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di Ilenia Appicciafuoco
Parto difficilissimo,
spesso si nasce venendo stritolati, lo shock dell’aria freddissima rispetto al
calore del ventre materno, la luce vivissima, i rumori assordanti, la poesia
retrocede verso la prima angoscia, potevano immaginare che l’elettroshock
rimettesse le cose al loro posto perché era come se lo shock iniziale si
ripetesse, l’angoscia di rimanere rinchiusi in un ventre per sempre, l’essere
che dilegua nel nulla è il passare e morte, il nulla che dilegua nell’essere è
il sorgere e la nascita, la morte è un ritornare nella condizione prenatale,
quando ero il niente che viveva il niente e di questa condizione mai nessuno si
è lagnato. (“Cristi polverizzati”, pag. 3)
È questo l’incipit di
Cristi
polverizzati, ultima opera del marchigiano Luigi Di Ruscio, edita dalla
casa editrice Le Lettere e inserita nella collana Fuori Formato, diretta da
Andrea Cortellessa. Il libro è, come lo definisce lo stesso Cortellessa,
un’autobiografia letteraria e poetica e una testimonianza dell’Italia all’epoca
della Seconda Guerra Mondiale, gli anni ’50 e ’60 ed infine uno sguardo alla
situazione politica e sociale attuale. Uno sguardo che arriva da lontano, dagli
occhi di un italiano, nato a Fermo, cresciuto in una famiglia umile,
semi-analfabeta, autodidatta, emigrato in Norvegia dal 1957 e che, per
trentasette anni, lavora come operaio metallurgico.
Luigi Di Ruscio è
sicuramente un autore sui generis, o meglio, un poeta, che grazie ad una
lingua monstre, abnorme (così come Pier Paolo Pasolini qualificò la
pronuncia di Amelia Rosselli, autrice che presenta molte affinità con Di
Ruscio), sprocedata, come la definisce egli stesso, riesce a creare
un’autobiografia che, allo stesso tempo, ha i tratti peculiari di una
testimonianza che procede per flashback e flashforward senza soluzioni di
continuità, di un monologo interiore, di un’invettiva, di un romanzo di
formazione e per certi aspetti anche di un diario.
Lo stile di Luigi Di
Ruscio, dotato di una notevole originalità negli aspetti morfologici e
lessicali, presenta caratteristiche sconvolgenti al livello sintattico e
contribuisce a far sì che l’opera acquisisca caratteristiche che mettono in
discussione l’impianto tradizionale dell’autobiografia e della biografia
storica, perché è anche questo lo scopo che, fra digressioni, analessi,
prolessi, aneddoti e perfino consigli al lettore, si propone il libro: questo
assume in primo luogo l’aspetto di testimonianza individuale degli avvenimenti
salienti in un periodo fondamentale per la storia della penisola italiana e,
soprattutto, un viaggio compiuto con il solo ausilio della memoria per
raccontare l’atmosfera che si respirava in quegli anni così lontani e così vicini
ai nostri.
In ultima analisi
l’opera di Di Ruscio è sì un’autobiografia letteraria, ma anche
testimonianza, allo stesso tempo, di una vera e propria nevrosi linguistica .
Sono stati i giovani
critici Andrea Cortellessa e Marilena Renda a far sì che Cristi polverizzati potesse essere pubblicato. Non solo: essi hanno
svolto anche un lungo e difficile lavoro di editing letterario per far sì che
“Il sottoscritto: Smerri!”, titolo originale dell’opera, potesse essere
parzialmente contenuto in quella che Cortellessa definisce la sua madornale
instabilità morfologica e sintattica (A. Cortellessa, in “Cristi
polverizzati”, pag VII), levigandone le asperità linguistiche per facilitare la
lettura, pur conservando intatta la
forma del testo o, per meglio dire, citando ancora Cortellessa, la forma di
un testo che proprio della difformità, e della deformità, fa la sua natura ultima (A. Cortellessa, in “Cristi
polverizzati”, pag VII).
