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di Serena Todesco
Quello che nessuno ti dice è che
le traduzioni di poesia te le devi andare a cercare. Come i funghi a inizio
stagione. Devi conoscere i luoghi adatti, portarti un cestino anche se non sai ancora
se potrai riempirlo, metterti un bel paio di stivaloni Wellington, ecc. Per essere
una che ha vissuto, da esule, sette anni vicino all’Appennino forlivese, posso
dichiarare con una certa vergogna di non aver mai sperimentato personalmente
l’allegra raccolta autunnale. Mi sono sempre limitata a mangiarli, i funghi, ma
niente fatiche campagnole estemporanee. Discorso a parte, invece, per le
raccolte di poesie da tradurre, attività da svolgersi tutto l’anno con animo
consapevole per l’ardua impresa che si sta per affrontare.
L’ultima grande raccolta –
iniziata nella tarda estate 2008 e proseguita, con palpitazioni varie, sino a luglio
2009 – mi ha portato a casa un cestino di poesie di Rosaria Lo Russo,
conosciuta al festival di Parma qualche anno fa. La nostra amicizia si è
costruita, almeno all’inizio, sulla passione (sua) per l’Irlanda nella quale io
vivo da quasi tre anni e sul desiderio intenso (mio) di tradurre in inglese i suoi
testi più recenti. Conoscevo solo qualche frammento della sua produzione, oltre
alle bellissime traduzioni di Anne Sexton. Andar per poesie per me è prima di
tutto, la curiosità di un mistero come quello della scrittura poetica. Ma la
sfida del tradurre in inglese si presentava ancora più ardua, perché nelle
orecchie suonano gli eterni campanelli: non si fa, non è corretto, bisogna
lasciar fare ai madrelingua e ai poeti, va contro ogni etica professionale, e
così via.
Eppure… eppure deve pur esserci
un modo, una mediazione. L’incontro con Rosaria, nel giugno 2008, coincide,
personalmente, con altri importanti incontri che andranno a modificare il mio
rapporto con la scrittura poetica e con i poeti come soggetti. Chi mi conosce
sa.
Detto tutto questo, siamo
sinceri: chi traduce poesia (senza nulla togliere alla prosa, altro bel paio di
maniche…), è consapevole di impantanarsi in un’impresa alla Sisifo e di dover
andare in giro con la maschera di chi sa apparentemente
quello che fa. Segretamente, ero consapevole di essere sul punto di
tuffarmi in una piscina di acqua gelida subito dopo mangiato. Però, c’è il
però: il madrelingua ci vuole, per mettere a tacere i campanelli e le
malelingue.
Settembre 2008
Ho pensato di coinvolgere l’amico
poeta e scrittore irlandese William (Bill) Wall, chiedendogli di entrare in
quello che si prospetta un arduo ménage à
trois traduttivo. Rosaria e William non si conoscono personalmente, dunque
io sono al centro, da brava interprete mascherata. Lui conosce l’italiano
abbastanza da apprezzarne le sfumature più grandi, lei è americanista e
traduttrice, con idee precise sulla traduzione dei suoi e altrui testi. La cosa
si prospetta eccitante, per me, oltre che assolutamente da panico, mi sento
sprovveduta, troppo presuntuosa, felice e spaventata.
Parlo all’uno dell’altra, all’altra
dell’uno, nel corso di molti caffé al Farmgate di Cork, dove nel frattempo mi
sono trasferita per un dottorato di ricerca, o in lunghe e-mail indirizzate
alla poetrice (non è poetessa, ci tengo a sottolinearlo). Con lei decideremo di
incontrarsi in Sicilia alla prima occasione, a casa di un’altra scrittrice,
quando il progetto ha preso lentamente una sua forma e colore: ma siamo ancora lontani
da tutto questo.
L’autunno e l’inverno 2008 mi vedono sommersa dal
lavoro di ricerca, ammorbata dalla pioggia e dalle letture necessarie. Per
questo, le traduzioni di Rosaria (come altre, di cui mi occupo nel frattempo)
diventano una terapia. La domenica, specialmente. Inizio, di mia iniziativa, a
lavorare su Respiranza e Natale, tratte da Lo dittatore amore, ancora il progetto di Crolli è di là da venire. Scelgo piccoli pezzi sparsi, dando un
ordine mio personale, molto discutibile. Poi Rosaria mi manda un file
intitolato crolliverdi.doc, da cui
traduco la prima pagina, ‘Mi arrendo, alzo le braccia’. Letterariamente e alla
lettera, perché Bill capisca dove voglio arrivare con le parole. Il risultato è
questo:
Mi arrendo. Alzo le braccia –
ricadono, di ottone e
alabastro
il soprammobile cuore resta
di sasso
e scivola così, lento come un
calcolo,
ad occupare il palloncino
verde bile e poi più giù
s’insedia nel sacchetto
floscio della matrice dove
impreziosisce. E prende fuoco
la miccia carotide,
implodono parole dalla tua
bocca alla mia bocca
dello stomaco, e sgomitano.
