LE VIE DEL RACCONTO
IGNAZIO DELOGU
 

 

 

LA  CASA DEGLI OROLOGI

 

 

 

“Abbiamo diversi e curiosi orologi e altri

che sviluppano moti Alternativi... E abbiamo pure

 Case degli Inganni dei Sensi, dove realizziamo

            con successo ogni genere di Manipolazioni,

False Apparizioni, Imposture e Illusioni...

Queste sono, o figlio mio, le ricchezze

della Casa di Salomone”.

 

                                  (Francis Bacon, New Atlantis, London 1627)

 

 

L’incontro era stato del tutto casuale. Si era trattato, anzi, di uno scontro al limite dell’alterco. Lo avevo visto venire grigio e deciso come un proiettile su un marciapiedi affollato e stretto e avevo preso istintivamente la decisione di contrastarne il passaggio. Mi si era fermato di fronte.

- Mi lasci passare - aveva detto.

- Mi scusi - avevo risposto. Spero che non vorrà dimenticare che la sua pretesa di passare ad ogni costo contrasta con la realtà di un marciapiedi affollato e col diritto di ciascuno di camminare con la stessa fretta alla quale lei non sembra disposto a rinunciare.

- Vuole impedirmi di passare? - domando, col viso stretto fra le spalle, su un collo che sembrava essersi come rattrappito.

La sua figura smilza di uomo non più giovane sembrava essersi improvvisamente rinvigorita, fattasi in qualche modo massiccia e resistente. C’era un tono di aggressività dubbiosa nelle sue parole, il suo stesso atteggiamento era piuttosto di difesa.

- Non esattamente - risposi. Ma non vorrei favorire una sua tendenza alla prevaricazione.

Contemporaneamente mi ero spostato verso l’interno del marciapiedi con l’intenzione, non del tutto consapevole, di cedergli il passo. Ma, contrariamente a ciò che mi sarei aspettato, me lo ritrovai di fronte come se volesse lui, adesso, ostacolare il mio passaggio.

Mi resi subito conto che era stata la spinta dei passanti che avevamo involontariamente trattenuto col nostro dialogo nel bel mezzo del marciapiedi, a farmelo ricapitare di fronte. Ne approfittai per dire in tono conciliante:

- Come vede, non siamo proprio soli su questo marciapiedi...

- Né fuori né dentro - aggiunse prontamente, indicandomi la vetrina davanti alla quale ci eravamo fermati, ingombra di manichini in attesa del nuovo allestimento.

Lo osservai sorpreso, senza distogliere del tutto lo sguardo dalla vetrina che lo rifletteva come in uno specchio. Il collo era riemerso fra le spalle e la testa aveva riassunto la sua posizione normale, sotto un cappello a falde strette, leggermente bombato, che suggeriva una calvizie morbida, felpata. Un sorriso appena abbozzato indicava in lui una disposizione a una mitezza impreveduta, che contrastava con l’aggressività precedente. Indossava un lungo cappotto dignitoso ma sdrucito, di un colore grigio con appannati riflessi perlacei, che richiamavano l’idea di una bava di lumaca appena evaporata.

Non c’era durezza nella sua figura e anche le mani che sporgevano a fatica dalle maniche troppo lunghe del cappotto sembravano non nascondere ossa, tendini e nervi. Mani soffici, pensai, morbidamente prensili, ma da orologiaio, aggiunsi, ricordando un’espressione che avevo sentito tante volte adoperare per definire mani ben altrimenti ossute, massicce.

Poiché avevo continuato a guardare la vetrina coi manichini ridicolmente nudi, sembrò ammiccare un momento, quasi con complicità.

- Vi interessa il nudo?, domandò.

- Non più di tanto - risposi. E, poco verosimilmente, soggiunsi:

- Mi interessa di più la vetrina che lei, standomi di fronte, mi impedisce di vedere...

Si tirò indietro e di lato quasi all’istante, lasciandomi tutta la possibilità di vedere la vetrina racchiusa in una cornice rosso lacca che, come un cassetto, sporgeva dalla parete del negozio accanto.

Su un interno foderato di velluto verde splendevano, disposti a raggiera, da un centro palpitante costituito dalla cassa aperta di un orologio gonfio e rotondo come un cuore, un gran numero di orologi variamente colorati.

“Tempo di primavera”, suggeriva una scritta pubblicitaria. “Misurate la primavera col colore”.

Poiché non l’avevo visto prima, rimasi sorpreso da quell’insolito spettacolo e cominciai a fissarlo incuriosito e anche un po' irritato.

- Le piacciono gli orologi? - domandò il mio interlocutore con un’intonazione che mi sembrò tradire un misto di speranza e di apprensione.

Senza parlare, gli mostrai i polsi per indicargli che non portavo orologio.

- Ho capito, disse, in tono che mi parve rassicurato. Vuole comprare un orologio? Sono di un materiale sintetico... Una specie di lacca che é facile colorare in tutte le tinte. Sono piacevoli,  non c’é dubbio. Ma difettano di precisione.

Mi si avvicinò  un poco e, in tono di avvertimento discreto, aggiunse:

- Sa, risentono delle variazioni della temperatura, si dilatano e si restringono. Poca cosa, certo, ma ne risente la misura del tempo, la cronometria - concluse, dopo un’imponderabile esitazione, non senza una punta di orgoglio per la precisione del termine usato.

- Ha poca importanza - obiettai. Ma io proprio non ho interesse per gli orologi. Sono anni che non ne faccio uso. Sono un viaggiatore, ho fatto più volte il giro del mondo - come numero di km, precisai, non come luoghi visitati: non sono mai stato in Giappone, in Grecia e in Albania, e non ho mai perduto un treno, un aereo. non per mancanza di orologio, per lo meno...

- Non credo che gli orologi servano per viaggiare - rispose. Io sono un sedentario, ho viaggiato raramente e sempre per obbligo... Sapete, la guerra... Ma non uso neanche io l’orologio.

Così dicendo allungò le braccia, sino a far uscire dalle maniche del cappotto i polsi nudi senza orologio, appunto.

- Il tempo degli orologi, concluse, é interno, non esce da quelle carcasse - aggiunse con una punta di disprezzo per gli orologi disposti nella vetrina . E’ un tempo che gira su se stesso, come quelle cose lì...

In effetti, la raggiera del cuore pulsante girava attorno a un perno e da quando noi ci eravamo fermati davanti alla vetrina aveva compiuto più di un giro.

- Non vorrei trattenerla, aggiunse. Mentre noi parliamo, il tempo passa, cioè ci gira attorno e si perde e voi potreste averne bisogno... Non vorrei essere io...

- È molto gentile da parte vostra - lo tranquillizzai, ma non dovete preoccuparvi.

- Tutt’altro. Dicevo soltanto che il tempo passa, ma che la cosa non dipende dagli orologi.

Ci eravamo allontanati di qualche passo dalla vetrina e adesso sembrava che dovessimo camminare affiancati lungo quel marciapiedi nel quale la folla si era in pochi minuti diradata.

- Ne sono convinto, ripresi a modo di risposta. Ho degli orologi a casa, assolutamente innocenti. Si sono fermati per qualche ragione che non conosco - la polvere, suppongo, un urto involontario - e se ne stanno lì, quieti, da anni senza alcuna pretesa. Io stesso, sino a questo momento li avevo dimenticati.

- Ne siete sicuro? - domandò con una certa impertinenza.

- Credo proprio di sì, anche se di quasi tutti so dove sono finiti in questi anni.

Eravamo arrivati alla fine del marciapiedi e, voltandomi, assunsi l’atteggiamento di attesa un tantino cerimoniosa di chi si prepara a un commiato... Vidi il mio interlocutore guardare per terra, tenendo le mani in tasca come chi non ha fretta di salutare.

- Non vorrei importunarvi, disse, senza alzare lo sguardo, ma se avete interesse per gli orologi o per cose più o meno simili - aveva alzato lo sguardo, mi fissava e aveva sulle labbra un’espressione a metà fra fastidio, disappunto e sollecitazione - credo che potrei mostrarvi qualcosa di interessante.

- Vi ho già detto che non porto orologio...

- Neanche io - precisò con forza. Ma non vuol dire. Anche perché non sono certo io che voglio vendervene uno. Mai! - esclamò con forza, tornando a fissarmi col collo teso e tutto fuori dalle spalle, il volto lievemente arrossato come di chi esprime una sorta di ribellione e di condanna.

- Non capisco. - ammisi. E se non temessi di avervi già fatto perdere tanto tempo - aggiunsi per ricambiare la sua cortesia - mi piacerebbe sapere che cosa intendevate propormi...

- Grazie per la preoccupazione. Si vede che siete un giovane di buoni principi, come ce n’è ormai sempre di meno. È stato un vero piacere avervi incontrato. Si, ve lo dico con tutta franchezza. All’inizio non mi sarei aspettato. Quanto al mio tempo, non dovete farvene un problema. Non mi è mai capitato di perderlo. Direi, al contrario, che ne ho trovato più di quanto me ne sia servito.

