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di Sarah Panatta
Passioni dai confini dell’oblio
La memoria e la nuda
conoscenza-dispersione-ricognizione del sé si sovrappongono e sprofondano nel
mistilinguismo dei versi disarmanti di adel
& c., sogno lucido che pare affiorare tra le terre sommerse e
agghiaccianti, freddamente allucinate di Burroughs e periferie (identitarie) emarginate
e brulicanti di pasoliniana eco, dove Massimiliano Chiamenti – poeta eclettico
ed iper colto, membro del gruppo di poesia performativa MIX – mescola con
sfrontatezza, sarcasmo a tratti disperante e distruttivo, e partecipazione
sofferta, esperienze di doppia vita condotta nelle retrovie della società, nel
non-luogo di una nebbiosa routine, trascorsa tra sconforto e ripulsa, dove
l’“altro” cerca definizione e appagamento.
L’io-autore si trascina dai
(precari) banchi dell’università e della scuola all’angolo dell’appartamento
dove trovare l’unico piacere possibile, con il compagno sfuggente, giovane e
straniero, “extra”, con cui condividere doppiamente l’alterità propria,
l’omosessualità quale condizione limbica del sopravvivere, fortemente
rivendicata in mezzo allo spregio amaro e ottuso di coloro che disegnano e costruiscono
i margini dai quali, e attraverso i quali, il poeta racconta e denuncia, non
senza rabbia e dolore, valicando schemi e consuetudini, i moralismi vacui e le
ipocrisie dei padroni senza trono di un mondo alla deriva.
Galleggiando sui resti del
passato e del presente Chiamenti intona le ballate corrosive e sublimi di una
generazione chimica, assorbita dai fumi, dalle polveri e dalle pillole
necessari ad accettare-ascoltare il mondo barbaro, lustrato dallo smalto
perlaceo di una civiltà declinante, come tale testimoniata dal poeta-profeta
che (si)inocula verità in pastiglia, non per elevarsi sulla massa e
preconizzare futuri funesti, ma per aprire gli occhi con veemenza e brama
demistificatoria sulla realtà corrotta e pullulante di terribili, ignominiosi peccati,
e priva di compassionevoli perdoni.
Immerso tra i reietti,
prendendosi gioco dell’umanità impagliata vicina di casa, oltraggiandola con i
suoi “lazzi, frizzi…”[1], facendo delle
estremità isolate della propria esistenza il centro di un nuovo pianeta,
intrinsecamente eccentrico, da dove gridare con ironico fervore e disillusione,
Chiamenti narra le storie di quella fiera di presunte atrocità immaginata e al
contempo respinta da chi preferisce non vedere piuttosto che ammettere la
coesistenza di molteplici, eterodosse dimensioni del vivere moderno.
Il ricordo e l’amore travagliato
sono alcune note dominanti della raccolta, flusso di coscienza inframmezzato da
brevi prose e fulminei epigrammi, ma anche da digressioni melodiche (in
inglese) che fungono da contrappunto straniante e insieme nostalgico al
procedere materiale e materico dei versi, in cui affonda le sue radici-spire la
quotidianità dell’altrove, dello sguardo minaccioso dei pusher, che tanto “vendono
merda”[2], del pullular di
antenne sui tetti del quartiere multietnico, degli incontri fugaci e intensi
tra “diversi”, della banalità desiderata di un letto comune, di un abbraccio,
di una penetrazione intima e momentanea nell’amato, il ragazzetto tunisino,
bellissimo e fedifrago, o nell’estraneo “ordinario” dai nascosti impulsi,
sprazzi di verità pura, talvolta crudele, la sola commestibile nei gas
asfissianti della contemporaneità.
L’ego autoriale si rivela senza
pudori, la gioventù e le fasi di una vita oltre etichette insopportabili quanto
insopprimibili: i rapporti occasionali con i giovani della “schiuma sociale”[3], scegliendo ciò
che sembra vergognoso e patetico, “l’abbraccio mercenario / di qualcuno che
desidera ora / qualcun altro e altro cerca”, preferendo “la finzione al vuoto
al nulla / la menzogna parlata al silenzio /…questa umiliazione /…questo
sciacallaggio /…questa violenta e gretta spoliazione /…i droghiferi i puttani i
vagabostudenti / gli schedati i recidivi e ovviamente gli extracom / ai quieti
perbenisti borghesini”[4]; la
scoperta che “le frontiere / corrono fra le classi sociali / non sugli antichi
atlanti / dipinti di velieri”[5] e che
“la paura e il male appartengono solo / a chi mostruosamente decide di restare /
in questa terra in questi spazi angusti / dove paure reali / rendono infelice e
faticosa e temporanea la permanenza”[6]; il
sentimento adulto e struggente per Adel, ragazzo incostante e volubile,
travolto dal consumismo e dalla passione per oggetti costosi, rubati, regalati,
scambiati, ma amato nel buio di notti in cui stringendosi l’un l’altro, sudando
“tutti i virus e i veleni del giorno”[7],
compensavano immense solitudini; la presa d’atto che la gente tutta intorno è
una pletora-puzzle di replicanti fatui e spiritualmente disintegrati, automi
boccheggianti della middle class arrivista e assurdamente bacchettona, e nuovi
giovani, imbecilli e privi di reazioni, “con grandi occhi panmonitoranti” che
“cercano solo l’oblio”[8].