E così arguisco, nella
centrifuga di un’occhiata
maligna la pura verità di uno
sgomento.
E così ardisce, nella
centripeta mente,
per certezze intermittenti
lampi la semplicità
assoluta della nostra
definitiva smentita.
I surrender. I lift my arms -
they fall, brass and alabaster,
my knickknack heart stops astonished
and glides like this, slow like a calculus,
invades the gall-green balloon, and downward
installs itself in the sloppy sack of the lap
where it flourishes. The carotid match flames,
words implode from your mouth to my
belly's mouth, they swagger.
And thus I infer, in the centrifuge of a brutal gaze,
the blunt fact of dismay.
And thus it dares, in the centripetal mind,
by fitful insights lightnings the absolute
simplicity
of our definitive denial.
Quando invio questi primi
esperimenti a Bill, lui accetta di entrare nel vivo del lavoro. I miei commenti
sono pieni di traduzioni, spiegazioni dettagliate sulle varie accezioni delle
parole, note a margine. Lo sommergo, letteralmente, so che dentro di sé avrà
tutta la libertà di odiarmi e di pentirsi di aver accettato. Ma, a questo
punto, la cosa mi interessa relativamente, mi intriga molto di più proseguire
questo ménage. Sono estranea a me stessa, alla Serena che non manda più
proposte editoriali per paura che le rubino l’idea. La poesia diventa
improvvisamente altro, è la libertà creativa provata anni fa con la prima
pubblicazione. Brucio dalla voglia di prendermi una vacanza dalla scrittura
accademica. La traduzione è una vacanza mentale.
Da sottolineare come sia io che
Bill siamo eternamente sommersi dal lavoro e da altri pensieri. Le poesie di
Bill sono sul mio comodino da mesi, le leggo, le traduco per mio piacere
personale, ma niente di più. Ogni tanto sposto i libri, così so che, in capo a
qualche mese, li ritroverò come oggetti nuovi, emozionanti, li riaprirò come
fosse la prima volta. A pelle, io e il poeta ci prendiamo, sopratutto quando
parliamo di politica italiana e di letteratura. Vorrei proporre il suo
bellissimo Fahrenheit says nothing to me
a qualche editore italiano, ma so bene che non lo farò, là fuori c'è già chi se
ne occupa con maggiore costanza di me. Mi solletica, invece, l’idea di lavorare
con lui sulle poesie di Rosaria.
Leggermente riluttante per la
difficoltà oggettiva, ma incitato da me (grande attrice, devo dire…so bene
quale fulmine sta per piovermi sulla testa!), Bill accetta. Rosaria è felice,
deliziosamente incoraggiante, accetta con gioia l’idea di una traduzione
collettiva, la chiama, giustamente, ‘una sorta di ipertesto’. Mi invita, con il
suo meraviglioso umorismo toscano-calabro, a mettere Bill ‘al pigio’. Si inizia
a tradurre in tandem: mi diverte, masochisticamente, l’idea di avere a che fare
con una valanga di neologismi e barocchismi da rendere nella lingua più
neologica del mondo, l’inglese.
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Rosaria Lo Russo
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Primavera 2009
Siamo a maggio, a Catania. Lo
spettacolo di Rosaria Io ho fatto tutto
questo (regia di Maria Arena), dedicato a Goliarda Sapienza, è appena
finito. Ci abbracciamo, lo spettacolo è stato bellissimo e ci tengo a dirle
quanto sono felice di avercela fatta, tra un viaggio e l’altro, a tornare in
Sicilia proprio per vederla in scena. Ci diamo appuntamento dopo un mese, a
Caltagirone, per la scelta finale delle poesie. Colpevolmente, so di essermi
presa una lunghissima pausa dal lavoro di traduzione, di aver rimandato tutto
il rimandabile.
