LETTURE
LUIGI DI RUSCIO
      

Cristi polverizzati

 

Le Lettere, Firenze 2009, pp. 322, 25,00

    

      


di Ilenia Appicciafuoco

 

 

Parto difficilissimo, spesso si nasce venendo stritolati, lo shock dell’aria freddissima rispetto al calore del ventre materno, la luce vivissima, i rumori assordanti, la poesia retrocede verso la prima angoscia, potevano immaginare che l’elettroshock rimettesse le cose al loro posto perché era come se lo shock iniziale si ripetesse, l’angoscia di rimanere rinchiusi in un ventre per sempre, l’essere che dilegua nel nulla è il passare e morte, il nulla che dilegua nell’essere è il sorgere e la nascita, la morte è un ritornare nella condizione prenatale, quando ero il niente che viveva il niente e di questa condizione mai nessuno si è lagnato. (“Cristi polverizzati”, pag. 3)

 

È questo l’incipit di Cristi polverizzati, ultima opera del marchigiano Luigi Di Ruscio, edita dalla casa editrice Le Lettere e inserita nella collana Fuori Formato, diretta da Andrea Cortellessa. Il libro è, come lo definisce lo stesso Cortellessa, un’autobiografia letteraria e poetica e una testimonianza dell’Italia all’epoca della Seconda Guerra Mondiale, gli anni ’50 e ’60 ed infine uno sguardo alla situazione politica e sociale attuale. Uno sguardo che arriva da lontano, dagli occhi di un italiano, nato a Fermo, cresciuto in una famiglia umile, semi-analfabeta, autodidatta, emigrato in Norvegia dal 1957 e che, per trentasette anni, lavora come operaio metallurgico.

Luigi Di Ruscio è sicuramente un autore sui generis, o meglio, un poeta, che grazie ad una lingua monstre, abnorme (così come Pier Paolo Pasolini qualificò la pronuncia di Amelia Rosselli, autrice che presenta molte affinità con Di Ruscio), sprocedata, come la definisce egli stesso, riesce a creare un’autobiografia che, allo stesso tempo, ha i tratti peculiari di una  testimonianza che procede per flashback e flashforward senza soluzioni di continuità, di un monologo interiore, di un’invettiva, di un romanzo di formazione e per certi aspetti anche di un diario.

Lo stile di Luigi Di Ruscio, dotato di una notevole originalità negli aspetti morfologici e lessicali, presenta caratteristiche sconvolgenti al livello sintattico e contribuisce a far sì che l’opera acquisisca caratteristiche che mettono in discussione l’impianto tradizionale dell’autobiografia e della biografia storica, perché è anche questo lo scopo che, fra digressioni, analessi, prolessi, aneddoti e perfino consigli al lettore, si propone il libro: questo assume in primo luogo l’aspetto di testimonianza individuale degli avvenimenti salienti in un periodo fondamentale per la storia della penisola italiana e, soprattutto, un viaggio compiuto con il solo ausilio della memoria per raccontare l’atmosfera che si respirava in quegli anni così lontani e così vicini ai nostri.

In ultima analisi l’opera di Di Ruscio è sì un’autobiografia letteraria, ma anche testimonianza, allo stesso tempo, di una vera e propria nevrosi linguistica [1].

 

Sono stati i giovani critici Andrea Cortellessa e Marilena Renda a far sì che Cristi polverizzati potesse essere pubblicato. Non solo: essi hanno svolto anche un lungo e difficile lavoro di editing letterario per far sì che “Il sottoscritto: Smerri!”, titolo originale dell’opera, potesse essere parzialmente contenuto in quella che Cortellessa definisce la sua  madornale instabilità morfologica e sintattica (A. Cortellessa, in “Cristi polverizzati”, pag VII), levigandone le asperità linguistiche per facilitare la lettura[2], pur conservando intatta la forma del testo o, per meglio dire, citando ancora Cortellessa, la forma di un testo che proprio della difformità, e della deformità, fa la sua natura ultima (A. Cortellessa, in “Cristi polverizzati”, pag VII).

