di Elena Doria
Professione TRADUTTRICE. Proprio
così, tutto maiuscolo, c’è sulla mia carta d’identità. L’impiegata del
Municipio quando mi dichiarai sgranò gli occhi: “Come traduttrice?! Mettiamo
traduttrice?” – “Sono dieci anni che mi guadagno il pane così, Lei che dice?
Possiamo metterlo, no?”. E così è stato.
Dell’invisibilità del nostro mestiere si parla da tempo.
Fattore necessario da un lato e condanna, quasi, dall’altro; all’invisibilità,
che è o dovrebbe esser parte dell’arte, si aggiunge l’assenza di riconoscimento
sul piano economico e sociale del lavoro che svolgiamo.
In questa sede vorrei
concentrarmi, lasciando da parte la questione prettamente economica, sulla
visibilità sociale della nostra professione.
Come rendere visibile la lavoratrice
invisibile e cosa vuol dire, nel nostro caso, il posto di lavoro?
Intanto penso che dovremmo fare
uno sforzo e allargare il nostro condominio o meglio uscirne e collocarci
dentro una categoria più ampia di lavoratori e lavoratrici.
Siamo lavoratrici della conoscenza,
knowledge workers, KopfarbeiterInnen, inserite e legate a doppio
filo alla società dell’informazione, alla tecnologia offerta dai computer e a
quella sfera che genericamente viene definita creativa.
Siamo lavoratrici autonome di
seconda generazione altrimenti dette freelance o atipiche, perché non
rientriamo in un ordine professionale.
Il capitale di cui disponiamo è
il sapere acquisito in anni di studio, non necessariamente accademico; non mi è
dato sapere di altro capitale, eppure ci mettiamo sul mercato come fossimo
un’impresa, che in genere può avvalersi di ben altre risorse, con poca o quasi
nulla intermediazione, e non per finire all’interno di strutture lavorative
organizzate e fisse. Siamo autonome.
È noto che non solo le
traduttrici e i traduttori vivono questa condizione.
Ci sono anche i formatori, i
consulenti, le informatiche, i creativi di ogni ordine e grado.
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Nelle grandi città europee si lavora o si studia normalmente in un locale pubblico
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Fatta questa premessa eccomi al
punto: qual è il posto di lavoro della lavoratrice invisibile?
La casa; la traduttrice predilige le mura domestiche, e il
posto di lavoro, in quanto tale, è dato dal computer di fronte al quale siede
per molte ore al giorno.
La solitudine, l’assenza di
rapporti sociali diretti in cui operare, è la caratteristica principale del
lavoro di chi traduce.
La Rete è riuscita in parte a
rompere quest’isolamento con le mailing list dedicate, le piattaforme per
dibattiti, i blog, twitter, facebook e altro ancora.
La realtà virtuale ha rotto il
silenzio in cui abbiamo lavorato per anni.
Ma basta la Rete a rendere visibile la lavoratrice
invisibile?
Quest’estate ho impacchettato i
computer portatili e con la mia famiglia sono partita alla volta di due grandi
città europee: Barcellona prima e Berlino dopo. Non in vacanza, ovviamente.
Diciamo: mi sono dislocata. Sono andata ad abitare in appartamenti sprovvisti
di connessione internet, addirittura senza linea telefonica.
A Barcellona mi recavo tutte le
mattine a L’Aroma, un caffè sotto casa, nella Travessera de Gràçia, angolo
Carrer dels Xiquets de Valls. Una sala grande con tavolini piccoli, fresca,
aperta ai rumori della città e con buona musica di sottofondo. Come in quasi
tutti i locali pubblici catalani si può fumare, e a me fumatrice accanita, non
ha dato fastidio. Le ragazze e i ragazzi che servono ai tavoli sono
gentilissimi, mai invadenti. È un bar, si beve caffè, caffè macchiato, caffè
lungo, caffè corretto, sempre ottimo, ma oltre ai cornetti non si riesce a
mettere molto sotto i denti.
L’Aroma è un W-Lan caffè. Ai
tavolini sono seduti anche avventori normali, che leggono il giornale, fanno
una pausa o incontrano un amico, ma perlopiù il posto è frequentato da persone
che arrivano con un portatile in borsa. Si siedono, attaccano la spina a una
delle tante prese disponibili, digitano la password messa a disposizione dal
locale e voilà, sono in rete.
