SPAZIO LIBERO
STORIE DI CINEMA
Quando si giravano commedie brillanti sotto i bombardamenti


      
In occasione della presentazione alla 66ma Mostra di Venezia, della copia restaurata del film “Margherita fra i tre” (1941), interpretata da Assia Noris, che segna il debutto da produttore di Dino De Laurentiis, il figlio dello sceneggiatore Ivo Perilli rievoca la vita avventurosa e turbinosa dei geniali ‘cinematografari’ nostrani in tempo di guerra, indirizzando una lettera al curatore della retrospettiva veneziana “Questi fantasmi 2”. Il talentoso Perilli era stato, peraltro, nel 1933 il regista di “Ragazzo”, l’unica pellicola italiana vietata dalla censura fascista, un’opera antesignana del neorealismo, finita distrutta. Un vero spettro di celluloide.
      



      

di Plinio Perilli

 

 

 

… All’attenzione di Sergio Toffetti

 

Direttore a Roma del Centro Sperimentale di Cinematografia

e curatore della rassegna “Questi fantasmi 2”,

66ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia 2009

 

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CIAK, ANNO DOMINI 1941:

crocevia emotivo e snodo formale…

 

 

FILM, FILMACCI, FILMONI E FILMETTI… –

TRA BOMBARDAMENTI AEREI, CAVALLI A DONDOLO, PARRUCCHE, ZII ARCIGNI, NIPOTINE SBARAZZINE, MADDALENE ZERO IN CONDOTTA, MARINAI, FERROVIERI E CANTANTI D’OPERA…

 

 

   Carissimo Sergio,

                                  il tuo annunciato repêchage del film di mio padre Margherita fra i tre, rinvigorito dal restauro e presentato nella gustosa retrospettiva “Questi fantasmi 2”, in occasione della 66ª Mostra del Cinema di Venezia – è una circostanza, una sorpresa a me cara, di cui ti sono affettuosamente grato.

  Nobile quanto inopinato gesto, occuparsi di un film “minore” di un anno “minore” quale il 1941 – ribalta in realtà le cose e facilita – finalmente, e dopo anni di sviolinante retorica – un approccio lucido e lungimirante anche rispetto agli anni più consacrati e certo gloriosi, anzitutto del cinema italiano, a partire insomma dalla caduta del regime, cioè dal fatidico 8 settembre 1943, e liberi ma non meno tristi e bellicosi giorni seguenti…

 

   Ma cerchiamo anzitutto di tornare a quei giorni. E lo faccio col ricordo diretto di mio padre Ivo Perilli, che intervistato dal povero Francesco Savio nel 1974, rievocava:

   “ Era una brillante commedia di un autore secondarissimo, che fu data anche all’Eliseo, da quegli attori noti d’allora, forse c’era Stoppa. (…) Era una commediola brillante fatta sul genere di quel regista tedesco che aveva fatto Bel Ami. Forst. Abbastanza divertente, brillante. Una mattina mi sentii telefonare: ‘Pronto. Parla De Laurentiis’ coi due i. Io non lo conoscevo. Poi ci incontrammo, mi fece vedere il film tedesco e mi disse: ‘Lo vogliamo rifare in pochi giorni?’. A quei tempi si giravano i film in 25 giorni, in un mese a Torino. In quattro e quattr’otto, c’era Manzari, qualcuno insomma, fu una cosa svelta. Io andai a Torino, c’era il mio aiuto, Ruggero Jacobbi che era cresciuto là… Siccome la protagonista doveva essere la Noris; e la Noris, che era stata tutta la vita con Camerini, ha detto ‘Se c’è Perilli sì, altrimenti no’. E così mi sono trovato a dover fare Margherita fra i tre. Sotto i bombardamenti, perché eravamo in pieno ’41.”…

 

  Ma l’elemento davvero catalizzante è la presenza, anzi diremmo l’esordio produttivo di questo giovane napoletano, Dino De Laurentiis, che chissà come aveva trovato a quattro soldi gli Studi FERT, a Torino, coi vetri già mezzi rotti per i terribili bombardamenti aerei… Nel recente libro di memorie, Dino, pubblicato nel 2001 presso Feltrinelli, e scritto da Tullio Kezich assieme ad Alessandra Levantesi, il futuro produttore di Riso amaro e La strada, Europa ’51 e Le notti di Cabiria, Guerra e Pace e La Bibbia, ricorda con smagliante ironia quell’esordio rocambolesco:

   “ Non vorrei attribuirmi un merito che non ho, ma forse in quel momento inventai il remake, che almeno in Italia allora era una novità. Questo è un interrogativo da sottoporre a qualche storico del cinema”…

   Prosegue intanto la puntuale ricostruzione di Kezich e Levantesi:

