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di Stefano Lanuzza
Da tempo, la migliore poesia
italiana viene testimoniata soprattutto dagli editori cosiddetti ‘minori’.
Quanto all’editoria industriale, questa, per lo più, nella sua discutibile
scelta di testi, sembra ora privilegiare
impervi borborigmi e triti filosofemi, copioni da recita, traumatiche
verbigerazioni e anamnesi psicanalitiche; con spreco di madrigalesse,
depressivi narcisismi e panici elogi
dell’Invisibile.
In Italia, tra i principali
editori di buona poesia s’afferma Campanotto che, ultimamente, va proponendo
alcuni titoli spesso degni d’attenzione. Come nel caso del recente Il
filo forte del liuto della molisana Rosalba De
Filippis, libro che l’autrice fa seguire alla raccolta d’esordio Sotto nevi
di carta (Campanotto, 2007) a formare una matura, catafratta
dilogia di archetipi ed epifanie, tensioni e abbandoni.
Sospeso tra sgargianti
visionarietà e musicali trascrizioni dell’infinitesimo quotidiano, tra
intonazioni di canto e favola esistenziale, temerarie invenzioni formali e
trasgressive imperfezioni, loica esattezza e ornamentale vaghezza, il verso
dell’autrice, quasi gestualmente ‘disegnato’, esprime un’ipnotica, traumatica
prensilità che fa aderire le parole alle cose e tutto vorrebbe avvolgere nella
sua sottile aura emotiva talora intrisa d’una scanzonata ridarella.
Scrivere versi come tamburellando
sulle convessità della cassa d’un panciuto strumento, come pizzicottando le
corde del liuto… Ed ecco, tra terzine, finti distici o lemmi assonanzati,
sul “filo di rima” fatto “filo forte”
del liuto suonato a pizzico, correre messaggeri celesti in palandrana e un
angelo “che gioca con la brezza”; ecco brani di vite vissute “a distanza” e un
“sogno serpente” che turba “la voglia di sonno”. Ecco l’“azzurro perfetto” di
“un cielo assoluto” e ricordi fulminei come “piccoli giorni”; “giostre di voci”
o echi, personaggi larvali e l’esistenza breve d’una rosa. Ecco una voliera
dischiusa e i terrori senza nome; una città sconosciuta e, sbiettanti tra i
risvolti delle strofe, il fantasma apollineo di Mozart, quello ritroso di Emily
Dickinson e quello senza requie di Campana.
Marcata d’una delicata sonorità
simile agli evocati brusii di fiume, la De Filippis accoglie e scandisce nella forma
brevis del suo verso una congerie di emblemi e talismani: i lari d’una
casa-gabbia e una sbrattante “ala pavona”; definitive sere perché “non c’è
tempo”e un vento muto che talora sembra dire; un umile erbario, un bestiario
domestico-selvatico e, dentro tutto ciò, tra svaporanti memorie, labili dolori,
innocenti malizie, vissuta a distanza, la vita: “questa vela sgualcita”.
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