TRADUCENDO MONDI
ESPERIMENTI
La traduzione estranea a me stessa


      
Ecco il diario di un singolare ‘ménage à trois’ traduttivo sui “Crolli” di Rosaria Lo Russo, in cui è stato coinvolto il poeta e scrittore irlandese William Wall. Il passaggio dei versi della poetrice fiorentina dall’italiano all’inglese è avvenuto per approssimazioni successive attraverso una triangolazione interlinguistica faticosa, ma molto stimolante. La pubblicazione ancora non c’è stata, mai i testi verranno presentati e letti al prossimo World Book Fest UNESCO di Cork.
      



      

di Serena Todesco

 

Quello che nessuno ti dice è che le traduzioni di poesia te le devi andare a cercare. Come i funghi a inizio stagione. Devi conoscere i luoghi adatti, portarti un cestino anche se non sai ancora se potrai riempirlo, metterti un bel paio di stivaloni Wellington, ecc. Per essere una che ha vissuto, da esule, sette anni vicino all’Appennino forlivese, posso dichiarare con una certa vergogna di non aver mai sperimentato personalmente l’allegra raccolta autunnale. Mi sono sempre limitata a mangiarli, i funghi, ma niente fatiche campagnole estemporanee. Discorso a parte, invece, per le raccolte di poesie da tradurre, attività da svolgersi tutto l’anno con animo consapevole per l’ardua impresa che si sta per affrontare.

L’ultima grande raccolta – iniziata nella tarda estate 2008 e proseguita, con palpitazioni varie, sino a luglio 2009 – mi ha portato a casa un cestino di poesie di Rosaria Lo Russo, conosciuta al festival di Parma qualche anno fa. La nostra amicizia si è costruita, almeno all’inizio, sulla passione (sua) per l’Irlanda nella quale io vivo da quasi tre anni e sul desiderio intenso (mio) di tradurre in inglese i suoi testi più recenti. Conoscevo solo qualche frammento della sua produzione, oltre alle bellissime traduzioni di Anne Sexton. Andar per poesie per me è prima di tutto, la curiosità di un mistero come quello della scrittura poetica. Ma la sfida del tradurre in inglese si presentava ancora più ardua, perché nelle orecchie suonano gli eterni campanelli: non si fa, non è corretto, bisogna lasciar fare ai madrelingua e ai poeti, va contro ogni etica professionale, e così via.

Eppure… eppure deve pur esserci un modo, una mediazione. L’incontro con Rosaria, nel giugno 2008, coincide, personalmente, con altri importanti incontri che andranno a modificare il mio rapporto con la scrittura poetica e con i poeti come soggetti. Chi mi conosce sa.

Detto tutto questo, siamo sinceri: chi traduce poesia (senza nulla togliere alla prosa, altro bel paio di maniche…), è consapevole di impantanarsi in un’impresa alla Sisifo e di dover andare in giro con la maschera di chi sa apparentemente quello che fa. Segretamente, ero consapevole di essere sul punto di tuffarmi in una piscina di acqua gelida subito dopo mangiato. Però, c’è il però: il madrelingua ci vuole, per mettere a tacere i campanelli e le malelingue.

 

Settembre 2008

Ho pensato di coinvolgere l’amico poeta e scrittore irlandese William (Bill) Wall, chiedendogli di entrare in quello che si prospetta un arduo ménage à trois traduttivo. Rosaria e William non si conoscono personalmente, dunque io sono al centro, da brava interprete mascherata. Lui conosce l’italiano abbastanza da apprezzarne le sfumature più grandi, lei è americanista e traduttrice, con idee precise sulla traduzione dei suoi e altrui testi. La cosa si prospetta eccitante, per me, oltre che assolutamente da panico, mi sento sprovveduta, troppo presuntuosa, felice e spaventata.

Parlo all’uno dell’altra, all’altra dell’uno, nel corso di molti caffé al Farmgate di Cork, dove nel frattempo mi sono trasferita per un dottorato di ricerca, o in lunghe e-mail indirizzate alla poetrice (non è poetessa, ci tengo a sottolinearlo). Con lei decideremo di incontrarsi in Sicilia alla prima occasione, a casa di un’altra scrittrice, quando il progetto ha preso lentamente una sua forma e colore: ma siamo ancora lontani da tutto questo.

