SPAZIO LIBERO
MARCELLO FOIS
La mia Sardegna (così amata
e così spietata)


      
Lo scrittore isolano attraverso i suoi romanzi gialli ci racconta l’atavico sedimento antropologico-culturale di una terra affascinante e crudele dove vigono tuttora arcaiche leggi non scritte, dove ogni fenomeno, anche il più semplice, si spiega con le ‘parabole’, dove i bambini hanno il destino segnato già alla nascita, dove le offese si lavano col sangue e l’onore si riscatta con la morte. Nei suoi libri descrive, inoltre, la realtà feroce delle donne sarde ancora sottomesse e silenti, donne che si lasciano amare passivamente, regalando piacere e ingoiando vergogna e indifferenza.
      



      

di Valeria Pighini

 

 

Sardegna, periferia di Nuoro, anima spietata della Barbagia più profonda. È un giorno qualunque, un giorno come gli altri. Il sole sta tramontando: grosse sbavature rossastre sporcano un cielo velato di nubi dove già le prime stelle fanno timidamente capolino. La città, pigra, riparata dalle braccia accoglienti della vallata panoramica, si prepara per la sera, una sera che è sempre la stessa sera, preludio di una notte che è sempre la stessa notte.

Perché qui in Sardegna, alla periferia di Nuoro, anima spietata della Barbagia più profonda, gli anni passano, il tempo scorre, ma in realtà tutto è fermo. Tutto è fermo da secoli.

Costantino e Raffaele questo lo sanno. Lo sanno bene loro che qui in Sardegna, alla periferia di Nuoro, anima spietata della Barbagia più profonda, ci sono nati e ci vivono da sempre. Se ne stanno appollaiati a fumare, a chiacchierare svogliatamente, ciondolando da una panchina vecchia, imbrattata di scritte e di improbabili dichiarazioni d’amore che altri ragazzi svogliati hanno inciso sul legno nel vano tentativo di ammazzare il tempo e le sue ore ingrate. Costantino e Raffaele hanno vent’anni, ma ne dimostrano il doppio; non sanno sorridere, non sanno vivere e soprattutto, non sanno sperare, non sanno più sperare, non hanno più niente in cui sperare: “Non sopporto che se a uno gli capita di nascere in un posto del genere, poi non riesce nemmeno ad andarsene”.

Costantino e Raffaele si sono già arresi al loro destino di noia e violenza, un destino che è quasi un obbligo da queste parti. Resta solo il sogno di una vita diversa e l’illusione di poter cambiare le cose anche a costo di sfidare le leggi. E mentre il sole affoga nella notte, mentre Costantino e Raffaele rimuginano sul da farsi e sulle loro esistenze insignificanti, da qualche altra parte viene ritrovato il corpo di un uomo crivellato di colpi e pare tutto normale. Pare.

 

Inizia così Dura Madre, uno dei gialli più significativi di Marcello Fois, autore sardo che fin dagli esordi ha dimostrato un innato talento ovunque riconosciuto: il suo primo romanzo, Picta, raccolta di riflessioni su pittura e scrittura, vince infatti il premio Calvino nel 1992, regalandogli una discreta fama e rendendolo uno tra i  giovani più interessanti del panorama letterario nazionale e non solo. Da allora sono passati quasi vent’anni e Fois è ancora sulla cresta dell’onda a raccontarci la sua Sardegna, così amata e così spietata, una Sardegna che è ben lontana dal paradiso vacanziero che ogni anno richiama milioni di turisti da tutto il mondo. Il mare cristallino, la spuma bianca che s’infrange su spiagge di sabbia finissima, le scogliere, i locali, la bella vita, non sono che la facciata apparentemente perfetta di un mondo dimenticato. Ed è proprio questo mondo che Fois vuole riportare in superficie perché il lettore sappia, perché il lettore capisca che dietro la bellezza si celano ombre e fantasmi che chiedono di essere ascoltati.

 

“Si nasce, in Sardegna, con un senso di predestinazione, si cresce con quello, una sorta di ebraismo in una terra che è soprattutto pensiero e rito. Si vive, a Nuoro, dove esiste una coscienza di casta, una ‘nuoresità’ di cui si sono perse le coordinate, ma che esiste. Si tratta di un modo di vedere le cose, di un modo di parlare e impostare i ragionamenti. È difficile, se non impossibile, conquistare la cittadinanza nuorese anche dopo generazioni. Un fenomeno strano, assente quanto presente. Sotteso e difeso dai possessori dell’Ethos del nome, su sambenau, il sangue, i nuoresi-nuoresi, che sanno per educazione, per formazione, per mentalità come vanno le cose”.

Storie di furti, di omicidi, di banditi, di suicidi, di cadaveri eccellenti e di poveri diavoli; storie di violenza, di redenzione e perdono, di paura e coraggio, di indolenza e omertà. “Si lamentano, allora, questi nuoresi, come bambini ingannati dagli adulti. E piangono un pianto di sempre, perché hanno pensato, hanno osato, si sono rinchiusi e non hanno fatto niente. Perché il tempo se lo lasciano scorrere addosso. Perché il grande compromesso è tutto a favore di chi non fa patti”.






