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di Ada Arduini e Gioia Guerzoni
Quando nel 2004 Gioia Guerzoni mi
ha proposto di provare a organizzare un workshop per traduttori letterari, ho
accettato con entusiasmo: ero reduce da due edizioni della Summer School del
BCLT, che allora si teneva a Cambridge, dove ero rimasta molto colpita dalla
conduzione di Susanna Basso e Rossella Bernascone del gruppo di lavoro en>it.
Per noi è stato quindi molto naturale pensare di coinvolgere fin dall’inizio
queste due colleghe e maestre nel nostro progetto.
La nostra idea era molto
semplice: organizzare per un gruppo di colleghi traduttori letterari en>it
una tre giorni di seminario in stile un po’ anglosassone, in cui il lavoro sul
testo, guidato da Rossella e Susanna, rivestisse la stessa importanza delle
discussioni che si svolgono a pranzo e a cena, o durante la minigita che
abbiamo programmato ogni anno nei dintorni dell’amena località felicemente
individuata da Gioia (Dagnente, sul lago Maggiore).
Ci eravamo rese conto che, per i
traduttori letterari en>it che più o meno si dedicano alla professione full
time, i tempi di lavorazione imposti dai ritmi editoriali e gli scarsi guadagni
impongono tabelle di marcia che tendono a erodere progressivamente gli spazi
che ciascuno di noi riesce a dedicare alla riflessione tecnica, teorica o etica
sul proprio lavoro. Con “Mrs Carter” abbiamo voluto recuperare questi spazi:
per farlo in maniera efficace ci è sembrato necessario stabilire un numero
chiuso, cercare di costruire con attenzione i gruppi di partecipanti e offrire
come terreno di esercitazione un autore inedito in Italia, il tutto in
un’atmosfera rilassante, amichevole e stimolante. Dalla terza edizione abbiamo
inoltre iniziato a invitare gli autori stessi a partecipare ai lavori. I
partecipanti, noi comprese, dovevano dividere gli oneri di vitto, alloggio e
intervento dei relatori, in più abbiamo sempre offerto l’organizzazione e la
scelta dei temi.
Una delle difficoltà che abbiamo
incontrato all’inizio è stata la selezione dei partecipanti: il seminario è
stato spesso scambiato per un’iniziativa di formazione per traduttori in erba,
per questo abbiamo sempre evitato di fare pubblicità al di fuori dei canali
riservati ai professionisti. Abbiamo comunque cercato di non avere preclusioni
e di costruire un gruppo affiatato e interessante in base alle candidature che
ricevevamo: ci è quindi capitato di invitare anche esordienti, studenti,
docenti universitari, ma il nucleo del gruppo è sempre stato formato da
traduttori, diciamo così, di lungo corso.
In base a questa esperienza
durata cinque anni, ci siamo rese conto di due cose.
La prima è stata la disparità tra
il numero di donne e uomini che si candidavano per partecipare: volendo evitare
generalizzazioni da rotocalco lascio ai lettori l’analisi delle motivazioni di
questo fenomeno. Ho troppa stima dell’intelligenza dei colleghi per pensare che
siano stati scoraggiati solo dal nome del seminario…
La seconda è stata l’insicurezza
di alcuni partecipanti di fronte all’esperienza di “tradurre in pubblico”, cioè
di esporre a dieci/dodici professionisti di eguale esperienza le proprie
proposte, idee, riflessioni sul testo. Ne abbiamo dedotto di averci visto
giusto, quando avevamo pensato a “Mrs Carter” come a un possibile antidoto alla
solitudine del traduttore, che se estremizzata diventa difficoltà o addirittura
incapacità di confrontarsi con la pluralità delle soluzioni possibili e con gli
infiniti approcci diversi al testo rappresentati dagli altri partecipanti al
seminario.
Dopo cinque anni di fedeli
ritorni alla pensione “Arca di Noé” di Dagnente, però, abbiamo sentito la
necessità di una pausa di riflessione: pur essendo diventato il nostro un
appuntamento atteso con ansia da alcuni dei “carteriani”, che con gli anni sono
diventati presenze fisse, ci è sembrato necessario fermarci e provare a
compiere uno o più passi in avanti. Trovare il modo di attirare maggiormente
l’attenzione dei colleghi e variare le combinazioni possibili; cercare di
superare il gap di genere; cambiare panorama; escogitare altri modi per
lavorare sulla traduzione collettiva e, last
but not least, tentare di trasformarla in un’attività non necessariamente
negativa dal punto di vista economico per me e Gioia.