L’autunno e l’inverno 2008 mi vedono sommersa dal lavoro di ricerca, ammorbata dalla pioggia e dalle letture necessarie. Per questo, le traduzioni di Rosaria (come altre, di cui mi occupo nel frattempo) diventano una terapia. La domenica, specialmente. Inizio, di mia iniziativa, a lavorare su Respiranza e Natale, tratte da Lo dittatore amore, ancora il progetto di Crolli è di là da venire. Scelgo piccoli pezzi sparsi, dando un ordine mio personale, molto discutibile. Poi Rosaria mi manda un file intitolato crolliverdi.doc, da cui traduco la prima pagina, ‘Mi arrendo, alzo le braccia’. Letterariamente e alla lettera, perché Bill capisca dove voglio arrivare con le parole. Il risultato è questo:

 


Mi arrendo. Alzo le braccia –

ricadono, di ottone e alabastro

il soprammobile cuore resta di sasso

e scivola così, lento come un calcolo,

ad occupare il palloncino verde bile e poi più giù

s’insedia nel sacchetto floscio della matrice dove

impreziosisce. E prende fuoco la miccia carotide,

implodono parole dalla tua bocca alla mia bocca

dello stomaco, e sgomitano.

E così arguisco, nella centrifuga di un’occhiata

maligna la pura verità di uno sgomento.

E così ardisce, nella centripeta mente,

per certezze intermittenti lampi la semplicità

assoluta della nostra definitiva smentita. 

 

I surrender. I lift my arms -

they fall, brass and alabaster,

my knickknack heart stops astonished

and glides like this, slow like a calculus,

invades the gall-green balloon, and downward

installs itself in the sloppy sack of the lap

where it flourishes. The carotid match flames,

words implode from your mouth to my

belly's mouth, they swagger.

And thus I infer, in the centrifuge of a brutal gaze,

the blunt fact of dismay.

And thus it dares, in the centripetal mind,

by fitful insights lightnings the absolute

simplicity of our definitive denial. 


 

Quando invio questi primi esperimenti a Bill, lui accetta di entrare nel vivo del lavoro. I miei commenti sono pieni di traduzioni, spiegazioni dettagliate sulle varie accezioni delle parole, note a margine. Lo sommergo, letteralmente, so che dentro di sé avrà tutta la libertà di odiarmi e di pentirsi di aver accettato. Ma, a questo punto, la cosa mi interessa relativamente, mi intriga molto di più proseguire questo ménage. Sono estranea a me stessa, alla Serena che non manda più proposte editoriali per paura che le rubino l’idea. La poesia diventa improvvisamente altro, è la libertà creativa provata anni fa con la prima pubblicazione. Brucio dalla voglia di prendermi una vacanza dalla scrittura accademica. La traduzione è una vacanza mentale.

Da sottolineare come sia io che Bill siamo eternamente sommersi dal lavoro e da altri pensieri. Le poesie di Bill sono sul mio comodino da mesi, le leggo, le traduco per mio piacere personale, ma niente di più. Ogni tanto sposto i libri, così so che, in capo a qualche mese, li ritroverò come oggetti nuovi, emozionanti, li riaprirò come fosse la prima volta. A pelle, io e il poeta ci prendiamo, sopratutto quando parliamo di politica italiana e di letteratura. Vorrei proporre il suo bellissimo Fahrenheit says nothing to me a qualche editore italiano, ma so bene che non lo farò, là fuori c'è già chi se ne occupa con maggiore costanza di me. Mi solletica, invece, l’idea di lavorare con lui sulle poesie di Rosaria.

Leggermente riluttante per la difficoltà oggettiva, ma incitato da me (grande attrice, devo dire…so bene quale fulmine sta per piovermi sulla testa!), Bill accetta. Rosaria è felice, deliziosamente incoraggiante, accetta con gioia l’idea di una traduzione collettiva, la chiama, giustamente, ‘una sorta di ipertesto’. Mi invita, con il suo meraviglioso umorismo toscano-calabro, a mettere Bill ‘al pigio’. Si inizia a tradurre in tandem: mi diverte, masochisticamente, l’idea di avere a che fare con una valanga di neologismi e barocchismi da rendere nella lingua più neologica del mondo, l’inglese.




Rosaria Lo Russo


Primavera 2009

Siamo a maggio, a Catania. Lo spettacolo di Rosaria Io ho fatto tutto questo (regia di Maria Arena), dedicato a Goliarda Sapienza, è appena finito. Ci abbracciamo, lo spettacolo è stato bellissimo e ci tengo a dirle quanto sono felice di avercela fatta, tra un viaggio e l’altro, a tornare in Sicilia proprio per vederla in scena. Ci diamo appuntamento dopo un mese, a Caltagirone, per la scelta finale delle poesie. Colpevolmente, so di essermi presa una lunghissima pausa dal lavoro di traduzione, di aver rimandato tutto il rimandabile.