Scese dal marciapiedi e si avviò decisamente ad attraversare la strada. Quando lo raggiunsi, mi prese per il braccio, un po' sotto il gomito, avvicinò sensibilmente la sua persona alla mia e aggiunse, confidenzialmente: Anzi, ne ho accumulato un bel po'. Mi piacerebbe farvelo vedere.

Mi trovai a camminare a fianco del mio interlocutore senza avere riflettuto abbastanza su quella che, con tutta evidenza, era una proposta bizzarra e anche un po' ambigua. Che cosa poteva mai voler significare quella proposta e dove, in definitiva, sarebbe mai stato possibile osservare ciò che aveva promesso di mostrarmi?

Continuai a camminare accanto a lui svoltando a due o tre angoli di strada. Camminava con insospettata agilità e con un’accelerazione progressiva che rischiava di trasformare in una competizione quella che avrebbe dovuto essere una passeggiata. Mi accorsi che ci eravamo lasciati alle spalle la città e che la strada che avevamo appena iniziato a percorrere aveva perduto la linearità delle strade cittadine per assumere l’andamento sinuoso di quelle suburbane.

Una scritta a caratteri incerti avvertiva che quella in cui ci trovavamo era Via Cancello Rotto e che, presumibilmente, era priva di uscita e di una numerazione regolare. Camminavamo fra muri alti nei quali si aprivano massicci cancelli oltre i quali era quasi impossibile guardare.

Altissime su quei muri svettavano le cime dei pini marittimi e contro un cielo di nuvole imbronciate, le cime verdissime dei cipressi. Un sentiero di pochi metri e una siepe di bosso non curata conducevano al portoncino di una vasta villa di un liberty provinciale non privo di gusto.

Il mio accompagnatore estrasse dal cappotto una grossa chiave, premette con forza nella serratura fino a quando lo scatto annunciò  che era possibile procedere alla serie delle numerose mandate.

Un ampio ingresso senza finestre lasciava intravedere una sala spaziosa su un lato della quale si aprivano finestre verticali solo in parte nascoste da tende scolorite e polverose. Alle pareti incisioni in bianco e nero, quadri di vario soggetto, marine, campi di grano, cavalleggeri fra i covoni, due o tre ritratti di anziani signori tracciati con matita grassa e un numero imprecisato di mobili di epoche e di stili diversi, tavoli, sedie, poltrone, divani, consolle, qualche specchiera disposti in un disordine apparentemente casuale.

O meglio, secondo un ordine che l’accumularsi in momenti successivi dei mobili più svariati aveva modificato fino a far somigliare alla galleria di un antiquario quello che era stato il salone di una casa padronale con legittime pretese di eleganza.

Non mi fu chiara a prima vista la ragione di quell’accumulo di mobili sui quali il tempo aveva steso una patina di grigiore uniforme che sembrava non subire mutamenti. La prima tentazione fu quella di avvicinarmi ad almeno uno di quei mobili e di non accontentarmi di guardarlo soltanto, ma di cercare di scoprirne il segreto, se mai ce n’era uno. Altrimenti, perché il mio accompagnatore e guida mi avrebbe condotto in questa casi quasi a un incontro col tempo, del quale mi aveva parlato in termini che sembrava dovessero chiarirsi proprio nel corso di questa visita?

Mi colpì il silenzio  e la sua qualità. Non era la distanza dalla città, il fatto di trovarsi in una periferia silenziosa appena sfiorata dal traffico urbano. Era la natura di quel silenzio, che si sarebbe detto geometrico, euclideo. E tale cominciò ad apparirmi in una successione rapida e sorprendente degli unici oggetti a nascondere o rivelare i quali quei mobili sembravano destinati.

C’erano orologi dovunque. Dimenticati nei cassetti, nelle tasche di vecchi cappotti, di giacche logore, di pantaloni appesi come sinistri uccellacci o arrotolati in fondo agli armadi, nei taschini di gilè e di panciotti acquistati in fetidi mercati dell’usato, dentro scarpe e stivali, nei fondi di galosce nere o ancora lucenti come bare, strettamente avviluppati e come strangolati fra le pieghe di sciarpe, scialle e cravatte e negli interstizi dei mobili, sotto i ripiani dei cassettoni e dei trumò, nel trasfondo di tavoli a culisse e certamente anche nei piccoli depositi di muffe e di silenzio dei due secrétaire che si fronteggiavano in quello che era stato il boudoir per il disbrigo della corrispondenza di una casa di agiati mercanti interessati forse ai traffici col vicino Oriente; negli armadi, appesi a certi nastri come quelli sui quali riposano di solito foulard e cravatte; stretti, ammucchiati nell’intimità contraddittoria e ostile dei metalli, nella sospettosa apatia delle ossidazioni.

E, finalmente, si trovavano a decine, a centinaia sotto l’impiantito di legno di faggio rugoso e inscurito dal tempo e sotto i riquadri a rombi e losanghe dell’elegante parquet dei salotti e del grande salone da pranzo dove bastava sollevare un candelabro per scoprire, appena celato dalla larga base massiccia, un deposito di orologi di ogni origine e fattura. Quelli stessi che per grandezza forma e marca si nascondevano dietro le specchiere in parte annerite e come censurate da macchie di umidità o incupite dalla polvere che vi si era depositata col tempo o rivestite con nudità fatiscenti e repellenti da logore fodere di grossa canapa divorate da terme e squarciate verticalmente oltre che sgarrate orizzontalmente da oscene lacerazioni provocate  dal peso di una gravitazione mai interrotta e neppure mai attenuata.

In questo sterminato paesaggio di orologi in parte nascosti in parte straripanti da interstizi reconditi, da crepe e da fessure - ce n’erano nel camino e ai lati della sua immensa apertura ingombra di vecchi almanacchi e di riviste, traboccanti anch’esse delle immancabili sfere, ogive, rombi, quadrati piatti o concavi e persino convessi, curvi, inerti a prima vista e invece avvinghiati gli uni agli altri, insensibilmente ma sicuramente mossi da inavvertibili contrazioni e sussulti serpentini come un groviglio di serpi luccicanti di scaglie dorate, argentate, color del rame o del bronzo fra le quali splendevano calotte di materiali esotici e pregiati come l’avorio o il platino o le lacche, le malachiti e le resine di essenze orientali.

I lampi dei cristalli, dei brillanti, dei rubini, dei diamanti e degli zaffiri occhieggiavano come le stelle di un firmamento infimo e beffardo in un incrociarsi di bagliori ammiccanti, appena soffocati o appannati dalla polvere onnipresente e dalle bave anch’esse spente e rinsecchite disseminate su una sorta di scenario decrepito da miriadi di ragni, di gechi e di lucertole.

Un calcolo di tutti quegli oggetti avrebbe causato vertigine, ma più sconvolgente ancora sarebbe stato quello delle lance e lancette dei cronometri. Da quelle grandi e minacciose delle ore e dei minuti a quelle minuscole e insidiose che calcolano i secondi.

E quante suonerie e squilli e trilli, piccoli rintocchi e scampanii si nascondevano e tacevano nell’agguato funereo di quei contenitori mortali. Quante albe defunte, cadaverini di aurore, agonie di tramonti, rantoli di merigi tragicamente interrotti, allarmi scatti fughe ritorni, disperazioni e promesse in quell’incalcolabile intrico di meccanismi inerti: corde tese o afflosciate, aggrovigliate e disfatte, perni ossidati, bruniti dall’attesa impossibile, molle rigide come archi con la freccia impostata da tempo incalcolabile, rotelle dai denti avidamente conficcati in altre rotelle inseparabili, costrette a quell’assurdo festino inossidabile e crudele che alimentava altre fami non meno atroci e voraci.

Più oltre scoprii il deserto delle clessidre, degli orologi di acque evaporate e di vegetazioni essiccate, di savane prosciugate e di fiori dai profumi miracolosamente illesi, nonostante il numero infinito di piccole lenti aperte sui loro petali e sulle loro foglie, che consentivano di guardare oltre il tempo calcificato degli arredi, al tempo delle impassibilità vegetali.

Erano tali e tante quelle macchine del tempo, ciascuna delle quali ne aveva trattenuto una porzione, da potersi dire che un tempo stivato, calcolabile e compatto come le merci nei docks, giaceva in piccole o più grandi balle come di un cotone prodotto in remote coltivazioni equatoriali.

Era così compatto, a parte la porosità di certe superfici e la presenza di minuscoli incavi prodotti dai mutamenti delle temperature laviche che sembravano esservisi succedute, che ne risultava un’impressione, una sensazione anche tattile di siccità, di disidratazione che suggeriva deserti coperti da altri deserti, sommersi sotto ulteriori superfici sabbiose, sfiorate appena da improbabili vene di umori sotterranei.

Un tempo esalato riempiva quell’immenso salone e gli altri ambienti, dai quali una scala armoniosa e quasi barocca nella morbidezza della sua ascensione, sembrava condurre a un salone superiore del quale era possibile vedere soltanto le colonne iniziali di una serie che sembrava interminabile.

Muoversi nel salone riservò ulteriori sorprese. Quel tempo esalato, essudato, quel fiato degli anni era come se si fosse rappreso in una trasparenza friabile, precaria ma tenace e capace di provocare in qualche misura l’arresto dei passi resi incerti e timorosi dalle osservazioni precedenti.

