TRADUCENDO MONDI
VITA PROFESSIONALE
Il posto giusto per la ‘lavoratrice invisibile’


      
La condizione normale di lavoro di un traduttore in Italia, oltre a scontare mancanze di riconoscimento a livello sociale ed economico, costringe alla solitudine, a un’assenza di rapporti. Adesso la Rete almeno parzialmente riesce a rompere questo isolamento. Ma è sufficiente andare all’estero, a Barcellona o a Berlino, per rendersi conto che si può lavorare tranquillamente in caffè e altri locali pubblici, tutti dotati di connessione wireless. E avere la sensazione gratificante e liberatoria di fare parte di un nuovo scenario urbano, fuori dal ridotto delle mura domestiche.
      



      

di Elena Doria 

 

 

Professione TRADUTTRICE. Proprio così, tutto maiuscolo, c’è sulla mia carta d’identità. L’impiegata del Municipio quando mi dichiarai sgranò gli occhi: “Come traduttrice?! Mettiamo traduttrice?” – “Sono dieci anni che mi guadagno il pane così, Lei che dice? Possiamo metterlo, no?”. E così è stato.

Dell’invisibilità del nostro mestiere si parla da tempo. Fattore necessario da un lato e condanna, quasi, dall’altro; all’invisibilità, che è o dovrebbe esser parte dell’arte, si aggiunge l’assenza di riconoscimento sul piano economico e sociale del lavoro che svolgiamo.

In questa sede vorrei concentrarmi, lasciando da parte la questione prettamente economica, sulla visibilità sociale della nostra professione.

Come rendere visibile la lavoratrice invisibile e cosa vuol dire, nel nostro caso, il posto di lavoro?

Intanto penso che dovremmo fare uno sforzo e allargare il nostro condominio o meglio uscirne e collocarci dentro una categoria più ampia di lavoratori e lavoratrici.

Siamo lavoratrici della conoscenza, knowledge workers, KopfarbeiterInnen, inserite e legate a doppio filo alla società dell’informazione, alla tecnologia offerta dai computer e a quella sfera che genericamente viene definita creativa.

Siamo lavoratrici autonome di seconda generazione altrimenti dette freelance o atipiche, perché non rientriamo in un ordine professionale.

Il capitale di cui disponiamo è il sapere acquisito in anni di studio, non necessariamente accademico; non mi è dato sapere di altro capitale, eppure ci mettiamo sul mercato come fossimo un’impresa, che in genere può avvalersi di ben altre risorse, con poca o quasi nulla intermediazione, e non per finire all’interno di strutture lavorative organizzate e fisse. Siamo autonome.

È noto che non solo le traduttrici e i traduttori vivono questa condizione.

Ci sono anche i formatori, i consulenti, le informatiche, i creativi di ogni ordine e grado.




Nelle grandi città europee si lavora o si studia normalmente in un locale pubblico


Fatta questa premessa eccomi al punto: qual è il posto di lavoro della lavoratrice invisibile?

La casa; la traduttrice predilige le mura domestiche, e il posto di lavoro, in quanto tale, è dato dal computer di fronte al quale siede per molte ore al giorno.

La solitudine, l’assenza di rapporti sociali diretti in cui operare, è la caratteristica principale del lavoro di chi traduce.

La Rete è riuscita in parte a rompere quest’isolamento con le mailing list dedicate, le piattaforme per dibattiti, i blog, twitter, facebook e altro ancora.

La realtà virtuale ha rotto il silenzio in cui abbiamo lavorato per anni.

Ma basta la Rete a rendere visibile la lavoratrice invisibile?

 

Quest’estate ho impacchettato i computer portatili e con la mia famiglia sono partita alla volta di due grandi città europee: Barcellona prima e Berlino dopo. Non in vacanza, ovviamente. Diciamo: mi sono dislocata. Sono andata ad abitare in appartamenti sprovvisti di connessione internet, addirittura senza linea telefonica.

A Barcellona mi recavo tutte le mattine a L’Aroma, un caffè sotto casa, nella Travessera de Gràçia, angolo Carrer dels Xiquets de Valls. Una sala grande con tavolini piccoli, fresca, aperta ai rumori della città e con buona musica di sottofondo. Come in quasi tutti i locali pubblici catalani si può fumare, e a me fumatrice accanita, non ha dato fastidio. Le ragazze e i ragazzi che servono ai tavoli sono gentilissimi, mai invadenti. È un bar, si beve caffè, caffè macchiato, caffè lungo, caffè corretto, sempre ottimo, ma oltre ai cornetti non si riesce a mettere molto sotto i denti.

