LE VIE DEL RACCONTO
FRANCO ROMANÒ
 

 

FANTASMI  (1997)

                                                               

 

5, Arlington Avenue Boston Wto    

                                                                New England, USA

 

Cara Giovanna,

ora che sei tornata a casa posso finalmente scriverti, anche se questa lettera, per ragioni di sicurezza, ti verrà recapitata dal mio avvocato.

Vedi, Giovanna, l’idea d’incontrarti con il compagno della resistenza curda a Istambul in un bagno turco maschile, era certamente ingegnosa. Dal momento che la polizia turca sapeva che i contatti fra la resistenza e i rivoluzionari italiani li teneva una donna, mai e poi avrebbero immaginato che vi sareste incontrati in un bagno turco maschile. Il ragionamento era senza dubbio molto acuto e non dubito neppure che il tuo travestimento all’ingresso sia stato efficace; senza contare che nei bagni turchi in Turchia si usano normalmente delle piccole salviette per coprirsi. Nonostante tutto questo, però, capisci anche tu che la cosa era a rischio; poteva succedere, via! Che si accorgessero del trucco e non ti facessero entrare, vanificando così il contatto. E ti è andata anche bene se li hai convinti di esserti travestita da uomo soltanto per ammirare le bellezze architettoniche dell'edificio!

Conoscendo il tuo amore per la letteratura io credo che tu ti sia ispirata al personaggio di quella giovane donna di cui parlammo in Spagna. Forse te ne ricorderai.

Lei si finse uomo per arruolarsi nell’esercito francese durante la guerra dei Cento Anni. Combatté per oltre un decennio senza essere riconosciuta, ottenendo attestati e distinguendosi per il suo valore. Ma vedi, un conto è nascondere il proprio corpo sotto un fitto strato di abiti, per di più militari: corazze, elmi e tutto il resto. Ben altro conto è cercare di nascondere un corpo nudo con uno straccetto che balla da tutte le parti! Forse sarebbe stato meglio il contrario e cioè che lui fosse venuto in un bagno turco femminile; capisco, tuttavia, che per un curdo non sarebbe stato facile convincersi a indossare una lunga parrucca bionda, depilarsi da capo a piedi e allestire un paio di tette credibili!

Comunque consòlati, ti è andata meglio che all’eroina francese, visto che sei riuscita a chiarire l’equivoco senza destare sospetti e sei tornata a casa abbastanza in fretta. A lei andò peggio, non so se ricordi. Erano talmente convinti che fosse un uomo che, tornata a notte in accampamento, dopo che il suo plotone si era dato alle gozzoviglie in una vicina città, fu accusata di stupro e condannata a morte. A quel punto se si fosse rivelata avrebbe corso altrettanti rischi per cui decise di confessare il suo delitto e accettò di riconoscere il figlio. La cosa stupì tutti perché nessun maschio, neppure oggi figuriamo allora!, tanto meno uno stupratore, aveva mai compiuto un gesto del genere. Perciò fu graziata, ma dovette abbandonare la vita militare. Si ritirò in un paesino sperduto dove visse allevando quel figlio non suo; pensa che la chiesa cattolica la fece santa anni dopo, credo che si chiamasse marina, ma non ricordo altro.

 

Veniamo a me ora. Come sai ero partito per gli Stati Uniti per compiere quello che avevamo deciso di fare durante quel pranzo in Spagna in riva al mare (come mi manca il fritto misto di quel giorno!): costruire una rete clandestina negli Usa, attaccare uffici pubblici, installazioni militari e altri luoghi simbolici per l'americano medio.