   “ … Scopre un film tedesco alla Willy Forst, Margherita fra i tre, tratto da una fortunata commedia di Fritz Schwiefert che Andreina Pagnani sta recitando con la Compagnia del Teatro Eliseo. Per sposare l’uomo che ama, una ragazza deve strappare il consenso a tre bisbetici zii di lui fingendo con ciascuno di essere una persona diversa. Dino chiama lo sceneggiatore Ivo Perilli che nel ’34 ha diretto Ragazzo, l’unico film italiano vietato dalla censura fascista, e dopo avergli fatto vedere la pellicola tedesca gli propone: ‘La rifacciamo alla svelta, cotta e mangiata. Vuoi dirigerla tu?’. Compito del regista sarà quello di realizzare una copia conforme dell’originale nel tempo record di tre settimane, ma il nostro non lo ha scelto a caso: in qualità di ‘spalla’ intellettuale di Camerini, Ivo è amico e consigliere ascoltatissimo di Assia Noris e può quindi propiziare la partecipazione della diva, scelta risolutiva per il noleggio. Della lavorazione (ultimi mesi del ’41) Perilli dichiarò in seguito di ricordare solo i bombardamenti aerei che colpirono Torino. Dino, come al solito, non si è scosso neanche con le bombe, a parte l’impegno che comportano per recuperare il tempo perduto. Nessun problema con la protagonista, che pure ha fama di temperamentale: ma il neoproduttore ha deciso fin dall’inizio di usare con gli attori una linea di comportamento morbida alla quale si atterrà sempre. Affettuosità, blandizie, rispetto e complicità: ‘Me li coccolo quando sono nervosi, gli porto un dolcino, mando fiori, li invito a cena’. Nel corso delle riprese di Margherita fra i tre arriva in visita a Torino papà Aurelio, che si compiace di farsi fotografare con gli attori ed è fiero del successo del figlio”…

 

   A parte il fatto che il film Ragazzo fu diretto (e censurato) un anno prima, nel ’33, dobbiamo riandare adesso alla farraginosa produzione di quegli anni di guerra, dove sia in Italia che peraltro anche in America, imperversavano molti, troppi prodotti dichiaratamente commerciali… Ma questo valeva anche per Hollywood…Non è un caso che già nel marzo ’39, su “Bianco e Nero”, l’importante rivista del Centro Sperimentale, uno scrittore e cineasta finissimo come Emilio Cecchi (già direttore della gloriosa “Cines”), abbia vergato un articolo asprigno e tagliente come Stanchezza del cinema americano: “… In un gusto cinematografico e in un sistema di produzione che s’imperniano sul costoso deus ex machina delle stelle, le stelle un tempo di luce più vivida pajono affiochite. E non si veggono sorgere altre, da sostituirle. All’Europa, Hollywood sottrasse una quantità di direttori artistici, con l’effetto di imbastardirli rapidamente. Né essi, od altri, potranno restituire al suo cinematografo le energie indispensabili per una ripresa che, con l’originalità e l’equilibrio delle invenzioni, valga a rianimare e risanare il mercato.”…




Assia Noris


   E allora, bando agli stereotipi e rivalutiamolo pure!, questo ’41 che chiaramente costituiva il rotolante inizio della fine, e dunque, forse, finalmente, un netto cambio di passo… Guardiamo, perfettamente parallela alla usuale involuzione commerciale dei vari Mario Mattoli, Carlo Ludovico Bragaglia, Amleto Palermi, Carmine Gallone, Mario Bonnard, Guido Brignone, Giacomo Gentilomo, Raffaello Matarazzo, Camillo Mastrocinque, Nunzio Malasomma e compagnia bella, l’evoluzione viceversa  assai sottile di registi consumati come Camerini (Una romantica avventura, I promessi sposi, Due lettere anonime) e Blasetti (La corona di ferro, La cena delle beffe, Quattro passi fra le nuvole) – oltreché la felice consacrazione dei nuovi (o quasi nuovi), come Poggioli, Franciolini, lo stesso Mario Soldati (Piccolo mondo antico, 1940; Malombra, 1942); e volentieri aggiungiamo anche Renato Castellani (Un colpo di pistola, 1941; Zazà, 1942)…

   Né dimentichiamo quel geniale e autodidatta comandante di marina, Francesco De Robertis, che proprio nel ’41 con Uomini sul fondo (Ivo Perilli scelse il soggetto per la “Scalera”, e ne fu l’aiuto e consulente per tutti gli esterni a La Spezia), diede la spallata definitiva a tutto quel siparietto di zie di Carlo, margherite fra i tre, maddalene zero in condotta e compagnia bella…

 

   Anche Vittorio De Sica – fulgido esempio – proprio fra il ’40 e il ’41 si mette a fuoco come regista (Rose scarlatte, 1940; Maddalena zero in condotta, id.; Teresa Venerdì, 1941), preparandosi e insomma forgiandosi per prove sempre più mature – fino a I bambini ci guardano, del ’43, e poi al mitico Sciuscià, capolavoro del ’46…

   Discorso a parte va fatto sia per Rossellini che per Visconti.

   Roberto Rossellini, si sa, dopo essersi fatto le ossa come aiuto di Goffredo Alessandrini (Luciano serra, pilota fu un titolo emblematico), rubava a De Robertis e ai suoi film-documentari energie e nutrimenti decisivi, non meno etici che estetici… Al lungometraggio ci arriva appunto con La nave bianca, 1941… Seguono due dichiarati film di guerra quali Un pilota ritorna  e L’uomo della croce (entrambi del ’42).

   Luchino Visconti, già aiuto di Renoir a Parigi, trarrà da un fortunato romanzo di Cain, Il postino suona sempre due volte, il suo decisivo ed esemplare esordio di Ossessione (1943).