La lingua di Di
Ruscio, il suo idioletto, sorprende proprio perché trova la sua cifra, la forza
espressiva dirompente nel lapsus (ricordiamo ancora i riferimenti ad Amelia
Rosselli), negli errori ortografici e sintattici, nei numerosi anacoluti, nelle
frasi lasciate a metà e negli stravolgimenti di tempo, della storia e del racconto,
che vengono messi in atto all’improvviso e che travolgono e sconvolgono la
costruzione sintattica e spiazzano il lettore. Si ha l’impressione che l’autore
abbia conservato il modo di esprimersi che appartiene soprattutto ai bambini, i
quali, nella fretta di inserire tutto quanto visto dai loro occhi, non badano
all’esattezza della costruzione sintattica, ma mischiano impressioni, visioni
ed esperienza in un amalgama che lascia intendere sempre più di quanto sembri.
La strada che divide
il paese da un mondo d’erbe, di nascondigli verdi, dove nasce la canna, il
sambuco e fiori buoni da mangiare e succhiare: avevamo le tasche piene dei
tappi metallici di aranciate e gazzose che non erano facili da avere,
l’inserviente del dopo lavoro li acciaccava intorno ad uno spago per farci la
moscaiola, in equilibrio su una rotaia, su una linea immaginaria. In una festa
di Santa Maria vidi l’equilibrista camminare e danzare su una linea appesa
sopra la piazza. Dovevo vincere una serie di guerre: quella del pallone fatto
con stracci legati e serrati, quella delle sassate, il sangue che colava sulla
faccia, centrato in pieno. Una bambina cammina spaccando le telline,
sbattendole le une contro le altre e succhiando la polpa. (“Cristi polverizzati”, pag. 12)
Il titolo del libro
si riferisce anche all’attività che svolge un personaggio che incontreremo
nella parte finale della storia, Moscatritata, meridionale, abituale passeggero
del treno che da Lecce arriva a Milano, fervente cattolico, venditore porta a
porta di crocifissi finto-antichi in gesso e anche polverizzati in bronzo (Op.
cit, pag. 211) nelle metropoli del Nord dell’Italia. Ma i Cristi
polverizzati rappresentano anche la profonda avversione che l’autore
avverte nei confronti di ogni religione ed istituzione ecclesiastica,
soprattutto la Chiesa Gatta
Gattolica (pag.175), in cui il riferimento al felino si ricollega
all’immagine della gatta che divora i figli appena nati, sotto gli occhi del
piccolo Luigi, esperienza che diventerà oggetto del tema svolto dall’autore a
scuola e che verrà accolto in modo ostile da parte del maestro, convinto
seguace dei dettami del Fascismo e, allo stesso tempo, vittima della sua stessa
fede e della terribile campagna di Russia.
Il rifiuto per la
religione Cattolica è uno dei temi centrali della storia. La chiesa è vista
come un “grande magazzino produttore di santi” capace di sfruttare fino in
fondo e nei modi più inutili la fede delle persone che, nella loro ingenuità,
avrebbero sempre continuato ad elargire un mucchio di soldi favolosi che
sarebbero serviti per comprare ori e pietre preziose e nuove vesti per santi
morti (Op. cit. pag. 18). Più volte, inoltre, ricorre l’accostamento fra i
teschi dei santi e quelli del Partito Nazionale Fascista.
Il sospetto che la
religione fosse solo una schifezza (op. cit. pag. 16) deriva da un
episodio vissuto dal piccolo Luigi, costretto dall’amata nonna, a baciare i
piedi del crocifisso durante la Settimama Santa: l’autore rabbrividisce ancora al
ricordo dell’immagine del lago di sputo formatosi a causa della saliva
degli altri fedeli che avevano reso omaggio alla statua di Gesù:
(…) non introllai più
la mano nell’acqua santa e se c’era ancora un Iddio era nel verde, in cieli
azzurri, su candide nuvole, nell’odore dell’incenso quando dondolavano l’incensiere
(…) (Op. cit. pag. 16).
L’ateismo anomalo è
riassunto, inoltre, nella sentenza io non credo in Dio io sono creduto da
lui, che, come altri motti cari all’autore occupa ogni pagina del libro.
Il credo comunista
(per molti aspetti eretico e critico, non privo di “sfumature” ironiche)
potrebbe dare una spiegazione a quella che, ad una prima analisi, sembrerebbe
una concezione materialistica della vita, anche se, più che di materialismo,
nel caso di Di Ruscio, si potrebbe parlare di “umanismo” inteso come profondo
amore per la terra, gli animali e la natura. In una piccola ma significativa
parte del libro, uno dei motivi di disprezzo per gli individui votati al credo
fascista, si identifica proprio nel loro rispetto per simboli e bandiere, che
contrasta spaventosamente con l’incuria nei confronti dell’essere umano.
