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di Valeria Pighini
Sardegna, periferia di Nuoro, anima
spietata della Barbagia più profonda. È un giorno qualunque, un giorno come gli
altri. Il sole sta tramontando: grosse sbavature rossastre sporcano un cielo
velato di nubi dove già le prime stelle fanno timidamente capolino. La città,
pigra, riparata dalle braccia accoglienti della vallata panoramica, si prepara
per la sera, una sera che è sempre la stessa sera, preludio di una notte che è
sempre la stessa notte.
Perché qui in Sardegna, alla
periferia di Nuoro, anima spietata della Barbagia più profonda, gli anni
passano, il tempo scorre, ma in realtà tutto è fermo. Tutto è fermo da secoli.
Costantino e Raffaele questo lo
sanno. Lo sanno bene loro che qui in Sardegna, alla periferia di Nuoro, anima
spietata della Barbagia più profonda, ci sono nati e ci vivono da sempre. Se ne
stanno appollaiati a fumare, a chiacchierare svogliatamente, ciondolando da una
panchina vecchia, imbrattata di scritte e di improbabili dichiarazioni d’amore che
altri ragazzi svogliati hanno inciso sul legno nel vano tentativo di ammazzare
il tempo e le sue ore ingrate. Costantino e Raffaele hanno vent’anni, ma ne
dimostrano il doppio; non sanno sorridere, non sanno vivere e soprattutto, non
sanno sperare, non sanno più sperare, non hanno più niente in cui sperare: “Non
sopporto che se a uno gli capita di nascere in un posto del genere, poi non
riesce nemmeno ad andarsene”.
Costantino e Raffaele si sono già
arresi al loro destino di noia e violenza, un destino che è quasi un obbligo da
queste parti. Resta solo il sogno di una vita diversa e l’illusione di poter
cambiare le cose anche a costo di sfidare le leggi. E mentre il sole affoga
nella notte, mentre Costantino e Raffaele rimuginano sul da farsi e sulle loro
esistenze insignificanti, da qualche altra parte viene ritrovato il corpo di un
uomo crivellato di colpi e pare tutto normale. Pare.
Inizia così Dura Madre,
uno dei gialli più significativi di Marcello Fois, autore sardo che fin dagli
esordi ha dimostrato un innato talento ovunque riconosciuto: il suo primo
romanzo, Picta, raccolta di riflessioni su pittura e scrittura, vince
infatti il premio Calvino nel 1992, regalandogli una discreta fama e rendendolo
uno tra i giovani più interessanti del panorama letterario nazionale e non solo.
Da allora sono passati quasi vent’anni e Fois è ancora sulla cresta dell’onda a
raccontarci la sua Sardegna, così amata e così spietata, una Sardegna che è ben
lontana dal paradiso vacanziero che ogni anno richiama milioni di turisti da
tutto il mondo. Il mare cristallino, la spuma bianca che s’infrange su spiagge
di sabbia finissima, le scogliere, i locali, la bella vita, non sono che la
facciata apparentemente perfetta di un mondo dimenticato. Ed è proprio questo
mondo che Fois vuole riportare in superficie perché il lettore sappia, perché
il lettore capisca che dietro la bellezza si celano ombre e fantasmi che
chiedono di essere ascoltati.
“Si nasce, in Sardegna, con un
senso di predestinazione, si cresce con quello, una sorta di ebraismo in una terra
che è soprattutto pensiero e rito. Si vive, a Nuoro, dove esiste una coscienza
di casta, una ‘nuoresità’ di cui si sono perse le coordinate, ma che esiste. Si
tratta di un modo di vedere le cose, di un modo di parlare e impostare i
ragionamenti. È difficile, se non impossibile, conquistare la cittadinanza
nuorese anche dopo generazioni. Un fenomeno strano, assente quanto presente.
Sotteso e difeso dai possessori dell’Ethos del nome, su sambenau, il
sangue, i nuoresi-nuoresi, che sanno per educazione, per formazione, per
mentalità come vanno le cose”.
Storie di furti, di omicidi, di
banditi, di suicidi, di cadaveri eccellenti e di poveri diavoli; storie di
violenza, di redenzione e perdono, di paura e coraggio, di indolenza e omertà. “Si
lamentano, allora, questi nuoresi, come bambini ingannati dagli adulti. E
piangono un pianto di sempre, perché hanno pensato, hanno osato, si sono
rinchiusi e non hanno fatto niente. Perché il tempo se lo lasciano scorrere
addosso. Perché il grande compromesso è tutto a favore di chi non fa patti”.