 

   Guardiamoli poi pure per “generi”, i film, filmacci, filmoni e filmetti di quei primi anni cruciali della guerra: anni zeppi di tronfii o pur garbati titoli “storici” (Capitan Fracassa, La Corona di Ferro, La fanciulla di Portici, Giuliano de’ Medici (La congiura dei Pazzi), Lucrezia Borgia…), ma anche di balde e non tutte becere commediole (L’allegro fantasma, Amiamoci così, Arriviamo noi, Dopo divorzieremo…), e soprattutto drammoni di incalzante, calibrata o sballata suspense (Cuori nella tormenta, La forza bruta, La peccatrice, Senza cielo…)… 

   E paragoniamoli ora a tanti non diversi film, filmacci, filmoni e filmetti programmati negli stessissimi mesi dalla mitica/smitizzata Macchina Hollywood… Ne prendiamo garbato, a tratti squisito e lirico resoconto niente di meno che dalla ottima penna di Attilio Bertolucci, poeta già egregio, e a tempo perso “amatore” di cinema sulle colonne della sua “Gazzetta di Parma” (dove anche operava quel gran Volpone, tale il suo pseudonimo, di Pietrino Bianchi)… Una recente raccolta di tutte le prose critiche cinematografiche del caro Attilio (Riflessi da un paradiso. Scritti sul cinema, a cura di Gabriella Palli Baroni, Moretti & Vitali, 2009), ci consente di recuperare il polso vero anche di quegli anni di guerra – tra soavi illusioni pre-neorealistiche… e tanti sapidi piatti di buona, discreta, o talvolta indigesta cucina commerciale… Ecco una rapida sventagliata di tipi, titoli e occasioni:

   Per The Lady Eve (“Lady Eva”, USA 1941) di Preston Sturges: “… Il film non è sempre rapido e divertente come il genere richiederebbe ma ha sempre qualche passaggio spassoso e qualche tipo lepido. Barbara Stanwyck, già passatella, tiene alte le sue carte: mi pare però che la sua carica erotica sia in certi punti sproporzionata al tono di questa raffinata e, in fondo, innocente commediola”…

   Per Princess O’Rourke (“Sua Altezza è innamorata”, USA, 1943) di Norman Krasna: “… Ma Olivia De Havilland tanto gentilmente gioca la sua parte e mostra una così dolce abilità istrionica, specie nel muovere i ‘grandi occhi ridenti’, che si continuerebbe a guardarla per delle ore senza stancarsi”…

   Per The More the Merrier (“Molta brigata vita beata”, USA, 1943) di George Stevens: “… È un delizioso, divertentissimo eppure delicato film di quel Capra minore che è George Stevens… Innestando sul vecchio ma ancora robusto tronco della comica il sofisticato humour delle riviste e del teatro ultimi ed aggiungendo un pizzico di dolceamaro romanticismo, gli americani hanno ottenuto risultati formidabili: archetipo Accadde una notte. E il film di oggi è ben degno di quella tradizione. Jean Arthur è una meraviglia. Chi avrebbe potuto doppiare i suoi pianti finali e quei suoi dolci e incoerenti discorsi sulla scala di casa mentre va pian piano cedendo all’innamorato?”…

 

  Che valore ha allora oggi rivedere questa innocente e garbata – ritmatissima – commediola che Ivo Perilli (il regista del censurato, profetico e realistico Ragazzo, 1933 – nonché lo sceneggiatore delle più brillanti commedie di Camerini, da T’amerò sempre a Il cappello a tre punte, da Batticuore a Grandi magazzini) girò in meno d’un mese un po’ per soldi, un po’ per prendere tempo, nel sempre artistico intervallo dell’arte?… Una sorta di omaggio e di rispetto per quel pubblico di allora – cui comunque si cercava di alleggerire, parola impropria, l’atroce, indicibile tensione della guerra, e il nuovo sogno di pace…

   Ricorda sempre Perilli, riferendosi alla brillante performance trasformista della venusta e insieme buffa, maliziosa quanto al contempo ingenua Assia Noris: “Parrucche, roba, giocava l’incredibile. Era, ripeto, una cosa meccanica, niente, non c’è niente da dire. Io mi ricordo solo i bombardamenti, la notte la passavamo sempre nei rifugi e la mattina bisognava girare”…

   Anche se Assia Noris – come è giusto che sia – si vantava vieppiù della sua multiforme prova di attrice; anche perché Margherita fra i tre si fa in realtà in quattro… Tre modi per gli zii e uno, quello vero, per il fidanzato… Ed è vero, come tu giustamente hai scritto, che questa “commedia degli equivoci”, “non ha nulla da invidiare a Hollywood”…

   In effetti le critiche – quello che era possibile racimolare in quei mesi ben truci e per quel garbato, svagato filmettino – non furono così insopportabilmente ostili e misero com’è giusto l’accento sul ritmo e la godibilità dell’ordito narrativo e della triplice (anzi quadrupla) performance recitante… Diego Calcagno, amabilissimo charmeur e prosatore d’eleganza, chiosò: “A me, francamente, è parso che le situazioni fossero comiche, che il ritmo fosse rapido, che non ci fosse la più piccola volgarità e che gli attori, tutti bravi, fossero mossi con gusto e con maestria”…