Il lavoro durante i primi mesi procedette benissimo, anzi più facilmente di quanto avevo sospettato all’inizio. La rete prendeva corpo e nel giro di un anno avremmo cominciato a farci sentire con alcune azioni significative. Anche la vita negli Usa andava bene, non mi era stato difficile trovare un lavoro con la copertura che avevo e anche moglie e figlio se la passavano bene. Poi un giorno, improvvisamente mi arrestarono: si qualificarono per agenti della Cia e a quel punto mi sentii perduto, anche se non riuscivo a convincermi che sapessero qualcosa. Avevamo seguito tutte le norme di sicurezza più scrupolose, sapevo che i telefoni di tutti quelli che avevo contattati non erano sotto controllo, come diavolo erano riusciti ad arrivare a noi... Naturalmente chiesi subito un avvocato, fingendo di non conoscerne nessuno perché questo avevamo deciso per distogliere qualsiasi  sospetto. Gli agenti infatti furono sorpresi dal mio comportamento e questo mi confortò; avevamo fatto la scelta giusta, anche se questo non risolveva il problema. Ero agli arresti, questo era il punto. Tuttavia una settimana dopo due fatti suscitarono in me un prudente ottimismo. Il primo era che nessuno degli altri era stato arrestato, come seppi dal primo colloquio con mia moglie. Il secondo fatto fu ancora più stupefacente. Durante il primo interrogatorio non mi fecero molte domande ma mi mostrarono alcune cartine chiedendomi se le riconoscevo, o meglio se riconoscevo il territorio in oggetto. Una la riconobbi subito, naturalmente senza dirlo a loro; il Texas ha una fisionomia inconfondibile. Ne riconobbi subito anche un’altra che mi stupì ancora di più. Era la bassa California  messicana, un luogo dove ero stato molti anni prima. Non riconobbi invece la mappa di due città e di un altro stato. Furono loro a dirmi che si trattava di El Paso e di  Tucson,  dell’Arizona e del deserto di Sonora, nonché di quella parte del confine fra Usa e Messico che coincide con il Rio Bravo. Più capivo quel che mi mostravano, più il mio ottimismo cresceva perché – cara Giovanna – noi a sud non avevamo nulla! La rete era tutta spostata a nord. Avevamo puntato sui grandi stati industriali e le grandi città, pur sapendo che nel sud e a est c’erano le maggiori installazioni militari. Noi, però, volevamo costruire la rete a partire dalle zone dove ci sentivamo più sicuri. A sud non avevamo neppure un contatto, per scelta: perché mai continuavano a farmi vedere quelle cartine?

Tutto cominciò a chiarirsi quando un giorno mi portarono in un salone dove insieme al mio avvocato fummo messi davanti a un computer. Misero un cd e sul video comparvero pezzi di conversazione in italiano e in inglese. Erano messaggi di posta elettronica che riconobbi subito perché li avevo visti ovviamente spesso a casa mia. Si trattava di post che i miei figli si scambiavano con altri ragazzi americani, a volte in lingua inglese a volte in lingua italiana. Conoscevo bene quei messaggi e scoppiai a ridere nella sorpresa generale.

I ragazzi, per gioco, usavano le espressioni tipiche dei fumetti; di uno in particolare che ai loro coetanei statunitensi piaceva moltissimo perché non ne conoscevano l’esistenza: Tex Willer. C’erano frasi del tipo ai gringos gliela faremo pagare; oppure ci troviamo a El Paso per assalire la banca.

Insomma, per farla breve, gli agenti americani si erano insospettiti e vedendo citare spesso alcune località del sud avevano svolto indagini perché pensavano che Tex Willer, Kit Carson e gli altri suoi pards fossero dei pericolosi rivoluzionari che agivano negli Stati del Sud e che avevano probabilmente basi di appoggio anche nel nord del Messico e nella Baja California. Quando spiegai tutto al mio avvocato anche lui sgranò gli occhi e anche gli agenti cominciarono a ridere, seppure a denti stretti, ma non si convincevano del tutto dell’equivoco. Dovemmo fare arrivare dall’Italia l’intera collezione del fumetto dai suoi inizi, collezione che fu tradotta in una quindicina di giorni e solo alla fine si convinsero che era tutto un gioco.   

Mi hanno rilasciato la settimana scorsa con molte scuse. Abbiamo deciso che continueremo naturalmente a costruire la rete, ma che era meglio che fosse un altro e non più io a coordinare il tutto; non si sa mai. Tornerò dunque presto in Italia, non prima di avere comunque ultimato il periodo di lavoro stabilito dal contratto, in quanto anticipare il rientro potrebbe destare sospetti.