In questi percorso inaspettato di
auto-svelamento a ritroso Chiamenti innesta un componimento-confessione[9] che
partendo dal pretesto retorico dell’incipit favolistico, prende ragionevole
distanza da sé e scorre, cinico e irrisorio, la vita del “professore,
professor, profe, prof /…le sue cattedrine a contratto / e i suoi uffici
condivisi con i colleghi /…serio, gentile, ordinato, composto e compito” che
“cerca di non scomporsi mai / e poi rimane invece tutto scombinato quando vede
un monello col ciuffo ribelle /…sotto il fuoco di una sguardo adolescente /…il
dottor chiamenti / lo studioso indefesso di filologia / l’eterno aspirante
all’accademia / ma l’accademia, l’università dei sommi professori / non lo
avrebbero accolto mai / perché… è un tipo come dire… strano /…e poi, via, tanto
si sa, si droga /…il signor chiamenti /…un omino come tanti /…con quel nome
aristocratico”, che però non pronuncia mai (prediligendo il diminuitivo
“massi”, per una vita sminuita dagli altri, ma non per questo mediocre, e
soprattutto perché il padre lo chiamava sempre “massi”, rievocando e ritrovando
così “la voce ormai spenta del papà”).
Nelle “prosette empiriche”
dell’ultima sezione di adel & c. troviamo
la riflessione più profondamente distopica e consapevole di Chiamenti, il
tessuto esistenziale da cui l’opera tutta sembra poter essere scaturita. Ne la metamorfosi del gufo[10] emerge la figura-ruolo
del poeta, tale nella vulgata tradizionale e obsoleta “solo in quanto avvolto
in un alone di mistero e di divismo di gran classe”, individuo mistico, lontano
da quello “alla buona e commestibile” che è meramente scrittore, professore,
giornalista, mentre ad un eletto vate della cultura “si addice l’ineffabile, e
la grazia preziosa dell’invalicabilità”. Il sedicente poeta che si veste e
camuffa da esteta altolocato nel suo abito di lusso non è invece che un
“estetista”, che trae valore aggiunto alla propria deperibilità dalla costruita
separazione dal pubblico mortale, innocuo vaneggiatore di grandezze
inconsistenti.
La natura reale del poeta sta
nella sua nudità palesata, esattamente come la verità mutevole, provvisoria,
bassa, sconcertante, volgare, umana, della vita si mostra, nella sua completa
caducità, soltanto nello smascheramento finale e assoluto della morte. Le
sovrastrutture, gli orpelli, i trucchi di scena (e della poesia) si dileguano
quando si entra a piedi nudi, soli e senza barriere nel(l’ultimo) tempio “dove
bellezza e verità coincidono”[11].
Infine in change[12]
l’autore, con il consueto desolante humour all’acido fenico, fornisce
probabilmente un’ulteriore posteriore traccia per comprendere la funzione della
propria arte in una società che lo ha condannato in nome di un “rifiuto… pregiudiziale,
preventivo, preconcetto, forse precotto e liofilizzato”[13].
Dunque la reazione eversiva derivante e necessaria è il comportamento
antisociale, la contestazione aperta contro un universo di inetti, accecati da
un imputridito buon senso, la ribellione e la fuga dalla ribalta, nell’“inferno
scellerato” della vita altra, scansata e vituperata dal civile consesso. Uscire
dagli interstizi oscuri, dalla gabbia orrenda dell’anormalità socialmente
codificata, per tuffarsi nella normalità piena e convulsa dell’isolamento
condiviso da alieni consimili, condizione paradossale e al contempo
inevitabile, misura di protesta e atto di beffa contro il glaciale gregge
mortale, questa la via prescelta dal cantore savio e sfibrato dai propri
impeti, che comprende e si arrende con beffardo sorriso alle leggi malferme ma
eterne del cosmo dis-umano.
[1] adel & c. (Fermenti Editrice, Roma 2009, pp. 113, euro 14,00)
p. 35.
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