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di Marzio Pieri
PLACE VENDôME
D’Annunzio: “Dal più bel verso scaturisce la più bella musica”
Puccini: “... piove da giorni e non mi sento bene...”
Sulla enigmatica piazza (perché
l’ho scelta? in una città che non ho mai visto, se non al cinematografo; e che
ho rinunciato a vedere; sul mio funebre sasso, quando sarà per essere, non
credo debba poi mancare molto, andrebbe inciso un volto con orecchie enormi, un
naso pronunciato, e gli occhi chiusi: o nulli) scendono ormai irrevocabili i
segni umidi, le foglie sporche, dell’ultima stagione dell’anno. La sua
puntualità ci rassicura. Ho memoria di un tempo che mi chinavo, a volte, a
raccattare, per conservarle in una tasca, in una cartella, un libro di normali
dimensioni non pareva sarebbe bastato, delle enormi foglie a ventola, cadute
fra altre meno osservabili. Erano come gioielli d’una decaduta, d’una perduta
per distacco arborescenza. Goethe Leonardo Klee ci avrebbero fatto delle
riflessioni magiche, scientifiche, gestaltiche, profondissime; quelle cose che
graffiano (che d’un graffio arricchiscono) la materia cerebrale dell’universo
storico. Io potevo solo meravigliarmene. Non ho un forte tasso di scientificità
nel guazzabuglio del mio pensiero, mi manca il sale delle matematiche. Il mio
pensiero è pensato da altro, che non saprò mai perché, a sua intera
discrezione, ogni tanto decide (è capriccio, io credo) di pensarsi in me;
quando sono in un coma profondo, a volte prilla e guizza come un fatuo
falòtico. Si accorda alla immagine di quella foglia-mano che chiudo per non
ritrovarla. Ė molto tempo che non ne rivedo, in veritate rei.
Dovevo scrivere in rei veritate, secondo la formula, ma qualcosa mi ha
trattenuto: Minerva mi ha tirato per i capelli? l’angelo del Signore, con
biblica violenza, mi ha fermato il braccio? Il p.c. aveva scritto anzi ‘il bracco’.
Se lo seguivo, così, dove potevo andare a parare.
Era d’estate quando mi venne di
ricordare, ai lettori di Dedalus, il bel libro su Puccini di Enzo
Siciliano. Puccini non sta bene nei libri. Il centenario della nascita ne
produsse i primi affidabili e portatori di un nuovo giudizio meno viscerale,
nel male o nel bene. In Italia il monumento all’epistolario, edito da Ricordi,
cura di Eugenio Gara (e Raffaele Végeto e Mario
Morini), che donatomi da mio padre per i miei diciotto anni valse anche per me
un passaggio alla più motivata considerazione di quell’uomo davvero di taglia
anche intellettuale, per un italiano, insolita. Non sempre l’intelletto è mosso
dalla logica, negli artisti piuttosto da una loro idea di bellezza o di
compassione. Alla fine, di quei tempi, chi ci resta? D’Annunzio, per un’arte
meravigliosamente da museo. Marinetti, per il fuoco che lo divorava; direi per
la sua onestà. Buono come il pane. D’Annunzio ha la crudeltà irriflessa della
Natura. Pirandello, un Mahler siciliano (i Giganti della montagna sono la sua
Ottava sinfonia, detta ‘dei Mille’; suonatori, non i Garibaldini), o lo strazio
della schizofrenia. E Puccini. Dunque il Museo, lo Stadio, il Cimitero, e (in
Puccini) una antropologia delle lacrime. Non credo che Puccini, una volta
esaurito il suo ciclo, ‘rinascerà’¸ ma se dovesse essere, sarebbe nella Francia
che finora meno gli è stata obbligata. Congiungendosi al ‘vero’ delle lacrime
barocche (da Lully a Puccini, sarebbe sempre una franca Toscana). Insieme con
l’epistolario (e in appoggio ad eventi di forte peso interpretativo, la Tosca di de Sabata, con la Callas e Gobbi, il sensuale Di Stefano, la Madame Butterfly di Karajan, con la Callas e l’androgino Gedda, per stare ai
dischi; la Fanciulla del West fiorentina di Mitropoulos, compagni
di spedizione Ardengo Soffici e Malaparte,
un Del Monaco in stato di grazia in gara col Caruso originale), usciva il celebre libro di Mosco
Carner, austrobritannico, e innamorato di Berg; Puccini al vaglio della
psicanalisi. Più modesto, meno rivelatore, ma squisitamente personale, il
Puccini di Claudio Sartori, più noto per la sua eccezionale erudizione
musicologica che per dedizione alla critica; eppure la lettura di quel libro
lasciava un segno. Senza precedenti la sua elezione della povera Suor
Angelica a opera-icona del teatro pucciniano. Poi è subentrata la
musicologia cattedratica, non uno tsunami ma un calduccino umido che sfibra e
non lascia tracce.