 

Cara Giovanna, che dire di tutto questo. Io penso che, oltre a riderci sopra, le nostre due avventure si prestano anche ad alcune riflessioni. Se ripenso a tutto mi sembra di poter dire che siamo stati troppo acuti; tu consapevolmente, io per caso. Abbiamo ragionato troppo per l’intelligenza media dei nostri nemici, i quali sanno guardare solo la superficie delle cose, senza essere capaci di andare oltre. Pensa il tuo caso: cercavano una donna italiana e l’avevano davanti agli occhi, ma hanno pensato che fosse un’altra quella che cercavano e nel mio caso non gli è venuto neppure il sospetto lontano di che cosa stessi facendo lì, dal momento che qualche indagine l’avranno pur fatta e avranno saputo che ero partito dall’Italia all’improvviso. Ecco, questo potere che fa sempre più male ma colpisce alla cieca come un robot bendato può essere sì molto distruttivo, ma anche tremendamente fragile: che ne dici?

 

Un forte abbraccio. Groucho Marx.   

 

 

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L’ANCELLA DI SHEHRAZADE  (1998)

 

 

All’alba della millesima e centesima notte Sharyhar si risvegliò solo nel letto e si domandò come mai Shehrazade non fosse al suo fianco. Passando accanto agli appartamenti femminili mentre usciva da palazzo udì delle risa provenire dalle stanze... Si è alzata prima per incontrare le sue ancelle, disse fra sé sorridendo e se ne andò contento. Quando a sera ritornò Shehrazade aveva lo sguardo luminoso dei primissimi giorni e la sua bellezza risplendeva in tutta la stanza. Da quel giorno la regina si alzò sempre all’alba e talvolta, addirittura, quando ancora le luci del giorno erano sepolte nel grembo della notte; ma il re non se ne preoccupò più e la loro vita ritornò a scorrere serena e senza ombre. Tuttavia quel perfetto equilibrio non era destinato a durare.

“Sei in ritardo anche oggi.”

“No, non mi pare, il sole è appena calato, forse ti sei confusa.”

“No, non mi sono confusa.”

Il giorno dopo la stessa scena si ripeté…Voglio metterla alla prova pensò il re e il giorno successivo appoggiò un ramo d’albero contro le mura esterne del palazzo e quando tornò tracciò due linee per delimitare la sezione di ombra che si era formata. La sera successiva verificò che l’ombra si trovava esattamente nello stesso punto del giorno precedente; ma lei, che non si era accorta dell’ingegnosa invenzione, lo rimproverò senza lasciargli il tempo di protestare la propria innocenza.

“Le mie ancelle hanno bisogno di me”, disse un po’ acida e se ne uscì leggera come una nuvola primaverile. Quando fece ritorno l’inquietudine di Sharyhar si sciolse davanti allo splendore dei suoi occhi, alla grazia delle sue mani, alla danza morbida dei suoi veli.

“Mi fai soffrire, tu  e le tue ancelle potete incontrarvi durante il giorno.”

“Lo facciamo, ma è all’alba e verso quest’ora che la vita si rigenera ma tu, impegnato come sei nelle cure del regno, non te ne accorgi.”

Il re aggrottò la fronte a quel rimprovero, ma non si perse d’animo: “Voglio anch’io rigenerarmi con te, gli affari possono attendere, se é questo che vuoi. Domani mi leverò più tardi e tornerò prima, ma voglio che tu sia qui al mio rientro.”

Shehrazade ne fu sorpresa ma acconsentì di buon grado e il mattino successivo si alzarono tardi dopo aver trascinato nel letto un lungo ed estenuante risveglio. Lei non si incontrò con le ancelle e a sera non lo rimproverò; tuttavia i suoi occhi erano stanchi, la sua bellezza velata di malinconia. 