Decido così di dedicare i fine
settimana tra maggio e giugno a recitare tra me e me gli originali. Prendo sei
poesie da Crolli e cerco di dare loro
una forma rozza in lingua inglese, mentre Bill mi invia irlandesissimi e
cortesi commenti, del tipo: “I've had a look at the poems, which, typically, present a
lot of difficulties for translation. I think what I'll do is, send each version I make to you, one by one and
await your suggestions. Your notes are excellent, but, as she rightly feels,
she is a peculiarly difficult poet to translate. However, I too feel simpatico.”
Messo al pigio, non c’è che dire.
Adottiamo l’unica pratica
possibile per chi traduce a distanza e non può confrontarsi direttamente con le
proprie e le altrui ossessioni lessicali. Le e-mail diventano un’interminabile
sequela di dubbi e domande sui dettagli, sulla rottura dei versi,
sull’attenzione per il riferimento culturale. Disperatamente, uso i dizionari
in modo passivo, giocando sui meccanismi della lingua inglese e sulla
ricreazione di assonanze. Non so descrivere i diversi ‘voli della mente’ (o i
dubbi del tutto scontati o stupidi) che nascono in quei momenti. La mia
conoscenza dell’inglese va per associazioni, per tradurre Rosaria inizio a
leggere solo poesia, come spesso mi succede in certi periodi; magari, si tratta
di poesia del tutto diversa per temi e stile, come Giovanni Giudici o Monica
Rinck. Leggo italiani e traduzioni. Poi, al momento di scrivere, la traduzione
diventa un po' come fare il cambio di stagione, la ricerca di un metodo. È come
avere tanti cassettini mentali, all’interno di ciascuno stanno insiemi di
parole legate da elementi minimi; qualcuno troverà sicuramente banale tutto
questo.
Si lavora per fasi: io traduco
grossolanamente alla lettera, lui rilegge e discutiamo la resa finale. Ora,
però, è facile da descrivere così, in due parole. L’esperienza di parlante
sdoppiata, tra italiano e inglese, mi fa capire il senso pieno della parola negoziazione connessa al tradurre:
combatto con il senso dell’italiano di Rosaria, non comune. Mi sento una
straniera che studia l’italiano per la prima volta. Mi sento una perfetta
analfabeta della lingua inglese, così priva di morfologie, di flessioni, di
legamenti oscuri. Sento di avere tanti cervelli in lotta tra loro, senza essere
in grado di operare una scelta. Se trovo un verso o un’espressione
particolarmente facile, divento sospettosa e paranoica: è troppo facile, c’è sotto qualcosa. Perché i testi degli altri ‘funzionano’
sempre meglio dei propri?
Mi consola, comunque, l’idea di
amare questa pratica non come un lavoro, ma come una fuga da tutto ciò che è
prevedibile, costruito. Non sono poeta, ma scrivo cose mie a partire da
Rosaria. Ne parlo poco, diventa una sorta di attività segreta, stile carboneria
mazziniana. Le domeniche, in poltrona, traduco e gioco con le sillabe. Poi
torno alla scrivania, il senso del dovere mi fiata sul collo. So di dover
consegnare qualcosa di finito a Bill, riempio i miei file di commenti di Word e
spedisco piena di sensi di colpa.
Giugno 2009
Forse, però, non tutto è come
sembra. Dopo i primi invii, Rosaria risponde con consigli e spiegazioni, sembra
molto contenta delle nostre prove traduttive. Sarà che sono alle prime armi,
ma, banalmente, fa piacere sentire che il mio lavoro, insieme a quello di Bill,
è accettato positivamente dall’autore: “This translation
appears to me as unimpeachable, you found very interesting allitterations to
keep up with the linguistic form. Bravi!”
All’invito leggermente futurista della
nostra poetrice di Creare sul creato!, mi convinco che la riscrittura
consapevole è l’unica strada possibile per rendere al meglio i Crolli. Dico a Bill che possiamo osare,
ma con grazia. Le mail che ci scriviamo sono piene di promesse e gentilezze
reciproche. Non mancano le tensioni, ovviamente. Il ménage si svolge in un
letto troppo piccolo per tutti e tre, è chiaro, solo che nessuno vuole
ammetterlo (senza contare l’innata gentilezza degli irlandesi, a volte, oserei
dire, irritante). Di buono c’è che siamo tre caratteri forti, ognuno a modo
suo; so che il mio ruolo di mezzana mi costringerà a fare, se necessario, da
cuscinetto e pushover. Placidamente,
accetto consigli da ambo le parti, smusso gli angoli.
Evitare la versificazione
succinta dell’inglese non è semplice, come consiglia (giustamente) la poetrice.