La Sardegna, coi suoi ritmi lenti, con le sue verità inconfutabili, verità che si sanno da
sempre, con le sue tradizioni e le sue superstizioni. La Sardegna con le sue mille facce. La Sardegna con le sue contraddizioni. Uomini che recitano
vecchi detti come rosari, donne minute e grinzose col fazzoletto in testa che
segnano altre donne con l’olio benedetto biascicando formule e preghiere per
scacciare il malocchio, per cercare la prova inverosimile di chissà quale
sortilegio. Bambini santificati da vecchie megere e genitori in lacrime,
convinti che i figli siano stati maledetti, che una “Surtile” abbia
succhiato via loro il sangue dal corpo.
Sardegna magica e Sardegna
assassina, dove tutti sanno, ma nessuno parla, dove i torti restano per anni a
covare sotto la cenere, nascosti dalla coltre fumosa dell’apparenza. E poi
esplodono, violenti come mareggiate d’inverno, obnubilando le menti e armando
le mani anche dei più insospettabili. E l’odore del mirto si mescola al sapore
amaro della vendetta.
La Sardegna di Fois è una terra crudele dove vigono ancora ataviche leggi non scritte, dove ogni
fenomeno, anche il più semplice, si spiega con le ‘parabole’, dove i bambini
sono adulti ancora prima di nascere, dove le offese si lavano col sangue e l’onore
si riscatta con la morte.
La Sardegna di Fois è la Sardegna dei ‘balenti’, come quel Samuele Stocchino al quale l’autore ha
dedicato Memoria del vuoto, opera che nel 2007 gli è valsa il premio
Grinzane Cavour. La storia di Samuele, ambientata tra gli inizi del novecento e
le due guerre, narrata non a caso seguendo con precisione lo schema della
tragedia greca, è una biografia che sfocia nella leggenda.
Samuele ha la sorte segnata fin
dal concepimento perché lui non è un figlio voluto, è un figlio della colpa, è
figlio della debolezza di sua madre che per l’ennesima volta si è lasciata
possedere dal marito senza fiatare. Antioca prega la Vergine di farla abortire perché in cuor suo lo sa, lo sente che questo figlio sarà diverso
dagli altri e che le porterà solo dolore e sventura, ma la Vergine non l’accontenta e anzi, le dice di portare avanti la gravidanza e allora Antioca,
come sempre, obbedisce perché bisogna obbedire, soprattutto alla Vergine; il
bambino nasce ed è l’inizio della fine.
Fois racconta l’odissea di un
antieroe a partire da quella maledetta sera in cui Samuele e suo padre si
vedono negare un sorso d’acqua dal bottaio. È lì, davanti a quella porta chiusa,
che il destino si compie, è lì che la vita di Samuele si ferma e riparte da
zero, è lì che Samuele capisce il senso del suo esistere. Quello che verrà
dopo, la guerra, l’amore, il sesso, sarà solo un contorno. Lo scopo ultimo è
uno e uno solo: la vendetta; e di vendetta, di rabbia, Samuele si ciberà fino
all’ultimo dei suoi giorni, fino alla strage compiuta e a lungo agognata che
gli permetterà, finalmente, di riposare in pace.
Ad un tempo lontano rimandano
anche i tre romanzi (Sempre caro, Sangue dal cielo, L’altro mondo)
dedicati a Sebastiano Satta, Bustianu, per tutti ‘s’abbocà’, avvocato, poeta,
investigatore per caso, figura storica realmente esistita a Nuoro tra la
seconda metà dell’ottocento e i primi del novecento. Il mondo in cui si muove
Bustianu è quello di un’Italia appena unificata e di una Sardegna che ancora
fatica ad abituarsi all’idea di nazione, una Sardegna che continua ad andare
avanti seguendo i propri codici comportamentali, chiusa tra l’immensità del
mare e l’asprezza dei monti, forgiata nel carattere da secoli di opprimente
isolamento, una Sardegna di “gente che se c’era qualcosa che non girava come
pareva a loro si spiegavano con la doppietta o con la leppa”. Bustianu, che
in questo universo ristretto incarna l’idea del progresso che tenta di farsi
spazio, è insieme tradizione e modernità, una sorta di trade union tra passato,
presente e futuro che avanza
Quelli di Fois sono romanzi
gialli, romanzi noir, è vero, ma sono anche dei veri e propri saggi di costume,
una lente d’ingrandimento puntata su un universo nascosto che il progresso ha
saputo cambiare solo in parte.
Le donne, ad esempio, portano
ancora addosso il peso delle antiche discriminazioni. Le poche che sono
riuscite a scrollarselo via, rischiano di fare una brutta fine.
Come Francesca (Ferro recente)
che si prostituisce per sfuggire ai morsi del suo passato e che pagherà con la
vita questo affronto. O come la piccola Ines (Meglio morti) che a soli
dodici anni scopre il sesso e circuisce un uomo più grande di lei perché così
può sentirsi viva, perché la vita non sa offrirle di meglio. Ines che scappa di
casa, che rimane incinta, che abortisce clandestinamente e che finisce
ammazzata, gettata via nel bosco in mezzo alle bottiglie, agli indumenti, ai
piatti rotti, come se fosse anche lei spazzatura.