 

La lingua di Di Ruscio, il suo idioletto, sorprende proprio perché trova la sua cifra, la forza espressiva dirompente nel lapsus (ricordiamo ancora i riferimenti ad Amelia Rosselli), negli errori ortografici e sintattici, nei numerosi anacoluti, nelle frasi lasciate a metà e negli stravolgimenti di tempo, della storia e del racconto, che vengono messi in atto all’improvviso e che travolgono e sconvolgono la costruzione sintattica e spiazzano il lettore. Si ha l’impressione che l’autore abbia conservato il modo di esprimersi che appartiene soprattutto ai bambini, i quali, nella fretta di inserire tutto quanto visto dai loro occhi, non badano all’esattezza della costruzione sintattica, ma mischiano impressioni, visioni ed esperienza in un amalgama che lascia intendere sempre più di quanto sembri.

 

La strada che divide il paese da un mondo d’erbe, di nascondigli verdi, dove nasce la canna, il sambuco e fiori buoni da mangiare e succhiare: avevamo le tasche piene dei tappi metallici di aranciate e gazzose che non erano facili da avere, l’inserviente del dopo lavoro li acciaccava intorno ad uno spago per farci la moscaiola, in equilibrio su una rotaia, su una linea immaginaria. In una festa di Santa Maria vidi l’equilibrista camminare e danzare su una linea appesa sopra la piazza. Dovevo vincere una serie di guerre: quella del pallone fatto con stracci legati e serrati, quella delle sassate, il sangue che colava sulla faccia, centrato in pieno. Una bambina cammina spaccando le telline, sbattendole le une contro le altre e succhiando la polpa.  (“Cristi polverizzati”, pag. 12)

 

Il titolo del libro si riferisce anche all’attività che svolge un personaggio che incontreremo nella parte finale della storia, Moscatritata, meridionale, abituale passeggero del treno che da Lecce arriva a Milano, fervente cattolico, venditore porta a porta di crocifissi finto-antichi in gesso e anche polverizzati in bronzo (Op. cit, pag. 211) nelle metropoli del Nord dell’Italia. Ma i Cristi polverizzati rappresentano anche la profonda avversione che l’autore avverte nei confronti di ogni religione ed istituzione ecclesiastica, soprattutto la Chiesa Gatta Gattolica (pag.175), in cui il riferimento al felino si ricollega all’immagine della gatta che divora i figli appena nati, sotto gli occhi del piccolo Luigi, esperienza che diventerà oggetto del tema svolto dall’autore a scuola e che verrà accolto in modo ostile da parte del maestro, convinto seguace dei dettami del Fascismo e, allo stesso tempo, vittima della sua stessa fede e della terribile campagna di Russia.

Il rifiuto per la religione Cattolica è uno dei temi centrali della storia. La chiesa è vista come un “grande magazzino produttore di santi” capace di sfruttare fino in fondo e nei modi più inutili la fede delle persone che, nella loro ingenuità, avrebbero sempre continuato ad elargire un mucchio di soldi favolosi che sarebbero serviti per comprare ori e pietre preziose e nuove vesti per santi morti (Op. cit. pag. 18). Più volte, inoltre, ricorre l’accostamento fra i teschi dei santi e quelli del Partito Nazionale Fascista.

Il sospetto che la religione fosse solo una schifezza (op. cit. pag. 16) deriva da un episodio vissuto dal piccolo Luigi, costretto dall’amata nonna, a baciare i piedi del crocifisso durante la Settimama Santa: l’autore rabbrividisce ancora al ricordo dell’immagine del lago di sputo formatosi a causa della saliva degli altri fedeli che avevano reso omaggio alla statua di Gesù:

(…) non introllai più la mano nell’acqua santa e se c’era ancora un Iddio era nel verde, in cieli azzurri, su candide nuvole, nell’odore dell’incenso quando dondolavano l’incensiere (…) (Op. cit. pag. 16).

 

L’ateismo anomalo è riassunto, inoltre, nella sentenza io non credo in Dio io sono creduto da lui, che, come altri motti cari all’autore occupa ogni pagina del libro.

Il credo comunista (per molti aspetti eretico e critico, non privo di “sfumature” ironiche) potrebbe dare una spiegazione a quella che, ad una prima analisi, sembrerebbe una concezione materialistica della vita, anche se, più che di materialismo, nel caso di Di Ruscio, si potrebbe parlare di “umanismo” inteso come profondo amore per la terra, gli animali e la natura. In una piccola ma significativa parte del libro, uno dei motivi di disprezzo per gli individui votati al credo fascista, si identifica proprio nel loro rispetto per simboli e bandiere, che contrasta spaventosamente con l’incuria nei confronti dell’essere umano.