Il “romanzo poco
romanzesco” dell’autore marchigiano è uno dei numerosi esempi di una
letteratura, forse ancora poco conosciuta dal grande pubblico, che descrive il
volto di un’Italia antica, ancora rurale, semplice e povera, in cui la vita
degli uomini era scandita dallo scorrere delle stagioni. Cristi polverizzati, come afferma anche Emanuele Zinato nella
postfazione, è una testimonianza delle passioni, dei comportamenti, della
mentalità e dello stile di vita degli italiani negli anni del secondo conflitto
Mondiale e soprattutto nel decennio successivo. Lo sguardo dell’autore si
focalizza soprattutto sugli anni Cinquanta proprio perché è questo il decennio
che rappresenta il passaggio dall’Italia rurale a quella del boom degli anni
Sessanta, dei nuovi consumi e costumi, passando per gli anni Settanta e Ottanta
per poi arrivare alla complessità e alle contraddizioni che dominano la società
attuale.
L’Italia delle
campagne e delle tradizioni, del fervore religioso e cattolico, della
superstizione e perfino della magia, era la stessa in cui ogni paese,
villaggio, aveva il proprio dialetto, quel dialetto detestato dal maestro del
piccolo Luigi e che l’autore invece sente come una parte fondamentale della
propria storia e che gli ricorderà per sempre la figura dell’amatissima nonna
Cristina:
Mia nonna parlerà
sempre il dialetto della sua infanzia, fuggì dal paese con il suo primo amore,
custodirà gelosamente il proprio dialetto mentre nel paese spariva, quando
ritorno per le ferie mi accorgo sempre di più che quel dialetto dell’infanzia
ormai lo parlo io da solo. (Op. cit. , pag 40)
Il contrasto in
queste poche righe viene acutizzato dal fatto che Di Ruscio, al contrario di
coloro che sono nati e cresciuti nella penisola, è emigrato da moltissimi anni
in Norvegia e sembra paradossale che sia l’unico a cercare di conservare il
dialetto della terra d’origine.
Il dialetto, ma anche
ogni tipo di linguaggio “straziato”, deformato dal dolore e dalla follia (e
ritorna l’eco di Amelia Rosselli e di altri grandi poeti come Dino Campana,
autore al quale Di Ruscio si sente molto vicino), comunque diverso
dall’italiano illustre tanto amato dal maestro, diventerà l’unico in grado di
urlare la verità, l’unico a non utilizzare stratagemmi per camuffare la vera
natura delle cose. Se la lingua aulica si identifica con quella degli
“oppressori” (o meglio dei mistificatori) occorrerà, secondo l’autore, cercare
una scrittura “difficile”, lontana da quella istituzionale, che faccia in modo
che, non gli storici o i politici, ma i poeti e coloro che hanno vissuto in
prima persona gli orrori e le ingiustizie delle guerre e delle dittature,
possano descrivere la realtà vera degli avvenimenti e far sì che la poesia
serva a svelare gli orrori di quelle che Di Ruscio chiama “le biografie
altrui”. La scrittura e la lingua, la prosa, ma soprattutto la poesia devono
testimoniare le ingiustizie, svelare le reazioni individuali agli avvenimenti
storici, da parte di chiunque abbia voglia di contribuire.