Le donne di Fois sono ombre
giudiziose che parlano solo se interrogate e altrimenti stanno zitte per
evitare complicazioni perché sanno che alzare la cresta è pericoloso. È pericoloso
rompere un equilibrio che dura da secoli. E allora si limitano ad accettare, a
vivere una vita nell’anonimato, a sfornare figli, ad allevarli e spesso a
seppellirli.
Lina (Meglio morti) ci ha
provato a ribellarsi, ha umiliato suo marito innamorandosi del cognato. Lina ci
ha provato ed è finita in manicomio per un delitto mai commesso.
E ci ha provato Mariangela (Dura
madre) a ribellarsi. A quattordici anni si è concessa al suo Cosimo, è
rimasta incinta e ha capito di non avere speranze, di essere ormai
irrimediabilmente segnata. Mariangela ha capito e ha strappato con forza dal
suo corpo ancora acerbo il frutto amaro di quell’amore proibito. È quasi morta
Mariangela ed è morto Cosimo, colpevole di averla disonorata e poi abbandonata
per piegarsi alla necessità di un matrimonio comodo, ma senza sentimenti. E ora
che Mariangela è vecchia, malata e forse anche un po’ pazza, le resta solo la
magra consolazione di andare al cimitero e sputare con disprezzo sulla tomba di
chi le ha rubato la vita e l’innocenza.
Gli uomini ordinano, le donne
eseguono. Gli uomini parlano, le donne annuiscono. Gli uomini amano, le donne
si lasciano amare, accogliendo come sacchi vuoti i corpi dei mariti, dei
compagni, regalando piacere e ingoiando vergogna e indifferenza. Il sesso è
sottomissione, oppure si trasforma in una lotta primordiale, un intreccio di
carni che si violentano e si annientano a vicenda: “Lei arcuò la schiena
come una partoriente, scalciando in aria. Lui la controllava, intuendo che
bastava tenersi fuori tiro. Con l’avambraccio le immobilizzò il collo. Lei
tentò di dire qualcosa. Poi smise di combattere. Si stavano guardando, come
fanno l’astore e la donnola. Lei sentì che la pressione sul collo si allentava.
Lui pensò che occhi di quel colore non ne aveva visti mai. Lei sentì il calore
ansimante del corpo di lui. Le labbra di Letizia sapevano di ferro e sangue. La
sua lingua era un frutto spumoso. I suoi seni …”.
Fois ci apre gli occhi su una
realtà feroce, ma anche affascinante e dà vita a personaggi emblematici: il
giudice Corona e il commissario Curreli, profondi conoscitori della mentalità
della loro gente, disillusi, consapevoli di ciò che va fatto e di ciò che non
va fatto, di dove è meglio non andare a rimestare, di come vanno le cose da
queste parti; il commissario Sanuti, venuto dal ‘continente’, spaesato,
incapace di capire una cultura così lontana dal suo modo di pensare e di
essere; la dottoressa Danila Comastri, anche lei ‘forestiera’, che adora la Sardegna perché la Sardegna sa riservare sorprese che uno non si aspetta, perché in Sardegna
è ancora possibile trovare dodicenni incinte e sessantacinquenni illibate; il
maresciallo Pili, furbo e arguto, che se ne va in pensione perché non regge i
sensi di colpa e che vive nel ricordo dell’unica figlia femmina morta ancora
bambina in un incidente stradale; sua moglie Agnese, l’angelo custode che parla
al suo animo come nessun altro, una coscienza discreta in grado di farsi da
parte al momento giusto. E poi ancora la Zia Badora, un po’ madre, un po’ strega, Paolo, Maciste e tutti i ragazzi del bar, Elena, suo
padre e tanti altri, tante maschere che si agitano sullo stesso tragico
palcoscenico.
Fois regala ai lettori una
Sardegna inedita, descrive i suoi panorami selvaggi con la cura e la minuzia
che solo chi ama realmente un posto sa usare. Metafore, similitudini insolite
tratteggiano il ritratto di luoghi magici, onirici, spaventosi e allo stesso
tempo rassicuranti: “Pochi fili di nubi facevano l’effetto di capelli
scomposti sulla sua fronte. Se n’era stata così la luna, a bersi l’orizzonte
frastagliato come il brodo di un guscio d’uovo spaccato in due, pigra di una
pigrizia quasi Morte, quasi fosse al primo sonno”.
Il linguaggio infine, mischia
italiano e dialetto sardo, in una commistione improbabile che è quasi poesia e
diventa ermetica nei versi che ogni tanto compaiono in corsivo a voler ribadire
l’importanza di una tradizione che sembra sopita, ma che in realtà vive ed è
destinata a durare in eterno.
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