La Sardegna, coi suoi ritmi lenti, con le sue verità inconfutabili, verità che si sanno da sempre, con le sue tradizioni e le sue superstizioni. La Sardegna con le sue mille facce. La Sardegna con le sue contraddizioni. Uomini che recitano vecchi detti come rosari, donne minute e grinzose col fazzoletto in testa che segnano altre donne con l’olio benedetto biascicando formule e preghiere per scacciare il malocchio, per cercare la prova inverosimile di chissà quale sortilegio. Bambini santificati da vecchie megere e genitori in lacrime, convinti che i figli siano stati maledetti, che una “Surtile”  abbia succhiato via loro il sangue dal corpo.

Sardegna magica e Sardegna assassina, dove tutti sanno, ma nessuno parla, dove i torti restano per anni a covare sotto la cenere, nascosti dalla coltre fumosa dell’apparenza. E poi esplodono, violenti come mareggiate d’inverno, obnubilando le menti e armando le mani anche dei più insospettabili. E l’odore del mirto si mescola al sapore amaro della vendetta.

La Sardegna di Fois è una terra crudele dove vigono ancora ataviche leggi non scritte, dove ogni fenomeno, anche il più semplice, si spiega con le ‘parabole’, dove i bambini sono adulti ancora prima di nascere, dove le offese si lavano col sangue e l’onore si riscatta con la morte.  

 

La Sardegna di Fois è la Sardegna dei ‘balenti’, come quel Samuele Stocchino al quale l’autore ha dedicato  Memoria del vuoto, opera che nel 2007 gli è valsa il premio Grinzane Cavour. La storia di Samuele, ambientata tra gli inizi del novecento e le due guerre, narrata non a caso seguendo con precisione lo schema della tragedia greca, è una biografia che sfocia nella leggenda.

Samuele ha la sorte segnata fin dal concepimento perché lui non è un figlio voluto, è un figlio della colpa, è figlio della debolezza di sua madre che per l’ennesima volta si è lasciata possedere dal marito senza fiatare. Antioca prega la Vergine di farla abortire perché in cuor suo lo sa, lo sente che questo figlio sarà diverso dagli altri e che le porterà solo dolore e sventura, ma la Vergine non l’accontenta e anzi, le dice di portare avanti la gravidanza e allora Antioca, come sempre, obbedisce perché bisogna obbedire, soprattutto alla Vergine; il bambino nasce ed è l’inizio della fine.

Fois racconta l’odissea di un antieroe a partire da quella maledetta sera in cui Samuele e suo padre si vedono negare un sorso d’acqua dal bottaio. È lì, davanti a quella porta chiusa, che il destino si compie, è lì che la vita di Samuele si ferma e riparte da zero, è lì che Samuele capisce il senso del suo esistere. Quello che verrà dopo, la guerra, l’amore, il sesso, sarà solo un contorno. Lo scopo ultimo è uno e uno solo: la vendetta; e di vendetta, di rabbia, Samuele si ciberà fino all’ultimo dei suoi giorni, fino alla strage compiuta e a lungo agognata che gli permetterà, finalmente, di riposare in pace.

 

Ad un tempo lontano rimandano anche i tre romanzi (Sempre caro, Sangue dal cielo, L’altro mondo) dedicati a Sebastiano Satta, Bustianu, per tutti ‘s’abbocà’, avvocato, poeta, investigatore per caso, figura storica realmente esistita a Nuoro tra la seconda metà dell’ottocento e i primi del novecento. Il mondo in cui si muove Bustianu è quello di un’Italia appena unificata e di una Sardegna che ancora fatica ad abituarsi all’idea di nazione, una Sardegna che continua ad andare avanti seguendo i propri codici comportamentali, chiusa tra l’immensità del mare e l’asprezza dei monti, forgiata nel carattere da secoli di opprimente isolamento, una Sardegna di “gente che se c’era qualcosa che non girava come pareva a loro si spiegavano con la doppietta o con la leppa”. Bustianu, che in questo universo ristretto incarna l’idea del progresso che tenta di farsi spazio, è insieme tradizione e modernità, una sorta di trade union tra passato, presente e futuro che avanza

Quelli di Fois sono romanzi gialli, romanzi noir, è vero, ma sono anche dei veri e propri saggi di costume, una lente d’ingrandimento puntata su un universo nascosto che il progresso ha saputo cambiare solo in parte.

Le donne, ad esempio, portano ancora addosso il peso delle antiche discriminazioni. Le poche che sono riuscite a scrollarselo via, rischiano di fare una brutta fine.

