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di Daniele Petruccioli
Come a volte capita per colpa
dell’inesperienza, in una delle mie prime traduzioni sono incorso in un piccolo
incidente con la redazione della casa editrice che me l’aveva commissionata. Mi
era stato affidato un romanzo angolano, una storia estremamente godibile, dalla
trama avvincente, quasi un poliziesco ma anche un po’ comico. Diciamo una
specie di Pepe Carvalho (o di commissario Montalbano) subequatoriale. Mi ero
subito reso conto del fatto, però, che alcuni particolari redazionali
sembravano, diciamo così, insoliti anche per la mia povera esperienza. In
particolare, saltava subito agli occhi che mentre gran parte dei discorsi
diretti era tra virgolette, ce n’erano alcuni in cui questo non avveniva. Il
romanzo passava, senza alcun segnale redazionale, dal classico narratore
onnisciente in terza persona al discorso diretto in prima. Un po’ come nei
romanzi di Saramago o Lobo Antunes tradotti da Rita Desti, solo che lì le
virgolette non ci sono mai. Avevo contattato il mio referente redazionale per
avvertirlo, specificando che la pratica di evitare le virgolette è piuttosto
comune nei romanzi lusofoni, ma non mi ero ancora mai imbattuto in una commistione
delle due forme. Aggiunsi che le parti non virgolettate non sembravano messe lì
a caso, ma corrispondevano a monologhi del protagonista (o a suoi dialoghi con
personaggi anche di secondo piano) che vertevano intorno alla situazione
storico-socio-politica dell’Angola e alla condizione dei suoi abitanti, pur con
l’ironica leggerezza tipica di questo autore. Chiedevo quindi come mi dovevo
comportare. Mi venne risposto di attenermi all’originale, mentre per tutto il
resto (tipi di virgolette, a capo, accenti, corsivi ecc) mi era stato chiesto
di seguire le norme redazionali della casa editrice.
Così feci. Ma un paio di
settimane dopo la consegna ricevetti una telefonata dalla redazione. Il solito
referente editoriale mi chiamava per dirmi che la mia traduzione, secondo la
persona cui era stata affidata la revisione, era sciatta, incompleta, poco più
di una prima stesura. Addirittura in alcuni punti mi ero dimenticato le
virgolette. Mi chiedevano quindi di rivederla meglio. Ci rimasi male, come
si può ben immaginare. Feci presente (forse con troppa veemenza, maledetta foga
del principiante) il nostro discorso di alcuni mesi prima. Mi venne risposto
cortesemente che se ne sarebbe tenuto conto, ma di dare comunque una nuova
occhiata al testo. Cosa che mi accinsi a fare, con la pericolosa sicumera di
chi sanguina nell’orgoglio.
Rivedendo il testo a distanza di
qualche settimana dalla consegna, però, mi resi conto che la traduzione aveva
effettivamente qualcosa di strano. Non tanto nella mancanza di virgolette (che difesi,
e di cui ottenni l’uniformazione all’originale) ma in qualcosa di più sottile.
Il mio italiano, che mi era sembrato molto naturale in tutte le precedenti
riletture, spesso eseguite ad alta voce, era diventato ai miei occhi
improvvisamente – come dire? – impudico, e andava a toccare quello che oggi mi
appare come un tabù editoriale: era profondamente ricalcato sul parlato.
Inversioni, paratassi, ripetizioni a raffica, superfetazione di particelle
pronominali; il revisore aveva ragione: si faticava a leggerlo.
Il romanzo che avevo tradotto, va
detto, era scritto in un portoghese assolutamente standard, a parte qualche
regionalismo e la solita manciata di termini culturalmente connotati (piatti
tipici, flora e fauna, qualche riferimento a pratiche e/o usanze particolari,
due o tre – ma proprio due o tre –
termini kimbundo, che è una delle lingue nazionali dell’Angola, lingue
che un tempo venivano chiamate “dialetti africani”). La storia era leggera,
come ho detto (vogliamo chiamarla, che so, fiction di evasione?). Eppure.