Decido così di dedicare i fine settimana tra maggio e giugno a recitare tra me e me gli originali. Prendo sei poesie da Crolli e cerco di dare loro una forma rozza in lingua inglese, mentre Bill mi invia irlandesissimi e cortesi commenti, del tipo: “I've had a look at the poems, which, typically, present a lot of difficulties for translation. I think what I'll do is, send each version I make to you, one by one and await your suggestions. Your notes are excellent, but, as she rightly feels, she is a peculiarly difficult poet to translate. However, I too feel simpatico.”

Messo al pigio, non c’è che dire.

Adottiamo l’unica pratica possibile per chi traduce a distanza e non può confrontarsi direttamente con le proprie e le altrui ossessioni lessicali. Le e-mail diventano un’interminabile sequela di dubbi e domande sui dettagli, sulla rottura dei versi, sull’attenzione per il riferimento culturale. Disperatamente, uso i dizionari in modo passivo, giocando sui meccanismi della lingua inglese e sulla ricreazione di assonanze. Non so descrivere i diversi ‘voli della mente’ (o i dubbi del tutto scontati o stupidi) che nascono in quei momenti. La mia conoscenza dell’inglese va per associazioni, per tradurre Rosaria inizio a leggere solo poesia, come spesso mi succede in certi periodi; magari, si tratta di poesia del tutto diversa per temi e stile, come Giovanni Giudici o Monica Rinck. Leggo italiani e traduzioni. Poi, al momento di scrivere, la traduzione diventa un po' come fare il cambio di stagione, la ricerca di un metodo. È come avere tanti cassettini mentali, all’interno di ciascuno stanno insiemi di parole legate da elementi minimi; qualcuno troverà sicuramente banale tutto questo.

Si lavora per fasi: io traduco grossolanamente alla lettera, lui rilegge e discutiamo la resa finale. Ora, però, è facile da descrivere così, in due parole. L’esperienza di parlante sdoppiata, tra italiano e inglese, mi fa capire il senso pieno della parola negoziazione connessa al tradurre: combatto con il senso dell’italiano di Rosaria, non comune. Mi sento una straniera che studia l’italiano per la prima volta. Mi sento una perfetta analfabeta della lingua inglese, così priva di morfologie, di flessioni, di legamenti oscuri. Sento di avere tanti cervelli in lotta tra loro, senza essere in grado di operare una scelta. Se trovo un verso o un’espressione particolarmente facile, divento sospettosa e paranoica: è troppo facile, c’è sotto qualcosa. Perché i testi degli altri ‘funzionano’ sempre meglio dei propri?

Mi consola, comunque, l’idea di amare questa pratica non come un lavoro, ma come una fuga da tutto ciò che è prevedibile, costruito. Non sono poeta, ma scrivo cose mie a partire da Rosaria. Ne parlo poco, diventa una sorta di attività segreta, stile carboneria mazziniana. Le domeniche, in poltrona, traduco e gioco con le sillabe. Poi torno alla scrivania, il senso del dovere mi fiata sul collo. So di dover consegnare qualcosa di finito a Bill, riempio i miei file di commenti di Word e spedisco piena di sensi di colpa.

 

Giugno 2009

 

Forse, però, non tutto è come sembra. Dopo i primi invii, Rosaria risponde con consigli e spiegazioni, sembra molto contenta delle nostre prove traduttive. Sarà che sono alle prime armi, ma, banalmente, fa piacere sentire che il mio lavoro, insieme a quello di Bill, è accettato positivamente dall’autore: “This translation appears to me as unimpeachable, you found very interesting allitterations to keep up with the linguistic form. Bravi!

All’invito leggermente futurista della nostra poetrice di Creare sul creato!, mi convinco che la riscrittura consapevole è l’unica strada possibile per rendere al meglio i Crolli. Dico a Bill che possiamo osare, ma con grazia. Le mail che ci scriviamo sono piene di promesse e gentilezze reciproche. Non mancano le tensioni, ovviamente. Il ménage si svolge in un letto troppo piccolo per tutti e tre, è chiaro, solo che nessuno vuole ammetterlo (senza contare l’innata gentilezza degli irlandesi, a volte, oserei dire, irritante). Di buono c’è che siamo tre caratteri forti, ognuno a modo suo; so che il mio ruolo di mezzana mi costringerà a fare, se necessario, da cuscinetto e pushover. Placidamente, accetto consigli da ambo le parti, smusso gli angoli.