Il “romanzo poco romanzesco” dell’autore marchigiano è uno dei numerosi esempi di una letteratura, forse ancora poco conosciuta dal grande pubblico, che descrive il volto di un’Italia antica, ancora rurale, semplice e povera, in cui la vita degli uomini era scandita dallo scorrere delle stagioni. Cristi polverizzati, come afferma anche Emanuele Zinato nella postfazione, è una testimonianza delle passioni, dei comportamenti, della mentalità e dello stile di vita degli italiani negli anni del secondo conflitto Mondiale e soprattutto nel decennio successivo. Lo sguardo dell’autore si focalizza soprattutto sugli anni Cinquanta proprio perché è questo il decennio che rappresenta il passaggio dall’Italia rurale a quella del boom degli anni Sessanta, dei nuovi consumi e costumi, passando per gli anni Settanta e Ottanta per poi arrivare alla complessità e alle contraddizioni che dominano la società attuale.

L’Italia delle campagne e delle tradizioni, del fervore religioso e cattolico, della superstizione e perfino della magia, era la stessa in cui ogni paese, villaggio, aveva il proprio dialetto, quel dialetto detestato dal maestro del piccolo Luigi e che l’autore invece sente come una parte fondamentale della propria storia e che gli ricorderà per sempre la figura dell’amatissima nonna Cristina:

Mia nonna parlerà sempre il dialetto della sua infanzia, fuggì dal paese con il suo primo amore, custodirà gelosamente il proprio dialetto mentre nel paese spariva, quando ritorno per le ferie mi accorgo sempre di più che quel dialetto dell’infanzia ormai lo parlo io da solo. (Op. cit. , pag 40)

 

Il contrasto in queste poche righe viene acutizzato dal fatto che Di Ruscio, al contrario di coloro che sono nati e cresciuti nella penisola, è emigrato da moltissimi anni in Norvegia e sembra paradossale che sia l’unico a cercare di conservare il dialetto della terra d’origine.

Il dialetto, ma anche ogni tipo di linguaggio “straziato”, deformato dal dolore e dalla follia (e ritorna l’eco di Amelia Rosselli e di altri grandi poeti come Dino Campana, autore al quale Di Ruscio si sente molto vicino), comunque diverso dall’italiano illustre tanto amato dal maestro, diventerà l’unico in grado di urlare la verità, l’unico a non utilizzare stratagemmi per camuffare la vera natura delle cose. Se la lingua aulica si identifica con quella degli “oppressori” (o meglio dei mistificatori) occorrerà, secondo l’autore, cercare una scrittura “difficile”, lontana da quella istituzionale, che faccia in modo che, non gli storici o i politici, ma i poeti e coloro che hanno vissuto in prima persona gli orrori e le ingiustizie delle guerre e delle dittature, possano descrivere la realtà vera degli avvenimenti e far sì che la poesia serva a svelare gli orrori di quelle che Di Ruscio chiama “le biografie altrui”. La scrittura e la lingua, la prosa, ma soprattutto la poesia devono testimoniare le ingiustizie, svelare le reazioni individuali agli avvenimenti storici, da parte di chiunque abbia voglia di contribuire.

La mancanza di affinità fra l’autore e quelle che egli stesso definisce le cose facili, non senza molta ironia e un velato ma presente autocompiacimento, verrà spiegata dal poeta stesso prendendo come esempi due autori: l’amato Carlo Emilio Gadda e la detestata Renata Viganò:

(…) Io avevo cercato di leggere L’Agnese va a morire, ma devo confessare che non ci capivo niente (…) Quando sono davanti alla cosa che tutti dicono facile penso subito che deve esserci un mistero sotto, la cosa non può essere così cretina (…) Insomma in quel periodo mi sembrava più chiaro Gadda e mi ripetevo spesso: tendo ad una brutale deformazione dei temi che il destino s’è creduto di propormi come forme e come obbietti: come paragrafi immoti della sapiente legge… io, che di tutti gli scrittori d’Italia antichi e moderni sono quello che possiede più comodini da notte. Insomma devo confessare, con vergogna, che queste erano le cose che mi sembravano estremamente chiare e il resto era un caos di enigmi impenetrabili (…). (Op. Cit. pag 154)   