“Domani mi attendono gravi impegni, alzati pure quando vuoi”, le disse Sharyhiar seccamente prima di addormentarsi; ma in realtà non riusciva a chiudere occhio. La regina, però, non si allontanò all’alba e questo lo confortò, tanto che a sera ritornò presto come il giorno precedente. Attraversò di corsa i lunghi corridoi e quando passò vicino alla porta che  immetteva  negli appartamenti femminili udì di nuovo delle risa  e dopo un breve silenzio, altre grida concitate e gioiose. Riconobbe la voce delle ancelle, poi quella soavissima di Shehrazade. Sospirò e rallentò il passo; dunque doveva rassegnarsi ad attendere anche quella sera.

“Tu mi nascondi qualcosa; prima mi rimproveri ritardi che sai benissimo non essere veri, poi mi fai aspettare e ti intrattieni sempre più con le tue ancelle.” Shehrazade gli gettò le braccia al collo.

“Scusami”, si giustificò il re. “Ho  avuto  cattivi  pensieri  per  tutto il giorno”

“Non tenerteli dentro…”

“Sono sicuro che voi avete dei segreti; nei giorni in cui  non sei con loro il tuo umore é diverso e anche…” e a questo punto si interruppe e la guardò negli occhi.

“Il mio modo di amare?” 

“Sì.” 

“E non ti basta questo, visto che sei proprio tu a goderne?” 

“No, non mi basta più, voglio capire, voglio vedervi quando siete insieme." 

“Eh, eh eh sai bene che non è possibile ad un uomo accedere alle stanze femminili, dal momento che come sovrano, metti a morte coloro che tentano di farlo.” Quell’accenno lo turbò…“Potrei modificare le leggi visto che sono io a  farle.”

“Oh no, ti prego, ci vorrebbero migliaia di anni per farle veramente rispettare.”   “Potrei…”

“Se proprio lo desideri potresti per un giorno cedermi il tuo scettro; sarei io a concedere agli uomini di entrare nei nostri appartamenti e assistere ai nostri riti e il giorno dopo tutto continuerebbe come prima.” 

L’idea parve buona al re che accettò di buon grado.  “Ma ricordati!” lo ammonì Sherahzade… “non dovrai pentirtene qualunque cosa succeda e qualunque cosa vedrai e lo stesso dovranno promettere i tuoi  ministri e dignitari.”

Sharyhar, seppure con qualche perplessità, promise. Dopo pochi giorni fu emanato l’editto che istituiva il Giorno del Rovesciamento e quando fu il tempo Shehrazade, vestita con gli abiti regali, aprì solennemente le porte degli appartamenti femminili, seguita dai dignitari di corte, dai ministri ed infine dal sovrano che indossava per l’occasione gli abiti di un modesto  principe. Sharyhar fremeva per l’impazienza, tanto che percorse quasi correndo un lungo corridoio buio, alla fine del quale si apriva una stanza luminosa. Un’ancella, che lo stava attendendo, quando lo vide arrivare in quel modo così concitato, si mise a ridere portando una mano alla bocca, poi lo invitò a venire avanti, ma lentamente; infine aggiunse: “Signore, se volete vedere, lasciate ai vostri occhi il tempo di farlo.”

Quando giunsero vicini a una vetrata l’ancella la toccò appena e quella  che sembrava una finestra cominciò a ruotare: la porta girevole li avvolse finché non li depositò in una grande stanza nel mezzo della quale un lungo tappeto colorato indicava il percorso. Ai lati vi erano due bagni colmi d’acqua che zampillava  allegra da alcune  fontane. Ai piedi delle vasche  fiori  freschi e piante colorate mandavano aromi intensissimi e davanti alla porta due grandi ceste piene di spighe di grano vegliavano l’ingresso come due paggi. Arrivati alla porta questa si aprì e Sharyhar si trovò in una stanza più piccola dietro una tenda. La sua accompagnatrice gli sorrise e gli indicò che poteva guardare ciò che accadeva nella stanza. Il re si avvicinò e scostò leggermente il drappo, ma non vide nessuno. Notò invece che lo spazio entro il quale si trovava non era vuoto come sembrava: ad ogni angolo del quadrato formato dalla tenda e dalle pareti, vi era una piccola ciotola dentro la quale bruciava un incenso alimentato da diversi tipi di erbe che mandavano aromi differenti, perfettamente amalgamati. Su una piccola mensola al lato sinistro, a portata di braccio, c’erano due piccole ampolle piene di un liquido denso di colore ambrato. Le aprì e ne apprezzò il profumo, poi dopo un momento di titubanza, ne assaggiò il contenuto; a memoria, non ricordava di avere mai bevuto nulla di simile.