  Ancora più convincente e introiettata l’analisi di Irene Brin – da donna a donna – tesa ad approfittare dell’occasione per stendere un bel ritratto di costume dell’Assia Noris, più diva nazionalpopolare e fidanzata d’Italia che mai (ameno e affilato, com’era suo uso, da vera antesignana di tutto un genere – Longanesi e perfino Pirandello amarono molto la serie dei suoi “Usi e costumi” – che porterà negli anni fino a rubriche quali “il lato debole” di Camilla Cederna et similia): “… Mi piace quasi sempre Assia Noris attrice, la trovo spiritosa, e, se solo si separasse dalle sue smorfiette, anche viva, anche tenera. (…) Mi piace quel che so della sua vita, la saggezza, la disciplina, una benintesa avarizia, un’abilità spesa nei rapporti amichevoli senza troppo peso, nei rapporti mondani senza troppa vanità: ed anche quel suo riferirsi alla patria lontana, alla famiglia elegante, finiscono per non dar noia, fanno parte del suo decoro. (…) Assia, e chi ne dubitava? non s’inciampa e non s’imbroglia, alterna le pettinature ed i sorrisi, i bronzi e gli abiti con perfetto tempismo, apparendo sempre uguale e sempre diversa. (…) Sorrisi di sdegno della critica intelligente, sorrisi di felicità del pubblico commosso, giusto quel tanto, rallegrato giusto quel tanto: che dosature, che ricette, che fermezza nella frivolità!”…

 

   L’anno seguente, tanto per dire, nel 1942, a Milano, alla Scala, sotto altri terribili bombardamenti, sempre Ivo Perilli (liberatosi dal lungo impegno di sceneggiatore e aiuto regista dei “cameriniani” Promessi sposi), girò da regista La primadonna, con Anneliese Uhlig… Ricorda egli stesso: “E la giovane era Maria Mercader. Mi ricordo che appena finito le grosse riprese alla Scala, Maria Mercader correva a telefonare a De Sica che girava I bambini ci guardano in Liguria, non so dove. Cominciava allora la loro storia.

   Ricorda anche Maria Mercader (intervistata sempre da Savio), nel sogno pur drammatico di quel vivissimo tempo di guerra: “Per cui ho passato tre settimane alla Scala di Milano, proprio sul palcoscenico, perché io cantavo, e sono stata doppiata…”. “Da chi?”. “Eh, non me lo ricordo. Ma gli altri cantanti erano veri, i coristi erano veri. Così scoprii una vita che non conoscevo. Per tre settimane. Bellissimo. Un’esperienza. È stato il primo film di esterni veri che abbiamo girato. È durato tre o quattro mesi, che per allora era una follia.”. “Oltre alla Scala, dove avete girato”. “A Bufalotto, tutta Milano, il Naviglio. Il primo film di esterni veri, che ha speso, l’Ata Film, dei capitali.”…

 

   Nel 1943, a Roma, il 19 luglio, un altro bombardamento, allo Scalo merci di San Lorenzo, raderà al suolo un quartiere, farà oltre 3000 morti e fermerà quello che sarebbe stato il primo film neorealista di Rossellini (poi finito nel ’45 da Marcello Pagliero col titolo Desiderio). C’erano Massimo Girotti, Elli Parvo, Roswita Schmidt, Carlo Ninchi, Lia Corelli…

   Rossellini avrà due anni di tempo per rifarsi col capolavoro assoluto di Roma, città aperta. Mentre Visconti già nel ’43, l’abbiamo detto, fa fuoco con Ossessione, di gusto francese e perfetta, struggente ambientazione italiana, padana… Ma attenzione, ci fu un antecedente assai poco noto – e curioso oggi a rievocarlo nel giusto, affollato e disordinato contesto storico…

   Cos’erano quegli anni! Pensare che nel ’42, quando Ivo Perilli aveva finito di girare a Milano La primadonna (dopo tre, quattro mesi laboriosissimi, dentro La Scala e in mezzo a una città bombardata notte dopo notte), dopo tanti incontri e inviti e cene e conversazioni teoriche a casa Visconti, era stato da costui nobilmente richiesto, è proprio il caso di dirlo, per sceneggiare assieme a lui una novella non poco estetizzante di Massimo Bontempelli, Angelo… Storia di un nostro alato custode che cade d’improvviso sulla terra e…

   Perilli, niente affatto convinto di quella seduzione angelico-letteraria, diniegò cordialmente quell’invito, tornandosene a Roma alle consuete, non meno vere che romanzesche vicissitudini di celluloide – e se non altro, poco prima di essere (nel 1943) preso prigioniero dai tedeschi e portato e spostato in chissà quanti campi di concentramento di Germania e Polonia, durante dei begli inverni da 40 gradi sotto zero, e affollate baracche di neorealistici, adesso sì, e via via smagriti ufficiali italiani… corroborò Visconti alla scelta ben altrimenti forte e recisa di Ossessione 

 

   Il 1941, si diceva – ed esso smagliantemente ritorna, col suo grigio in boccio, fiorito pur di dolore e di guerra: quando Vittorio De Sica, che voleva davvero portare tanta arte e pari poesia nelle sue pellicole, e non solo deliziosa, scanzonatissima verve commerciale, scriveva a Ivo Perilli raccomandandogli il cuore del pubblico… Insieme con Zavattini, Perilli aveva ideato un soggetto non poco surreale, Diamo a tutti un cavallo a dondolo, che De Sica avrebbe voluto utilizzare per una sua alta sortita registica… Ci lavorarono un po’, in quei primi, ostili mesi di guerra; poi non se ne fece più niente. Ma per De Sica fu un episodio importante, perché, forse per la prima volta, mise a fuoco se stesso in funzione di un progetto vasto, fervido, e non solo e non più come semplice Grande Attore:

   “Milano, 1 febbraio 1941 – XIX

   Caro Perilli, rispondo alla tua del 31. Sono molto contento che il lavoro su ‘Cavallo a dondolo’ ti piaccia. È già un elemento di riuscita. Ti raccomando di trarre dalla vicenda quanta più umanità puoi.