L’Aroma è un W-Lan caffè. Ai tavolini sono seduti anche avventori normali, che leggono il giornale, fanno una pausa o incontrano un amico, ma perlopiù il posto è frequentato da persone che arrivano con un portatile in borsa. Si siedono, attaccano la spina a una delle tante prese disponibili, digitano la password messa a disposizione dal locale e voilà, sono in rete.

Sono andata per circa tre settimane a L’Aroma e non ho lavorato più di quattro/cinque ore al giorno. Mai stata così produttiva, tanto che a luglio ho guadagnato una fortuna (considerando i parametri di riferimento del nostro mestiere).

La cosa che mi è piaciuta di più è stata, quando me lo chiedevano, dire chi e cosa sono senza dover aggiungere ulteriori spiegazioni. Non ero affatto originale. Ho conosciuto i vicini e le vicine di “stanza”, ho fatto due chiacchiere soprattutto con una “collega” psicologa, argentina, che veniva a L’Aroma dalle quattro del pomeriggio in poi a rileggere il suo primo romanzo, di prossima pubblicazione.

 

A Berlino, la capitale della bohème digitale, ho frequentato diversi locali: il Pfau nella colorata e affollata Bergmannstrasse di Kreuzberg, il St. Oberholz che si affaccia sulla Rosenthaler Platz e il Cafè Liebling nella Raumerstrasse, entrambi a Prenzlauer Berg, solo per citarne alcuni: infatti, a Berlino, tutti i locali o quasi sono provvisti di W-Lan, di prese di corrente e di caffè, cappuccini, bariste che sembrano principesse, insalate molto biologiche e birra leggera.

Assoluta normalità aprire il portatile in un caffè e mettersi a lavorare o a fare come se fosse, mentre la prole (la mia almeno) passa il pomeriggio a giocare in parchi attrezzatissimi a un tiro di voce e si diverte.

Berlino mon amour, ci vuole poco a sentirsi in ufficio da quelle parti senza aver mai pensato di andarci, in ufficio intendo. Il paradiso per un’atipica se non addirittura precaria italiana come me. A Berlino ho avuto la sensazione di passare per una normalissima signora di mezza età, una quasi sistemata. Solo una traduttrice come tante che lavora con una città intera a un passo, in grado di offrire il meglio per programmi e iniziative culturali e artistiche e di chiedere in cambio nient’altro se non la presenza, la partecipazione fisica a un nuovo scenario urbano che silenzioso si impone ovunque.




Nuove forme di socializzazione e di comunità di lavoro nascono in Europa nei caffè telematici


Penso che per diventare finalmente visibili, i traduttori e le traduttrici dovrebbero fare il passaggio che altrove, in Europa almeno, è già stato fatto: lasciare le mura domestiche e diventare parte del territorio in cui vivono, condividendo spazi pubblici con soggetti che per condizione sono loro simili.

Penso che il posto di lavoro della lavoratrice invisibile possa essere ovunque e che ciò sia un vantaggio non indifferente, che rappresenti un’opportunità in grado di rendere la vita più bella.

 

Credo infine che l’assenza di socialità, di rapporti umani, di scambi emotivi e affettivi sia stato un vuoto che la tecnologia ci permette ora di colmare, a saperla usare fino in fondo. E che questo rappresenti non solo un piacere che ci può essere restituito ma anche una necessità collettiva. Soprattutto adesso, in una fase in cui i tradizionali rapporti di lavoro sono stati stravolti se non del tutto cancellati, credo che noi, parte di una classe più ampia di lavoratrici e lavoratori invisibili, abbiamo la responsabilità di dire e condividere le nostre esperienze.

 

 

 

*  Elena Doria è nata e vive a Roma, dove si è laureata in Lingue e letterature moderne – Germanistica, nel 1996. Abilitata all’insegnamento del tedesco nelle scuole medie superiori, svolge la professione di traduttrice e interprete da oltre 10 anni. Si dedica prevalentemente a testi tecnici, del settore economico e finanziario, per grandi gruppi internazionali; recentemente ha tradotto la biografia di Gerda Taro per la casa editrice DeriveApprodi.

 

 

Bibliografia

 

S. Bologna, Ceti medi senza futuro? Scritti, appunti sul lavoro e altro, Roma, 2007

H. Friebe, S. Lobo, Wir nennen es Arbeit, Die digitale Bohème oder Intelligentes Leben jenseits der Festanstellung, München, 2008

J. Rifkin, La fine del lavoro, Milano, 2002 – trad. di Paolo Canton




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