Evitare la versificazione succinta dell’inglese non è semplice, come consiglia (giustamente) la poetrice. D’altro canto, Bill è preoccupato che il lettore finale non capisca il ritmo appesantito di certi versi, vuole sfrondare, lo fa e mi scrive il perché e il percome. Cozziamo su cose minime, ad esempio:

 

E non sappiamo chi intimamente ci scommetta.

 

Tradotto da me come:

And no one knows who secretly bets on it

Corretto da Bill come:

 

And no one knows who secretly has money on it

 

Fesserie, d’accordo. Eppure, nell'accumulazione, le parole sono, diceva Levi, come pietre. L’elenco di esempi più o meno sofisticati sarebbe lungo, decisamente fuori luogo qui.

Alla fine di ogni scambio/scontro di e-mail e battute, l’uno accetta i suggerimenti dell’altro, o magari no. Ogni volta, passano tre o quattro messaggi di spiegazioni mie e loro, con vari commenti e peli nelle uova, ritrattazioni e cedimenti. Sarebbe inutile, col senno del poi, spiegare il confine labile tra il mio gusto personale, l’orecchio poetico di Rosaria e Bill, e il comune desiderio di mancare il meno possibile alle aspettative di non uno, ma ben due poeti di cultura e formazione diversissime. Non so quanto ci siamo riusciti, il lavoro è un’acrobazia continua.

Mentre traduco penso che, soprattutto, mi interessa portare le poesie Rosaria in Irlanda, far sì che possa leggere al pubblico e ridondarlo (non so se si dice, ma tant'è..) dei suoi versi. A chiunque conosce la scrittura di quest’autrice straordinaria, è nota l’intraducibilità di certe parole, suggestioni, riferimenti, per esempio:

 


 


Dicevo insomma riga dritto il fronte compatto dei dementi

niente di nuovo alletta il fronte occidentale:

le fronti coperte di pelle in polvere corrugano,

diserbando, staccando arbusti, e varie colluttazioni,

a cedimenti di guance smunte, gli ultravioletti

di guerra corruschi annunciano signorine mezzobusto,

con povere alla polvere ceneri nonviolente di dispersi,

pinchi pallini bifidi tra infidi batteri, tu spàrati un

paradiso artificiale e restaci se hai il coraggio

di circondarti di veline scure, irsute e insistenti scassa-

arpe metriche e petecchie, dardi codardi, avanzi pimpanti

di guantanamera, bandiera rossa, faccetta nera.

 

 

 

 

So I was saying is behaving well the compact front of the demented

nothing new attracts the western front;

the skin- covered foreheads in dust corrugate,

weeding, breaking off shrubs, and various brawls,

to collapses of gaunt cheeks, the ultraviolet

flashes of war announce misses talking heads,

with the powder-covered poor nonviolent ashes of the dispersed,

bifid joebloggs among treacherous bacteria, shoot yourself

an artificial paradise and stay there if you’re brave enough

surrounding yourself of dark showgirls, hirsute and insistent metric arp-

breaker and petechiae, coward darts, jaunty remains

of guantanamera, bandiera rossa, faccetta nera.

 

 


Quello che nessuno ti dice è che la scrittura poetica è, prima di tutto, esperienza visiva. Entri in una galleria di immagini. Come mi ha scritto una volta qualcuno, il potere o la potenza di pensare in immagini e di trasformare le immagini in parole è poesia. Non si tratta di pensare, in realtà. Anzi, se possibile, la poesia è lo svuotamento da ogni pensiero, perché pensare significa già tradurre e falsare immagini primarie. Le immagini mi confondono, devo dire. Da traduttrice, so che la mia pratica è una recita, sono sempre dentro i vestiti di qualcun altro, dentro la voce di qualcun altro. Perdo me stessa, ammesso ci sia qualcosa da perdere. Il Sisifo in me sa di dover curvare le parole (non riesco a trovare altro verbo, to bend per me è il curvare del lessico, un’operazione molto simile al Bushido giapponese, alla modifica della curva del tempo e dello spazio intorno a sé). Al tempo stesso, c’è la parte sociale, relazionale, di questo ménage. Devo far sì che Rosaria e Bill comunichino al di là delle parole, direttamente con le rispettive proposte e critiche sulle traduzioni. Devo traghettarli, tradurre commenti, scrivere e-mail interminabili in cui dico all’uno che l’altra è perplessa di alcune licenze di riscrittura, poi timidamente spiegare a lei perché per lui in inglese non si dice così, e via dicendo. Negoziazione piena, manco fossimo nel bel mezzo degli accordi di Dayton.