La mancanza di
affinità fra l’autore e quelle che egli stesso definisce le cose facili,
non senza molta ironia e un velato ma presente autocompiacimento, verrà
spiegata dal poeta stesso prendendo come esempi due autori: l’amato Carlo Emilio
Gadda e la detestata Renata Viganò:
(…) Io avevo cercato
di leggere L’Agnese va a morire, ma devo confessare che non ci capivo niente
(…) Quando sono davanti alla cosa che tutti dicono facile penso subito che deve
esserci un mistero sotto, la cosa non può essere così cretina (…) Insomma in
quel periodo mi sembrava più chiaro Gadda e mi ripetevo spesso: tendo ad una
brutale deformazione dei temi che il destino s’è creduto di propormi come forme
e come obbietti: come paragrafi immoti della sapiente legge… io, che di tutti
gli scrittori d’Italia antichi e moderni sono quello che possiede più comodini
da notte. Insomma devo confessare, con vergogna, che queste erano le cose che
mi sembravano estremamente chiare e il resto era un caos di enigmi
impenetrabili (…). (Op. Cit. pag 154)
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Luigi Di Ruscio
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Nel corso dell’opera
Di Ruscio, fra numerose analessi, prolessi, aneddoti e immagini che sembrano
nascere e repentinamente morire dalla memoria, traccia le tappe salienti della
sua biografia e la storia della sua terra, dei personaggi incontrati durante i
suoi numerosi viaggi alla ricerca di lavori sempre umili, delle collaborazioni,
delle amicizie e degli scontri con altri intellettuali, delle donne e degli
amori, degli ostacoli e dei pregiudizi da dover superare per poter realizzare
il sogno di diventare poeta.
Come si è detto
sopra, è interessante nella storia dell’autore, il rapporto di simbiosi quasi
totale intrattenuto dal piccolo Luigi e dai suoi amici con la natura e, allo
stesso tempo, la descrizione riguardante gli anni della Seconda Guerra
Mondiale: l’autore ricorda quello di guerra come un periodo stranamente
tranquillo e sereno, anche se ad un tratto ammette che l’umanità era
diventata più seria, nessuno cantava più, solo l’altoparlante della casa del
fascio rionale cantava dalla mattina alla sera canzoni patriottiche (…) e
poi aggiunge ironicamente (…) L’altoparlante l’avevano messo evidentemente
perché cantasse per tutti (…) (Op. cit. pag. 37). Quello della guerra è
ricordato come un tempo in cui i bambini come lui, senza nessuna proibizione o
barriera, facilitati dall’assenza di controlli da parte degli uomini al fronte,
vedevano sbocciare di fronte ai loro occhi una natura dai colori violenti,
abbondanza di fiori e frutti che, trascurati dalla mano dei contadini, crescevano
spontaneamente e in tutto il loro reale splendore.
Il pane e la pasta
mancavano, ma scomparve l’olio di ricino e nel suo paese non ci furono mai
bombardamenti, ma solo il capovolgimento di due camion, uno pieno di uova
e l’altro di cocomeri. La guerra si identifica paradossalmente con la libertà
selvaggia e la fecondità, la pulizia data dai numerosi bagni nel fiume, la
capacità e la volontà dei bambini di mangiare tutta la frutta a disposizione,
ma anche i fiori, le erbe, le cortecce degli alberi. Nella prima parte di
questo libro i piccoli corpi dei bambini sembrano tabule rase,
testimonianze genuine di una sete di conoscenza tale da trasformare la pelle,
le mani, la pancia in materiali su cui “sperimentare” davvero la natura, gli
oggetti di uso quotidiano, la vita stessa, la dimensione totale delle piccole
esperienze di ogni giorno, esperienze vissute e ricordate dall’autore con una
gioia talmente viva da fargli dichiarare con fierezza: Godevo tutto (Op.
cit. pag. 39).
Cesare Garboli nella
prefazione a La Storia di Elsa
Morante nota quanto anche la scrittrice, come Luigi Di Ruscio, dia un’immagine
del periodo della guerra complessivamente “positiva” (nonostante l’iniziale
terribile violenza ai danni di Ida) rispetto agli avvenimenti dolorosi che,
anni dopo la fine del conflitto, chiuderanno il romanzo.
Di Ruscio spiega che
la decisione di intraprendere la carriera poetica nasce verso i quindici anni,
dopo la lettura di Ossi di seppia;
egli inoltre afferma che non si nasce, ma si diventa poeti approfittando di
quelle che l’autore chiama le smagliature della rete metallica, o, come
dichiara a pagina 74 (…) Non sono un poeta nato ci sono diventato a furia di
calci in culo.