Ma è qui, in una collana dalla deliziosa legatura, kitchissima, in custodia, di
biografie di italiani illustri, che scattò l’offerta di Siciliano. La collana
(della quale si durò poi a lungo a scovare sui muricciuoli i volumi spaiati)
era diretta da Indro Montanelli e, come Montanelli, aveva molto di rétro. Così
Puccini ha la compagnia di Italiani
come Cagliostro Casanova Cafiero (i magnifici C), Boccaccio Tiziano Leopardi
Galla Placidia e Nino Bixio, forse come rappresentanti, questi ultimi,
dell’elemento maschile in baffi e di quello femminile in cimbali. I libri più
belli sono il Leopardi di Iris (leggi: àiris) Cutting Origo, marchesana di Val
d’Orcia, il Tiziano del grande Neri Pozza, e il Puccini dello scrittore romano.
Chi ha memoria di simili galeazze editoriali, facile si sposti a prima
dell’ultima guerra (‘ma di che sta parlando’) e avverta che vi manca un
personaggio collante, che di solito era stato Mussolini. A tentare una
redistribuzione a coppie (sulla piazza autunnale viene voglia di gioco...) si
potrebbero mettere i burattini appaiati così:
Cagliostro & Casanova (l’Avventuriero)
Boccaccio
& Tiziano (l’Artista)
Leopardi
& Galla Placidia (Dalla Terra alla
Luna)
Nino
Bixio & Cafiero (il Forcaiolo
e l’Anarchico ‘Au Grand Coeur’)
o magari così:
Casanova & Boccaccio (l’Invenzione del Vero)
Cagliostro
& Nino Bixio (Balocchi & Profumi)
Tiziano
& Galla Placidia (La Morte e
la Bellezza)
Leopardi
& Cafiero (la Colpa è di Rousseau...)
Vedete bene che Puccini balla da
solo, fra i magnifici nove.
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Giacomo Puccini
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Per Siciliano, avrebbe potuto
ballare con Pasolini, ma la bella Vita
di Pasolini di Siciliano sarebbe uscita solo due anni dopo, per lo
stesso editore ma (comprensibilmente) senza Montanelli. Il Puccini apparve a
stampa nel novembre del 1976, un anno esatto dopo quel ‘giorno dei morti’ in
cui lo scrittore friulano si era lasciato assassinare.
Credo per questo patto
‘sentimentale’ con Pasolini, un critico e antologista ‘ufficiale’ dell’ultima
Italia ‘di sinistra’, fortissimamente fortiniano (quanto mi manca un Bruno,
Bruno Giordano l’Arso Disaccademico, che ne facesse staccare dal fondo la
gigantesca pedantescherìa) me ne scrisse, di Siciliano, (si era ai primi anni
80, incalzante riflusso): ‘il buffone Siciliano’. E io me ne sentii il rossore
in faccia, quasi l’offesa fosse per me, come quando mi trovai a leggere, di Fedele
D’Amico: ‘il pagliaccio Leibowitz...’; fortuna che amo Pagliacci,
l’opera greca di Leoncavallo, ed io stesso mi sento un poco clown. Stiano bene
stretti nelle loro toghe, nelle loro tonache i sapienti ma non savii
fustigatori. Lo stesso il Padre Pozzi, il dotto ticinese, quasi a minaccia: il
buffone Renucci. Paul Renucci spaziava da Marino a Pirandello; e fra i suoi
allievi riconoscenti è la più colta e intelligente studiosa, in Europa, del
Cavalier Marino, Marie-France Tristan, moglie di uno dei grandi scrittori di
Francia, Frédérick. Ma un bel libro di lui, fatto tradurre in italiano da
Maurizio Cecchetti per Medusa, è stato lasciato sulle panche di libreria, dai
nostri ormai scuriositi lettori.