   Perché la comicità di Uomini che mascalzoni è una comicità che s’è ricordata per anni e si ricorda ancora? Perché tu hai affidato a dei personaggi umani e veri tanta sorridente e malinconica poesia.  

   Fatte le debite proporzioni, con i personaggi zavattiniani e quelli cameriniani, la formula è quella e quindi è bene attenercisi.

   Io sono sicuro che con il tuo intervento il soggetto potrà avere quelle modifiche e quelle aggiunte necessarie a farne un soggetto ben accetto alla massa. Giungere al cuore del pubblico!”…




Vittorio De Sica in Gli uomini che mascalzoni (1932), diretto da Mario Camerini


   Inseguire dal lato più giusto la massa e il cuore – non più le debolezze – del pubblico… Anche questo poteva fare quel ’41: un anno che cambiò tante cose, nell’arte, nella scrittura, nell’economia e strategia della guerra… Pearl Harbor, Stalingrado e la battaglia di Mosca, lo sbarco a Creta e la resistenza di Tobruk, l’attacco alla Grecia e alla Jugoslavia… Ma anche La Crocifissione di Guttuso, Conversazione in Sicilia di Vittorini, il Pavese di Paesi tuoi, l’Eliot dei Quattro quartetti

   L’inquieto, impennato ’41 cinematografico, tra l’altro, del Quarto potere (“Citizen Kane”) di Orson Welles, ma anche de Il mistero del falco di John Huston…

   Era insomma ancora il tempo in cui – ripeto – ci si salvava nel gran serbatoio cinematografico dei cosiddetti generi. Hollywood in testa, l’abbiamo visto… Si pensi che in pieno ’41, un René Clair, momentaneamente esulato nella Mecca del Cinema, girava con la Marlene Dietrich un film davvero modesto come L’ammaliatrice! “Arrivata nel 1840 a La Nouvelle-Orléans da San Pietroburgo,” – questa la trama sintetizzata dal buon Morandini – “una donna dal dubbio passato si fa passare per contessa allo scopo di fare un ricco matrimonio. Ci riesce, ma il giorno delle nozze riappare un bel marinaio di cui s’è innamorata…”). 

   Che fermezza nella frivolità! – evochiamo ancora l’Irene Brin…

 

   Garbati, andanti o nobili film di genere confezionavano appunto, in quello stesso anno, grandi e mitici maestri come John Ford (Com’era verde la mia valle, 1941; La via del tabacco, id.), King Vidor (Il molto onorevole Mr. Pulham, 1941), o lo stesso Hitchcock (Il signore e la signora Smith, 1941; Il sospetto, id.). E perfino un Fritz Lang, dedito ad antinazisti, sì, ma thriller d’azione (Duello mortale, 1941)… Dal canto suo, con Colpo di fulmine (sempre 1941, con Gary Cooper e Barbara Stanwick), Howard Hawks arrivava a parafrasare sarcasticamente, si disse, nientemeno che Biancaneve e i sette nani

   Certo, più o meno in contemporanea, arrivavano ancora le fresche immagini dell’ennesimo, feroce e dolce capolavoro di Chaplin (Il grande Dittatore uscì nel ’40); e perfino l’irripetibile sagra musicalfumettistica di Walt Disney, Fantasia (id.)… Ma l’hollywoodiana Fabbrica Cinema non si fermava e non si fermò certo proprio di fronte a niente. “… Hollywood non rinunciò alla commedia cinematografica per questi foschi drammi.” – conferma Georges Sadoul nella sua attenta Storia del Cinema – “Alla decadenza di Capra, che fu evidente da Meet John Doe (1941), sopperirono in parte il brillante e superficiale Garson Kanin (Tom, Dick and Harry, 1941), l’osservatore dei costumi George Stevens (Non ci sono più pazzi, 1942) e l’apparire nel film comico di elementi soprannaturali (Il morto recalcitrante, 1941, di Alexander Hall). Ma solamente Preston Sturges fu all’altezza di Capra.”…

 

   Voglia d’evasione? Riti supremi o meramente commerciali d’alleggerimento? Le vie di fuga – in quell’anno cruciale e imbastardito di guerra – erano insomma tante, dall’operetta al drammone, dalla situation comedy al romanzo epocale… Albert Camus, tanto per dire, stava vivendo e ultimando la genesi – assieme – de Lo straniero e del Mito di Sisifo… I suoi diari di quell’anno, in proposito, sono sottilmente, travagliatamente sintomatici e rivelatori:

   “Orano. Gennaio 1941 – Storia di P. Il vecchietto che getta dal primo piano pezzetti di carta per attrarre i gatti. Poi ci sputa sopra. Quando riesce a colpire un gatto, il vecchio ride”. “21 febbraio 1941 – Terminato Sisifo. Finiti i tre Assurdi. Inizio della libertà”. “15 marzo 1941 – L’Assurdo e il Potere – da approfondire (cfr. Hitler)”…

 

   Grandi e desolate cogitazioni, miste poi ad immagini di un ardente, immediato e quasi tattile desiderio d’incontro, di piacere, di un godimento non più e solo etico, filosofico, mentale – ma sacrosantemente incarnato: “19 marzo 1941 – Ogni anno la fioritura delle ragazze sulle spiagge. Durano una stagione sola. L’anno dopo vengono sostituite da altri volti in fiore che, la stagione precedente, erano ancora bambine. Per l’uomo che le guarda, sono ondate annuali il cui peso e il cui splendore si frangono sulla sabbia gialla.”          