Sono andata per circa tre
settimane a L’Aroma e non ho lavorato più di quattro/cinque ore al giorno. Mai
stata così produttiva, tanto che a luglio ho guadagnato una fortuna
(considerando i parametri di riferimento del nostro mestiere).
La cosa che mi è piaciuta di più
è stata, quando me lo chiedevano, dire chi e cosa sono senza dover aggiungere
ulteriori spiegazioni. Non ero affatto originale. Ho conosciuto i vicini e le
vicine di “stanza”, ho fatto due chiacchiere soprattutto con una “collega”
psicologa, argentina, che veniva a L’Aroma dalle quattro del pomeriggio in poi
a rileggere il suo primo romanzo, di prossima pubblicazione.
A Berlino, la capitale della bohème
digitale, ho frequentato diversi locali: il Pfau nella colorata e affollata
Bergmannstrasse di Kreuzberg, il St. Oberholz che si affaccia sulla Rosenthaler
Platz e il Cafè Liebling nella Raumerstrasse, entrambi a Prenzlauer Berg, solo
per citarne alcuni: infatti, a Berlino, tutti i locali o quasi sono provvisti
di W-Lan, di prese di corrente e di caffè, cappuccini, bariste che sembrano
principesse, insalate molto biologiche e birra leggera.
Assoluta normalità aprire il
portatile in un caffè e mettersi a lavorare o a fare come se fosse, mentre la
prole (la mia almeno) passa il pomeriggio a giocare in parchi attrezzatissimi a
un tiro di voce e si diverte.
Berlino mon amour, ci
vuole poco a sentirsi in ufficio da quelle parti senza aver mai pensato di
andarci, in ufficio intendo. Il paradiso per un’atipica se non
addirittura precaria italiana come me. A Berlino ho avuto la sensazione
di passare per una normalissima signora di mezza età, una quasi sistemata. Solo
una traduttrice come tante che lavora con una città intera a un passo, in grado
di offrire il meglio per programmi e iniziative culturali e artistiche e di
chiedere in cambio nient’altro se non la presenza, la partecipazione fisica a
un nuovo scenario urbano che silenzioso si impone ovunque.
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Nuove forme di socializzazione e di comunità di lavoro nascono in Europa nei caffè telematici
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Penso che per diventare
finalmente visibili, i traduttori e le traduttrici dovrebbero fare il passaggio
che altrove, in Europa almeno, è già stato fatto: lasciare le mura domestiche e
diventare parte del territorio in cui vivono, condividendo spazi pubblici con
soggetti che per condizione sono loro simili.
Penso che il posto di lavoro
della lavoratrice invisibile possa essere ovunque e che ciò sia un
vantaggio non indifferente, che rappresenti un’opportunità in grado di rendere
la vita più bella.
Credo infine che l’assenza di
socialità, di rapporti umani, di scambi emotivi e affettivi sia stato un vuoto
che la tecnologia ci permette ora di colmare, a saperla usare fino in fondo. E
che questo rappresenti non solo un piacere che ci può essere restituito ma
anche una necessità collettiva. Soprattutto adesso, in una fase in cui i
tradizionali rapporti di lavoro sono stati stravolti se non del tutto
cancellati, credo che noi, parte di una classe più ampia di lavoratrici e
lavoratori invisibili, abbiamo la responsabilità di dire e condividere le
nostre esperienze.
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Elena
Doria è nata e vive a Roma, dove si è
laureata in Lingue e letterature moderne – Germanistica, nel 1996. Abilitata
all’insegnamento del tedesco nelle scuole medie superiori, svolge la
professione di traduttrice e interprete da oltre 10 anni. Si dedica prevalentemente
a testi tecnici, del settore economico e finanziario, per grandi gruppi
internazionali; recentemente ha tradotto la biografia di Gerda Taro per la casa
editrice DeriveApprodi.
Bibliografia
S.
Bologna, Ceti medi senza futuro? Scritti, appunti sul lavoro e altro,
Roma, 2007
H. Friebe, S. Lobo, Wir nennen es Arbeit, Die
digitale Bohème oder Intelligentes Leben jenseits der Festanstellung,
München, 2008
J.
Rifkin, La fine del lavoro, Milano, 2002 – trad. di Paolo Canton
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