Fui amico per poco tempo di
Siciliano. Bertolucci, avutolo non da me (che non lo conoscevo, di persona, e
mai avrei osato prendere l’iniziativa di disturbare il poeta a me caro della Capanna
indiana), gli aveva di sorpresa dato da recensire un mio libro, anche
da me inaspettato, su Verdi. Furono pochi anni che guardavo come miracolosi
(allora; tutti si paga lo scotto dell’essere giovani; guardavo alla letteratura
come a un mondo di soli eletti, del quale non riuscivo a sentirmi degno); vidi
nascere la Camera da letto, la grande epica familiare di Attilio,
covandola quasi fosse una mia figliuola: mai avrei creduto che avrebbero potuto
chiudere la bara su quel grande, scrivendoci sopra: ‘citatiano minore, di
provincia’. Collaborai agli ultimi numeri dei “Nuovi argomenti” seconda serie,
editore Garzanti, dove (morto Pasolini) erano Bertolucci-Siciliano-Moravia a
suonare in magnifico trio; ai primi fascicoli dei nuovi “Nuovi Argomenti”,
terza serie, passata a Mondadori, e dove sul trio (confermato in effigie)
prevaleva la mano del pianista, Siciliano appunto. Che nel frattempo aveva
insistito per incontrarmi (mi aspettava a Mantova, dove metteva in scena la sua
Rosa pazza e disperata); dovetti disdire un invito che avevo avuto da
Virginio Marchi, uno dei grandi amici di Bertolucci a Parma (ne pubblicò
in tiratura limitata ‘per gli amici’ un canto del romanzo in versi prima ancóra
che il poeta avesse risolto i suoi dubbî tormentosi; e deliziosi; sul
pubblicarlo o meno) e, sia detto a mia fotografia crudele, io non mi rendevo
affatto conto dell’onore ‘locale’ che questo invito comportava per me. So che,
quando, dopo quell’appuntamento mancato (sento ancóra la cara voce di Virginio
al telefono: “non si preoccupi, dottore... anche Siciliano è stato tante volte
da noi...”), fui finalmente una sera fra gli amici nel bel palazzo Marchi, vi
credetti trovare la Parma delle favole: in un salottino colmo di libri da vero
bibliofilo, si cantò tutta sera, Marcello Conati verdiano al pianoforte, la sua
moglie d’allora, una straordinaria mula triestina, in teatro faceva Turandot,
prodigando le sue virtù sopranili, io col mio vocino di grillo trascinato
dall’onda di musiche troppo amate per sapervi resistere, il ‘tormentone’ del
canone del Nabucco (‘S’appressan gl’istanti ...’) cantato in coro da tutta la
stanza, il clou della serata fu quando venne eseguito, da quella Callas minore
(almeno nel temperamento, nell’ardente fraseggio) e da Virginio con le lacrime
agli occhi, il duetto di Paolo & Francesca. Non mi ero reso mai conto
(eppure avevo pur visto tante volte Casa Ricordi, l’Italian Opera Show
di Carmine Gallone, gloria dei primi italici tardivi technicolor, che sulle
note, al piano, di quel duetto scioglieva la sua ultima bobina) che, per molti,
davvero l’avventura dell’Opera italiana, cominciata col Barbiere di Siviglia,
era finita in quell’opera che voleva congiungere Dante, Gabriele d’Annunzio e
Zandonai. (Ossia: un pre-italiano; un italiano-troppo italiano; e un nato
suddito, come Segantini, dell’impero austroungarico).
Ho molto amato Virginio Marchi;
un uomo raro, un intellettuale posato e arguto; una delle tre o quattro persone
di Parma, in trent’anni che ci ho abitato, che mi fece vedere un viso d’amico.
Lì sei sempre uno straniero, grazie a Dio. Fu, del resto, un rapporto breve.
Era morta una cara parente di Bertolucci e ci trovammo alla Villetta, il
cimitero della città (vi accolsero, dopo crudele attesa, le ossa di Paganini,
sepolte per volontà del vescovo di Nizza in terra sconsacrata). Mi chiese del
mio lavoro; stavo scrivendo un altro Verdi (che mi era più estraneo del primo,
si trattava di una commissione, quasi nulla pagata, non di una ispirazione),
scambiammo qualche pensiero sul Falstaff. Era fatta già sera. Al risveglio,
leggemmo sulla gazzetta che il grande signore parmigiano era morto di colpo,
quella notte. A me sono sempre accadute cose eccessive, si lamentò una volta un
altro musicista del quale mi sono occupato, il veneziano Gianfrancesco
Malipiero.
