LETTURE
ROSALBA DE FILIPPIS
      

Il filo forte del liuto

 

Udine, Campanotto, 2008, pp. 80, € 9,00

 

    

      


di Stefano Lanuzza

 

 

Da tempo, la migliore poesia italiana viene testimoniata soprattutto dagli editori cosiddetti ‘minori’. Quanto all’editoria industriale, questa, per lo più, nella sua discutibile scelta di testi, sembra ora  privilegiare impervi borborigmi e triti filosofemi, copioni da recita, traumatiche verbigerazioni e anamnesi psicanalitiche; con spreco di madrigalesse, depressivi narcisismi e panici elogi  dell’Invisibile.

 

In Italia, tra i principali editori di buona poesia s’afferma Campanotto che, ultimamente, va proponendo alcuni titoli spesso degni d’attenzione. Come nel caso del recente Il filo forte del liuto della molisana Rosalba De Filippis, libro che l’autrice fa seguire alla raccolta d’esordio Sotto nevi di carta (Campanotto, 2007) a formare una matura, catafratta dilogia di archetipi ed epifanie, tensioni e abbandoni.  

 

Sospeso tra sgargianti visionarietà e musicali trascrizioni dell’infinitesimo quotidiano, tra intonazioni di canto e favola esistenziale, temerarie invenzioni formali e trasgressive imperfezioni, loica esattezza e ornamentale vaghezza, il verso dell’autrice, quasi gestualmente ‘disegnato’, esprime un’ipnotica, traumatica prensilità che fa aderire le parole alle cose e tutto vorrebbe avvolgere nella sua sottile aura emotiva talora intrisa d’una scanzonata ridarella.

  

Scrivere versi come tamburellando sulle convessità della cassa d’un panciuto strumento, come pizzicottando le corde del liuto… Ed ecco, tra terzine, finti distici o lemmi assonanzati, sul  “filo di rima” fatto “filo forte” del liuto suonato a pizzico, correre messaggeri celesti in palandrana e un angelo “che gioca con la brezza”; ecco brani di vite vissute “a distanza” e un “sogno serpente” che turba “la voglia di sonno”. Ecco l’“azzurro perfetto” di “un cielo assoluto” e ricordi fulminei come “piccoli giorni”; “giostre di voci” o echi, personaggi larvali e l’esistenza breve d’una rosa. Ecco una voliera dischiusa e i terrori senza nome; una città sconosciuta e, sbiettanti tra i risvolti delle strofe, il fantasma apollineo di Mozart, quello ritroso di Emily Dickinson e quello senza requie di Campana.

 

Marcata d’una delicata sonorità simile agli evocati brusii di fiume, la De Filippis accoglie e scandisce nella forma brevis del suo verso una congerie di emblemi e talismani: i lari d’una casa-gabbia e una sbrattante “ala pavona”; definitive sere perché “non c’è tempo”e un vento muto che talora sembra dire; un umile erbario, un bestiario domestico-selvatico e, dentro tutto ciò, tra svaporanti memorie, labili dolori, innocenti malizie, vissuta a distanza, la vita: “questa vela sgualcita”.    

                                       

 




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