L’autore nel corso
della sua adolescenza e giovinezza, soprattutto durante il periodo bolognese,
legge numerosissime opere di Eugenio Montale, Salvatore Quasimodo, Cesare
Pavese, Elio Vittorini, Dino Campana, Umberto Saba, ma anche Dante Alighieri,
Francesco Petrarca, Giacomo Leopardi, Giosuè Carducci, Tommaso Campanella e
Giordano Bruno. Di Ruscio legge anche autori stranieri come Rimbaud, Pascal e
Balzac, comincia ad amare i versi di Belli e tutti gli autori in cui (…) il
momento del riso è straziante, da Cervantes a Chaplin (…) (Op. cit. pag. 97),
conosce, inoltre, un piccolo editore milanese, Arturo Schwarz, per il quale
pubblica la prima raccolta di versi Non
possiamo abituarci a morire, presentato da Franco Fortini, che, anche a
detta dell’autore stesso fu il critico che lo “battezzò” a poeta. Il periodo
bolognese è anche quello dell’ingresso nel Partito Comunista e della
partecipazione alle riunioni, in cui Di Ruscio non manca di descrivere tutte le
contraddizioni riscontrate nell’ambiente politico di sinistra di quegli anni (e
degli anni a venire).
Il poeta marchigiano
negli anni Cinquanta viene anche insignito del premio dell’Unità dell’edizione
genovese, per volontà di una giuria presieduta da Salvatore Quasimodo.
Dopo il breve periodo
trascorso in Svizzera iniziano i viaggi con Moscatritata e la Carola che, insieme alla
“magica” Palmira, rappresenta un esempio perfetto del tipo di donna amato e
inseguito da Di Ruscio: non particolarmente bella, né intelligente o ambiziosa,
ma umile, spontanea, passionale e per questo meno restia ad accettare le
attenzioni di un poeta un po’ “disgraziato”, come Di Ruscio stesso si
definisce. E all’amico Mannucci, che lo soprannomina “il poeta delle serve”,
l’autore risponde dopo molti anni, ma direttamente, come se lo avesse di
fronte:
(…) Guarda Mannucci (…)
se vado a serve non è per un principio classista o per questioni evangeliche,
non è che dico solo le ultime arriveranno prime al mio cazzo (…) ma essendo e
non già biologicamente, ma proprio socialmente declassato, non vengono con me
le ragazze delle magistrali che sono anche bone, ma ragazze un po’ disgraziate
e anche per varie disgrazie sociali molto adoperate (…).
Luigi Di Ruscio e il
suo affetto per le prostitute e le ragazze che gli altri considerano solo
serve, fa pensare ai versi di “Rimorchio”, una poesia di Charles Bukowski:
le donne che gli altri uomini non vogliono noi le amiamo.
Nel 1957 l’autore si
trasferisce definitivamente ad Oslo, conosce Mary, la donna che sposerà e alla
quale dedicherà il lavoro in prosa Le
mitologie di Mary (Lietocolle, 2004) e trova lavoro in una fabbrica
metallurgica distante qualche chilometro dalla propria abitazione. Ha sempre
continuato la sua attività di poeta, ha pubblicato numerose raccolte come Le streghe si arrotano le dentiere, con
prefazione di Salvatore Quasimodo ed edito da Marotta nel 1966, Istruzioni per l’uso della repressione
(Savelli, 1980), Firmum (peQuod,
1999), l’autoantologia Poesie operaie
(Ediesse, 2007) e L’Iddio irridente
(Zona, 2008).
Luigi Di Ruscio
percorre da trentasette anni ogni mattina la strada che separa la casa dalla
fabbrica in bicicletta, sfidando la stanchezza e le gelide temperature della
terra norvegese… anche nell’opera di cui si è appena parlato egli non manca mai
di esprimere il suo più grande desiderio, quello di trovare un’occupazione
qualsiasi che però potesse per sempre permettergli di esercitare il “mestiere”
di poeta. Soprattutto per aver compiuto queste scelte di vita e non solo per
aver dimostrato di possedere uno stile e un linguaggio comprensibili, ma allo
stesso tempo originali e propri, Luigi Di Ruscio rappresenta un esempio di
coerenza: quella di chi ha scelto di non scindere la letteratura, gli ideali e
la vita.
A. Cortellessa,
op. cit., pag VIII.
Anche se, come
fa intendere lo stesso critico, il problema, per quanto riguarda uno scrittore
come Di Ruscio, non si presenta tanto a posteriori, in sede di lettura,
quanto nella nolontà da parte degli editori di pubblicare testi così
particolari.
(…) e fu la
più grande frittata di tutta la seconda guerra mondiale (…). (Op. cit. pag
37)
In I cavalli non scommettono sugli uomini (e
neanche io), H.C.Bukowski.
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