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di Mario Lunetta
Da Machiavelli all’Aretino, da
Foscolo a Giusti, da Malaparte a Maccari, da Delfini a Flaiano, da Fortini a
Pasolini, e via e via, nella nostra letteratura, soprattutto a partire dal
Rinascimento, zampetta e graffia tutta una folla di
epigrammisti e di poeti satirici che nel Novecento, nei modi di quello che si
potrebbe dire microgiornalismo in versi, trovano la loro couche privilegiata. Alcuni raggiungono livelli apicali di concentrazione
e di violenza ad personam guadagnandosi
una loro eternità minore; altri sono soprattutto scherzosi; altri, infine,
poggiano su uno zoccolo di moralismo più o meno massiccio. Piluccando qua e là,
ecco Flaiano: “Quest’anno è andata male al poeta Bertolucci, / gli hanno tolto
il premio Nobel per darlo a Carducci”. E Pasolini (A G. L. Rondi): “Sei così ipocrita, che come l’ipocrisia ti avrà
ucciso, / sarai all’inferno e ti crederai in paradiso”. E Fortini: “Ali,
Alicata! Salinari, sali!”. E Giorgio Calcagno: “Troppo facile, Indro, / scriver
Controcorrente / traendo dal cilindro / quel che pensa la gente”. E Malaparte (Il cocomero):
“La Repubblica,
ad essere sinceri, / a un grande e bel cocomero somiglia: / è tonda è verde è
bianca ed è vermiglia, / e i semi del cocomero son neri”.
Un poeta come Tommaso Di
Francesco, vaccinato contro i rischi e le insidie del genere non solo per sua
personale perizia, ma anche per essere stato, nel 1981, curatore per Savelli di
Veleno (antologia della poesia
satirica contemporanea italiana), lo sa benissimo. È insomma perfettamente
cosciente che con l’epigramma non si scherza anche quando si scherza, perché la
gelosa severità della sua forma non lo consente, dal momento che la sua
efficacia sta tutta nel taglio sguincio e nell’effetto sorpresa quasi
sistematicamente raccolto nella sintesi della clausola, come un colpo di
coltello sferrato dal basso in alto, magari col piacere dell’odio, con The pleasure of Hating, per dirla con
William Hazlitt, che di epigrammi e di sulfuree aggressioni di penna si
intendeva non poco. Ciò non vuol dire che nell’epigramma una qualche dose di
odio sia indispensabile. Spesso chi lo pratica si accontenta di un’allusione, o
di un buffetto affettuoso, o di una bonaria chiamata di correo. Solo talvolta
il gioco si radicalizza, e la carne dell’epigramma si condisce di una goccia di
perfidia, o di immedicabile malinconia – come càpita per esempio nella
conclusione della splendida Lettera a
Bobi (che è naturalmente Bobi Bazlen) in Diario del ’71 e del ’72 di Montale: “Confessore / inconfessato non
potevi dare / nulla a chi già non fosse sulla tua strada. / A modo tuo hai già vinto anche se hanno perduto / tutto gli ascoltatori. / Con questa lettera / che mai tu potrai
leggere ti dico / addio e non aufwiedersehen e questo / in una lingua che non
amavi, priva / com’è di Stimmung”.
Niente come l’epigramma è “poesia
d’occasione”. Così, era inevitabile che i rapidi epigrammi di Tommaso Di
Francesco, scritti negli anni, battuti a caldo e visibilmente ansiosi di finire
nello spazio compatto di un libro, appunto in un libro finissero. Il suo titolo
è Il
trasloco, che allude con metafora straniata al frequente mutamento di
sede del giornale “il manifesto” in cui il poeta lavora da sempre, e contiene
in sé, per contraddizione attiva, un distintivo di coerenza incancellabile:
quello di chi continua a stare “dalla parte del torto”. Il libro è arricchito
da una sàpida prefazione in versi di Roberto Roversi e da una puntuale
postfazione di Valentino Parlato, che lo definisce “buon diabolico volumetto”.
L’operazione epigrammatica di Di
Francesco è fatta di molti pimenti, ma non somiglia a nessun’altra, prima di
tutto per una ragione strettamente tematica. Si tratta
infatti (come recita il sottotitolo) di “Epigrammi sulla redazione del il manifesto”: un luogo fisico affollato
di persone ogni giorno impegnate a produrre il giornale; un luogo
dell’immaginario; un luogo della solidarietà e del conflitto: insomma, come lo
definì Luigi Pintor che ne è stato il fondatore, “una forma originale della
politica”. E appunto “politica” non poteva che essere
l’ottica di questi testi che si snodano davvero come una storia “secondaria”
dentro la storia primaria dell’esistenza del quotidiano comunista. Ci sono gli
epigrammi scritti addosso ai numerosi ex
(alcuni assolutamente feroci), quelli che fissano un tic caratteriale o uno
stigma linguistico, quelli che nel lampo di un flash profilano con secca
efficacia le ragioni profonde di una militanza. La strategia di Tommaso tende
al risparmio stilistico: nessun gusto della sbavatura o del ghirigoro bagna
questi versi stretti in poche linee; nessuna divagazione li appesantisce;
nessun “pentimento” ne aggrava il disegno. La loro è una forma della velocità,
nel senso della frecciata: e assai di frequente il tiro risulta perfetto. Vi
sono di casa ovviamente il calembour,
la freddura, il finto lapsus (quello che tanto piaceva a Savinio), il jeu de mots in
contropiede: strumenti tutti di una retorica non dichiarata che si fa
linguaggio, dura (e perché no, talvolta affettuosa e tènera) economia del gesto
e della voce, quindi – a suo modo, e nei termini della letteratura –
declinazione particolarissima di una critica dell’economia politica attraverso
la poesia: una forma ipersintetica, salda e crudele di “poesia civile”, che mi
pare possa anche riuscire, in tempi così banalmente devoti ai sospiri del
lirismo e alle sue “tragedie” non di rado risibili, un esempio di nitida
intelligenza del senso e del controsenso dei nostri anni, dentro e fuori la
sinistra.
Protagonisti di questi
centonovantacinque epigrammi sono le storiche colonne portanti del “manifesto”,
da Pintor a Rossanda, da Parlato a Castellina a Notarianni a K. S. Karol, poi
la generazione di mezzo, infine i giovani. Chiude la serie un tris di couplets che l’autore dedica a se stesso. Il secondo così suona,
con assai autoironica consapevolezza: “Brucia un dubbio / autorevole e senile.
/ Ho vinto o perso / la guerra civile?!”. Infine, la
copertina: ovviamente di Vauro Senesi, al quale nel libro spettano tre versi
spiritosamente “settari” (“La bandiera rossa / garrisce al vento / e non
starnuta mai”).
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