Dovetti  sforzarmi per salire i gradini e prima ancora per superare il primo sul quale uno strato di sottili granelli di sabbia uniformi come cristalli, distesi come un tappeto per tutta la scalinata, mi avvertì che un carico di sabbia da clessidra doveva essere rovinato proprio lì, se non era stato il vento che qualche volta spira dal deserto africano su questa provincia a concentrare su quelle decine di gradini ampi e invitanti una così imponente e distesa massa di cristalli asciuttissimi, e ironici nella loro armoniosa e distratta curiosità di occhi non interamente essiccati e privi di vibrazioni.

Giunto in cima alle scale le colonne che dal basso mi erano sembrate di marmo screziato di verde cipollino e di diaspro, mostrarono la loro vera natura di colonne dipinte su una parete sghemba, che in virtù dell’angolo che formava con l’ultimo gradino o soglia del piano inferiore mostrava una successione di colonne dipinte dietro le quali sembrava aprirsi un salone profondo dal cui altissimo soffitto pendevano lampadari anch’essi dipinti.

Sulla parete opposta, a destra di chi aveva salito le scale, la tenue luce diffusa che sembrava entrare da una sorta di ampio lucernario ogivale, permetteva di scoprire una serie di grandi specchiere dalle cornici dorate, sormontate da aquile e da altri rapaci che trattenevano fra gli artigli un tronco o un ramo di una pianta selvatica o difficilmente classificabile. Quegli specchi riflettevano la finta profondità del salone moltiplicandola in un gioco di ripetizioni, di rinvii, di suggerimenti e di richiami dei quali sembrava difficile stabilire la natura.

Ma soprattutto, quegli specchi erano fatti per operare come lenti d’ingrandimento. Ingrandivano i dettagli, i particolari delle decorazioni e delle rifiniture dando loro un’evidenza, una presenza inaspettata e allarmante. E lì apparve e si confermò quella che era la natura e forse l’origine prima, l’archetipo di quel sortilegio del quale avevo tentato l’inventario.

Tutti quei dettagli che sembravano decorazioni floreali, boccioli o foglioline di rami rampicanti e lacustri e occhi di volatili pronti a spiccare il volo o becchi disposti al pigolio o piume tiepide e rosate, altro non erano che una fitta e anch’essa inestricabile selva di orologi, cronometri, clessidre, pendole e ogni altra possibile macchina del tempo mai inventata dall’uomo e altre solo immaginate e immaginarie e frutto di sogni, di incubi, di angosce e di palpitazioni...

Ebbi la sensazione che, come certi specchi pubblicitari, anche quelli fossero animati da un interno movimento di dilatazione e di contrazione. Ad ogni onda in espansione era come se quell’universo di orologi, clessidre e meridiane si dilatasse anch’esso, facendo crescere la rappresentazione fino a raggiungere un numero incalcolabile in uno spazio anch’esso sterminato del quale era impossibile stabilire i confini.

Le forme di quegli oggetti, prima avviluppate e serrate in interstizi di festoni apparenti, che erano invece segmenti metallici e corde aggrovigliate di meccanismi a tempo, crescevano smisuratamente isolandosi e assumendo nell’ondata di ritorno, che le contraeva in uno spasimo di forme allusive e di un’ambiguità che all’improvviso diventava chiara.

Le clessidre si proponevano come non dissimulati falli in erezione e così le aste delle pendole e degli alti orologi di mogano che decoravano le pareti dell’immensa prospettiva. Le casse degli orologi, dai più piccoli ai più grandi, gli alloggi vuoti delle grandi macchine i cui quadranti erano stati di proposito lasciati senza dipingere, si dilatavano e si restringevano oscenamente come altrettante matrici dalle quali spuntavano dentature, frammenti di lancette, residui di meccanismi dentati che sembravano ancora capaci di afferrare e frantumare in congiunzioni mostruose quella selva di falli agitata dall’onda incessante del movimento degli specchi.

Così continuo e compatto, così inesauribile nella lasciva vitalità della sua aggressione, che sentii il bisogno di sottrarmi alle sue ondate. Davanti a me, a parte la prospettiva dipinta e, sulla parete di fronte, la serie degli specchi che mi si rivelavano notevolmente convessi, non c’era al fondo altro che l’apertura ogivale dalla quale quello strano spettacolo riceveva luce.

Ma fatti appena i primi passi in quella direzione, la parete mi si parò bruscamente davanti, umida e farinosa al contatto delle mani che cercavano di aprire quella che pareva la porta socchiusa di un’imposta aperta verso l’interno.

Capii con sorpresa mista a irritazione che l’apertura ogivale e l’imposta e il fiotto di luce che sembrava sgorgarne, non erano che un trucco perfetto e maligno, il trompe-l’œil di un architetto o pittore che aveva maliziosamente creato quell’assurdo spettacolo.

Mi sentii prigioniero di una sorta di beffa più che di un inganno, mentre la parete dipinta e quella degli specchi nel loro inarrestabile moto di espansione e di contrazione sembravano volersi accostare fino a chiudermi, serrarmi definitivamente in uno spazio che si andava rivelando sempre più esiguo  e inconsistente.

Il leggero rumore dei minuscoli granelli di polvere da clessidra che le mie scarpe cominciavano a calpestare sull’ultimo gradino di quella scalinata, mi avvertirono del rischio al quale sarei andato incontro se non mi fossi rapidamente voltato per misurare il margine che mi separava da una caduta forse irreparabile.

Feci un enorme sforzo per voltarmi, la testa incassata nella cavità che il ritrarsi del collo aveva come aperto fra le mie spalle e vedendomi in quell’atteggiamento solo allora, per la prima volta mi ricordai dello strano interlocutore che mi aveva guidato fino a quel luogo.

Per un attimo pensai di chiamarlo, ma mi resi subito conto che in realtà non avevo mai conosciuto il suo nome. Sentii che il mio corpo si era come raggelato e irrigidito e che anche la lingua mi si era come essiccata e non era, nella mia bocca, altro che un coagulo inerte, asciutto e sul punto di dissolversi in polvere se solo avessi tentato di usarla.

Mi voltai di scatto. Davanti a me la scala sembrava aver moltiplicato i suoi gradini al punto che mi era quasi impossibile vedere l’ampia curva barocca che in modo così persuasivo mi aveva invitato a un’ascensione che ricordavo rapida e agevole. Un’oscurità greve e sabbiosa sembrava essersi distesa sul salone delle clessidre, del quale a stento intuivo l’ampiezza ai piedi della scala della quale mi era però impossibile intravedere la fine.

Pensai ancora una volta di voltarmi per cercare di capire da dove provenisse la luce che illuminava la prospettiva e gli specchi ai quali voltavo le spalle dal momento che la finestra ogivale altro non era che un trucco ben realizzato, ma l’assenza della mia ombra sui gradini sabbiosi mi avvertì che anche quella luce era scomparsa e che forse non era mai stata altro che un prodotto della mia curiosità.

Scesi lentamente i primi gradini, con cautela, badando a che la miriade di granelli che calpestavo e che sentivo rotolare non mi trascinasse in una caduta. Avevo la sensazione netta che lo spazio davanti a me si andasse dilatando a misura che l’oscurità diventava più asciutta e più impenetrabile. Respirare era diventato sempre più difficile.

Un’aria che sembrava provenire da una radura riarsa e irraggiungibile nella sua lontananza mortale, mi sfiorava sensibilmente la fronte, penetrandomi le narici e la gola. Scesi ancora qualche gradino con circospezione, cercando di non staccare la mano dalla balaustra di marmo che sapevo ampia e massiccia, ma una sensazione di vertigine mi avvertì che non c’era più nessuna balaustra e che probabilmente non c’era mai stata..

Fu la vertigine a impormi il primo salto. Non so quanti gradini saltai in quel modo acrobatico e senza controllo. Quando la continuità del pavimento mi avvertì che avevo raggiunto la sala delle clessidre facevo ormai fatica a muovermi in quell’aria morbida e tiepida i cui primi aliti mi avevano sfiorato in cima alla scala.

Camminai ancora verso quella che supponevo potesse essere l’uscita, attraverso la stanza degli orologi. Capii di averne superato la soglia per un’aria diversa, più fresca che incominciò a sfiorarmi a misura che avanzavo. Era una sorta di brezza meccanica quella che mi sfiorava, come di superfici che stentassero a combaciare, di ingranaggi che non riuscivano a penetrarsi, di pesi e di bilance che faticavano a coordinare i loro movimenti sepolti nella profonda staticità di un mondo condensato.

Soltanto dei piccoli tonfi, delle frizioni come di maglie e di corde metalliche che si tendono in una staticità assoluta e impotente si udivano provenire dai luoghi più impensati, dagli interstizi meno prevedibili di quell’universo immobile.

Era come se le migliaia di orologi sepolti nella miriade di luoghi impropri e impensati, negli anfratti di un tempo da essi stessi prodotto e condensato tentassero disperatamente di liberarsi da quel caos immobile e inestricabile. Provai a pensare al tempo di cui avrei avuto bisogno per uscire da quell’ingranaggio, confrontandolo col tempo che avevo impiegato per attraversarlo in quello che mi appariva sempre più come un viaggio attraverso un tempo negato.