Mentre depositava la piccola ampolla udì un rumore e scostò di nuovo la tenda. Un’ancella, nella quale poi avrebbe riconosciuto Tribolli, stava ai piedi del letto. Indossava una tunica leggera che lasciava intravedere il suo corpo, ma non fu la sua bellezza ad attirarlo, bensì un altro particolare: la donna portava sul viso un velo che le lasciava scoperti gli occhi e le labbra. Dietro il giaciglio, su un ripiano di legno, vi  erano diversi oggetti: pettini, piccoli specchi, boccette d'erbe e foglie di lauro. La porta si aprì di nuovo ed entrò un’altra ancella, anch’essa velata, che depositò in una larga secchia piena d’acqua alcuni petali di rosa e degli incensi. Il re si accomodò sui cuscini ai piedi del tendaggio e attese curioso. Tribolli, nel frattempo, si era tolta  la tunica e dopo essersi  messa un unguento sulle dita cominciò a strofinarsi il volto; infine si sdraiò di nuovo sul tappeto, in attesa.

Poco dopo la porta si aprì e insieme a due ancelle entrò un’altra giovane donna. Era appena uscita dal bagno e mentre una delle accompagnatrici la strofinava con il  panno che la ricopriva, l’altra le asciugava i lunghi capelli. Quando ebbero finito le tolsero gli indumenti e a Sharyhar parve di riconoscere il corpo di Shehrazade, sebbene il velo che le ricopriva il volto gli lasciasse qualche dubbio. Gli occhi di lei guizzavano inquieti e il re ne era così affascinato che li seguiva ovunque, spostandosi  in continuazione e piegando il capo e assumendo pose ridicole che gli fecero perdere l’equilibrio. La tenda si scosse e le donne volsero tutte lo sguardo nella sua direzione, intimandogli il silenzio e ridendo. Tribolli fece un cenno a una delle ancelle e questa le portò una piccola ampolla. L’aprì, versò poche gocce sulle dita dei piedi di Shehrazade e cominciò a massaggiarle la pianta con l’intero palmo, poi ogni dito, separandolo delicatamente dall’altro, finché la regina non si sedette sul bordo del letto. Sollevò una gamba e l’ancella cominciò a baciarle la pianta del piede, poi avvicinò le labbra alle dita facendo passare la lingua fra l’uno e l’altro. Sharyhar guardava impietrito da dietro la tenda, prima incredulo poi sempre più agitato. Continuava a cambiare posizione del corpo senza trovare quella adatta, finché non si alzò in piedi. Nel frattempo Tribolli aveva preso a massaggiare l’altro piede e quando ne fu soddisfatta si dedicò alle caviglie; infine piegò la gamba della regina, il cui corpo ruotò leggermente sul bordo del letto. Mentre un arto era sollevato a triangolo l’altro penzolava verso il suolo e le braccia erano tese dietro la schiena. Tribolli proseguiva nella sua opera: con una mano le massaggiava delicatamente una gamba, mentre l’altra si incuneò nell’incavo inguinale. Cominciò a baciarle delicatamente l’interno della coscia; la regina si dondolava dolcemente in avanti e il suo respiro  seguiva quel movimento, mentre la testa, sempre più volta all’indietro, faceva risaltare la linea del seno. 