Restiamo comunque convinte che
questo genere di iniziative di autoformazione continua siano fondamentali per
una professione come la nostra. Abbiamo anche tuttavia ben chiaro che le
condizioni lavorative in cui molti di noi si ritrovano (spesso la traduzione è
accostata all’insegnamento o ad altre attività necessarie per integrare il
bilancio) e i ritmi a cui siamo costretti dall’industria editoriale riducono
moltissimo il tempo che ciascuno di noi può dedicare al proprio arricchimento
professionale. Coltiviamo la speranza che prima o poi sia possibile che i
traduttori ritengano normale e scontato occuparsi periodicamente del proprio
aggiornamento come di un aspetto integrante della propria vita lavorativa,
invece che considerarlo un lusso o una sospirata vacanza dai ritmi imposti
dagli editori, dalla famiglia e dal portafogli.
(Ada)
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Anna Boschi, Uni-vers, 1986
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Se i proverbi non facessero
subito poco giovane e ancor meno trendy, 'Non si finisce mai d'imparare',
potrebbe essere il nostro motto. Ma a noi, che ci sentiamo orgogliosamente
démodé, sembra perfetto: magari aggiungendo "in gruppo", oppure
trasformando il trito 'sbagliando s'impara' in 'discutendo s'impara'. Ebbene
sì, traducendo in gruppo si impara, tantissimo. Anche se è un lavoro
eminentemente solitario, o forse proprio per quello. Anche se poi ciascun
traduttore ha una propria lingua materna, ha i propri viaggi alle spalle, e
anche se ciascuna traduzione mostra un proprio carattere, una propria
personalità, parla in modo diverso. O forse proprio per quello: traducendo e conoscendo
le varie persone e i vari modi di tradurre, invariabilmente si assorbe, si
impara qualcosa. È un po' come viaggiare, si scopre sempre qualcosa di nuovo:
uno scorcio, una bancarella che prima non c'era, una casa tinteggiata in un
colore diverso, pur nella stessa città, pur nella stessa strada. Non si può
smettere di viaggiare solo perché si è arrivati a esplorare qualche centimetro
quadrato di mappamondo.
"Il vero viaggio di scoperta
non vuol dire cercare nuovi paesaggi, ma vedere con nuovi occhi". E questo
l'ha detto niente meno che Proust. Quindi vedere un testo con dieci, quindici
paia di nuovi occhi è davvero una grande scoperta.
E non lo pensiamo solo noi, che
organizziamo l'incontro (seminario, workshop, tavola rotonda, o semplicemente
scambio di idee), o Susanna Basso e Rossella Bernascone, le nostre guide, che
con grazia e sensibilità ci conducono per mano nei tratti più difficili del
viaggio, pronte a spiegare, illuminare il cammino, fornire esempi personali. Lo
pensano tutti quelli che hanno partecipato a qualche edizione di “Mrs Carter”.
Non abbiamo voluto Susanna e
Rossella solo perché hanno un curriculum invidiabile, ma per la loro capacità
di comunicare, oltre che con il testo, con le persone. Cosa rara, specialmente
tra i traduttori, che spesso soffrono di sensi d'inferiorità fantozziani o di
megalomanie napoleoniche. Loro, le due nostre guide, dicono persino che ogni
volta imparano da noi. E forse ci dobbiamo credere, se ripensiamo al nostro
proverbio iniziale.
Spesso chi si è iscritto per la
prima volta, chi ha fatto il temibile salto (oddio dovrò far vedere come
traduco davanti a quelle due star della traduzione?) e si è buttato in
un'esperienza che comunque non ha paragoni in Italia (se non forse il seminario
gestito da Marina Pugliano per il tedesco), ora non può farne più a meno e si
iscrive ogni anno – e protesta quando saltiamo un'edizione, com'è successo
quest'anno, un po' per un bisogno nostro di fare il punto della situazione e
farci venire idee nuove, un po' per l'imperante crisi economica.