D’altro canto, Bill è preoccupato che il lettore finale non capisca il ritmo
appesantito di certi versi, vuole sfrondare, lo fa e mi scrive il perché e il
percome. Cozziamo su cose minime, ad esempio:
E non sappiamo chi intimamente ci
scommetta.
Tradotto da me come:
And no
one knows who secretly bets on it
Corretto da Bill come:
And no
one knows who secretly has money on
it
Fesserie, d’accordo. Eppure,
nell'accumulazione, le parole sono, diceva Levi, come pietre. L’elenco di
esempi più o meno sofisticati sarebbe lungo, decisamente fuori luogo qui.
Alla fine di ogni scambio/scontro
di e-mail e battute, l’uno accetta i suggerimenti dell’altro, o magari no. Ogni
volta, passano tre o quattro messaggi di spiegazioni mie e loro, con vari commenti
e peli nelle uova, ritrattazioni e cedimenti. Sarebbe inutile, col senno del
poi, spiegare il confine labile tra il mio gusto personale, l’orecchio poetico di
Rosaria e Bill, e il comune desiderio di mancare il meno possibile alle
aspettative di non uno, ma ben due poeti
di cultura e formazione diversissime. Non so quanto ci siamo riusciti, il
lavoro è un’acrobazia continua.
Mentre traduco penso che,
soprattutto, mi interessa portare le poesie Rosaria in Irlanda, far sì che
possa leggere al pubblico e ridondarlo
(non so se si dice, ma tant'è..) dei suoi versi. A chiunque conosce la scrittura
di quest’autrice straordinaria, è nota l’intraducibilità di certe parole,
suggestioni, riferimenti, per esempio:
Dicevo
insomma riga dritto il fronte compatto dei dementi
niente
di nuovo alletta il fronte occidentale:
le
fronti coperte di pelle in polvere corrugano,
diserbando,
staccando arbusti, e varie colluttazioni,
a
cedimenti di guance smunte, gli ultravioletti
di
guerra corruschi annunciano signorine mezzobusto,
con
povere alla polvere ceneri nonviolente di dispersi,
pinchi
pallini bifidi tra infidi batteri, tu spàrati un
paradiso
artificiale e restaci se hai il coraggio
di
circondarti di veline scure, irsute e insistenti scassa-
arpe
metriche e petecchie, dardi codardi, avanzi pimpanti
di
guantanamera, bandiera rossa, faccetta nera.
So I was saying is behaving well the compact front of the demented
nothing new attracts the western front;
the skin- covered foreheads in dust corrugate,
weeding, breaking off shrubs, and various brawls,
to collapses of gaunt cheeks, the ultraviolet
flashes of war announce misses talking heads,
with the powder-covered poor nonviolent ashes of the dispersed,
bifid joebloggs among treacherous bacteria, shoot yourself
an artificial paradise and stay there if you’re brave enough
surrounding yourself of dark showgirls, hirsute and insistent metric
arp-
breaker and petechiae, coward darts, jaunty remains
of guantanamera, bandiera
rossa, faccetta nera.
Quello che nessuno ti dice è che
la scrittura poetica è, prima di tutto, esperienza visiva. Entri in una
galleria di immagini. Come mi ha scritto una volta qualcuno, il potere o la potenza di pensare in immagini e di trasformare le immagini in parole è
poesia. Non si tratta di pensare, in realtà. Anzi, se possibile, la poesia è lo
svuotamento da ogni pensiero, perché pensare significa già tradurre e falsare
immagini primarie. Le immagini mi confondono, devo dire. Da traduttrice, so che
la mia pratica è una recita, sono sempre dentro i vestiti di qualcun altro,
dentro la voce di qualcun altro. Perdo me stessa, ammesso ci sia qualcosa da
perdere. Il Sisifo in me sa di dover curvare le parole (non riesco a trovare
altro verbo, to bend per me è il
curvare del lessico, un’operazione molto simile al Bushido giapponese, alla
modifica della curva del tempo e dello spazio intorno a sé). Al tempo stesso,
c’è la parte sociale, relazionale, di questo ménage. Devo far sì che Rosaria e Bill comunichino al di là delle
parole, direttamente con le rispettive proposte e critiche sulle traduzioni.
Devo traghettarli, tradurre commenti, scrivere e-mail interminabili in cui dico
all’uno che l’altra è perplessa di alcune licenze di riscrittura, poi timidamente
spiegare a lei perché per lui in inglese non
si dice così, e via dicendo. Negoziazione piena, manco fossimo nel bel
mezzo degli accordi di Dayton.