Sharyhar sentiva agitarsi una decina di tempeste nel suo petto: i pensieri correvano impazziti quasi fossero stati presi e richiusi in una gabbia dalla quale si affannavano  vanamente a uscire. Chiudeva ogni tanto gli occhi per sincerarsi che quanto stava vedendo fosse vero. Due volte fu sul punto di irrompere nella stanza e di nuovo la tenda si mosse; ma mentre stava per farlo una forza calma e decisa, di cui non si spiegava l’origine, lo fermò. Istintivamente e quasi senza accorgersene, portò la mano verso l’ampolla contenente il liquido ambrato e ne bevve ancora un sorso, poi si sdraiò di nuovo e solo un grido più acuto di  Shehrazade lo scosse dal suo torpore; si rese conto in  quel  mentre che doveva essere passato del tempo perché la scena era mutata. La regina era sdraiata ma la testa non appoggiava sui cuscini bensì sul ventre di un’altra ancella che si era distesa dietro di lei occupando il letto per l’intera sua larghezza. Tribolli continuava ad accarezzarle le gambe mentre l’altra ancella le accarezzava i capelli chinandosi ogni tanto per appoggiare le labbra su quelle della regina, senza tuttavia forzarne l’apertura. Il massaggio si faceva sempre  più  intenso e intimo, finché le dita di Tribolli non si fermarono proprio vicino all’inguine. Un tremito percorse il corpo della regina, mentre l’altra compì l’opera sua appoggiando le labbra sul basso ventre. Mentre la testa e la lingua si muovevano lentamente l’altra ancella si dedicava ai seni. Vi aveva versato sopra un liquido oleoso e dopo averlo ben spalmato sull’intera superficie, si era  piegata muovendo la lingua intorno ai capezzoli; prima sfiorandoli, poi prendendoli interamente in bocca, prima l’uno poi l’altro, poi ancora l’uno poi ancora l’altro. E mentre ne estenuava uno con la bocca ne sfiorava l’altro con la mano. Il volto di Shehrazade era nascosto ma ogni parte di lei fremeva ed il respiro si era fatto più pesante, per dischiudersi infine in lamento  prolungato che si trasformò in un riso soavissimo e giocoso. A questo movimento e al riso si univano, in una danza armonica, le contrazioni delle gambe; tanto forti da costringere Tribolli ad allontanare il capo. Le mani, tuttavia, continuavano a muoversi premendo leggermente il sesso della regina e accarezzandolo dolcemente. Shehrazade aveva aperto gli occhi e tendeva le braccia verso Tribolli, ma l’ancella opponeva ancora a quella richiesta il lento lavoro della mano, finché‚ pure lei si abbandonò sul suo corpo, baciandola e  prendendole la testa fra le mani; solo allora le voci si liberarono in un inno dolcissimo.

