spalle apparati
statali assai robusti.
Mi sembra evidente che le
due “visioni prospettiche” non coincidevano per nulla. Tentare, nel mondo bipolare
di allora, di piegare le imprese produttive statali ad una politica che
contrastasse il capitalismo monopolistico di Stato, correttamente considerato
da Pesenti ormai struttura e non mera sovrastruttura della società, per
arrivare al “nuovo blocco di potere” – con forze politiche nettamente schierate
nel campo dominato, anche tramite la Nato, dagli Stati Uniti – mediante
graduale formazione di un’alleanza tra operai e ceti medi produttivi, non può
non essere considerato, certo con il senno del poi, un escamotage
per non abbandonare la prospettiva di un almeno graduale passaggio al
“socialismo”, non scoraggiando ulteriormente i propri seguaci, che di delusioni
ne avevano già patite abbastanza.
In definitiva, si voleva
mantenere un almeno “amichevole collegamento” con il “campo socialistico”
(ancora lontano dal crollo), nel mentre si manteneva in piedi la prospettiva
socialista (secondo la “via italiana”) con progressiva attuazione di “riforme
di struttura”, accettando le forme democratiche di quel campo
capitalistico, configurato in base ai rapporti di forza già considerati. Il
tutto sarebbe dovuto confluire in una “programmazione”, non imposta
centralmente e d’imperio, che avrebbe dovuto incontrare il gradimento sia dei
ceti operai che di quelli piccolo-imprenditoriali. La Storia ha preso un’altra
strada, che esula da questo scritto.
12. Mi sembrano risultare
evidenti, dalla pur scarna e certo manchevole ricostruzione fattane, alcuni
punti centrali. Intanto, il teorico Pesenti non può essere scisso
dall’uomo pratico. Non ho nemmeno accennato, perché non competeva a
questo scritto, all’enorme produzione di discorsi, articoli, discussioni, ecc. su
argomenti finanziari e di politica economica. Tuttavia, al di là di questioni
eminentemente pratiche, legate alla contingenza, vi era in lui una più generale
stretta connessione tra le formulazioni teoriche – improntate alla concezione
marxista (e del marxismo-leninismo), ma sempre attente alle necessarie
innovazioni da apportare ad essa – e l’attività politica, intesa nel suo più
alto senso di partecipazione all’elaborazione e discussione (anche a livello
internazionale) di una linea d’intervento nella fase storica in cui si trovò ad
operare (riprendendo il titolo di un libro di Sweezy del 1953, tradotto da noi
nel 1962, possiamo dire: The Present as History).
Allora non si pensava alla
politica senza un forte appoggio sulla teoria, intesa come scientifica
“astrazione determinata” nell’analisi delle vicende legate ad uno scontro di
portata complessiva, con forti valenze ideologiche; intendendo, però, per
ideologia non il consapevole svisamento del “reale”, bensì la sua
interpretazione a partire da una presa di posizione nel conflitto
sociale, che sempre si rinnova e si svolge in modo tortuoso ed ondivago.
Pesenti apparteneva ad una generazione di grandi economisti marxisti (che non
cito per non far torto a qualcuno), ed è stato uno dei primi a dover “abbandonare
il campo” (per causa di forza maggiore) quando aveva ancora molto da spendere
in energie intellettuali. Egli sparì in un momento cruciale, all’inizio di un
decennio passato alla storia come “anni di piombo”, con il “cambio di marcia”
nel Pci (segreteria Berlinguer a partire dal 1972), ecc. Impossibile immaginare
quali sarebbero potuti essere i suoi apporti teorici nella nuova fase storica.
In ogni caso, per quanto
riguarda un periodo decisivo della storia italiana, e mondiale, e del suo
“riflesso” nella teoria – certo dal punto di vista della scelta marxista –
Antonio Pesenti resta un riferimento importante. Si tende a dimenticare quella
generazione, almeno quella di orientamento marxista; non so se è scelta
consapevole (e allora colpevole) oppure se ciò dipende dall’insipienza del
pensiero attuale, e dal ripiegare della politica sul piccolo cabotaggio e la
polemica “personalizzata”. In ogni caso, qualora si volesse scrivere
un’autentica storia del pensiero, non solo “economico” – e se si avrà l’accortezza
di connetterlo costantemente alle vicende storiche nel loro multiforme aspetto
– si “inciamperà” sempre nell’opera di Pesenti, di cui ho tracciato qui
volutamente, per ragioni di spazio e tempo, solo poche ma spero essenziali
linee di sviluppo: troncato da un evento superiore a tutto il resto.
Ovviamente, mi riferisco ai singoli individui, non alla Storia che continua a
svolgersi imperterrita e indifferente; se la memoria non la vivifica,
essa ci consegna solo cenere che ricopre il tutto rendendolo invisibile.