Luglio 2009

Abbiamo finito finalmente le nostre dodici poesie, mentre in Italia si parla delle dieci domande. Dall’Inghilterra ci dicono che la nostra selezione di Crolli in inglese non verrà pubblicata, per il momento, a causa di un’interruzione del progetto antologico. Rosaria è furibonda, io delusa e presa dal mio primo capitolo della tesi di dottorato, Bill è visibilmente stanchissimo, pronto per le ferie, mi scrive per augurarmi buone e meritate vacanze. Eppure. Eppure, invitare Rosaria in Irlanda si può, bisogna che queste poesie vengano lette in pubblico. Bill suggerisce il festival Cork City Libraries, per il prossimo aprile 2010. In fondo, anche questa è una pubblicazione, una messa in pubblico delle poesie, il che significa, per Rosaria, restituire a questi file di Word una dimensione orale. So che sarà felice della notizia di questa nuova, timida opportunità.

Mi sento estranea a questi testi, a quasi un anno di distanza e vicina alla data del festival. Sono poesie che, una volta uscite dalla tastiera di due computer diversi, hanno acquisito una propria forma e dimensione, sono altre da me. Mi concentro, rileggo i commenti, so che oggi tradurrei alcune cose diversamente. O magari no. Stare nel mezzo mi ha fatta sentire ancora più invisibile del più invisibile dei traduttori. Una sensazione non necessariamente negativa, devo dire.

So che dovrò leggere in pubblico le traduzioni mie e di Bill (ma sono mie? In fondo, io ho solo sgrossato della materia, rendendola fruibile all’atto creativo del poeta, io che poetessa non sono…); so che il festival e le letture in pubblico rappresentano un’esperienza diversa, so che dovrò coinvolgere direttamente l’attrice che c'è in me e rendermi credibile. Addirittura, dovrò presentare la poetrice al pubblico brillo e intontito della Cork di mezz’aprile. Dovrò sforzarmi di non adottare alcun accento, nelle mie letture (certamente, so di dover evitare attentamente l’accento contadino del West Cork o vari altri accenti locali da cui sono circondata nell’ambiente di lavoro...!).

 

Febbraio 2010

La pubblicazione di queste traduzioni avverrà, prima o poi. L’idea di possedere  i testi sul computer è consolante, è come avere dei risparmi segreti sotto il famoso materasso.

Estranea a me stessa e alla traduzione, mi sento a tutt’oggi una scolaretta, anche se traduco molta poesia, sono lenta a trovare una chiusura nelle cose e pubblico poco. Ma non fa nulla, la closure è solo una parte di questa patologia che è, per me, il tradurre.

Rileggendo il lavoro à trois. l’estraneità di questa pratica mi fa pensare alle immagini, le mie, le loro. Al cibo della poesia, che va per gallerie mentali, di cui nessuno può o deve fare resoconti (mi contraddico da sola, chiaro). Il perenne senso di spaesamento, di nomadismo scrittorio e mentale, sono roba antica, ora devo concentrarmi. Tornerò a Cork apposta per il festival, reduce da un altro festival di poesia. L’identità di questi testi, multipla, spezzettata, assomiglia terribilmente alla mia, attuale, di persona senza nessun particolare attaccamento a nessun paese né lingua.

 

 

 

Riferimenti essenziali

 

Un elenco completo delle pubblicazioni di Rosaria Lo Russo è disponibile sul sito della poetrice: http://www.rosarialorusso.it/biografia.html

 

Le opere di William Wall (con un link alle varie traduzioni sinora pubblicate) sono invece disponibili qui:

 

http://homepage.eircom.net/~williamwall/williamwall/Publications.html

 

 

 

 

*  Serena Todesco lavora come traduttrice tecnica e letteraria da e verso l’inglese e dal francese verso l’italiano. Si è specializzata nella traduzione di poesia nel 2005, dopo aver iniziato a collaborare con le riviste Tratti e Semicerchio. Ha pubblicato poesie tratte da Geography for the Lost di Kapka Kassabova (La Libellula, 2009), Gli enervati di Jumièges di Roberta Bertozzi (Festival Internazionale di Poesia Contemporanea Brutal, Zagabria, 2009), Where I live di Arundhati Subramanian (Parma Poesia, 2008) e The Full Indian Rope Trick di Colette Bryce (“Tratti”, Moby Dick Editore, 2007). L’ultimo lavoro, insieme a William Wall, è la traduzione in inglese di alcune poesie inedite di Rosaria Lo Russo, che verranno presentate al World Book Fest UNESCO di Cork, nel mese di aprile 2010.

 




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