Luigi Di Ruscio


Nel corso dell’opera Di Ruscio, fra numerose analessi, prolessi, aneddoti e immagini che sembrano nascere e repentinamente morire dalla memoria, traccia le tappe salienti della sua biografia e la storia della sua terra, dei personaggi incontrati durante i suoi numerosi viaggi alla ricerca di lavori sempre umili, delle collaborazioni, delle amicizie e degli scontri con altri intellettuali, delle donne e degli amori, degli ostacoli e dei pregiudizi da dover superare per poter realizzare il sogno di diventare poeta.

Come si è detto sopra, è interessante nella storia dell’autore, il rapporto di simbiosi quasi totale intrattenuto dal piccolo Luigi e dai suoi amici con la natura e, allo stesso tempo, la descrizione riguardante gli anni della Seconda Guerra Mondiale: l’autore ricorda quello di guerra come un periodo stranamente tranquillo e sereno, anche se ad un tratto ammette che l’umanità era diventata più seria, nessuno cantava più, solo l’altoparlante della casa del fascio rionale cantava dalla mattina alla sera canzoni patriottiche (…) e poi aggiunge ironicamente (…) L’altoparlante l’avevano messo evidentemente perché cantasse per tutti (…) (Op. cit. pag. 37). Quello della guerra è ricordato come un tempo in cui i bambini come lui, senza nessuna proibizione o barriera, facilitati dall’assenza di controlli da parte degli uomini al fronte, vedevano sbocciare di fronte ai loro occhi una natura dai colori violenti, abbondanza di fiori e frutti che, trascurati dalla mano dei contadini, crescevano spontaneamente e in tutto il loro reale splendore.

Il pane e la pasta mancavano, ma scomparve l’olio di ricino e nel suo paese non ci furono mai bombardamenti, ma solo il capovolgimento di due camion, uno pieno di uova[3] e l’altro di cocomeri. La guerra si identifica paradossalmente con la libertà selvaggia e la fecondità, la pulizia data dai numerosi bagni nel fiume, la capacità e la volontà dei bambini di mangiare tutta la frutta a disposizione, ma anche i fiori, le erbe, le cortecce degli alberi. Nella prima parte di questo libro i piccoli corpi dei bambini sembrano tabule rase, testimonianze genuine di una sete di conoscenza tale da trasformare la pelle, le mani, la pancia in materiali su cui “sperimentare” davvero la natura, gli oggetti di uso quotidiano, la vita stessa, la dimensione totale delle piccole esperienze di ogni giorno, esperienze vissute e ricordate dall’autore con una gioia talmente viva da fargli dichiarare con fierezza: Godevo tutto (Op. cit. pag. 39).

 

Cesare Garboli nella prefazione a La Storia di Elsa Morante nota quanto anche la scrittrice, come Luigi Di Ruscio, dia un’immagine del periodo della guerra complessivamente “positiva” (nonostante l’iniziale terribile violenza ai danni di Ida) rispetto agli avvenimenti dolorosi che, anni dopo la fine del conflitto, chiuderanno il romanzo.

Di Ruscio spiega che la decisione di intraprendere la carriera poetica nasce verso i quindici anni, dopo la lettura di Ossi di seppia; egli inoltre afferma che non si nasce, ma si diventa poeti approfittando di quelle che l’autore chiama le smagliature della rete metallica, o, come dichiara a pagina 74 (…) Non sono un poeta nato ci sono diventato a furia di calci in culo.