Anche con Siciliano il rapporto
durò poco. Non ebbi più inviti a “Nuovi argomenti”. Mi aveva commissionato una
scheda sullo stato del romanzo in Italia all’esordio degli Ottanta. Aveva un
poco premuto a favore di un romanzo che si chiamava La felicità coniugale.
Anche su Wikipedia dicono: gli piaceva fare il talent-scout. Ma avevo fatto
orecchi di mercante. Lo avevo seguìto volentieri nel lancio di una specie
di (furbo, finto) selvaggio della Val di Serchio, che mi perseguitava con
pìstole d’erotomane che era, sbavando per mie da lui pretese conquiste
femminili fra le studentesse. Ahimè di quanto s’ingannava ! son sempre stato
poco professore, mai mi lasciai tentare da quelle conquiste coatte. Una mutanda
per un ventisette, che gusto ci sarà. Una volta ‘si lasciò’, l’Uttagori da
Lukka, con una signora che conoscevamo e della quale aveva ‘montato’ le grazie.
Mi scrisse irato e laido elencandomi i giochi al lume di lampadina che
più la beavano, povera gioia, e io cosa volete che facessi? Ruppi i rapporti
con lui. Ogni tanto si dà aria alle stanze.
La rottura con Siciliano credo
fosse causata da un malinteso: il saggerello (era la mia fase gaddesca,
ultrarbasiniana ― pensare che
il Corsera tentò dipingermi come nemico di Arbasino; un vero foglio da
cesso, disinformato disinformante) aveva pronunciato, di Moravia: “uno
scrittore che gli italiani non si sarebbero nemmeno meritato”. Io volevo dire:
uno scrittore la cui forza sfugge alla tradizione italiana, alla linea
Boccaccio-D’Annunzio quanto a quella Manzoni-Novecento (ahi cruda veritade).
Sempre diedi il massimo risalto al fatto che Moravia tentasse d’essere una
specie di Sartre italiano (non era impresa da poco, per chi non si contentasse
d’una facile traduzione ma d’un difficile, riottoso innesto) e, anche, al fatto
che in compenso il Sartre filosofo-romanziere, come romanziere non ci avrebbe
per nulla scapitato ad andare a lezione dal nostro. La Ciociara è imperdonabile ma La mascherata, Il disprezzo, La vita
interiore sono opere che vanno ben oltre la loro singolare riuscita.
Siciliano capì l’opposto? Per uno che frequentava la vulgata freudiana come
lui, non sarebbe stato difficile, volendo, sospettare che quel non capire
nasceva da un desiderio inespresso di cui non sta a me giudicare.
Non ho mai distinto fra scrittori
‘bravi’ (quelli che mi apprezzano o favoriscono) e scrittori ‘cattivi’ (tutti
gli altri). Direi che non mi interesso tanto. Questo incidente sul lavoro non
mi mise alla disperazione ma è fra i dispiaceri che ho tenuto a lungo in un
borsello chiuso. Perché io seguitai ad apprezzare l’amico defilatosi. La bella
antologia dei racconti italiani (“I Meridiani” Mondadori) mi era parsa
sùbito un libro generoso e necessario, e resto fedele alla prima edizione più
selettiva; ma, come nel caso esemplare delle due diversissime edizioni dei Poeti
d’oggi di Papini e Pancrazi, conviene tenersele dappresso tutte e due. Quando
mi accade di riaprire la prima, mi accorgo che non fa una piega.
Quanto al Puccini,
inaugura un genere: la favola critica; e, come sempre, fabula docet. “Ci
sono uomini in cui la malinconia si incide con evidenza tormentosa, ci sono
uomini segnati, uccelli pigri, albatri e gabbiani, abitatori dello spazio
grigio della vita, languidi nel volo, silenziose lane di piuma. Sono uomini
predestinati che solo il caso fa musicisti invece che pittori o poeti”.
Giacomo Puccini fu di questi (da
una delle finestre della piazza mi séguita ad arrivare il valzerino di
Musetta); e, se sciolgo bene una voce che sembra mossa dal vento nero e dai
rifiuti della giornata, in una sua misura minore ma compiuta, lo fu anche ‘il
mio amico’ Enzo Siciliano.
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