Mi accorsi che correvo quando mi trovai di fronte a un ostacolo inaspettato. Una porta contro la quale ero andato a sbattere e che resisteva alla pressione di tutto il mio corpo... La immobile brezza meccanica che mi aveva accompagnato lungo tutto il tragitto quasi trattenendomi, si era rappresa attorno al mio corpo come una sorta di gelida esalazione.

Sentivo crescere il suo livello fin quasi a superare l’altezza della mia persona. Un terrore lucido e freddo si impadronì di me. Cercai di articolare la lingua rigida come un punteruolo, resa vetrosa dal gelo che mi riempiva la bocca. Qualcosa come un urlo mi uscì dalla gola col fragore di una lastra di ghiaccio che cede a una pressione immane e disperata, mentre premevo con tutte le mie forze contro la porta, che cedette all’improvviso, dolcemente come se non avesse atteso che una minima pressione per aprirsi...

Davanti a me nell’oscurità di un crepuscolo addolcito dagli ultimi bagliori del tramonto, la siepe ancora rattrappita per l’inverno copriva il muro scalcinato nel quale si apriva il modesto cancello che avevo attraversato al mio arrivo. Appoggiato a uno degli stipiti il mio accompagnatore mi guardava senza nessuna espressione.

- Vi siete trattenuto a lungo, disse. Si vede proprio che il non portare l’orologio vi ha disabituato al calcolo del tempo...

Mi parve di cogliere un’ombra di rammarico nelle sue parole. Feci uno sforzo che non dovette sfuggirgli per riprendere un minimo di controllo e per articolare una risposta. Che non pronunciai. A passi affrettati mi avviai verso la città.

 

 

                                               ZIQQURAT

 

Nella città di Ussin non c’era il calendario. Neppure nelle città di Urin e di Ossin. Una voce, di cui più nessuno ricordava l’origine, diceva che una cosa che serviva a dare i numeri al tempo era stata vista una volta nella città di Enene e forse anche in quella di Bosove.

La prima conseguenza era che, in tutta la Curatoria, gli anni, i mesi, i giorni non avevano numeri, ma solo nomi. E anche questi erano incerti e si aveva come l’impressione che si fossero formati per caso o non fossero nati tutti in una volta, o non fossero stati sempre gli stessi, ma fossero cambiati o qualcuno li avesse sostituiti in tutto o in parte, seguendo un criterio del quale si era persa la ragione.

C’erano quelli che dicevano che il paese era stato conquistato e distrutto più volte da genti venute da lontano, che avevano imposto la loro lingua, che però avevano portato con sé al momento della loro partenza lasciando soltanto alcune parole, strettamente necessarie, fra le quali c’erano appunto i nomi di qualche giorno e di qualche mese.

Altri dicevano di avere appreso dai loro antenati che non solo la Curatoria ma l’intero Giudicato, erano stati invasi dalle acque, che si erano ritirate dopo un certo tempo distruggendo i raccolti, trascinando via tutte le suppellettili e lasciando soltanto pochi abitanti i quali, in mancanza dei prodotti della terra e degli oggetti fatti dall’uomo, avevano dimenticato il significato dei nomi che ad essi corrispondevano e li adoperavano solo perché non erano stati capaci di inventarne degli altri.

E c’era anche chi era disposto a giurare che c’era stato un tempo in cui gli abitanti di Ussin e forse anche quelli di Urin e di Ossin non usavano parole per comunicare, ma mostravano gli oggetti che ciascuno fabbricava con le sue mani quando ne aveva bisogno, come adesso, che ciascuno pronuncia le parole quando e come gli pare.

Solo che, mentre gli oggetti venivano conservati perché sarebbe stato impossibile rifarli ogni volta, anche se erano pochissimi, le parole si conservavano da qualche parte che non sappiamo, ma non sono oggetti e non occupano spazio, anche se non é proprio vero. Come dimostra il fatto che se due o più persone parlano allo stesso tempo in una stanza, le parole si confondono e si sovrappongono, perché non c’è spazio sufficiente per tutte. Cosa che accade anche all’aperto, in senso contrario, perché essendoci tanto spazio, si allontanano e in qualche caso si perdono, al punto che il loro suono arriva come da lontano ed è impossibile  sentirlo.

Col tempo, dicevano ancora, molti degli oggetti della comunicazione si erano consumati o erano andati distrutti. Alcuni erano persino stati rubati dai vicini, che ne erano rimasti privi per primi, costringendo gli altri ad andarli a rubare in paesi più lontani, col risultato che gli oggetti si erano mischiati e quando si  era passati dalla presentazione degli oggetti alle parole, anche queste si erano rivelate di origine diversa e quindi mischiate e spesso confuse e molte si erano dimostrate inservibili.

La confusione era arrivata a un punto tale che certi ladri di Urin, che erano andati a rubare a Ussin e altri di Ossin che erano andati a rubare a Urin, avevano preso degli oggetti a caso, senza accertarsi che fossero uguali o diversi da quelli che erano abituati ad esibire. Sicché, ritornati nei loro paesi dopo la bardana, si erano trovati nell’impossibilità di usarli per comunicare fra di loro.

Tali erano le incomprensioni e i malintesi che gli oggetti provocavano e i danni che ne derivavano, che gli abitanti dei tre paesi vicini avevano deciso di incontrarsi su una collina detta delle Cerase e di scambiarsi gli oggetti rubati in modo da ristabilire un minimo di ordine nella comunicazione dei rispettivi paesi.

Ne erano derivati strascichi pesanti nei rapporti fra le tre comunità, ma anche all’interno di ogni singolo paese la permanenza di oggetti dai nomi ignorati o incerti o inutili aveva accresciuto il senso di sfiducia reciproca fra i cittadini e provocato fenomeni di afasia o, al contrario, di verbosità difficilmente governabili.

Resta il fatto che la mancanza di calendario non era un problema per nessuno, anche se quelli che venivano da fuori facevano fatica a capire ciò che era prima e ciò che era dopo, e qualche volta restavano disorientati e ritornavano nei loro paesi con un’idea non del tutto positiva della vita a Ussin a Urin e a Ossin.

Una volta alcuni uomini e donne provenienti da Ithir erano passati per il paese coi loro carri e avevano chiesto lungo la strada quanto mancava per arrivare alla villa di Mascar. Non tutti conoscevano quel nome e sapevano che quel paese era poco distante, perché era impossibile vederlo a causa della collina che nascondeva le sue case e pur immaginando che per arrivarci bisognasse guadare il fiume che scorreva in fondo alla valle delle Pietre Bianche, nessuno avrebbe saputo esprimerlo coi numeri.

Quegli uomini e quelle donne venivano dalla valle di Sennor dove il tempo aveva i suoi numeri, anche se non tutti e, soprattutto, non tutti aggiornati, sicché avevano preferito ripartire coi loro carri senza dire una parola e solo dopo molti anni erano ripassati ancora coi loro carri e con le loro donne e avevano raccontato che il paese di Mascar doveva essere così distante che, in mancanza di numeri capaci di indicare il tempo necessario per raggiungerlo, dopo averlo cercato a lungo, avevano preferito ritornare al loro paese di Ithir, dove solo pochi avevano creduto al loro racconto

Di fronte al problema dei giorni e dei mesi, che erano più numerosi degli anni, quest’ultimo era sicuramente più semplice. Gli archivi non contengono documenti che consentano agli studiosi di chiarire sino in fondo come venissero numericamente indicati i giorni e i mesi.  Sembra che ciascuno di essi corrispondesse piuttosto a un oggetto o a un frutto o a un odore o a un sapore prevalente e che ciascuno organizzasse la sua vita secondo le sue preferenze.

Naturalmente oggetti, frutti, sapori e odori erano in numero  limitato e ciò faceva si che un certo numero di persone scoprisse di avere le stesse preferenze. Capitava che chi decideva di sposarsi nel mese dell’Odore del pesco e nel giorno del Cesto di vimini scoprisse che anche altri avevano deciso la stessa cosa e dovesse scegliere fra l’accordarsi con loro o cambiare odore e oggetto e decidersi così per una nuova data.

Era questa la ragione per la quale si celebravano matrimoni con centinaia di invitati e gli sposi univano le loro risorse perché i loro matrimoni fossero più ricchi e più festosi, cosa che in genere era preferita dai più poveri, ma c’erano anche ricchi, pochi, e poveri, molti, che per far risaltare la loro ricchezza o per mascherare la loro povertà sceglievano oggetti, frutti, odori e sapori sconosciuti o poco frequenti e celebravano le loro nozze o le nascite o anche le morti in perfetta solitudine, senza essere capiti dagli altri, non solo, ma contribuendo a creare ulteriore confusione nella comunicazione perché vi introducevano parole nuove che non avevano nessuna corrispondenza con le conoscenze della maggioranza dei villici.

Con gli anni, il problema era molto più semplice. La gente dimenticava presto il passato, contando non andava oltre le dita di una mano o al massimo due e si limitava a ricordare solo gli anni che avevano un rapporto concreto con la vita del presente.