   Che fermezza nella frivolità!…

 

   La già mitica Edith Piaf, si sa, trillava – trionfava – in locali ormai affollati, frequentati la sera, anche da ufficiali tedeschi… Melodiche, radiose tenebre! “Nel 1942, quando cantava all’Abc,” – recita la biografia vergata da Simone Berteaut – “c’erano tra il pubblico un mucchio di ufficiali tedeschi (…) Ma tutti questi decorati, gallonati, non erano soli, l’Abc era gremito di parigini autentici. Alla fine dello spettacolo, Edith gli sbatte in faccia: Dove sono tutti i miei amici? con la bandiera tricolore in proiezione luminosa. Fu un delirio”…

   E le esemplari, camusiane “Lettere a un amico tedesco”, neanche più bastavano a spiegare, razionalizzare quel malessere, non meno umano che culturale… “…Abbiamo dovuto vincere la nostra simpatia per l’essere umano, l’idea che ci facevamo di un destino pacifico, la convinzione, profonda in noi, che nessuna vittoria può ripagare, perché ogni mutilazione dell’uomo è senza recupero. Abbiamo dovuto rinunciare al tempo stesso alle nostre concezioni e alle nostre speranze, ai motivi che avevamo per amare e all’odio che provavamo per qualsiasi guerra. Per dirlo con una espressione che credo lei possa comprendere venendo da me, cioè da uno a cui volentieri stringeva la mano, abbiamo dovuto far tacere la nostra stessa passione per l’amicizia.”…

 

   Mentre da noi la presto grande Anna Magnani si faceva ancora le ossa con l’avanspettacolo più vièto e chiassoso, sarcastico o scollacciato… Nel ’40-’41, tanto per dire, la futura e struggente Nannarella ancora tirava maliardamente avanti con la rivista, nella popolarissima Quanto meno te l’aspetti, di Michele Galdieri, col grande Totò e la sua spalla DOC Mario Castellani… Ricordano Francesco Savio ed Aldo Fabrizi, protagonista romano di quel clima pre-Roma città aperta, e di pellicole di sana, briosa vena popolaresca, crepuscolar ridanciana, come Avanti c’è posto! (1942) o Campo de’ Fiori (1943), entrambi di Mario Bonnard, conversando un po’ sulla genesi dell’imminente e per la verità inopinato clima del neorealismo:

   “Tanto in Campo dei Fiori che nell’Ultima carrozzella, in fondo anche la Magnani che aveva fatto già del cinema, ma in parti non precisamente sue, cominciò a trovare un poco il suo personaggio. È così?”.

   “Sì, la chiamai per fargli fare la fruttarola, ehm… Era una specie di attrice di varietà, che mi ricordo Fellini la chiamava la zampettatrice di fila”…     

 

   “Cinematografari” o cineasti che fossero (due categorie, in fondo, uguali e contrarie: talvolta, l’abbiamo visto, addirittura coincidenti!), questo passava il convento… Hic Rhodus, hic salta!

   Leggiamo ancora una forbita, raffinata cronaca cinematografica dell’epoca, questa volta di Pietro Bianchi (26.9.1941), e deliziosamente consacrata alla voga dei cosiddetti Film leggeri, qui estrinsecata e tradotta con acutissima, e finalmente non spocchiosa dedizione psicologica:

   “Si diverte al film comico-sentimentale la gente delle poltrone che vede così idealizzata la propria vita, nutrita di spunti poetici, lavati dal plumbeo passare dei giorni, redenta dalle preoccupazioni materiali. I borghesi che assistono a questi film che riproducono il loro ambiente, sanno benissimo che si tratta di favole, ma tanto più gradevoli in quanto si svolgono su binari ben noti. È l’arte che oppone il ‘potrebbe essere’ al ‘così è’ quotidiano. Gli inevitabili dissapori, i contrasti sociali, amorosi, di denaro, si risolvono così in un ethos della borghesia come classe. Quanto al popolo esso si diverte, ma per un’altra ragione. Perché vede rappresentata quella civiltà del frigidaire, del telefono, dell’ascensore, della servitù, dei vestiti da sera alla quale aspira in segreto. Chi potrebbe opporsi al comico-sentimentale sarebbe un’aristocrazia di sangue, per orgoglio e incomprensione, e un’aristocrazia di intelligenza, per ragioni morali. Ma la prima ormai si è dissolta nell’aristocrazia del denaro, e quindi accetta la morale borghese, e la seconda non è troppo forte per farsi sentire. Senza contare che molte volte l’eleganza della recitazione e della regia, l’intelligenza degli attori, giustificano ai suoi occhi il fondo quietamente immorale delle vicende narrate.”…




Anna Magnani 'fruttarola' in Campo de' Fiori (1943), diretto da Mario Bonnard


   Voga dei film cosiddetti leggeri… Beh, sì, anche gli americani la sapevano lunga – profeticamente a ritroso e sbilanciatamente a futura memoria, anche in quel difficile, difficilissimo 1941!!!

