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di Enrico
Pietrangeli
Torna alla
ribalta il libro digitale ed i giornali, nel frattempo, sognano una riscossa
puntando su nuovi formati tabloid in digitale, ancora in bianco e nero, ma
estremamente confortevoli per la
lettura. Si tratta di supporti sottili e maneggevoli, nonché
pieghevoli, come un qualsiasi quotidiano; consultabili ovunque, con tanto di wi-fi
e l’opportunità di avere decine di testate aggiornabili in connessione.
Ma avere
trenta, cento quotidiani contemporaneamente, biblioteche incluse a proprio
piacimento, sarà poi realmente risolutivo ed integrativo al nostro già fido
computer? Fino a che punto queste ulteriori evoluzioni costituiranno
un’alternativa o compendio a cellulari tutto punto integrati con sempre più
ampi schermi?
Di e-book ed
editoria elettronica, in realtà, si parla fin dallo scorso millennio. Quanto di
nuovo emerge oggi è, da una parte, un più consolidato adattamento delle
abitudini dei consumatori, e, dall’altra, un correlato congruo impegno dei
mezzi di produzioni ad avallare lo scongelamento di una rivoluzione da tempo
annunciata. Sono dati che vedono il lento, ma inesorabile, prevalere dell’utenza di lettori digitali sul
cartaceo. Per gli e-book, naturalmente, si punta alla piena integrazione
multimediale.
In
questo settore sarebbe opportuno ricordare come, anche qui da noi, la modenese Kultunderground,
attraverso il marchio Kult Virtual Press, sia stato uno dei primi editori
indipendenti a credere nel formato elettronico, realizzandone di propri da
oltre un decennio. Il rapporto intenso con la carta, che prende i sensi,
fino ai risvolti più feticisti, è in ogni caso garantito. Se non sono mai stati
messi a tacere i vinili tanto meno lo saranno i libri. Resterà, quindi, quel
più connaturato rapporto di contatto-studio, fatto di
sottolineature, segni, rimandi, appunti, ma anche di pieghettature, possibili
macchie di caffé e addirittura qualche piccola bruciatura prodotta da distratte
sigarette che, nelle volute di fumo, sono solite avvolgere il lettore così
come, tutto sommato, ancora lo conosciamo.
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Nanni Balestrini, Senza titolo, dalla mostra "La lingua fuori", Roma 2010
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D’altronde il
cartaceo non può non preservare una più intima collocazione attuale, oltre un
reducismo relegante a sole mostre e musei. Il punto resta sempre che la
scrittura non debba inseguire software e hardware per prendere nuovi corsi e
forme, semmai dovrebbe più ampiamente disporre di questi ed ulteriori mezzi per
trovare rinnovate capacità espressive e comunicative. Paradossalmente, una rete
ancora libera da vincoli di multimedialità e standardizzazioni, garantiva
meglio tutto questo, pur nella sua esiguità di effetti ed interazioni in tempo
reale.
Se, per un
verso, i blog hanno contribuito a rivoluzionare l’informazione così come oggi
la conosciamo, dall’altro è pur vero che, semplificando la forma epistolare e
la sua postuma rilevanza di riflessioni, ne è venuta meno la portata
letteraria, l’originaria peculiarità contraddistinta dall’attesa, in primo
luogo dell’interlocutore e, successivamente, del pubblico. Inoltre, non di
rado, la forma blog è contenitore dell’opera e non solo delle considerazioni
dell’artista, dove la scrittura assume un ruolo vincolato al software, di
vetrina e condivisione, ma che comunque non va oltre l’interazione con gli
utenti a scapito di quella espressiva della scrittura sul software. Resta
il fatto che lo spunto di questa nuova, annunciata svolta digitale nasce tuttavia
in America, sotto l’impulso dei colossi del settore, che galvanizza l’editoria
d’Oltreoceano alla ricerca di vie d’uscite dalla crisi. Una spinta che,
soprattutto, investe il settore dei quotidiani, allettati dalle possibili nuove
opportunità di mercato del nuovo foglio elettronico flessibile.
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