Sharyhar non riusciva a staccare lo sguardo. Conosceva quella luce che brillava negli occhi di Shehrazade: la vedeva ogni sera quando rientrava negli appartamenti nuziali e lei gli appariva improvvisamente accanto come se fosse stata trasportata lì da mani invisibili. Eppure la stessa luce gli appariva oggi diversa e gli occhi che uscivano fuori dal velo insieme alle labbra esercitavano su di lui un potere assoluto. Persino il suo corpo armonioso spariva, mentre le nere pupille lo trascinavano lontano da sé‚ verso un mondo sconosciuto. Osservava i loro gesti così naturali, gli sembrava di essere a momenti in mezzo a loro, quasi sdoppiato; poi l’immagine di sé tornava a ricomporsi in unità al di qua di un mondo separato da lui dal mobile sipario che, lungi dal diminuire la distanza, l’accentuava. E allora quei gesti così simili a quelli che compivano nelle loro notti d’amore gli sembrarono appartenere a una sensibilità lontana, diversa dalla sua e irraggiungibile perché di quel filo su cui corre il brivido sottile e fragile che tiene uniti due corpi che si amano, solo un capo gli apparteneva e le mani che reggevano l’altro erano diverse dalle sue, si muovevano in un altro modo, tessevano una trama sconosciuta. Era questa consapevolezza dolorosa a ferirlo? Eppure tutto ciò ora lo guardava con distacco e la furia che l’aveva dominato nei primi momenti si era ritirata. Frattanto, l’ancella sul ventre della quale era appoggiato il capo di Sherahzade, era scesa dal letto. Il sesso della regina fu ricoperto da un diadema dorato, legato appena sopra la natiche, sul quale fu posto un altro velo; poi un’altra ancella tolse da un cassetto una striscia colorata e  trasparente e insieme la posero sul petto di Shehrazade, legandola dietro la schiena. Sharyhar, sdraiato su un fianco, aveva sentito svanire anche l’ultimo dei suoi pensieri più crudeli. A uno a uno erano usciti da una porta laterale del suo corpo e ora danzavano sopra di lui, innocui. Tribolli nel frattempo, si era alzata a sua volta e reggeva una veste colorata che si allacciava in vita. Era fatta di veli che lasciavano  intravedere gli strati sottostanti fino al sottile diadema che copriva il basso ventre. Vestì la regina mentre l’altra ancella pose la striscia colorata sul seno di Sherazade: solo la parte intorno all’ombelico era scoperta. Infine fu la volta del viso: mentre con un piccolo pennello l’una lavorava delicatamente intorno agli occhi, Tribolli mise sul capo di Sherahzade un fermaglio di perle che le chiuse i capelli in un cerchio. Il nero delle ciglia dipinte, ad arco sopra i suoi occhi, era la soglia oltre la quale le nerissime pupille sprofondavano fino a toccare un punto misterioso e insondabile, dal quale scaturiva  la luce che lo sguardo emanava. Il re la osservò. Poteva ammirare la perfetta immagine di quei corpi, chiusi nella geometria che i vestiti disegnavano loro intorno, mentre il potere degli occhi si era distribuito sull’intera persona e a Sharyhar parve di riconoscerla come mai gli era accaduto di fare prima; anzi, ebbe la certezza che fino a quel momento Sherahzade era stata per lui una sconosciuta.

Poi, come in un sogno, l’una dopo l’altra quelle misteriose creature si ritirarono lasciandolo solo dietro la tenda. Si alzò e vide un’ancella dietro di lui. Le sorrise e lei ricambiò, poi con un gesto deciso della mano gli intimò di seguirla.

Si ritrovò nell’appartamento nuziale senza capire da quale  ingresso fosse entrato. Lo sguardo si fermò su ogni angolo della stanza finché in uno di essi vide Sherahzade. Il suo volto non era più velato. Si precipitò verso di lei e nel farlo sentì tornargli tutte le tempeste che avevano agitato il suo cuore; ma esse si infransero una seconda volta sulla morbidezza del suo seno. Si accarezzarono per un po’ finché il re si sciolse dall’abbraccio. Sherazahde  non se ne mostrò sorpresa, né si adombrò; si mise invece a riordinare la stanza gettandogli ogni tanto sguardi sorridenti.

“Vorrei essere sicuro che i tuoi occhi risplendono come ora quando…”, Sherahzade lo guardò incerta, cercando di cogliere il significato di quelle parole che le sembrarono oscure. Sharyhar a sua volta, aggrottò la fronte prima di proseguire: “Vorrei essere sicuro che risplendano in quel modo anche dopo che noi ci siamo amati, ma temo quel momento.”  

“Sei tu che li hai visti e se non hai saputo guardarli fino ad oggi, non lo saprai per lungo tempo.” 

Sharyhar divenne cupo udendo quelle parole e vi sentì  un funesto presagio. Si sedette sconsolato tenendosi il capo fra le mani finché Shehrazade non si avvicinò di nuovo ponendosi dinanzi a lui con un portamento solenne.

“È ora che tu sappia ciò che hai conquistato e ciò che hai perduto con questa  prova. Resistendo alla tua natura e a ciò che ti avrebbe spinto a compiere ti sei guadagnato l’immortalità…; hai riscattato te stesso così come io riscattai la mia vita. Tutti e due siamo però vincolati al nostro destino; dovremo testimoniare nel tempo la distanza che ci separa e ciò che entrambi  abbiamo compreso sulla  natura degli uomini e delle donne.”  

“Ma potremo amarci?” 