Poiché il vento nel paese era una cosa ordinaria, l’Anno del vento ricorreva, per così dire, ogni anno e tutta la memoria consisteva nel distinguere l’Anno del Vento Caldo da quello del Vento Freddo, del Vento Alto da quello del Vento Basso, del Vento Aspro da quello del Vento Dolce...

Un Anno Perpetuo era quello della Polvere, perché la polvere era tutt’uno col paese, era il paese stesso, ne rappresentava l’inizio e la fine, la presenza e l’assenza, la circolarità e l’eternità. Senza polvere il paese era impensabile, per cui l’Anno della Polvere era l’Anno dell’Eternità, della Creazione e della Dissoluzione. perché era credenza comune che il paese nato dalla povere nella polvere si sarebbe dissolto, come succedeva a tutti gli esseri animali e vegetali che nascevano dalla povere e alla polvere ritornavano.

In quell’eternità c’erano però degli anni che si distinguevano per qualche particolarità e queste erano infinite e imprevedibili. Così molti ricordavano ancora l’Anno del Vento Rosso, anche se nessuno era in grado di stabilire quando quell’anno si fosse verificato.

I più riflessivi erano giunti alla conclusione che più che di un solo anno si dovesse parlare di molti anni, cento e forse più, durante i quali il vento era rimasto rosso. La ragione di quel rosso era la polvere che secondo alcuni arrivava direttamente dal deserto e se e perché dovesse essere rosso, c’era molto scetticismo e si cominciava a pensare che si trattasse di una leggenda o magari di una calunnia.

L’anno del Vento Giallo era invece una certezza. Non si sapeva come e perché il vento a un certo punto fosse diventato giallo, ma nessuno dubitava che la cosa fosse successa, per la semplice ragione che solo i bambini piccoli non avevano nella loro esperienza un Anno del Vento Giallo.

In proposito si facevano delle ipotesi  e delle supposizioni. La più diffusa era di natura vegetale. Il paese era circondato da colline separate da valli e vallette a volte ampie altre anguste come gole, nelle quali scorrevano torrenti di non molta portata ai quali si doveva se le erbe crescevano verdi e folte per buona parte dell’anno.

Accadeva, però, che dopo il verde e il rosso dei papaveri, che durava pochissimo, il giallo diventasse il colore dominante di quelle vallette e dei campi in generale. Si può dire che nella tarda primavera e all’inizio dell’estate i fiori fossero già tutti gialli e che il colore delle valli e delle colline fosse il giallo con molte varietà e sfumature.

C’era il giallo delle margheritine e quello delle zucche, quello di certe infiorescenze che si allungavano come serpi fra i rovi e le siepi di cisto, i cui fiori erano anch’essi gialli, anche le bacche del mirto, solitamente scure o bianche, si coloravano di giallo ed erano tante da coprire il verde delle foglie.

Lungo i muri a secco e presso gli abbeveratoi e anche nelle siepi che crescevano lungo i muretti dei cortili, le lantane diventavano cespugli coperti di fiori gialli e nelle valli si formava un’infiorescenza minuscola senza radici, senza steli e senza foglie, soltanto dei minuscoli fiori dalla corolla in forma di stella colorata di un giallo solare che neanche nelle ore notturne si spegneva completamente.

Capitava che guardando dalle colline o anche dalle case più alte del paese, si vedesse quella vegetazione mobile percorrere il fondo delle valli come se si trattasse di un lungo serpente giallo e quasi fosforescente. Anche sulle colline capitava che quel giallo assoluto e sorprendente colorasse le siepi con piccole bacche dalle quali si ricavava un liquore giallo anch’esso che riempiva i vasi resi trasparenti con una lavorazione che riduceva a un velo lo spessore dell’argilla e lasciava che il giallo del liquore dorasse la piccola  bottiglia.

Negli Anni del Vento Giallo il lino cresceva più rapidamente e già nei primi giorni di maggio i suoi steli erano talmente chiari da far dimenticare il verde originario. Altrettanto accadeva coi fichi di luglio e con quelli d’autunno e con le nespole, le pesche, le susine, le prugne, i limoni e le mele cotogne, che pure non avevano nome.

I frutti diventavano gialli e le foglie anch’esse, sicché l’albero che negli anni normali era verde e faceva risaltare il frutto chiaro, si trasformava in una pianta gialla anch’essa come il frumento che intanto maturava insieme all’avena e all’orzo, anch’essi senza nome.

Le colline dai fianchi rotondi si vestivano del colore giallo delle stoppie sotto un cielo che aveva anch’esso bagliori d’oro che si spegnevano soltanto in autunno inoltrato, dopo che anche le viti si erano vestite di grappoli d’oro e i pampini ingialliti.

Perché negli anni del Vento Giallo le uve nere scomparivano sotto l’incalzare dei grappoli di moscato, di uva lugliatica, di cagnulari, di taloppo e di tante altre uve dorate e il mosto era anch’esso biondo e così le vinacce che spandevano un profumo che difficilmente si sarebbe detto altrimenti che biondo.

Senza contare i grappoli che pendevano dalle tegole di tutte le case e le api che ci ronzavano intorno e il miele che in quegli anni era più abbondante che mai e il pane che usciva dorato dai forni. Soprattutto quello di granturco, che si mostrava all’ingresso delle case e nei cortili aperti sulle strade nei grandi canestri di vimini dorati e veniva donato ai bambini il giorno della Santa che difendeva la salute dell’occhio, anche se era certo che all’inizio, non si sapeva quando, a proteggere la vista era stato Sant’Antiocru, che aveva lasciato il paese a causa dell’invidia di quanti non sopportavano che fosse lui il vero nemico dei mali dell’occhio.

Anche le donne in quegli anni preferivano gli scialle e i fazzoletti gialli con i gioielli d’oro massiccio e aumentava il numero delle bionde con gli occhi chiari bordati di giallo che le rendevano misteriose e inquietanti come le capre. 

Quanto agli uomini, portavano pantaloni e giacche di fustagno giallo e preferivano i cavalli sauri. Era anche diffusa la credenza che i bambini nascessero biondi e ciò faceva aumentare le nascite, sicché dopo un anno o cento o anche più di Vento Giallo il paese si ritrovava con una popolazione così numerosa e bionda che una parte dei nuovi nati lasciava il paese e la loro partenza somigliava allo sciamare delle api.

Da tutto quel giallo nasceva, e nessuno sapeva dove, prima un’aria leggera e soave, poi un vento greve e denso che sapeva di fiori, di frutta, di frumento, di pane, di raggi di luna e di sole, oltre che di fiori di zucca e fors’anche di zafferano, che andava ingrossando come le onde di un mare inquieto fino a diventare un vento forte caldo e costante che spazzava le colline, le valli, i pascoli e le case del paese e cresceva anche il nitrito giallo a mezzogiorno di cavalli e di somari e perfino il muggito dei buoi e il belare di tutte le pecore e di tutte le capre, soprattutto di quelle che avevano gli occhi gialli e la lana dorata a causa della lunga esposizione alla sabbia gialla della collina che guarda verso il mare.

Anche il suono delle campane era dorato e il vento giallo scendeva a tutte le ore coi rintocchi dal campanile e avvolgeva in una specie di rete gialla le case di campagna, i pascoli e i due fiumi alle due estremità del paese.

Il segnale che l’Anno del Vento Giallo stava per finire lo davano i crocus che crescevano ovunque e in qualunque stagione, formando attorno al paese ma anche dentro, fra gli interstizi dei selciati e delle soglie di ardesia e persino nelle crepe e nelle fessure dei muri a secco e delle pareti, un manto di calici gialli che avvolgeva l’intero paese..

Nasceva di qui la credenza che il giallo fosse il colore dell’addio e come tale lo aspettavano i vecchi o gli amanti che temevano di essere abbandonati. E infatti da un momento all’altro, e spesso anche prima, una nuova brezza spirava da un altro dei punti cardinali, il giallo spariva e un nuovo vento portava il suo colore.

L’Anno del Vento della Polvere Bianca era incominciato così, nessuno sapeva bene quando e nessuno sapeva quanto sarebbe durato e se sarebbe mai finito e se fosse il primo o quale altro, dal momento che nessuno era in grado di dare numeri al tempo..

L’ultima volta il passaggio dalla polvere gialla alla polvere bianca era stato così lento e soave che molti assicuravano di aver sentito come una musica o un canto mentre il colore cambiava e tutto lentamente si andava coprendo di una polvere bianca sottile, impalpabile e quasi senza peso.

Che la polvere fosse davvero come veniva descritta è provato dai rari  campioni che ancora se ne conservano in undici ampolline raccolte dal Pievano di Ussin e consegnate al Vicario della Curatoria, gesto che data la rarità del contenuto venne considerato di altissima pietà.

Il vanto che il paese menava della sua polvere era più che giustificato e le polemiche più volte sollevate dai paesi vicini avevano fatto la stessa fine delle prove di leggerezza tante volte tentate durante la festa della Madonna della Polvere, abolita dopo il Concilio Tridentino.

Quelle prove consistevano nello svuotare simultaneamente dalla stessa altezza dei sacchetti di polvere bianca proveniente dai diversi paesi e vedere quale si sarebbe depositata per prima su una superficie scura.