L’autore nel corso della sua adolescenza e giovinezza, soprattutto durante il periodo bolognese, legge numerosissime opere di Eugenio Montale, Salvatore Quasimodo, Cesare Pavese, Elio Vittorini, Dino Campana, Umberto Saba, ma anche Dante Alighieri, Francesco Petrarca, Giacomo Leopardi, Giosuè Carducci, Tommaso Campanella e Giordano Bruno. Di Ruscio legge anche autori stranieri come Rimbaud, Pascal e Balzac, comincia ad amare i versi di Belli e tutti gli autori in cui (…) il momento del riso è straziante, da Cervantes a Chaplin (…) (Op. cit. pag. 97), conosce, inoltre, un piccolo editore milanese, Arturo Schwarz, per il quale pubblica la prima raccolta di versi Non possiamo abituarci a morire, presentato da Franco Fortini, che, anche a detta dell’autore stesso fu il critico che lo “battezzò” a poeta. Il periodo bolognese è anche quello dell’ingresso nel Partito Comunista e della partecipazione alle riunioni, in cui Di Ruscio non manca di descrivere tutte le contraddizioni riscontrate nell’ambiente politico di sinistra di quegli anni (e degli anni a venire).

 

Il poeta marchigiano negli anni Cinquanta viene anche insignito del premio dell’Unità dell’edizione genovese, per volontà di una giuria presieduta da Salvatore Quasimodo.

Dopo il breve periodo trascorso in Svizzera iniziano i viaggi con Moscatritata e la Carola che, insieme alla “magica” Palmira, rappresenta un esempio perfetto del tipo di donna amato e inseguito da Di Ruscio: non particolarmente bella, né intelligente o ambiziosa, ma umile, spontanea, passionale e per questo meno restia ad accettare le attenzioni di un poeta un po’ “disgraziato”, come Di Ruscio stesso si definisce. E all’amico Mannucci, che lo soprannomina “il poeta delle serve”, l’autore risponde dopo molti anni, ma direttamente, come se lo avesse di fronte:

(…) Guarda Mannucci (…) se vado a serve non è per un principio classista o per questioni evangeliche, non è che dico solo le ultime arriveranno prime al mio cazzo (…) ma essendo e non già biologicamente, ma proprio socialmente declassato, non vengono con me le ragazze delle magistrali che sono anche bone, ma ragazze un po’ disgraziate e anche per varie disgrazie sociali molto adoperate (…).

Luigi Di Ruscio e il suo affetto per le prostitute e le ragazze che gli altri considerano solo serve, fa pensare ai versi di “Rimorchio”, una poesia di Charles Bukowski: le donne che gli altri uomini non vogliono noi le amiamo.[4]

 

Nel 1957 l’autore si trasferisce definitivamente ad Oslo, conosce Mary, la donna che sposerà e alla quale dedicherà il lavoro in prosa Le mitologie di Mary (Lietocolle, 2004) e trova lavoro in una fabbrica metallurgica distante qualche chilometro dalla propria abitazione. Ha sempre continuato la sua attività di poeta, ha pubblicato numerose raccolte come Le streghe si arrotano le dentiere, con prefazione di Salvatore Quasimodo ed edito da Marotta nel 1966, Istruzioni per l’uso della repressione (Savelli, 1980), Firmum (peQuod, 1999), l’autoantologia Poesie operaie (Ediesse, 2007) e L’Iddio irridente (Zona, 2008).

Luigi Di Ruscio percorre da trentasette anni ogni mattina la strada che separa la casa dalla fabbrica in bicicletta, sfidando la stanchezza e le gelide temperature della terra norvegese… anche nell’opera di cui si è appena parlato egli non manca mai di esprimere il suo più grande desiderio, quello di trovare un’occupazione qualsiasi che però potesse per sempre permettergli di esercitare il “mestiere” di poeta. Soprattutto per aver compiuto queste scelte di vita e non solo per aver dimostrato di possedere uno stile e un linguaggio comprensibili, ma allo stesso tempo originali e propri, Luigi Di Ruscio rappresenta un esempio di coerenza: quella di chi ha scelto di non scindere la letteratura, gli ideali e la vita.

 

 

 


 

[1]  A. Cortellessa, op. cit., pag VIII.

 

[2]  Anche se, come fa intendere lo stesso critico, il problema, per quanto riguarda uno scrittore come Di Ruscio, non si presenta tanto a posteriori, in sede di lettura, quanto nella nolontà da parte degli editori di pubblicare testi così particolari.

 

[3]  (…) e fu la più grande frittata di tutta la seconda guerra mondiale (…). (Op. cit. pag 37)

 

[4]  In I cavalli non scommettono sugli uomini (e neanche io), H.C.Bukowski.

 

 




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