Eppure il romanzo, forse proprio per il fatto di essere stato scritto in una ex
colonia, aveva quel profumo, quel ritmo, quella sonorità, anzi quelle
sonorità che avrei presto imparato a riconoscere e amare. Era un romanzo di
voci. Nonostante il suo carattere non politico, nonostante il suo stile non
sperimentale, trasudava per così dire politica e sperimentazione da tutti i
pori. Sembrava una cosa viva. Come ha scritto Vincenzo Barca, “la lingua che ti
accompagna, il portoghese nel nostro caso, che ti è familiare, e che
abitualmente traghetti sull’altra sponda, fa repentini voltafaccia,
s’imbizzarrisce”.
Nel mio caso, l’ho già detto, si trattava di un portoghese abbastanza standard,
ma comunque quella lingua pullulava di oralità, con appunto tutte le
caratteristiche che ho descritto prima, e io le avevo diligentemente
“traghettate” in italiano. Cosa era successo allora?
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Lome, Paroleacolori, 2009
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Era successo che mi ero imbattuto
in quello che secondo me è il cuore profondo delle scritture postcoloniali,
da cui scaturisce la vera difficoltà nel tradurle e il cui incontro con la
nostra lingua e il nostro sistema culturale può avere, credo, conseguenze
feconde. Dove risiede questa difficoltà?
Non tanto nel lessico, direi, e neppure nelle differenze storiche, geografiche,
al limite anche culturali. Per spiegare queste differenze ci sono tre
possibilità: il glossario, la nota a piè di pagina o la disambiguazione
all’interno del testo, tutte valide a seconda dei casi, delle abitudini
editoriali e delle mode egemoni nel momento in cui si sta traducendo (ebbene
sì, anche i traduttori devono fare i conti con le mode). Ciascun traduttore
avrà la sua preferita e tenterà di farla adottare dall’editore committente. No,
quello che ho chiamato con enfasi cuore profondo delle scritture postcoloniali
sta nella violenza che giocoforza la lingua del colono subisce da
chi è stato ad essa assoggettato, da chi in altri tempi ha subito la violenza
della lingua del padrone, e che, dopo (o forse anche prima di) essersi liberato
da un potere politico straniero, deve liberarsi anche dal suo potere culturale.
Questa violenza può esprimersi in diverse forme e a diversi livelli. A un
livello molto consapevole e volutamente intenso essa può raggiungere anche il
lessico, per distruggerlo dall’interno attraverso – ad esempio – un uso
massiccio del prestito linguistico. Il traduttore alle prime armi che ero
allora si era trovato di fronte, potremmo dire, alla forma base di questa
violenza. Essa attinge pesantemente all’oralità, così da sbilanciare la norma
della sintassi standard, appoggiata tradizionalmente su forme scritte. Inoltre,
nel romanzo di cui stiamo parlando, questa violenza era di grado tutto sommato
basso. Nondimeno, essa produceva nel testo forti conseguenze ritmiche e
sintattiche. La reazione spontanea del traduttore alle prime armi era stata
quella di appoggiarsi alle ricchissime possibilità dell’italiano parlato.
Niente dialetti, quasi neanche regionalismi, ma tutto quello che ho detto
prima: paratassi, inversioni, ripetizioni ecc. Il risultato però era ostico.
Come mai?
Provo a imbastire un abbozzo di
risposta. Anche l’italiano è stato ed è il campo su cui si combatte una
battaglia culturale tra norma e deviazione. Anche nel nostro caso la norma è
tradizionalmente (vorrei dire: naturalmente) appoggiata sulla scrittura. Anche
nel nostro caso (al contrario, ad esempio, della Francia) questa battaglia è
relativamente recente (non dimentichiamo che l’Italia, come nazione, è nata
solo un centinaio d’anni prima della maggior parte dei Paesi ex colonie). Di
conseguenza, anche nel nostro caso è una battaglia feroce (pure se facciamo
finta di no). Quello che mi interessa qui sono le conseguenze di questa lotta a
livello di pratiche editoriali nella traduzione letteraria. Secondo la mia
esperienza, sono conseguenze profonde. Non soltanto un revisore/redattore medio
tende a sopprimere tutte le parole e i modi di dire (anche attestatissimi) che
suonino vagamente come “parlato”, tutti i regionalismi, le paratassi, le
ripetizioni, i “più”, i “tutto”, le subordinate esplicite, il lessico
famigliare, e poi i fatti ritmici, le allitterazioni, le rime, perfino le
assonanze. Lo fa anche il traduttore. C’è una sottile censura preventiva che
opera automaticamente in noi, perciò la maggior parte delle cose che diciamo
tutti i giorni (mi riferisco al lessico e alla sintassi di parlanti standard
altamente alfabetizzati) ci sembra illeggibile. Recentemente, revisionando
l’ottima traduzione di una collega, mi faceva notare che le stavo eliminando
tutti i “che” e mi ha chiesto come mai. Così mi sono reso conto che in pochi
anni di professione anche io ho introiettato questa abitudine editoriale, che
nelle sue forme peggiori chiamiamo “traduttese” ma che ci insidia sempre. Anche
perché sono talmente tanti anni che “certe cose non si pubblicano” che a
vederle scritte provocano effettivamente una sensazione di estraneità (a meno
che non le abbia scritte Gadda, ma si sa, quello era Gadda: creando così
un’aura di genio e di eccezionalità per espressioni che in contesti orali sono
di una banalità sconcertante – sia detto con tutto il rispetto e l’amore per
Gadda). È quello che era successo anche a me rivedendo la mia traduzione di
allora. Dunque? Che fare?