Tutte le testimonianze, compresa quella del suaccennato Vicario contenuta in una breve relazione inviata alla Sede Apostolica e conservata in un’unica copia manoscritta nell’Archivio tridentino, sono concordi nel dire che la polvere bianca di Ussin era così leggera che anziché depositarsi era rimasta in sospensione e il più delle volte era addirittura risalita fino a disperdersi a molti metri di altezza dal suolo.

Nell’Anno del Vento della Polvere Bianca le strade imbiancavano per prime e così le facciate delle case e i tetti e gli alberi sulle colline più alte e anche certe piante come i salici l’alloro i pini e i cipressi, mentre le piante da frutto imbiancavano più tardi, fatta eccezione per i meli, i peschi e i mandorli i cui fiori bianchi sembravano eterni.

Le calle conoscevano una stagione imperitura, non solo perché appassivano dopo un tempo che durava più di una stagione, ma perché i loro fiori simili a trombe emanavano un profumo bianchissimo e un polline che imbiancava i giardini i pergolati e le siepi.

Lo spettacolo era talmente insolito che le mamme portavano i neonati sotto le calle affinché le pelli tenerissime assorbissero quel profumo che aveva anche il potere di preservarle da tanti piccoli malanni, sempre che le mamme ne conservassero un pizzico sotto le cuffiette oro e azzurro.

Nell’Anno del Vento Bianco le giornate erano luminose e meno calde del solito, il cielo aveva soltanto qualche venatura d’azzurro, le acque dei fiumi erano così trasparenti che si potevano vedere le trote e le anguille distese sul fondo sabbioso o scendere lentamente verso il mare. Erano gli anni in cui la pesca delle anguille sostituiva largamente la caccia e nelle notti dell’inverno bianco le rive dei fiumi risplendevano di fuochi e si animavano di canti e di balli.

La festa grande del paese era quella della Polvere Bianca, durava finché se ne aveva voglia e consisteva nell’esporre, indossare, mangiare, bere e inventare tutto purché fosse di colore bianco Durante la festa tutti si scambiavano bottigliette di latte, dolcetti di formaggio, di ricotta e di pasta, ciotole di mangiar bianco e di frue, conditi con gelsomini e altri fiori bianchi e odorosi.

Non c’è da stupirsi che il paese fosse invaso da animali bianchi, agnellini, caprette, vitellini, galline, papere, maialetti, colombe e piccioni, cavallini, topolini e persino alcune specie di rane rospi e ramarri, per non dire dei camaleonti, dei gecchi e delle salamandre che imbiancavano spontaneamente, dando origine a un fenomeno di empatia del quale neppure la Deutche Wissenschaftlische Akademie di Berlino ha saputo offrire più che una descrizione.

Gli uomini indossavano mastrucche di pelli d’agnello con la lana verso l’esterno e le donne usavano grembiuli e scialle di panno bianco e fazzoletti bianchissimi attorno al capo. Il pane di quegli anni erano le bianche e sottili spianate con le quali si mangiavano formaggi e caci bianchi e ricotte. Il latte era la ricchezza e i pastori governavano il paese al posto degli agricoltori che lo avevano governato negli anni di altri Venti.

L’Anno della Polvere Bianca portava anche degli inconvenienti, il più grave dei quali era che le strade scomparivano sotto un indistinto manto di polvere bianca e gli spostamenti diventavano difficili favorendo l’isolamento degli abitanti di Ussin che forse per il prevalere degli anni del Vento Bianco non amavano molto viaggiare e preferivano rimanere nel loro paese protetti dal cerchio delle loro colline.

Anche i fiumi finivano per scomparire sotto la polvere che imbiancava la loro corrente e gli abitanti dei paesi vicini li cercavano inutilmente e non trovandoli credevano di vivere in un territorio diverso e se ne lamentavano con le autorità che non sapevano trovare una spiegazione di quell’improvviso fenomeno.

Le ricerche negli archivi della Curatoria non hanno consentito di ritrovare documenti capaci di spiegarlo, ma da brevi annotazioni ritrovate sui margini di certe scritture soprattutto fiscali, risulta con certezza che per un periodo, che nessuno era in grado di quantificare, il paese di Ussin era come scomparso e nessuno vi era più stato né da esso erano venute persone o notizie.

Una supplica elevata al Viceré nell’anno della convocazione degli Stamenti da parte dei vassalli di Urin, di Ossin e di Thissin sui quali erano ricaduti i maggiori oneri fiscali e corvée a causa della scomparsa degli Ussiniti, invocava che si facessero “le ricerche più diligenti al fine di accertare la sorte di quei regnicoli dei quali, al di qua dei fiumi che costituiva il tremene dei loro territori, non si aveva da gran tempo notizia”.

Si arrivò a temere che la popolazione si fosse estinta e per un certo tempo nessuno si occupò più della cosa. Era invece accaduto più semplicemente che l’Anno del Vento della Polvere Bianca era durato così a lungo che gli Ussiniti avevano logorato gran parte degli oggetti che servivano loro per la comunicazione, senza avere avuto l’accortezza o la possibilità di costruirne di nuovi.

 

All’origine di tutto c’era la mancanza del calendario e dei numeri del tempo che lasciava gli abitanti di Ussin isolati in uno spazio che non comunicava né col tempo proprio né con quello degli altri. Scomparso alla vista del tempo, Ussin era diventato un mistero. I suoi abitanti si erano sempre più chiusi in se stessi e mentre il resto del mondo sembrava andare avanti, loro rimanevano fermi sempre per via del tempo che non riuscivano a numerare.

Fra i pochi ad addentrarsi nel suo territorio o vidazzone, l’unico a farlo con intenzione scientifica era stato il M.R. P. Cetti S.J., il quale volendo studiare origine razza e attitudini dei quadrupedi che a Ussin Urin Ossin e Thissin erano particolarmente numerosi, aveva notato la singolarità di alcuni nomi di giorni e di mesi, come kenapura per venerdì, kida per settimana, lampadas e triulas per giugno e luglio, e soprattutto caputanni per settembre che, pur essendo il nono mese dell’anno del calendario gregoriano, gli abitanti di Ussin, incapaci di dare numeri al tempo, consideravano il primo.

Fra gli indigeni nessuno ci aveva fatto caso, ma il reverendo Padre ne era rimasto talmente colpito che si era fatto un dovere di allertare il governo di Sua Maestà, annunciando di avere in preparazione una Memoria più dettagliata con allegata una tabula nella quale si proponeva di registrare eventuali e consimili altre singolarità.

Peccato che di un’opera di così indubbia utilità non sia rimasta traccia nella sua bibliografia. Se diffusa, essa avrebbe sicuramente contribuito a sottrarre almeno un pezzo di storia di Ussin e della intera Curatoria di San Giorgio alle fantasie paesane e alle improvvisazioni di persone inaffidabili.

Successivamente furono quelli di Urin di Ossin e di Thissin ad affacciarsi su Ussin, gli uni dalla Pala de cariasas o Collina delle Ciliegie, gli altri dalla Pala de matzone o Collina della Volpe e anche quelli di Enene, di Mascar e di Bosove, superati i due fiumi, cominciarono ad affacciarsi sull’abitato lontano e avvolto nel candore della luce dell’Anno del Vento della Polvere Bianca.

Quelli di Ussin erano ovviamente del tutto ignari di quanti si occupavano di loro e dell’interesse sollevato dal caso che essi costituivano, senza saperlo, per una buona parte dell’umanità progredita. Isolati quasi completamente dal mondo dopo il crollo dei ponti costruiti dai Romani al tempo della conquista sui due fiumi che segnavano il confine occidentale e orientale del loro  territorio, e protetti dalle gole che costituivano un ostacolo insuperabile ad ogni penetrazione dagli altri due punti cardinali, vivevano più o meno tranquillamente nell’anno del Vento che gli toccava, continuavano a sposarsi a soffrire e a gioire e infine a morire come sempre, senza preoccuparsi troppo del prima e del dopo e dei numeri del tempo dei quali, in mancanza di calendario, non potevano disporre, e a comunicare fra di loro con un numero insufficiente di oggetti.

Indipendentemente da loro, l’interesse era però andato aumentando e le voci su Ussin avevano raggiunto anche le grandi capitali dalle quali provenivano i viaggiatori che si avventuravano nel Giudicato alla ricerca di civiltà remote ma non difficili da ritrovare.

Il primo ad occuparsi della cosa con la consueta serietà,  era stato il National Geografic Magazin che dedicò a Ussin un breve articolo interlocutorio e allarmato nel quale annunciava per uno dei numeri successivi un intervento documentato ed esauriente.

Il risultato immediato fu l’arrivo di una missione della Reale Accademia Olandese del tempo Perduto, reduce dalla ricerca, purtroppo fallita, della spedizione francese promossa dall’Institut des Hautes Etudes de Sciences Tropicales di Montpellier, nella quale aveva trovato la morte il grande ornitologo Guy de la Crotale.

La spedizione, che era andata in Brasile alla ricerca di una specie rarissima di pappagalli, si era addentrata e infine perduta nel bacino dell’Alto Marangon in condizioni non dissimili da quelle che sembravano proporsi per Ussin, cioè per non essere riuscita a ritrovare il cammino della civiltà dopo essersi imbattuta in una tribù che non avendo il calendario non sapeva dare numeri al tempo.