Il prossimo anno manterremo
Susanna e Rossella come tutor, ma cambieremo il luogo dove si terrà il
seminario – siamo ancora in cerca, ma vorremmo trasferirci più al centro dello
stivale, intorno a Roma o a Firenze. Una cosa continua a rimanere per noi un
enigma: in cinque edizioni di “Mrs Carter” abbiamo visto passare una quarantina
di donne e, purtroppo, un solo uomo. Perché?
Ci siamo chieste più volte come
mai gli uomini – e il numero dei colleghi traduttori cresce di anno in anno -
non fossero interessati a partecipare a un incontro laboratoriale sulla
traduzione. Spaventati dal titolo, “Mrs Carter”? Il pudding della citazione li
avrà forse convinti che si sarebbero trovati in mezzo a un pollaio di filosofe
intente a glassare torte? Il pensiero spaventerebbe anche me. No, non possiamo
credere che i colleghi non vedano al di là delle metafore. Certo l'idea che la
presenza femminile sia numericamente schiacciante può spaventare. Ma perché
poi? Anche in palestra, a yoga, in piscina o a canottaggio, ci sono tante
donne. O forse c'è una vaga presunzione di essere comunque arrivati - lavoro,
dunque non ho bisogno di confrontarmi, né tanto meno di imparare, visto che le
case editrici mi cercano. In pratica, gli uomini non sono interessati - a parte
un caso esilarante di un giovane traduttore che ci ha scritto candidamente:
'Certo, vengo se avete bisogno di un docente'. Evidentemente non ci eravamo
spiegate bene: da “Mrs Carter” docenti non ce ne sono, ma tutti collaborano
alla costruzione dell'esperienza traduttiva intervenendo e lavorando allo
stesso livello.
Quindi, signori traduttori, join
us!
(Gioia)
Siamo grate a Rossella Bernascone e Susanna Basso, agli autori
intervenuti e a tutte le persone che abbiamo conosciuto in questi cinque anni, colleghi
che poi sono diventati anche amici: i giorni trascorsi insieme a Dagnente sono
stati ricchi di stimoli, capaci di risvegliare entusiasmi, passioni e
riflessioni, di offrire spazi di confronto personale e professionale che
altrimenti ci sarebbero stati preclusi.
Per chi non c’era, alcuni momenti che ci piace ricordare: la voce di
Sujata Bhatt che recita le sue poesie, Susanna Basso che ci mostra i quadri di
Paula Rego, i tuffi nel lago, il monastero a picco sul lago d’Orta in cui si è
svolta la prima edizione, il lavoro sulla revisione svolto nella seconda
edizione, le conserve della proprietaria della pensione, il dialetto scozzese
di Donal McLaughlin magnificamente declinato da Giovanna Scocchera e Giovanni
Garbellini, Ettore Mo che ci intrattiene su Tiziano Terzani sorseggiando
l'ennesimo bicchiere di vino rosso, la famiglia Cowan al completo e la
traduzione di “Sleep” di Lynne Bryan, fatta da dodici paia di mani.
* Ada Arduini traduce dall'inglese dal 1998. Tra gli autori su cui
ha lavorato, Colm Tóibín, Edward Said, Alain de Botton, Catherine Dunne,
Bryher, Jessica Mitford, Maeve Brennan, Kate Atkinson, Nathaniel Rich, Sigrid
Nunez, Stephen Elliott, Joanna Scott, Edith Templeton.
* Gioia Guerzoni ha 41 anni, vive a Torino e lavora come traduttrice
letteraria a tempo pieno da quasi quindici anni. Ultimamente ha tradotto Paula
Fox, Siri Hustvedt, Michael Zadoorian, Colm Toíbín, Cynan Jones e Rachel
Trezise, oltre a vari autori indiani tra cui Lavanya Sankaran, Altaf Tyrewala,
Kiran Nagarkar, Tishani Doshi. I vari soggiorni in India, con il fido
portatile, le hanno regalato un'antologia di autori indiani per Isbn intitolata
India, cinque reportage, sei reportage e tre fumetti, alcune
collaborazioni come consulente per le letterature del subcontinente, buone
letture e molto divertimento.
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