Il giovane traduttore che ero,
per fortuna, si rivelò abbastanza intelligente da saper riconoscere di aver
esagerato, ma anche abbastanza testone da continuare a credere di aver fatto un
buon lavoro, dunque si esercitò nella difficile arte del compromesso. Espunse
l’eccesso di inversioni, fece in modo di mettere il soggetto sempre molto in
evidenza, rinunciò a qualche paratassi e a molte ripetizioni (ad alcune
veramente a malincuore), insomma rese il testo più presentabile agli occhi
dell’ineffabile “lettore medio”. Ma cercando di lasciar parlare quelle voci che
tanta musica avevano espresso al suo orecchio. Per rispetto dell’originale,
anche. Per orgoglio, certo. Ma soprattutto perché aveva provato il brivido di
sentir vibrare la sua propria lingua, dopo quel bagno nella lingua altrui.
Questa era una cosa bella, e io non la volevo perdere. La volevo condividere.
Non è stato facile. Tanto per dirne una, nel caso di cui sto parlando ho
faticato a far passare espressioni come “Certo che però...”. Con gli anni e la
pratica, poi, ho imparato a non appoggiarmi solo alla non convenzionalità di
certe forme orali, ma a provare ad allargare un po’ i confini dello spazio
linguistico dell’italiano a cui ero abituato, anche nel senso di un’invenzione
leggermente più ancorata all’originale (sempre – va da sé – quando il testo lo
permetta o lo richieda). E ho scoperto che la mia lingua madre non è affatto
così ingessata come credevo, anzi, si presta volentieri ad assecondare molte
fantasie e qualche acrobazia. Bella scoperta, certo. Ma bisogna ricordarselo,
attenti come siamo a non esagerare con gli avverbi in –mente.
Non voglio essere frainteso: non
sono un partigiano della letteralità o dell’estraneo, né del parlato a tutti i
costi. Al contrario. Le tecniche di traduzione, credo, devono essere definite
in base alle tecniche del romanzo che si sta traducendo, e tutte (dico tutte)
sono buone purché atte a raggiungere lo scopo. Secondo me bisogna evitare
l’errore che feci io all’inizio, anche per inesperienza, di non tenere conto di
certe abitudini, ma credo che valga la pena fare dei tentativi anche di forzare
un po’ la nostra norma, per vedere cosa succede. A volte il risultato può
rivelarsi inaspettatamente bello.
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Daniele
Petruccioli è nato a Roma, dove
vive. Per anni si è occupato principalmente di teatro, dopo essersi diplomato
all’accademia d’arte drammatica Silvio D’Amico di Roma. Laureato in lingue all’Università
della Tuscia, dal 2005 collabora come traduttore con diverse case editrici. Fra
i suoi autori: Dulce Maria Cardoso, Pepetela, Tabajara Ruas, Mark Dunn,
Philippe Djian, Luandino Vieira. Attualmente sta traducendo Heloneida Studart.
[1] Vincenzo Barca, Extra
Moenia, postfazione a Vicenzo Barca e Roberto Francavilla (a cura di) Africana.
Racconti dall’Africa che scrive in portoghese, 1999, Milano, Feltrinelli,
p.171.
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