La relazione che ne aveva fatto l’antropologo cileno Juan Emar non si esprimeva sulle ragioni di quella che sembrava un’arretratezza inesplicabile, ma sollecitava ulteriori studi per accertare se anche in altri continenti vi fossero situazioni simili a quelle della foresta brasiliana descritta dal grande Alexander Humboldt.

La spedizione olandese era composta da dieci membri, uno dei quali era sicuramente il cuoco a giudicare dal copricapo che indossava più spesso. Gli altri nove erano dei curiosi ragazzoni dagli occhi chiari i capelli biondi la pelle rosata come quella dei porcellini e un appetito formidabile.

Si fermarono alle pendici della collina dei baddulesos o valligiani subito dopo il fiume, piantarono le loro tende e costruirono delle piccole piattaforme sulle quali sistemarono degli strani strumenti. Si trattava del famoso Optical mortero, sorta di telescopi a grande gittata dei quali si diceva che fossero capaci di vedere a distanza proprio perché la loro parabola era capace di superare le colline che impedivano la vista dell’obiettivo.

Dopo una serie di tentativi che li avevano impegnati per diversi giorni i membri della spedizione riposero gli Optical mortero nelle lussuose custodie di pelle di montone, smontarono le tende e il cuoco si liberò del suo copricapo, non senza aver preparato una sontuosa cena d’addio annaffiata da ottimi vini del posto che prolungò il sonno degli atletici ragazzoni ben oltre le prime ore del pomeriggio.

Lasciarono il campo verso sera e su certe piroghe gonfiabili si affidarono alla corrente del rio Mascar nel tentativo di raggiungere il golfo del Calik onde imbarcarsi per Amsterdam su una goletta che li attendeva al largo del Cap de la Cassa.

Quel bizzarro episodio di improvvisazione scientifica fu commentato aspramente dalle gazzette di mezzo mondo, finché il National Geografic Magazin non tornò sull’argomento con un articolo definitivo. Il Caso Ussin, come ormai veniva chiamato, vi era preso alla lontana, con l’aiuto di fonti autorevoli e controllate. Alcune erano indigene, come il Dizionario Storico Geografico e Statistico degli Stati di Sua Maestà, redatto dall’abate Angius, nel quale si dava notizia dell’esistenza di Ussin in tempi abbastanza recenti, senza però fornire alcun ragguaglio che non fosse corrispondente alla natura e agli scopi del Dizionario.

Un’altra fonte era il Giornale di Viaggio di Mr. Valery, il quale si limitava a fornire notizie sulle strade di accesso al paese e a raccontare con incurabile nostalgia un banchetto omerico svoltosi con qualche probabilità nel suo territorio, del quale forniva anche l’elenco dettagliato delle novantadue pietanze, undici caci e formaggi e dei diciannove vini che vi erano stati consumati dagli oltre duemila convitati.

La terza fonte era la più attendibile. Si trattava di un articolo di Mr Masson de Bouvillier incluso nel VII vol. della Encyclopedie Metodique, Paris s.d. L’autore non si era limitato a raccogliere le voci che segnalavano stranezze in differenti paesi d’Europa e d’America, fra le quali la più sorprendente a suo giudizio era la mancanza di pensiero illuminista nella Penisola Iberica, ma aveva anche segnalato stranezze minori, fra le quali quella del “village d’Ussin, qui semble avoir disparu à cause de l’impossibilité de part de ses habitants de classifier les temps avec de nombres”.

Seguivano, una cronologia in gran parte indiziaria sulle macchine costruite fin dall’antichità più remota, alcuni ragguagli geografici e geologici tipici della cultura dell’autore e un più che succinto abrégé sulle origini del villaggio come si trovavano documentate in una relazione manoscritta inviata al Grande Cardinale e custodita a Parigi nella Bibliothèque de l’Institut de France.

Secondo l’informatore, un commerciante francese di nome Grandjaquet, abituale frequentatore della Curatoria dove si recava per acquistare cavalli, lane, pelli e scorza tannante, merci che imbarcava nelle cale della Costa dei Barbari su caracche dirette a Tolone, le origini di Ussin andavano cercate in epoca remota, anche se le notizie più certe era possibile trovarle solo nei libri dei monasteri medievali detti Condaghes e, in seguito, fra le carte dell’Archivio della Corona d’Aragona in Barcellona.

La notizia più interessante si trovava alla fine dell’articolo e costituiva la conferma della curiosità e delle preoccupazioni di cui il National si era fatto portavoce: “Ussin... c’est actuellement un très petit village presque deshabité dépurvu de richesse mais connu par ses voisins pour l’extravagance de ses habitants bien laconique e vraisemblablement indifferént au langage tant il est vrai que ils préfér montrer des objets au lieu d’utiliser des mots”.

Niente di più, ma abbastanza per far uscire il fenomeno dall’ambito delle dicerie e imporlo all’attenzione della comunità scientifica internazionale. L’articolo del N. G. M. prendeva spunto, appunto, da quello dell’Enciclopedie e, dopo aver dedicato qualche riga all’aggiornamento della situazione storica riguardante il passaggio della Curatoria dall’ambito ispanico alla dinastia savoiarda, dichiarava di non essere in grado di formulare nient’altro che delle ipotesi o forse anche solo delle supposizioni sul fenomeno, non del tutto inedito ma particolarmente interessante per il fatto di verificarsi in un’area geografica dove sarebbe stato difficile immaginare l’esistenza di situazioni come quella di cui la voce generale e l’articolo di Mr Masson de Bouvillier testimoniavano la presenza.

Le ipotesi o supposizioni erano sostanzialmente due e non certo di grande rigore scientifico, mentre la conclusione, pragmatica e ragionevole com’è nell’indole dei britannici, rappresentava un lodevole tentativo di porsi di fronte al caso senza pregiudizi.

La prima ipotesi era di tipo cosmologico e faceva risalire la causa di quella che era considerata una parziale perdita di memoria storica alla caduta di un enorme frammento di materia stellare, un meteorite, che avrebbe prodotto un movimento di onde magnetiche e sonore di tale portata da danneggiare la membrana nella quale, secondo la medicina approssimativa di quei tempi, si sarebbero impigliate le nozioni che costituiscono il deposito della memoria.

La seconda era di natura positiva e attribuiva la mancanza del calendario e di una lingua di suoni anziché di oggetti, all’imbarbarimento provocato da un lungo periodo di cattività degli Ussiniti che ne erano stati privati dai loro dominatori, i quali pretendevano in tal modo di provocarne l’estinzione.

La conclusione si limitava a prendere atto della profonda incertezza che circondava la situazione, ribadendo la necessità di saperne di più e al tempo stesso esprimendo fiducia nelle persone interessate, che sicuramente avevano avuto le loro buone ragioni se al posto delle parole avevano trovato più conveniente ricorrere agli oggetti, per suggerire parole e concetti dei quali non avevano che nozioni molto approssimative. In casi come questi, concludeva l’anonimo articolista del N. G. M. , tanto vale parlare che tacere, la via di mezzo non essendo sicuramente segno di saggezza.

Per quanto autorevole, o proprio per questa ragione, il N. G. M. anziché attenuare accrebbe la curiosità di quanti erano interessati ai problemi linguistici,. anche perché la “Memoria” del R.P. Cetti, ancorché non pubblicata, era venuta a conoscenza del naturalista francese Pierre Simon Pallas, sotto la cui direzione era stato redatto il Linguarum totius orbis vocabularia comparativa.

Incuriosito dalle “stranezze” linguistiche riscontrate dal Cetti presso gli Ussiniti, il Simon Pallas aveva chiesto al dotto “monsieur le chevalier Simon”, cittadino della vicina città di L’Alguer, all’epoca residente nella Capitale francese, di farglierne avere il maggior numero possibile, con a fianco la traduzione in latino, in modo da inserirle nel “Gloassaire universelle et comparatif de toutes le langues”, che l’Imperatrice di Tutte le Russie Caterina II, si apprestava a patrocinare dietro suggerimento del medesimo scienziato.

In quel tempo una novità scosse tuttavia il paese, immerso non si sapeva da quanto né per quanto nella luce dell’Anno del Vento della Polvere Rossa. Era una luce d’intonazione vermiglia che variava le sue sfumature non solo fra l’alba e il tramonto, ma anche fra il mezzogiorno e la mezzanotte.

Uno dei fenomeni che accadevano con più frequenza era il prevalere del rosso ogni volta che quel colore animale, vegetale o minerale che fosse, veniva a confronto con gli altri colori. Rose, mele, melagrane facevano la parte del leone insieme alle angurie, il cui rosso interiore tendeva a spalmarsi anche sul verde della scorza. La frequenza di questi casi creava situazioni che non si erano verificate negli anni o nei secoli degli altri Venti.

Il rosso nelle sue varietà attenuate dall’alba, più accese al tramonto, orlate d’oro al mattino e da improvvisi bagliori durante la notte, suscitava un allarme che creava inquietudine, insofferenza e esasperazione e rendeva difficili soprattutto i rapporti fra i due sessi.