   Al punto che svariati decenni dopo un raffinatissimo genio commerciale come Steven Spielberg ha avuto voglia di tornare fantapoliticamente in quell’infausto 1941 e renderlo fausto, doppiamente risibile e umoristico nel remake supremo, inopinato del grande schermo… 1941 – Allarme a Hollywood  (1979, con Dan Aykroyd e John Belushi) non ha stranamente avuto successo, e forse proprio per quella sua deliziosa e incosciente carica paradossale, neodadaista! “Dopo l’attacco a Pearl Harbor, in California si diffonde la paranoia per il possibile sbarco dei giapponesi:” – riassume il Mereghetti – “e infatti arriva un sommergibile, intenzionato a distruggere Hollywood. Galleria di personaggi (tra cui Belushi, il pilota pazzo, e Stack il generale che si commuove guardando Dumbo) e vignette che corrono verso un finale catastrofico e pirotecnico. Con gioia infantile e iconoclasta, Spielberg si diverte a demolire – letteralmente – Hollywood: ma il pubblico, per la prima volta, gli ha detto di no. Divertimento per cinefili dell’epoca, quando l’aggettivo ‘demenziale’ non era ancora inflazionato. Talmente conseguente nella sua logica delirante da meritare rispetto. Sceneggiatura di Robert Zemeckis e Bob Gale, futuri creatori di Ritorno al futuro.”…

 

   Il fondo quietamente immorale… Beh, ne sapevano qualcosa di più e certo di meglio i signori Poeti – per lo meno i più coinvolti, i più sensibili di loro: penso al povero Ungaretti rientrato nella Roma già quasi Città Aperta del suo Dolore, dopo la perdita del figlio Antonietto e lo smantellamento di un regime rettorico e nefasto in cui – incredibile a dirsi – il radicato populista che era in lui aveva pur creduto… Poesia, dunque, di un “Amaro accordo” – amarissimo quanto più ora svelato, rimpianto in luce – subitanea, soggettiva sequenza – d’amor paterno:

 

   Oppure in un meriggio d’un ottobre

   Dagli armoniosi colli

   In mezzo a dense discendenti nuvole

   I cavalli dei Dioscuri,

   Alle cui zampe estatico

   S’era fermato un bimbo,

   Sopra i flutti spiccavano

  

 

   Lo sapeva, lo seppe e cessò di saperlo – in quell’atroce ’41 russo in cui ad Elabuga, Kozan, osteggiata da tutte le autorità, in piena crisi depressiva, si diede la morte – la più struggente e importante poetessa di quegli anni (ex aequo con l’altra pasionaria sovietica Anna Achmatova), e cioè la povera Marina Cvetaeva… La sua ultima poesia, scritta nella Mosca già quasi assediata dalle avanguardie della Wehrmacht, come una squillante scena d’un film di propaganda staliniano, caparbiamente antinazista, inneggia all’amor di patria, dopo che le si era miseramente disseccato tutto l’amore vero, ahilei, privatissimo, che aveva e nutriva in cuore:

  

   Per il diritto e per la libertà – sanguinosa battaglia.

   Dio lo sa – moriremo o vinceremo.

   Ma il suo dovere ha fatto la sentinella,

   e il paese si inchina davanti a lei.

 

   A chi non dormiva – onore!

   A chi ha dato la notizia

   che i ladri erano in casa –

   onore a quella scolta!

 

   Ma eterna rampogna,

   ma eterna vergogna,

   maledizione a colui –

   che nella sua ora dormiva.

 

   e il suo paese ritrova

   nel fuoco e nel fumo! 

 

   Esiste una propaganda, una virtualità immaginifica e visuale insieme anche dell’amore sognato, agognato? A parte gli aspri e rarefatti lidi o cieli della poesia – penso all’immaginario cinematografico così come doveva concretarsi nei poveri, felici o sventurati ragazzi di allora… Studenti malinconici, fieri e lirici intellettuali (come l’Attilio Bertolucci e i suoi squisiti panegirici per le belle, fresche e giovani attrici, italiane così come straniere: “… La cosa preziosa del film è Mariella Lotti, una ragazza veramente molto cara…” per La freccia nel fianco di Lattuada. “C’è la bellissima Hedy Lamarr, che anni fa, in un film cecoslovacco, mimò le estasi dell’amore fisico…” per Tortilla flat di Victor Fleming, dal romanzo di Steinbeck).

   Ma anche soldati in guerra, nelle steppe e nei deserti, in trincea o sui camion cigolanti, schiaffeggiati di vento e polvere – con in qualche zaino o tasca, scarpone o portafogli, quelle foto-cartoline delle attrici più belle distribuite in massa per la truppa, come una piccola, breve immagine di miele, un alibi sentimentale desiderante e – questo sì – virtuale… Assia Noris, Clara Calamai, Doris Duranti, Maria Denis, Mariella Lotti… Quanti baci ideali, casti o nudi di nausea, stanchezza, paura – in quel languido e parimente atroce 1941!

   Un’inquadratura lancinante e verista d’Irrealtà… Balsamo e antidoto dentro e contro ogni emozione…

   Ne ho ritrovato un pacchetto – di queste cartoline (formato cm. 14x9) col volto a me familiare, ma a questo punto non meno sognante, anzi decisamente metafisico, di mia madre, Lia Corelli (interprete, giusto in quegli anni, di alcune innocue commediole: Finalmente soli, 1942, regia di Gentilomo; Perdizione, id., regia di Campogalliani; La zia di Carlo, id., di Guarini; L’avventura di Annabella, 1943, di Menardi)… Quel bianco e nero così carico e umbratile – fitta ombra d’umano – quanti cuori avrà divagato, quanti corpi sospeso, rapito fuori dalla marcia fangosa, obbrobbriosa della Storia?!