“L’hai compreso tu stesso, poco fa, perché lo domandi a me, chiedilo a te stesso. La strada che percorsi per conquistare il diritto mio e delle altre donne alla vita fu lunga ma quella che porterà alla nostra libertà e poi alla comprensione fra uomini e donne lo sarà ancora di più; solo allora potremo di nuovo amarci come i primissimi giorni, ma finché quel momento non giungerà ne avremo solo un’infinita nostalgia.”

Il sole era calato e la falce di luna era un diadema posto sul volto del cielo. Entrambi rivolsero lo sguardo a quel punto luminoso; anche il diadema di perle sul capo di Shehrazade risplendeva perché‚ fra l’astro e le minuscole sfere correva una misteriosa comunicazione. Sharyhar avrebbe voluto parlare, domandarle ancora qualcosa, compiere dei gesti: ma le sue labbra non si aprirono, la sua testa non aveva pensieri, il suo corpo era immobile, muto il linguaggio degli sguardi. Sherahzade, racchiusa in sé e lontana, perfetta nel suo mondo inavvicinabile, guardava le stelle e sembrava neppure accorgersi della sua presenza e dell’ansia che lo dominava. E allora Sharyhar si rese conto che doveva lasciarla sola e si allontanò. 

Il mare, davanti alla grande terrazza al diciottesimo piano, si distendeva tranquillo verso la costa, con il suo passo incessante e maestoso, finché l’onda, con un ultimo inchino, cadeva ai piedi della spiaggia. Seduti sulle loro sedie a sdraio udivano i rumori provenienti dalla piazza e il tonfo dell’onda giungere attutiti. Erano in molti a vegliare davanti alla distesa di sabbia e sui balconi, perché al misterioso richiamo della notte in cui rinasce l’estate, un altro se ne era aggiunto per un capriccio del destino… Come tutti, anche loro dall’alto fissavano nello spazio senza luna un punto lontano vicino all’orizzonte dove la cometa splendeva come una diadema sul volto del cielo. Udirono delle grida gioiose e si alzarono sporgendosi dalla balaustra. Alcuni ragazzi e ragazze avevano acceso un fuoco sulla spiaggia, accanto alla carcassa di un barcone. Altri e altre, poco più in là e nell’ombra, avevano cominciato a percuotere dei grandi tamburi. Poi, alcuni di quelli e di quelle che si trovavano vicino al fuoco iniziarono a liberarsi degli abiti e a danzare e poi a tuffarsi nell’acqua, presto seguiti dagli altri. Dopo aver giocato a lungo nel mare si sedettero di nuovo intorno al fuoco, nudi: da lontano era difficile distinguere i giovani corpi abbracciati, mentre il ritmo lento delle percussioni scandiva i loro gesti. Protetti appena dalla sagoma scura del naviglio e dalla barriera di fiamme e di fumo i loro movimenti, dall’alto, s’intuivano appena mentre le risa e le voci nelle quali si riconoscevano timbri e tonalità diverse armonicamente legate giungevano alle terrazze e ai balconi come contagiosi richiami ancestrali. I loro occhi, puntati verso la spiaggia, dopo aver rimbalzato leggeri sui giovani corpi conversero insieme nel punto in cui la cometa, aprendo la scia a ventaglio, illuminava l’orizzonte. Si alzò un vento leggero che mosse le foglie delle piccole piante che si trovavano nei vasi proprio ai loro piedi: il fresco e le timide carezze delle foglie li fece tremare leggermente, sospingendoli l’uno verso l’altra e poi dentro la casa. Rientrando, un fruscio attirò la loro attenzione. Il libro era sul tavolo; soltanto allora si accorsero di essersene dimenticati quella sera. Sharyhar e Sherazade si rincorrevano ancora dentro quelle pagine squadernate dal vento; e insieme con loro il saggio persiano, il pescatore e Jullanar del Mare; ma anche Alì Baba e Zugurrut, Simbad e tutti gli altri che avevano popolato le storie che amavano raccontarsi e in compagnia delle quali avevano trascorso il tempo. Lo chiusero insieme; poi si avvicinarono alla grande libreria e lo misero con cura al suo posto.

 




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