Luglio 2009
Abbiamo finito finalmente le
nostre dodici poesie, mentre in Italia si parla delle dieci domande. Dall’Inghilterra
ci dicono che la nostra selezione di Crolli
in inglese non verrà pubblicata, per il momento, a causa di un’interruzione del
progetto antologico. Rosaria è furibonda, io delusa e presa dal mio primo
capitolo della tesi di dottorato, Bill è visibilmente stanchissimo, pronto per
le ferie, mi scrive per augurarmi buone e meritate vacanze. Eppure. Eppure,
invitare Rosaria in Irlanda si può, bisogna che queste poesie vengano lette in pubblico. Bill suggerisce il
festival Cork City Libraries, per il prossimo aprile 2010. In fondo, anche
questa è una pubblicazione, una messa in pubblico delle poesie, il che
significa, per Rosaria, restituire a questi file di Word una dimensione orale.
So che sarà felice della notizia di questa nuova, timida opportunità.
Mi sento estranea a questi testi,
a quasi un anno di distanza e vicina alla data del festival. Sono poesie che,
una volta uscite dalla tastiera di due computer diversi, hanno acquisito una
propria forma e dimensione, sono altre da me. Mi concentro, rileggo i commenti,
so che oggi tradurrei alcune cose diversamente. O magari no. Stare nel mezzo mi
ha fatta sentire ancora più invisibile del più invisibile dei traduttori. Una
sensazione non necessariamente negativa, devo dire.
So che dovrò leggere in pubblico
le traduzioni mie e di Bill (ma sono mie? In fondo, io ho solo sgrossato della
materia, rendendola fruibile all’atto creativo del poeta, io che poetessa non
sono…); so che il festival e le letture in pubblico rappresentano un’esperienza
diversa, so che dovrò coinvolgere direttamente l’attrice che c'è in me e
rendermi credibile. Addirittura, dovrò presentare la poetrice al pubblico
brillo e intontito della Cork di mezz’aprile. Dovrò sforzarmi di non adottare
alcun accento, nelle mie letture (certamente, so di dover evitare attentamente
l’accento contadino del West Cork o vari altri accenti locali da cui sono
circondata nell’ambiente di lavoro...!).
Febbraio 2010
La pubblicazione di queste
traduzioni avverrà, prima o poi. L’idea di possedere
i testi sul computer è consolante, è
come avere dei risparmi segreti sotto il famoso materasso.
Estranea a me stessa e alla
traduzione, mi sento a tutt’oggi una scolaretta, anche se traduco molta poesia,
sono lenta a trovare una chiusura nelle cose e pubblico poco. Ma non fa nulla,
la closure è solo una parte di questa
patologia che è, per me, il tradurre.
Rileggendo il lavoro à trois. l’estraneità di questa pratica
mi fa pensare alle immagini, le mie, le loro. Al cibo della poesia, che va per
gallerie mentali, di cui nessuno può o deve fare resoconti (mi contraddico da
sola, chiaro). Il perenne senso di spaesamento, di nomadismo scrittorio e
mentale, sono roba antica, ora devo concentrarmi. Tornerò a Cork apposta per il
festival, reduce da un altro festival di poesia. L’identità di questi testi,
multipla, spezzettata, assomiglia terribilmente alla mia, attuale, di persona
senza nessun particolare attaccamento a nessun paese né lingua.
Riferimenti
essenziali
Un
elenco completo delle pubblicazioni di Rosaria Lo Russo è disponibile sul sito
della poetrice: http://www.rosarialorusso.it/biografia.html
Le
opere di William Wall (con un link alle varie traduzioni sinora pubblicate)
sono invece disponibili qui:
http://homepage.eircom.net/~williamwall/williamwall/Publications.html
* Serena Todesco lavora come traduttrice tecnica e letteraria da e
verso l’inglese e dal francese verso l’italiano. Si è specializzata nella
traduzione di poesia nel 2005, dopo aver iniziato a collaborare con le riviste Tratti
e Semicerchio. Ha pubblicato poesie tratte da Geography for the
Lost di Kapka Kassabova (La Libellula, 2009), Gli enervati di
Jumièges di Roberta Bertozzi (Festival Internazionale di Poesia
Contemporanea Brutal, Zagabria, 2009), Where I live di Arundhati
Subramanian (Parma Poesia, 2008) e The Full Indian Rope Trick di Colette
Bryce (“Tratti”, Moby Dick Editore, 2007). L’ultimo lavoro, insieme a William
Wall, è la traduzione in inglese di alcune poesie inedite di Rosaria Lo Russo,
che verranno presentate al World Book Fest UNESCO di Cork, nel mese di aprile
2010.
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