   Certi schermi – certi film – si portano forse solamente dentro, proibiti e nascosti al ciak o allo sguardo di ogni regista, di ogni storico, fotografo, perfino poeta...

   Rileggevo ieri una vecchia, commossa lettera di Francis Scott Fitzgerald all’amico Gerald Murphy, scritta dagli studi della “Twentieth Century Fox Film Corporation” a Beverly Hills, California, e datata 14 settembre 1940, poco prima della morte, quando lavorava – si svendeva – ad Hollywood per racimolare dollari, e stendeva il suo ultimo romanzo, The Last Tycoon, che sarebbe rimasto a metà:

   “… Ho un romanzo bene instradato. Penso che irriterà e sarà un ostacolo per quei lettori che ho tralasciato. Ma è così distaccato da me come lo era Gatsby, nell’intenzione almeno. Il nuovo conflitto lungi da fare qualche cosa di poco importante, mi dà un nuovo interesse per la vita. Questa è indubbiamente una immatura rinuncia, ma è la verità. La tristezza di tutte le cause non lo rende nullo – sento un certo rinascere di impulsi cinetici – anche se mal diretti…”.  

 

   Ancora grazie per la tua scelta intrigante, squisita, caro Sergio, e intanto abbiti i saluti più affettuosi, credimi, del tuo

 

   

                                                                        Plinio Perilli

 

Roma, 2 settembre 2009

 

 

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Bibliografia essenziale:

 

-          Armellini, Guido (a cura di): La canzone francese, Savelli, Roma, 1979 (sui concerti “patriottici” della Piaf nella Parigi occupata dai nazisti);

-          Bertolucci, Attilio: Riflessi da un paradiso (Scritti sul cinema), a cura di Gabriella Palli Baroni, Moretti & Vitali, Bergamo, 2009;

-          Bianchi, Pietro: L’occhio di vetro (Il Cinema degli anni 1940-1943, Il Formichiere, Milano, 1978;

-          Brin, Irene: recensione a Margherita fra i tre (cfr. Chiti, Roberto – Lancia, Enrico, op. cit.);

-          Calcagno, Diego: recensione a Margherita fra i tre (cfr. Savio, Francesco, op. cit.);

-          Camus, Albert: Taccuini 1935-1942, Bompiani, Milano, 1963 ;

-          id.: Opere, Classici Bompiani, Milano, 1969 (contiene i saggi: Il mito di Sisifo, Il rovescio e il diritto, Nozze, L’estate, L’uomo in rivolta, Ribellione e morte. Le quattro “Lettere a un amico tedesco”fanno parte di quest’ultima opera, miscellanea);

-          Carabba, Claudio: Il cinema del ventennio nero, Vallecchi, Firenze, 1974;

-          Chiti, Roberto – Lancia, Enrico (a cura di): Dizionario del cinema italiano – I Film – vol.1 – Dal 1930 al 1944, Gremese, Roma, 1993; contiene un brano della critica cinematografica di Irene Brin a Margherita fra i tre, pubblicata su “Cine Illustrato” del 26 luglio 1942;

-          Cvetaeva, Marina I.: Poesie, traduz. di Pietro A. Zveteremich, Feltrinelli, Milano, 1979;

-          De Sica, Vittorio: lettera a Ivo Perilli, datata Milano 1 febbraio 1941; ora in: Plinio Perilli, Costruire lo sguardo (“Storia Sinestetica del Cinema in 40 grandi registi”), Mancosu, Roma, 2009;

-          Fabrizi, Aldo (intervista a): in Cinecittà Anni Trenta, a cura di Francesco Savio, Bulzoni, Roma, 1979 (vol.II);

-          Fitzgerald, Francis Scott: L’età del Jazz e altri scritti, a cura di Edmund Wilson, Garzanti, Milano, 1976;

-          Kezich, Tullio – Levantesi, Alessandra: Dino (De Laurentiis, la vita e i film), Feltrinelli, Milano, 2001;

-          Lancia, Enrico – Masi, Stefano: Stelle d’Italia, “Piccole e grandi dive del cinema italiano dal 1930 al 1945, Gremese, Roma, 1994;

-          Mercader, Maria (intervista a), in Cinecittà Anni Trenta, op. cit. (vol. II);

-          Mereghetti Paolo: il Mereghetti, “Dizionario dei film”, Baldini Castoldi Dalai editore, Milano, 2003;

-          Morandini, Laura, Luisa e Morando: il Morandini, “Dizionario dei film”, Zanichelli, Bologna, 1998;

-          Noris, Assia (intervista a), in: Cinecittà Anni Trenta, op. cit. (vol. III);

-          Perilli, Ivo (intervista a), in: Cinecittà Anni Trenta, op. cit. (vol. III);

-          Sadoul, Georges: Storia del Cinema, Einaudi, Torino, 1951;

-          Savio Francesco: Ma l’amore no (“Realismo, formalismo, propaganda e telefoni bianchi nel cinema italiano di regime – 1930-1943”), Sonzogno, Milano, 1975; contiene un brano della critica cinematografica di Diego Calcagno a Margherita fra i tre, uscita su “Film” dell’11 luglio 1942;

-          Ungaretti, Giuseppe: Il dolore, Mondadori, Milano, 1947.

 

 

 




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