Come Francesca (Ferro recente) che si prostituisce per sfuggire ai morsi del suo passato e che pagherà con la vita questo affronto. O come la piccola Ines (Meglio morti) che a soli dodici anni scopre il sesso e circuisce un uomo più grande di lei perché così può sentirsi viva, perché la vita non sa offrirle di meglio. Ines che scappa di casa, che rimane incinta, che abortisce clandestinamente e che finisce ammazzata, gettata via nel bosco in mezzo alle bottiglie, agli indumenti, ai piatti rotti, come se fosse anche lei spazzatura.






Le donne di Fois sono ombre giudiziose che parlano solo se interrogate e altrimenti stanno zitte per evitare complicazioni perché sanno che alzare la cresta è pericoloso. È pericoloso rompere un equilibrio che dura da secoli. E allora si limitano ad accettare, a vivere una vita nell’anonimato, a sfornare figli, ad allevarli e spesso a seppellirli.

Lina (Meglio morti) ci ha provato a ribellarsi, ha umiliato suo marito innamorandosi del cognato. Lina ci ha provato ed è finita in manicomio per un delitto mai commesso.

E ci ha provato Mariangela (Dura madre) a ribellarsi. A quattordici anni si è concessa al suo Cosimo, è rimasta incinta e ha capito di non avere speranze, di essere ormai irrimediabilmente segnata. Mariangela ha capito e ha strappato con forza dal suo corpo ancora acerbo il frutto amaro di quell’amore proibito. È quasi morta Mariangela ed è morto Cosimo, colpevole di averla disonorata e poi abbandonata per piegarsi alla necessità di un matrimonio comodo, ma senza sentimenti. E ora che Mariangela è vecchia, malata e forse anche un po’ pazza, le resta solo la magra consolazione di andare al cimitero e sputare con disprezzo sulla tomba di chi le ha rubato la vita e l’innocenza.

Gli uomini ordinano, le donne eseguono. Gli uomini parlano, le donne annuiscono. Gli uomini amano, le donne si lasciano amare, accogliendo come sacchi vuoti i corpi dei mariti, dei compagni, regalando piacere e ingoiando vergogna e indifferenza. Il sesso è sottomissione, oppure si trasforma in una lotta primordiale, un intreccio di carni che si violentano e si annientano a vicenda: “Lei arcuò la schiena come una partoriente, scalciando in aria. Lui la controllava, intuendo che bastava tenersi fuori tiro. Con l’avambraccio le immobilizzò il collo. Lei tentò di dire qualcosa. Poi smise di combattere. Si stavano guardando, come fanno l’astore e la donnola. Lei sentì che la pressione sul collo si allentava. Lui pensò che occhi di quel colore non ne aveva visti mai. Lei sentì il calore ansimante del corpo di lui. Le labbra di Letizia sapevano di ferro e sangue. La sua lingua era un frutto spumoso. I suoi seni …”.

 

Fois ci apre gli occhi su una realtà feroce, ma anche affascinante e dà vita a personaggi emblematici: il giudice Corona e il commissario Curreli, profondi conoscitori della mentalità della loro gente, disillusi, consapevoli di ciò che va fatto e di ciò che non va fatto, di dove è meglio non andare a rimestare, di come vanno le cose da queste parti; il commissario Sanuti, venuto dal ‘continente’, spaesato, incapace di capire una cultura così lontana dal suo modo di pensare e di essere; la dottoressa Danila Comastri, anche lei ‘forestiera’, che adora la Sardegna perché la Sardegna sa riservare sorprese che uno non si aspetta, perché in Sardegna è ancora possibile trovare dodicenni incinte e sessantacinquenni illibate; il maresciallo Pili, furbo e arguto, che se ne va in pensione perché non regge i sensi di colpa e che vive nel ricordo dell’unica figlia femmina morta ancora bambina in un incidente stradale; sua moglie Agnese, l’angelo custode che parla al suo animo come nessun altro, una coscienza discreta in grado di farsi da parte al momento giusto. E poi ancora la Zia Badora, un po’ madre, un po’ strega, Paolo, Maciste e tutti i ragazzi del bar, Elena, suo padre e tanti altri, tante maschere che si agitano sullo stesso tragico palcoscenico.

Fois regala ai lettori una Sardegna inedita, descrive i suoi panorami selvaggi con la cura e la minuzia che solo chi ama realmente un posto sa usare. Metafore, similitudini insolite tratteggiano il ritratto di luoghi magici, onirici, spaventosi e allo stesso tempo rassicuranti: “Pochi fili di nubi facevano l’effetto di capelli scomposti sulla sua fronte. Se n’era stata così la luna, a bersi l’orizzonte frastagliato come il brodo di un guscio d’uovo spaccato in due, pigra di una pigrizia quasi Morte, quasi fosse al primo sonno”.

Il linguaggio infine, mischia italiano e dialetto sardo, in una commistione improbabile che è quasi poesia e diventa ermetica nei versi che ogni tanto compaiono in corsivo a voler ribadire l’importanza di una tradizione che sembra sopita, ma che in realtà vive ed è destinata a durare in eterno.

 




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