Secondo alcuni la terra in quegli anni aveva dato segni di essere più calda del solito, le piogge erano diminuite e qualche sorgente si era persino seccata, rendendo sterili molte terre che un tempo erano state fertili e ubertose.

Qualcosa di simile era accaduto anche agli uomini, la cui indifferenza verso le donne era diventata pressoché totale. Contemporaneamente le donne trascurate erano diventate più nervose, inquiete, suscettibili.

In quel periodo accaddero due fatti che non è eccessivo definire portentosi, dei quali, in mancanza di scritture, è rimasto un ricordo incerto e confuso.

L’insoddisfazione e la frustrazione di troppe notti solitarie avevano reso apprensive e visionarie molte donne. Sussultavano ad ogni rumore, avvertivano profumi e strane presenze.

Poiché l’una non sapeva dell’altra e neppure le visioni erano concordi, ciascuna era portata a credersi l’unica privilegiata, quasi oggetto di un’attenzione soprannaturale, e a custodire gelosamente il proprio segreto. Non fino al punto, però, di non confidarsi con un’amica la quale, a sua volta, confermava l’esperienza dell’altra con la propria.

  Tutte erano più o meno concordi nel dire che si trattava di qualcosa di molto simile a un sogno. Poteva capitare in qualsiasi momento del giorno o della notte, in casa o per la strada, al lavoro o durante il sonno, da sole o in compagnia. Come qualcuna finì per raccontare, si cominciava col sentire una voce o una musica che indicavano un percorso o suggerivano un luogo.

Il richiamo era così forte e dolce al tempo stesso, che nessuna sentiva la tentazione di sottrarsene. Al contrario, il desiderio dell’incontro diventava irresistibile.

Si manifestava soprattutto al tramonto, ma anche nel cuore della notte e qualche volta alle prime luci dell’alba. Allora era facile vedere delle ombre scivolare silenziose fuori dalle case, o uscire dai cortili e rasentare i muri come chi andasse a un incontro segreto. E di incontro si trattava, con qualcuno o qualcosa che neppure dopo molti anni nessuna é mai riuscita a descrivere compiutamente.

In principio era un’ombra silenziosa, poi l’ombra si mutava in chiarore e in quella luce arcana e soffusa sembrava di scorgere una figura maschile avvolta in una tunica che si dispiegava, secondo alcune in forma di ali, secondo altre in forma di velo di colore cangiante dal bianco all’oro alla porpora, per poi chiudersi in un abbraccio la cui durata si confondeva con l’attimo di ardente spasimo che provocava.

Col tempo tutti finirono per credere che se Ussin non si era spopolato negli anni nei quali gli uomini avevano disertato il letto coniugale e l’amore sembrava essersi dissolto nella persistente e inafferrabile luce vermiglia che era il prodotto dell’anno del Vento Rosso, lo si doveva a quegli abbracci provvidenziali.

Nessuno ha mai saputo se si trattasse di angeli o di creature naturali. Le donne preferivano credere che si fosse trattato di Arcangeli. Lo si ricava dal Liber Baptizatorum della Pievania di Ussin nel quale i nomi più frequenti dei nati di quegli anni sono Gabriele, Michele e Raffaele.

Poiché gli Ussiniti non sapevano numerare il tempo, non è mai stato possibile stabilire con certezza in quale anno o secolo, e di quale Vento, quei portenti fossero accaduti.

Ma non fu quello il solo avvenimento del quale, pur non potendo dubitare che si fosse verificato, non fu possibile dare una spiegazione.

L’altro fatto portentoso accadde verso la fine dell’Anno del Vento Rosso, agli inizi di quello del Vento Azzurro. La mattina era piovosa e questo era già un portento data la siccità dei tempi precedenti. Il paese fu svegliato dal suono di una trombetta, da un rumore come di ali che sbattono e da un trapestio frettoloso.

I primi Ussiniti che si affacciarono a porte e finestre videro un forestiero che avanzava lungo la strada sotto un grande ombrello verde. Portava un cappello a cilindro dal quale penzolavano strisce di carta e di stoffa di diversi colori, una palandrana scura e ai piedi strane calzature appuntite di quelle che si vedono nelle stampe orientali. Sulle spalle, due grandi ali che l’uomo agitava come se volesse prendere il volo.

L’uomo camminava a fatica e si vedeva che il freddo notturno e la stanchezza lo avevano molto provato. Sul petto, oltre alla trombetta con la quale aveva svegliato il paese, portava una cassetta chiusa con una piccola cerniera di quelle che nelle fiere portavano i maraviglieris, come la gente chiamava i venditori di cianfrusaglie che incantavano grandi e bambini.

Per quanto forestiero, non sembrava preoccupato di trovarsi in mezzo a tanta gente che non conosceva e la gente, da parte sua, lo guardava con curiosità ma senza alcuna diffidenza. Cosa insolita per gli Ussiniti abituati a vivere isolati e a comunicare fra di loro coi gesti o mostrando gli oggetti che costituivano il lessico della loro strana lingua.

Qualcuno per dovere di ospitalità gli si era avvicinato più degli altri e gli aveva fatto capire coi gesti che era il benvenuto ma che la gente avrebbe voluto che dicesse chi era e da dove veniva. A questo punto la tradizione cessa di essere una e si frammenta in tanti piccoli episodi, annotazioni, osservazioni tanti quanti sono i testimoni.

Su una cosa però tutti sembrano essere concordi, che a un certo punto lo strano uomo o uccello aveva incominciato a raccontare. Lo aveva fatto a modo suo, agitando le ali, mimando un lungo viaggio con un prolungato movimento delle gambe, fino a quando non aveva simulato una discesa forse involontaria dal cielo proprio in quella piazza.

Parole come Torre di Babele, Babilonia, Ziqqurat erano tornate tante volte nel suo lungo discorso che la gente, convinta che fossero quelli i nomi del personaggio che aveva davanti, e non potendo ricordarli tutti, aveva deciso di chiamarlo Ziqqurat.

Salvo qualche annotazione lasciata dal vecchio Pievano nelle pagine finali del Liber Mortuorum, nessuno ricorda più che cosa Ziqqurat abbia detto veramente agli Ussiniti che lo ascoltavano, e che dopo innumerevoli anni di questo e di quel Vento, sentivano nuovamente qualcuno che parlava facendo uso di parole e non di oggetti, com’erano stati costretti a fare loro per via delle tante vicissitudini sofferte.

Il racconto lungo e affascinante incominciava nientemeno che dalla notte in cui Babilonia, raggiunta la massima confusione delle lingue, si era trasformata in una Babele nella quale nessuno capiva più nessuno e tutti si scagliavano contro tutti prima a parole, poi raccogliendo sassi per la strada e finalmente strappando le pietre dalla base della Torre che, priva delle sue fondamenta, aveva finito per crollare travolgendo tutti quelli che non erano riusciti a mettersi in salvo

In quel momento Ziqqurat aveva deciso di fuggire anche lui da quell’inferno di urla di polvere e di fuoco ma portando con sé quanto più poteva di quel tesoro di lingue che rischiava di andare perduto per sempre per la follia dei Babilonesi. Ai quali lui non apparteneva, essendo andato a Babilonia in cerca del lavoro che mancava a Ziqqurat, che era la sua patria e non era molto distante da Ussin da Urin da Ossin e da Thissin e neppure da Ithir da Enene da Bosove da Mascar e da Sennor, paesi dei quali ricordava appena il nome perché era partito quand’era giovane, al tempo in cui il tempo era eterno e indistinto ovunque, meno che a Babilonia dove gli uomini avevano imparato a misurarlo e a numerarlo. Arte che aveva imparato anche lui e che volentieri avrebbe insegnato anche a loro, dal momento che dalle loro domande aveva capito che non la conoscevano.

A quel punto tutti si aspettavano che Ziqqurat stesse per iniziare un nuovo discorso e qualcuno, impaziente perché con le prime piogge dopo tanta siccità era venuto il momento di arare e di seminare, minacciava di andarsene. Ma lui si era guardato attorno, aveva sbattuto le ali, suonato la trombetta e poi aveva aperto la cassetta che portava appesa al collo come i maraviglieris e aveva rovesciato per terra il suo contenuto.

Che era una babele di lettere e di numeri coi quali si poteva comporre il calendario più grande e più completo della terra, a cominciare dai numeri coi quali si poteva numerare il tempo, cioè entrare nella storia dalla quale quelli che lo stavano a sentire erano usciti senza saperlo per entrare nell’età primigenia e indistinta dei Venti, della Polvere, dei Soli e delle Lune.

Quella notte gli Ussiniti dormirono per la prima volta dopo non si sa quanti Venti o Soli o Lune, con la certezza che l’anno in cui vivevano non aveva più solo un nome ma anche un  numero, anche se non tutti capirono la reale importanza di quel ritrovamento.

All’alba i primi che si svegliarono cercarono Ziqqurat in tutti gli angoli del paese, ma trovarono soltanto le grandi ali che la pioggia aveva reso inservibili e la cassetta ormai vuota abbandonata all’inizio del sentiero che da Ussin porta oltre il guado del fiume, aldilà delle montagne in direzione del mare.

Su un sasso alcuni ragazzi notarono una freccia che indicava un cerchio, nel quale c’era scritto ZIQQURAT.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 




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